La recensione di Mylo Xiloto

Che faticaccia. Trovarsi nella noiosa situazione di pelare la classica patata bollente, provare a gustarsela senza bisogno di imprecare su possibili, deleterie, ustioni. E allora ci vai cauto, prendi tempo, tergiversi, la rimiri, soppesi le rotondità, fai dell’altro, ma intanto il filo di fumo continua ad alzarsi, ti richiama alle responsabilità, e i dubbi aumentano, i timori accrescono l’ansia. L’attesa rischia di appannare ogni tentativo di lucidità. Sarà dolce o amara? Decidi di essere onesto e confessare a te stesso che sì, sei partito con il piede sbagliato, che i presupposti erano negativi dal principio. Il guaio è che, mentre il tempo scorre, comincia a palesarsi un’imprevista possibilità di cambio di rotta.

Lo stesso sentiero che ha provato a percorrere con malcelato timore Chris Martin, la star della porta accanto, sempre pronta a dimenticarsi di adulazioni e applausi per crollare esausto di fronte alle insicurezze e alle temute zoppie in fase di scrittura. Gli era già capitato al principio della scalata del mondo, e c’erano volute le rassicurazioni dello zio Ian McCulloch, prodigo di carezze. Sono passati dieci anni da quelle notti trascorse a sbattere la testa contro la scrivania, poi la vita ha continuato a scorrere felice e fortunata, ma l’orologio ha sempre ticchettato inquieto nella testa di Martin. Quella voce gli è apparsa sovente in sogno: “E ora che facciamo? Continuiamo a vivere di rendita? Ci diamo un taglio? Come fare? Forse non ne sono capace. Cambia, cambia, cambia… “.
Mica facile muoversi leggero, petto in fuori tra contratti, aspettative e status. Negli ultimi due anni l’apparente positività di Martin deve aver percorso mille volte la strada tra salotto, cucina e camera da letto, calzando ciabatte di piombo. Vile è la speranza che non si tramuta in realtà. Ingiusto sentirsi come Charlie Brown timidamente alla ricerca del Paradiso, perennemente in lotta contro il mondo pronto a sbranarti, alla ricerca del male minore e del risultato di maggior prestigio. Meglio abbandonarsi all’infantile bisogno di una favola, mascherarsi da extraterrestre vilipeso ma poi vincitore, invidiato al fianco di una bella principessa, ma sempre preoccupato di non spezzare gli altri cuori.

Chris alla fine ha ceduto alle avances di un sano cerchiobottismo, ha preso coscienza di essere capace ma forse non così tanto bravo (lo sospettava), ha deciso per una prima, e anche abbastanza sostanziosa virata nella sua esistenza artistica, senza mai abbandonare una certa circospezione. Si è alfine lasciato andare nel vuoto, senza paracadute ma, diamine, almeno una rete di protezione l’ha pretesa. Va bene qualche stravaganza, a cominciare dal titolo, “Mylo Xyloto”, ma è anche bello, ogni tanto, sentirsi a casa, al sicuro, avvolti dal calore di migliaia di accendini e dai classici cori di approvazione. Alla fine niente è svanito dell’antica malinconica maestosità coldplayana, quell’alternanza di piani e forti, tra sospiri e ripartenze (“Up With The Birds”), controllato caos corale (“Don’t Let It Break Your Heart”), adagi per piano e voce (“Up In Flames”), folk da falò con propensione epica frenata (“Us Against The World”).

Ma intanto, sotto sotto, quasi di nascosto, Martin ha deciso di cambiare qualche carta in tavola, partendo dalla forma, sintesi del contenuto (a rimescolare un po’ di più quest’ultimo ci penserà, forse, la prossima volta): ed ecco le vesti elettroniche, fintamente ingenue, poco approfondite, scheletriche ma efficaci che addobbano la solita ballad “Every Teardrop Is A Waterfall”, con le chitarre a forma di cornamusa brevettate decenni orsono dai Big Country, il tappeto di vocine oniriche che accompagnano l’ormai usuale urlo liberatorio (il lascito più considerevole di tutta la musica pop degli ultimi 10 anni) di “Charlie Brown”, con gli archi di Brian Eno che allungano le corde vocali spezzate in coda da un gioco di armonici di Buckland.
Altrove la mascherata si fa più radicale: facile citare la chiacchierata partnership con le cosce (evviva!) di Rihanna, che pare un remix da balera di qualche dj tamarro, epperò produce uno stacco inatteso e alla fine neanche così traumatico. Ma il meglio arriva quando il gioco si fa duro sul serio, grazie alla tracotanza quasi alla Blur di “Major Minus”, con le chitarre acustiche impugnate con maleducata insolenza elettrica, o nella doppietta iniziale di “Hurts Like Heaven”, caleidoscopio multicolore dall’inaspettato ritmo sostenuto ma mai dimentico di un giro armonico efficace, e “Paradise” sorretta da un magniloquente arrangiamento orchestrale-elettronico tra stop e accelerazioni improvvise.

“Bene, bravo, bis”, si starà dicendo Chris di fronte allo specchio. Ma in cuor suo sa benissimo che il prossimo triennio sarà spesso insonne: che farà adesso? Cosa si aspetterà il popolo? Il duro lavoro dell’impiegato del pop. Che faticaccia essere Coldplay.

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