Metti una sera con Matteo Gabbianelli dei kuTso: del più e del meno, del passato, del presente e del futuro…

Kutso
Di Manuel Saad

In occasione del Sun Meeter Fest abbiamo intervistato Matteo Gabbianelli, voce e leader dei kuTso, per farci raccontare come sta e come stanno andando le cose.

Come sta procedendo con il tuo ultimo album?

Il disco, “Che effetto fa”, è uscito a settembre dell’anno scorso e ora siamo in tour estivo che credo sarà l’ultima tranche promozionale. Per la band è stata una svolta importante visto che la formazione è cambiata totalmente. È una band che fa capo a me, alla Foo Fighters per intenderci.

Ho letto il tuo post “sfogo” su Facebook riguardo la formazione della band.

Sì. Bisogna esternare quello che si ha dentro per far capire meglio le cose. Quando successe la diaspora a me non andava affatto di pubblicizzarla perché non volevo dare luce a cose che non fossero il disco. Però, siccome mi sono arrivati feedback di gente che non ha ascoltato l’album solo perché è cambiata la band, mi è andata di traverso. Ti faccio un esempio estremo: quando i Guns ‘n’ Roses si separarono, lì il pubblico aveva ragione a decidere di staccarsi, ma per il semplice  fatto che tutti i membri dei Guns scrivevano. In questo gruppo, invece, sono solo io a scrivere e gli altri hanno un ruolo relativo al proprio strumento, ma il cuore di questo progetto, il nucleo, sono io. Se cambia il chitarrista, il bassista o il batterista, non cambia nulla. Ho una visione molto chiara di quello che voglio fare e di dove voglio andare, quindi ho capito che era il momento di fare quel post per chiarire.
Nel contempo siamo molto contenti perché abbiamo un sacco di date e devo dire che la band, ora, è veramente fica e siamo più forti di prima.

Stai scrivendo nuovo materiale in questo periodo?

Sì, e a settembre ci chiuderemo in studio. Ti faccio una rivelazione: sto scrivendo delle cose, ma sto ancora cercando di capire se voglio fare un qualcosa di parallelo con un altro nome oppure continuare con i kuTso. Questa scelta dipenderà dal feeling che sentirò a settembre, dopo questo tour.
Sento la necessità di far approcciare le persone alle mie canzoni in maniera diversa, senza aspettarsi qualcosa. Se non stai dentro questo progetto, se non hai la pazienza di voler capire e ascoltare, ti aspetti un certo mood dai kuTso e vuoi quello. Io, in realtà, sono poliedrico, come lo sono stati i dischi precedenti. C’era tanta roba dentro, tante sfaccettature, a volte anche opposte. Devo ancora capire se mantenere il nome o cambiarlo, mi è utile per far approcciare le persone alla mia musica in maniera diversa.
Ho notato che, sui social, abbiamo due tipi di pubblico: il pubblico su Facebook è totalmente legato al nostro passato, quindi anche se chiudessi la pagina, non cambierebbe nulla. Su instagram, invece, c’è tutto un pubblico nuovo che è arrivato con l’ultimo disco. Il pubblico nuovo è pronto a recepire materiale diverso.

Il pubblico su Facebook dici che ormai si è fossilizzato al passato?

Sì, o comunque devi svegliarlo in qualche modo per fargli capire le cose. È questo il motivo della mia incertezza su quale nome dare a queste cose. Non riesco a capire quanto è una parte e quanto è l’altra. Questo è un discorso basato sul fatto che non voglio sprecare le canzoni. Come tutti quanti, quando produco dei brani, quando faccio un disco, ci lavoro tantissimo ed è come se fosse un figlio. Buttarlo in un pozzo che nessuno vedrà mai, solo perché è in un contenitore sbagliato mi farebbe rodere, anche perché è la mia vita.
Devo capire, quindi, qual è l’opportunità migliore per dare una luce migliore alle canzoni. Tutto quello che faccio, lo faccio per le canzoni, nemmeno per me, solo per loro.

C’è stato un po’ questo problema, come dicevi tu, del pubblico che si è legato ai personaggi più che alle canzoni.

Senza sembrare auto celebrativo, ti dico che quando tu hai una personalità molto forte e una presenza scenica importante, quella presenza scenica sarà sempre più forte di una canzone.
Achille Lauro, senza tutto quel contorno, avrebbe lo stesso peso? Che poi, lui in particolare, ha fatto i numeri, come molti altri, proprio perché è successo qualcosa di diverso, adesso. C’è una generazione che si identifica in quello che sta accadendo, mentre nel nostro caso non c’era ancora questo grande movimento collettivo. Stava nascendo, ma io personalmente non ho mai assecondato nessun movimento. Se devo rimproverarmi qualcosa, sempre fino ad un certo punto, non essendo nella mia indole, non ho fatto “squadra”, non sono stato per forza amico di qualcuno e non mi faccio piacere cose che non mi piacciono.

Questo rientra molto nel discorso di avere una personalità forte.

Sì, anche se ha dei pro e dei contro. Se tu vedi, nei progetti che nascono, c’è sempre un riferimento o straniero o al passato italiano. Tutto ciò che esce ora è come se prendesse il testimone da qualcosa che c’è già stato. Questa cosa è importante comunicarla perché hai subito il consenso dell’establishment e la gente vede qualcosa che più o meno si ricorda e che più o meno riconosce. Io, invece, ho sempre negato e combattuto tutto questo. La nostalgia, il fascino verso ciò che viene da fuori. Ho sempre fatto un mio discorso che non è mai stato legato a niente. Mi dicono che ho la voce simile a quella di Ivan Graziani, ma non mi sono mai ispirato a Ivan Graziani.

