#TimeOfRock – The Dark Side of the Moon

Come ogni settimana torna #TimeOfRock, la rubrica di musica che prova a portare l’immaginazione indietro nel tempo, parlando del Rock,  il Rock, quello con la R maiuscola, quello degli anni ’60 e ’70 quello che nasce da Elvis, Beatles e Rolling Stones e continua con Led Zeppelin, Deep Purple, Bob Dylan e molti altri.

Aggiungere qualcosa di inedito su un complesso fin troppo osannato e divenuto una ferma icona del nostro tempo non è facile. Cercherò, quindi, di proporre solo alcune considerazioni su di un fenomeno musicale che ancora oggi fa discutere, anche se solo per colossali vendite commerciali, e non più per meriti artistici. Fatta questa premessa, è venuta l’ora di imbattersi nel loro capolavoro piu’ criticato, celebrato, mitizzato e stroncato allo stesso tempo: “The Dark Side of the Moon“.

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E’ probabile che i Pink Floyd abbiano prodotto album migliori di “The Dark Side of the Moon”, almeno per ciò che concerne l’aspetto strettamente compositivo. L’argomento-principe su cui ogni critica-rock che si rispetti, quando si ha come “vittima” il combo del periodo di Roger Waters, dovrebbe erigere il suo “epicentro” è la disputa su quale sia stata in realtà la missione musicale intrapresa (e poi egregiamente portata a termine) dai Pink Floyd: verranno ricordati e apprezzati più per le straordinarie innovazioni ed evoluzioni apportate al suono, tanto da meritarsi il titolo di “produttori di cibo per le menti” o per aver saputo coniugare suono, hype, possenti wall-of-sound saturi di colori e distorsioni neo-psichedeliche con superbe melodie, a tutt’oggi considerate archetipi-rock a cui fare riferimento? “The Dark Side of the Moon”, insuperato marchio sonico-musicale dei Pink Floyd targati Waters, non scioglie il dubbio.

“The Dark Side of the Moon” si pone, nel contesto della musica popolare del XX° secolo, come un ricco laboratorio di esperimenti post-lisergici, ai confini del più spregiudicato art-rock della prima metà degli anni 70. Padrone incontrastato di questa “rivoluzione del suono” è Roger Waters, che, in qualità di alchimista floydiano, rileva già dal 1968 Syd Barrett alla guida della band, auto-erigendosi a folle, incontrollabile setacciatore di nuove sonorità che renderanno il “Floyd-sound” universale e istantaneamente riconoscibile in ogni parte del globo. Ma non si può fare a meno di stendere elogi e contro-elogi sull’elaboratissimo, maniacale sistema audio-fonico impresso sui solchi del disco, grazie al lavoro di un ingegnere del suono del calibro di Alan Parsons, che costituisce l’autentica perla ed epicentro musicale-ideologico di tutta l’operazione.

Waters, Gilmour, Mason e Wright, orfani del genio anarchico e stralunatissimo di Syd Barrett, proseguono il cammino, dando avvio a un percorso (a partire dal celebre doppio – metà live metà in studio – “Ummagumma”) capace di toccare vette di sublime, spesso piacevolmente criptata cerebralità, dando in pasto a un ancora acerbo pubblico le loro ricerche e i loro inusuali connubi di rumori vivisezionati dall'”ingordo” Waters e sapientemente tradotti in accattivanti squarci di quotidianità. Una quotidianita’ in apparente quanto bizzarro contrasto con la complessità, spesso ingovernabile e astrusa, di una mente come quella di Waters, devastata da paranoie e macabre visioni, in eterna oscillazione tra sogno e realtà, schizofrenia e solenni momenti di lucidità.

