MARGHERITA VICARIO

di Cristian Barba

Attrice e cantautrice, la poliedricità come marchio di fabbrica e una carriera che procede su due binari non sempre paralleli.

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Margherita Vicario respira arte da quando è nata. I personaggi interpretati in tv l’hanno resa popolare, ma scrivere e cantare i suoi pezzi le dà maggiore libertà di esporsi in prima persona. Negli ultimi anni in realtà ha trascorso più tempo sui set che negli studi di registrazione, ma l’incontro con Davide DADE Pavanello e il passaggio a INRI potrebbero aver segnato una svolta.

Ciao Margherita. Nel 2017 hai pubblicato un singolo – La matrona – che avrebbe dovuto anticipare l’uscita di un album nello stesso anno. Poi cos’è successo?
Ho lavorato ad una serie tv che mi ha tenuta ferma 6 mesi e in più non ero sicura della mia condizione dal punto di vista discografico: ero un po’ sospesa nel nulla e non mi andava di affrontare l’uscita di un disco senza una struttura e una squadra dietro.
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Sia in Abauè che in Mandela sviluppi un approccio critico rispetto a temi di calda attualità. Senti una maggiore responsabilità o comunque una maggiore esposizione prendendo posizione su determinate questioni?
Sicuramente crescendo ho iniziato a sentirmi parte della società in un modo diverso rispetto a quando avevo vent’anni. Prendo posizione semplicemente perché racconto di sentimenti ed esperienze che vivo, senza una strategia o una volontà precisa. Semplicemente dico la mia: può essere sull’amore, su una sofferenza, su un affetto, su un amico, su un collega, su un amante o su un immigrato. Propongo una mia visione delle cose, che spesso è leggera ma dolorosa. E poi un po’ di traduzione della realtà in musica non fa male, lo so che non va molto di moda nell’itpop megaromantico super maschile, però ecco si può raccontare di tutto.

Abauè è stata una sorpresa. Al primo ascolto è quasi disturbante, dopo entra in testa e si fa fatica a smettere di ascoltarla. È un pezzo coraggioso e questo mi dà l’impressione che tra te e Davide DADE Pavanello si sia creato un rapporto di stima e fiducia reciproca. È così?
Assolutamente sì. A DADE piace sperimentare e muovere il culo sulla sedia mentre lavora. Io porto delle idee, lui ne porta altre. Mi sta facendo fare degli ascolti nuovi e abbiamo più o meno la stessa idea di intrattenimento. Non ci piace molto la musica “mastica e sputa”, bisogna essere contemporanei ma unici.

Hai raccontato la morte di un trap boy con tono tragicomico, proiettandola – grazie anche a Francesco Coppola – in universo culturale che la celebra con balli e canti. Credi davvero che a breve assisteremo al funerale della trap o è solo una provocazione?
Non lo so, tutto cambia molto velocemente, il mio era un sogno più che una provocazione. Mi sono lasciata andare a una specie di nenia trap – anche molto tragica nel prerit – che poi però viene esorcizzata da un canto africano. C’è di tutto in Abauè, l’elaborazione del suicidio di un adolescente attraverso un’altra cultura. Sono degli spunti. Io non so che succederà, forse mi sono esposta fin troppo, per me quella canzone ha molti significati, ma è inutile spiegarli uno per uno.

Nei mesi scorsi si è dibattuto molto su quanto sia giusto che gli artisti intervengano su questioni politiche. Tu hai lasciato intendere la tua opinione in merito con Mandela, un inno antirazzista in un momento storico in cui l’odio sociale di matrice xenofoba si diffonde facilmente (“perché sai non sembra ma qui c’è una guerra”). Come si combatte questa guerra?
Io la combatto così. È una forma di resistenza al brutto, al becero, all’ignorante. Ci sono modi e modi di dire la propria. Per me gli artisti devono fare esattamente come gli pare, chi pensa che un artista non debba esporsi è un cretino.  Gli artisti traducono la realtà, che sia una realtà interiore, personale o una realtà più sociale e collettiva. Poi scusa, può dire la sua un analfabeta su facebook e non può metterla in musica e in rima un cantautore?
Eh no, non me sta bene che no. (cit.)

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