Le persone hanno sempre avuto la necessità di incasellare ed etichettare ciò che vedono.

Esattamente, e ho capito che comunque questo nostro non voler essere etichettati ci ha portato a grandi difficoltà.

Possiamo, però, dire che questa è stata la vostra forza, essendo sempre stati qualcosa di diverso.

Sì e mi fa piacere sentirtelo dire dal punto di vista morale, ma non siamo stati premiati per questo.
Come quando ci fu l’intervista a Nanni Moretti, ai tempi dei girotondi, che criticava rifondazione comunista. Criticando Bertinotti diceva questa grande verità: “La gente applaude Bertinotti, ma vota Berlusconi.”. Tu, quindi, diventi un po’ Gesù che viene immolato e la gente cerca comunque la tranquillità e la sicurezza. Purtroppo non riesco ad essere Berlusconi.
Anche le cose che sembrano più originali, quando sono tanto acclamate è perché, comunque, continuano qualcosa. Che non è sbagliata come cosa, assolutamente, ma non mi appartiene. Non lo dico per sembrare chissà chi (ride, ndr).

La situazione musicale a Roma, come la vedi? È una città grande, quindi ci sono molte opportunità rispetto ad un paese. Ma questa grandezza può portare ad una dispersione?

In realtà, a differenza del mio progetto, credo che questo sia un periodo bellissimo. Per la prima volta c’è un mercato musicale, vero, italiano che non viene dalla televisione né dalla radio. Adesso si fanno trentacinquemila persone, quattro date ai palazzetti come se fosse nulla. Ricordo  quando Ligabue fece sei date nei palazzetti, ed era un evento. Adesso i Thegiornalisti fanno il Circo Massimo.
Il successo che stanno facendo i gruppi oggi, è molto più grande di quello che fece Vasco Rossi all’epoca.
Mi chiedo dov’era tutta questa gente prima! (ride, ndr).

Indubbiamente il fattore moda ha colpito anche il mondo musicale.

Sì, c’è anche quello. Ipotizzando: Se sei Ultimo, fai l’Olimpico e fai almeno cinquantamila paganti e la metà li hai regalati, sono sempre venticinquemila biglietti venduti fatti a vent’anni con il primo disco. È un momento bellissimo, di cui non faccio parte (ride, ndr), ma è comunque bellissimo.

Le major hanno cominciato a buttare l’occhio su queste realtà.

Sì, anche se non hanno avuto nessun ruolo se non di cominciare a distribuire soldi. La morte del mercato discografico ha fatto nascere il mercato discografico. Finalmente si è rotta questa bolla in cui ci veniva detto che c’era la crisi, che chiudeva tutto. Adesso la musica italiana è veramente un fenomeno.
È chiaro che, magari, su dieci concerti due sono fichissimi e otto no, ma in quei due dove fai ventimila persone…
De André, all’epoca, quando cominciò a fare i palazzetti, che poi non fece più perché tornò nei teatri, era un evento. E stiamo parlando di De André.
Stiamo attraversando un periodo veramente bello. Indubbiamente può piacerti come no, puoi pensare che alcuni siano venduti e che alcune cose sembrino plastica. C’è tutto dentro, c’è sempre stato.
Alcuni dicono “eh ma parla al venticinquenne!”. Quindi? Il venticinquenne di adesso che non è affatto inferiore rispetto al venticinquenne di trent’anni fa. Se facessimo questo ragionamento, gli uomini di Neanderthal dovrebbero essere i più fighi.
Io suono da tanti anni, e sinceramente non ricordo nulla del genere. C’erano grandi eventi, ma non c’è mai stato un movimento come quello di ora.
Anche io sono cresciuto molto e vedo un più nella mia carriera, ma indubbiamente se ti rapporti a numeri grandi, rimani un po’ così. Ma va bene così, anche perché non puoi evitare di essere te stesso.
Tornando al discorso di Roma, invece, ti dico che è la città più forte, secondo me. Diventa dispersiva nel momento in cui non ti circondi di persone giuste che ti seguono e che cercano di creare una rete intorno a te di contatti.

Cambiando totalmente argomento: l’esperienza sanremese, com’è nata?

Noi abbiamo fatto il primo disco, “Decadendo (su un materasso sporco)”, nel 2013. Siccome conosco Alex Britti da tanti anni perché le nostre famiglie si conoscevano, gli ho chiesto se poteva mettermi delle chitarre in un pezzo. Lui collaborò e poi finì lì. Avevo il disco pronto ma non sapevo con chi sarebbe uscito perché stavamo rompendo con l’etichetta dell’epoca, la INRI. Un giorno, poi, Britti mi chiese se avessi un pezzo per Sanremo. Ovviamente risposi di no, anche perché non avevo mai preso in considerazione Sanremo. Poi pensandoci bene, gli dissi “Elisa”, che avevo già prodotto per il primo disco ma che fu sostituito con “Marzia”. Successivamente, dopo non averlo più sentito, Alex, a ridosso di Sanremo, mi chiamò e mi chiese di fare un video in stile kuTso, con delle maschere. Faccio il video e mando il tutto tramite la sua etichetta e ci prendono.
Prima di Sanremo, i direttori artistici si incontrano con tutti i musicisti di cui hanno bisogno e a tutti promettono di inserirlo in gara. Anche un Toto Cotugno, prima dell’ultima notte, è capace che tolgono dalla gara, per via di incastri televisivi, spinte, etc. Può succedere di tutto e tra i big c’è una lotta pazzesca.
Alex venne a sapere che non avrebbero partecipato Elio e le Storie Tese, e al programma serviva un elemento eclettico. A quel punto fece il nostro nome e ci scelsero.
È stata un’ottima esperienza che non rinnego assolutamente.

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