La luce sugli oceani – La recensione in anteprima (senza spoiler)

La luce sugli oceani (The light between the oceans) di Derek Cianfrance. Con Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz. Prodotto da Heyday Films, Reliance Entertainment, DreamWorks SKG, Participant Media. Distribuito da Eagle Pictures. Uscita in Italia: 8 Marzo

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Il melodramma è un territorio estremamente rischioso, ma ciò poco importa a Derek Cianfrance, 41enne regista americano, che torna a raccontare per la terza volta una storia di una coppia posta di fronte a duri eventi da superare: dopo l’apprezzato Blue Valentine (2010) e The place beyond the pines, in Italia Come un tuono (2012), La luce sugli oceani è invece un dramma storico di cui già le premesse non sono estremamente incoraggianti.

Tratto dal romanzo di M.L. Stedman, “The light between the oceans” è una storia strappalacrime che si ambienta dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, su un’isola australiana apparentemente dimenticata da Dio e dagli uomini. Qui Tom (Michael Fassbender), eroe di guerra, sarà il nuovo custode del faro e, nonostante abbia deciso di vivere questa vita di isolamento forzato per sfuggire dal doloroso ricordo della guerra, troverà inaspettatamente anche l’amore negli occhi della dolce Alicia Vikander.

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Accolto abbastanza freddamente dopo la presentazione allo scorso Festival di Venezia, se questa storia dovrebbe cercare nell’alchimia e nell’empatia per i due protagonisti il suo punto di forza si trova invece proprio qui il primo problema: da una parte il camaleontico Fassbender è in evidente disagio per tutta la pellicola, e dall’altra anche il personaggio interpretato dalla Vikander risulta più antipatico che altro, schermando qualsiasi possibilità di commiserazione da parte dello spettatore per il dolore della donna.

Il problema più grande della pellicola si trova però soprattutto nella generale messa in scena: le onde del mare, i primi piani sui protagonisti addolorati e sui loro pensosi e languidi sguardi, la colonna sonora da drammone composta da un poco ispirato Alexander Desplat, sono tutti fattori che creano un prodotto così classico e prevedibile da risultare anacronistico sia nella storia che nello stile. In aggiunta anche la durata della pellicola non aiuta, dando la sensazione di trascinarsi stancamente per tutta la sua parte centrale, per poi avere una soluzione finale inspiegabilmente frettolosa.

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Forse l’unica cosa che si salva sono le location, già di per sé incredibili ma dietro le quali il regista si scherma un po’: le condizioni atmosferiche tempestose rispecchiano abbastanza bene il tormento emotivo dei protagonisti, ma finiscono per essere più efficaci delle interpretazioni stesse.

Insomma, viene proprio da chiedersi come sia possibile che si sia sentita l’impellente necessità di adattare su schermo una storia così classica, in una maniera altrettanto canonica: le melassose pose da quadro vittoriano e gli insistenti tramonti sembrano provenire direttamente da un cinema antico, di cui sinceramente non se ne sente più il bisogno. Il risultato finale è quindi una pellicola vecchia come il target a cui si rivolge, composto principalmente da appassionate lettrici di romanzi rosa dal fazzoletto facile.

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