Giulia Lorenzoni presenta “The Monk”

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ph. Giacomo Mearelli

Ciao pubblico di Musica Zero Km, sono Giulia Lorenzoni, cantante e cantautrice e vi parlerò del mio nuovo progetto “The Monk”.

Ciao Giulia, Come nasce questo progetto?

Il libro “The Monk” nasce da uno studio folle su tutto ciò che riguardasse il mondo di Thelonious Monk. Ho letto molti libri sulla sua vita, ma soprattutto l’ho inseguito in tutto il mondo durante i suoi tour ed ho letto e studiato tutti gli articoli che parlassero dei suoi concerti. Inoltre, cosa fondamentale, ho contattato tantissimi storici del jazz per sapere se avessero materiale su Monk da farmi consultare e qui ho avuto la risposta fondamentale del grandissimo Adriano Mazzoletti, che, grazie al suo grandissimo archivio di materiale inedito, mi ha dato una grande mano. Il progetto “The Monk”, quindi nasce dal libro, e il 16 novembre al Load di Roma diventerà uno spettacolo che verrà registrato in un vinile.

Thelonious Monk era un artista molto particolare, cosa volete trasmettere al pubblico “raccontando” la sua musica?

Innanzitutto, Thelonious Monk ha trasmesso molto a me, da questo vorrei partire per trasmettere al pubblico ciò che io ho appreso dalla sua vita, dalla sua storia. Proprio da questo è nata l’esigenza di una comunicazione totale fatta di parole, teatro e musica. Lo spettacolo è una serie di spot, di piccoli aneddoti, di una serie di interpretazioni della realtà, inventati sì da me, ma comunque fedeli al suo pensiero, che vorrei portassero il pubblico a leggere il mio libro e, soprattutto, ad ascoltare la musica di questo artista.

A proposito di Monk, egli era un fenomeno imprevedibile, ci sarà spazio per l’improvvisazione anche nello show?

Assolutamente sì! La musica jazz dà ampio spazio all’improvvisazione. Nello show troverete sul palco me e il pianista Tobias Nicoletti, con il quale si creerà un dibattito artistico più unico che raro.

È cambiato qualcosa nel tuo modo di fare musica dopo che hai approfondito lo studio del jazz per scrivere “The Monk”?

In realtà nasco dal jazz e ho sempre approfondito questo mondo. Monk è l’artista che, da sempre, più mi ha colpita: mi ha comunicato una grande forza soprattutto dal punto di vista della scrittura, che trovo tutt’ora visionaria.

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ph. Giacomo Mearelli

Musica, scrittura e recitazione: 3 passioni distinte che sei riuscita, già anche altre volte, a racchiudere in un solo progetto, è questo il tuo “sogno d’artista”?

Sì, il mio sogno d’artista è questo. Innanzitutto, vorrei vivere della mia musica e sono contento che la strada si stia finalmente aprendo e stia riuscendo in questo mio intento. Tornando a “The Monk”, mi piace dirvi che questo, in realtà, era il primo progetto di teatro-musica che io volevo portare già l’anno scorso, solo che nel frattempo, per esigenze emotive, è andato in scena prima un altro progetto che si chiama “La Valigia”, nato dal mio libro “Una valigia di perplessità”, che stato in tour per più di un annetto, e da questo progetto inaspettato è nato il vinile “La Valigia”. “The Monk”, in realtà quindi, era già pronto da tempo…

Perché a detta di molti il vinile è l’unico formato degno di ospitare dei lavori jazz?

Credo che sia più un’esigenza economica che di genere. La musica è da sempre vittima di pirateria e “piratare” un vinile è una cosa strana perché questo supporto è prima di tutto un oggetto che porta con sé una miriade di significati prima che un disco. Di fatto, nel 2019 il vinile è quasi un’esigenza artistica. Anche il mio “La Valigia”, per mia decisione, non è stato caricato su alcuna piattaforma di streaming. Per ascoltarlo devi venire a teatro e, se poi ti sarà piaciuto, allora comprerai il vinile. A mio parere, è un ottimo metodo per riportare gente ad ascoltare musica dal vivo.