“The Dark Side of the Moon” viene pubblicato il 1° marzo negli Usa e il 24 in Europa, e verrà considerato da gran parte della critica come l’insuperato capolavoro musicale dei Pink Floyd. Cio è vero solo in parte: il fatto che in esso vengano riunite, impareggiabilmente, tutte le contraddizioni ideologiche e simboliche di Waters non giustifica appieno tale titolo. Volendo staccare i piedi dalla Luna e riposandoli sulla Terra, l’album è e verrà sempre considerato un superbo, inarrivabile rivoluzionario prodotto (nel caso lo intendessimo da un punto di vista strettamente “cerebral-onirico”, “sonico/concettuale”), ma al contempo appena discreto nel caso lo riducessimo allo “scheletro”, annientandone, cioè, il corpo sonoro e portando alla ribalta le non del tutto ispirate tracce, a cominciare dall’insipida “Money”, per poi passare attraverso i trucchi (talvolta ruffiani, talvolta “streganti’ le nostre menti, in perenne cerca di …. “cibo lisergico”) di “Speak To Me” e “On The Run”, perfette comunque nel rendere lo stato di ansia del nostro protagonista, riuscendo a fondere, tra rumori e soluzioni sonore d’avanguardia, momenti di alto contenuto sonico-spaziale, ponendo le coordinate su cui si poggia il pensiero pessimista di un Waters alquanto disorientato, autentico ambasciatore del tema dell’incomunicabilità, di cui “The Dark Side” risulta un compiuto, drammatico spaccato.

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Non mancano, per la verità, momenti di intenso, assoluto lirismo, come dimostrano “Time”, trascinante nella sua felicissima fusione tra testo e musica, un passo in avanti per un non ancora del tutto sviluppato concetto filosofico all’interno dei parametri-rock, superba prova di lucidità mentale e intellettiva da parte del quartetto; il brano si avvale anche di un debordante (inteso in senso strettamente lirico/evocativo), spiazzante assolo di Gilmour alla chitarra: si ha la sensazione che esso voglia accompagnare il viaggio attraverso il tempo di un coraggioso, anarchico esploratore, in continuo stato di ansiosa curiosità. In definitiva: il trionfo della suggestione e uno degli squarci più intensi di tutta la discografia floydiana.
La prima parte del disco si completa con una elegia della pazzia, ma anche, allo stesso tempo, della libertà dell’uomo, schiavo di una società che tende a opprimerlo: “The Great Gig in the Sky”, dominata dai vocalizzi di Clare Torry, di derivazione soul-gospel, in grado di fondere fiammante liricità e drammaturgia quasi cinematografica. In questo coinvolgente, straziante frammento della sua vita, l’uomo sembra librarsi verso il cielo, onde aprirsi un varco, grazie al quale potrà regnare indisturbato e solenne, lontano dai rumori e ingiustizie della realtà terrena.
“Us and Them” vorrebbe rievocare “Breathe In the Air”, ma la melodia, sebbene pinkfloydiana al 100%, risulta convincente solo se nel contesto dell’album, non certamente come tema isolato. Un discorso che vale un po’ per tutto “The Dark Side of the Moon”: ciò che rende immortale quest’opera è il suo inconsueto approccio con l’art-system dell’epoca, qui fotografato in tutte le sue direzioni possibili. Per il rock si trattò di un prodigioso balzo verso un’era futuristica prossima a venire.

Per “The Dark Side” vale lo stesso parametro adottato per “Sgt. Pepper” dei Beatles: “Sgt. Pepper” non si potrà forse considerare il capitolo più felice, musicalmente parlando, dei Beatles: esso comportò una rivoluzione, forse la piu’ significativa e rilevante della storia della musica pop, ma questo non può giustificare appieno alcune “debolezze” compositive insite nel capolavoro di Lennon e soci. Lo stesso dicasi per “The Dark Side of the Moon”: come per “Sgt. Pepper”, esso costituì, per i Pink Floyd, la definitiva acquisizione di status di “semidei del rock”, ma questo grazie più al magniloquente manto sonoro e policromatico, che alla qualità delle canzoni presenti nell’album. E nessuno potrà negare l’importanza avuta nel contesto storico degli anni 70 (un periodo fortemente contraddistinto dalle incessanti, maniacali ricerche di nuove avanguardistiche tecniche all’interno degli studi di registrazione) del “lato oscuro della luna”.

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