#TimeOfRock – Blowin’in the wind

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Come ogni settimana torna #TimeOfRock, la rubrica di musica che prova a portare l’immaginazione indietro nel tempo, parlando del Rock,  il Rock, quello con la R maiuscola, quello degli anni ’60 e ’70 quello che nasce da Elvis, Beatles e Rolling Stones e continua con Led Zeppelin, Deep Purple, Bob Dylan e molti altri.

Era il 1962, la Nuova Zelanda otteneva l’indipendenza, Papa Giovanni XXIII scomunicava Fidel Castro, John Glenn diventava il primo statunitense ad orbitare nello spazio, Antonio Segni veniva eletto Presidente della Repubblica, la bellissima Marilyn Monroe veniva trovata morta nel proprio appartamento per presunta overdose, a Liverpool 4 ragazzi fondarono un gruppo di nome Beatles, e un giovane cantautore americano di nome Bob Dylan presentava uno dei singoli più famosi di tutti i tempi: Blowin’in in the wind.

“La risposta, amico mio, soffia nel vento”

Spesso è il più semplice dei versi ad avere la potenza evocativa dell’inno. Riesce a cogliere lo spirito dei tempi trasfigurandolo in valore universale.
Non è facile astrarsi dagli abusi di retorica che ne sono seguiti, ma l’originaria versione di “Blowin’ In The Wind”, che apre emblematicamente The Freewheelin’ Bob Dylan, è una marcia dalla sobria solennità, capace di evitare la trappola dell’enfasi. Dylan l’ha scritta di getto, senza immaginare certo che avrebbe finito per diventare l’immagine del suo stesso stereotipo. Modellata sul gospel “No More Auction Block” e presentata sulle pagine della rivista “Broadside” già un anno prima dell’uscita di The Freewheelin’ Bob Dylan, condensa nelle sue incalzanti domande tutto l’anelito a un radicale cambiamento di prospettiva che in quei giorni sembra davvero aleggiare nell’aria.

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Rispetto al disco d’esordio, la crescita della scrittura di Dylan è sorprendente: anche nei nuovi brani in cui indossa le vesti del cantante di protesta, l’espressività poetica di Dylan riesce a superare le costrizioni del genere.”Masters Of War” è un’invettiva tesa e spietata contro tutti coloro che alimentano le fiamme della guerra, resa ancor più livida da un arpeggio circolare che non lascia tregua. “Talkin’ World War III Blues” è un ironico viaggio nel dopo-bomba, “Oxford Town” ricorda i disordini seguiti all’ammissione del primo studente di colore alla University of Mississippi. Ma è soprattutto l’ipnotica “A Hard Rain’s A-Gonna Fall” a travalicare le angosce del momento storico per assurgere ad allegoria di una più profonda apocalisse. Non è il fall-out radioattivo, non è la crisi dei missili di Cuba, che proprio in quei giorni aveva condotto Stati Uniti e Unione Sovietica sull’orlo della guerra mondiale: è piuttosto una sorta di nuovo diluvio universale, quello descritto da Dylan con la sua “dura pioggia”. La struttura di filastrocca, ispirata alla ballata “Lord Randal”, si presta alle immaginifiche visioni di un incubo collettivo fatto di autostrade di diamante e di alberi dai rami sanguinanti.
L’amore è un tormento inquieto, come nel delicato arpeggio di “Don’t Think Twice, It’s Alright”, scritta durante i mesi di lontananza da Suze, andata a studiare in Italia. È proprio lei la ragazza che compare a braccetto del giovane folksinger sulla copertina del disco, in un’immagine dal sapore romantico e cinematografico. E la lezione delle ballate folk inglesi, apprese da Dylan nel suo viaggio in Gran Bretagna all’inizio del 1963, rende “Girl From The North Country” un morbido incanto di nostalgia, la cui eco sarà raccolta di lì a poco dalla voce di Paul Simon.

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Tornando alla sua canzone per antonomasia, come tutti i brani di Dylan, il testo era semplice ma con una profondità mostruosa, soprattutto per quel periodo, un momento di guerra. Il contenuto esplicitamente pacifista e antimilitarista e presa a simbolo dagli studenti americani disincantati dalla cosiddetta “politica dei due blocchi” portata avanti dal governo del loro paese nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta e dunque di denuncia di un mondo insensibile ai temi sociali, anzitutto quelli giovanili, in quanto impegnato solo e semplicemente in una guerra di posizione e alla ricerca di quei valori personalistici, propri del liberismo, emblematicamente personificati dal mito del “self-made man”, e in ciò in fondo, continua Dylan, sta il senso bieco dell’uomo e della sua condizione, della sua incapacità di respingere nella testa e nel cuore, e per sempre, ogni forma di angheria e di sopraffazione. Al tempo stesso, in “Blowin’ in the Wind”, Bob Dylan rileva in cuor suo ancora una flebile e lontana speranza per un mondo di giustizia e di pace, straordinariamente esemplificata dalla frase “How many roads must a man walk down before you call him a man?”, cioè “Quante strade deve percorrere un uomo prima di essere chiamato uomo?”.

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