Il tuo rapporto con “Love More Nation” di Giampiero Turco e Mariagrazia Finocchi…

L’incontro con Giampiero Turco e “Love More Nation” avviene circa un anno fa ed è abbastanza incredibile pensare che in due anni abbiamo già pubblicato due libri, registrato un disco e il 16 novembre al Load District registreremo il secondo disco.

Quindi ci vediamo il 16 novembre…

Sì, l’appuntamento con me e Tobias Nicoletti è proprio il 16 novembre al Load District di Roma in Via Dei Durantini, 90 con apertura cancelli alle 20 e inizio concerto alle 21. Free entry. Non avete scuse, vi aspettiamo!

Potete guardare l’intera intervista video qui sotto:

IRENE GHIOTTO È “SUPERFLUO”!

Di Manuel Saad

Irene Ghiotto_photo session_02Irene Ghiotto è un vulcano di energia, una bomba all’idrogeno pronta ad esplodere. Nel suo nuovo album, “SuperFluo”, c’è tanta rabbia e tanta voglia di riscatto personale. L’abbiamo raggiunta per farci raccontare com’è riuscita a veicolare quest’energia nel modo giusto.

Ciao Irene, il tuo “SuperFluo” è pieno di venature, di percorsi. Qual è stato, invece, il percorso che hai intrapreso per arrivare ad avere tra le mani quest’album?

Ciao! Questa è stata letteralmente una crescita personale. Una crescita indirizzata verso l’indipendenza dalle persone che amo, difficilissima da ottenere. Mi è servito vivere da sola, sentirmi sola e spostarmi nel mondo da sola. Mi sono resa conto che non mi muovevo senza qualcun altro. Questo è un disco in cui cerco, nella mia età matura, di essere  il più indipendente possibile e di perseguire una felicità, una realizzazione, che sia solo mia e non appoggiata ad altri. Tutto intorno questo discorso c’è tanta rabbia derivata dall’incomprensione della mia complessità. Non sono arrabbiata con il mondo per questo ma con me stessa. L’effetto che ho avuto nella realizzazione del disco, però, non è stato quello di semplificare ma quello di spingere questa complessità.

Come mai questo titolo?

Non sono mai stata brava nella scelta dei titoli, tanto che il mio primo EP non aveva titolo.
Questa volta è stato diverso. Mi sto per laureare in Filologia Moderna e studiando per un esame di letteratura polacca, leggendo degli scritti di analisi critica, mi rendo conto che il tipografo per scrivere “superfluo” era dovuto andare a capo troncando la parola e io lessi “superflùo”. Quell’errore di lettura mi aveva fatto capire che spostando l’accento prendeva tutto un altro sapore. Mi ci sono ritrovata subito.
HO subito pensato ad un discorso di duplicità dell’anima che io sento di avere.

È difficile raccontare l’universo femminile attraverso la musica?

Non è difficile per me, in quanto femmina e quindi ascolto quello che sono. Forse il difficile sta nel rappresentarne la complessità – non che l’universo maschile non lo sia – e, anche, trovare il giusto linguaggio che mi inglobi completamente. Quando faccio un qualcosa, mi ci riconosco nel momento in cui l’ho fatta ma il giorno dopo già sono diversa.

Intendi una sorta di continua crescita?

Sì, esatto. Un’evoluzione continua che però rischia di cambiare la tua visione su quella cosa. Con il passare del tempo ti accorgi che molte cose erano rappresentative per te, prima. Quello che mi piace molto di questo disco è che mi ci rivedo ancora, nonostante mi senta già diversa. Sta “camminando” con me ma, come con tutte le cose, lo dovrò lasciar andare. Ed è anche questo il bello: la caducità.

Qual è stato il brano con il quale hai “lottato” di più e quello che invece è uscito subito, di getto?

“Le cose” è uscito subito. È sintetico, è corto e dice l’essenziale con molta forza.
Il brano che mi ha fatto imbestialire per la costruzione che c’è dietro è stato “Assurdità”. Infatti è assurdo!
Mi ero messa in testa l’idea che volevo definire l’assurdo. Definirlo testualmente ce la si può fare. Musicalmente è stato difficilissimo. Questo perché anche io cerco di riportare tutto al mio orecchio e ai miei canoni, e in questo lavoro che ho fatto, ho cercato di creare un nuovo canone, sempre con modestia (ride, ndr).

L’album si chiude con il brano “Le cose”. Un brano quasi sussurrato che successivamente esplode in una dolcezza orchestrale. Quali sono le cose e le parole che ti fanno star male?

Sicuramente non quelle che non capisco perché mi aiutano a crescere. Le parole che mi fanno stare male sono quelle dette per ferire, che non hanno un principio di evoluzione nella dialettica. Capita di riceverle e anche di dirle. Tutti siamo bestie e un po’ stronzi. Paradossalmente lo siamo con le persone che amiamo di più. Gli schiaffi in faccia più forti li ho ricevuti dalla famiglia. Se mio padre mi dice qualcosa, senza far attenzione, mi offende di più rispetto a qualcun altro.
Le cose che mi hanno fatto più male, invece, sono quelle che ho dovuto lasciare. Ho vissuto per sette anni in una casa in affitto. Mi ci sono affezionata tantissimo. Ogni volta che devo abbandonare qualcosa, mi rendo conto che gli ho messo dentro una storia e quando ho dovuto dire “ciao”, è stata tosta. Più che essermi portata le cose dentro alla mia vita, ho lasciato un po’ di me nelle cose che sono rimaste.
È la cosa più difficile ma questo ti rende libero dentro.

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Personalmente, ho trovato un altro tema in quest’album. L’empatia, l’essere empatici.

Tu mi stai prendendo per quello che sono veramente. È una cosa strana che tu l’abbia colta nei pezzi. Ti ringrazio perché non è scontato. Anche tu sei empatico e questo vuol dire che empatizzi con la mia empatia. Sono così empatica tanto da soffrire per questo. Non credo di aver scritto canzoni come inni all’empatia, ma credo di esserlo io. La parte brutta è che soffri tu, tantissimo, per le situazioni che vedi negli altri. Soprattutto se gli altri non te lo dicono, ma tu lo senti.
La cosa positiva è che l’empatico è apertissimo agli altri e per me la relazione tra gli esseri umani è fondamentale per la mia musica.
Quindi sì, c’hai beccato!

Stai pensando a qualcosa per i live? Come saranno strutturati?

La novità è che sarò totalmente in piedi, come una femmina potente e arrabbiata! Un approccio completamente nuovo in quanto nei miei live ho sempre suonato il piano o, male, la chitarra. Ho sempre avuto uno strumento che mi separava dal pubblico. Non mi sono mai consentita quella sicurezza di potermi muovere col mio corpo. Ho fatto molta danza da bambina ma ho avuto sempre qualche timidezza e l’ho abbandonata proprio perché sentivo di non riuscire ad esprimermi appieno con il corpo.
Mi rendo conto ora che mi trovo nel momento più florido della mia vita, come donna, come essere umano, che è proprio questo a rendermi più sicura a stare sul palco con il mio corpo, con la mia sensualità e con i miei gesti molto maschili. Il femminile e il maschile insieme.

Quanti sarete sul palco?

In questa prima parte del tour che faremo nei club più piccoli, saremo quattro anche se, in realtà, la formazione perfetta sarebbe otto. Ma per via di budget e di spazio fisico, abbiamo ridotto il numero.
All’inizio pensavo sarebbe stato molto difficile suonare il disco bene in quattro, ma mi sono ricreduta.
A tutti noi piace questo disco e lo suoniamo super spinto anche perché c’è davvero tanta chimica tra di noi. C’è molta intesa e ci riconosciamo l’uno nell’altro.

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FLOWING CHORDS

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Un pò di curiosità sul progetto corale nato alla Saint Luis College of Music

di Manuel Saad

“Flowing Chords” è il nome del progetto corale composto da 30 elementi, nato nel 2016 al Saint Louis College of Music e diretto da Margherita Flore. I brani proposti spaziano dall’R&B al cantautorato e all’universo pop, proponendoli in un linguaggio dinamico, moderno e fresco.
L’abbiamo intervistata per farci raccontare cosa vuol dire dirigere ed essere all’interno di un coro.

“Flowing Chords”. Come mai la scelta di questo nome?

Durante la ricerca del nome i ragazzi volevano che al suo interno vi fosse un riferimento alla mia persona, sebbene la cosa mi mettesse un po’ in imbarazzo. Quindi partendo dalla prima parte del mio cognome (Flore – Flo-) abbiamo pensato a qualcosa che fosse comprensibile anche all’estero e che riassumesse il nostro assetto corale, e cioè una ricerca di fluidità nello scambio tra le sezioni.

Come sei diventata direttrice di un coro?

In realtà per necessità perché i Flowing Chords sono nati come un progetto di sperimentazione per la mia iniziale idea di tesi di laurea in Composizione di Musica da Film al Saint Louis College of Music. Presso l’università mi sono avvicinata all’idea di coro frequentando il corso di Coro Pop tenuto al M° Diego Caravano, da lì mi sono appassionata alle sonorità ed alle diverse soluzioni vocali imitative degli strumenti; così ho radunato un po’ di studenti miei colleghi e si è sviluppato un progetto a cui ci siamo appassionati insieme. Mi sono trovata ad essere direttrice perché quelli che cantiamo sono tutti arrangiamenti che scrivo io, ma la direzione spesso ha una natura un po’ scambista almeno tra di noi.

Come si riesce a gestire un’orchestra di voci di circa 30 elementi?

Riusciamo a gestirci perché siamo in tanti a partecipare attivamente. Per ogni sezione c’è un capo che si assicura della gestione interna della pulizia delle parti, delle comunicazioni ed organizzazioni per turni in studio. Abbiamo chi si occupa dei social, dei video e del montaggio del materiale, degli outfit e dell’organizzazione per le trasferte. La suddivisione dei compiti è necessaria per l’avanzamento del progetto: tutti i piani di lavoro vengono affrontati e programmati insieme. Siamo molto coesi anche dal punto di vista personale, questo è molto importante. Tra noi c’è un rapporto molto obliquo, assolutamente non verticale, anche perché molte soluzioni a livello di suono si trovano cercando in prova. Ho molta stima per ognuno di loro, abbiamo fatto tante cose che negli anni ci hanno unito molto: c’è capitato di fare turni di registrazione da 18 ore, di cantare coi geloni ai piedi, di improvvisarsi coreografi per videoclip, di tornare dopo lunghe giornate di lavoro nella tormenta bucando ruote, di dormire in 30 in condizioni estreme (e questo succede spesso). Ma c’è da dire che per noi il Natale non viene soltanto il 25 Dicembre.

Come funziona la collaborazione tra un coro e un artista esterno (Davide Shorty, Ainé, etc.)?

Tutte le collaborazioni che abbiamo fatto fin dall’inizio con gruppi o artisti ci hanno ogni volta migliorato e mostrato una modalità di lavoro diversa. Generalmente, stabilito il primo contatto con l’artista o il programma, mi occupo io dell’arrangiamento producendo un provino da far ascoltare al collaboratore e in un tempo relativamente stretto procediamo poi alla concertazione con il coro per prepararci poi alla registrazione o al concerto. I progetti esterni di solito sono tutti a corto raggio, per questo portano sempre ad un miglioramento immediato.

La scelta dei coristi come avviene? In genere, per far parte di un coro non vengono richieste particolari tecniche vocali. È realmente così?

Per quanto mi riguarda la priorità è l’attitudine all’ascolto, la capacità d’adattamento ritmico, buona lettura e ironia. Non facciamo provini: di solito i nuovi vengono invitati alle prove e sono sentiti dai capisezione. La nostra attività è molto intensa, richiede impegno, presenza e disponibilità. Al momento non stiamo cercando nuovi elementi, ma non si sa mai.

MARCO CAROLA

a cura di Carlo Ferraioli

Una storia di stili e successi che hanno reso un DJ volto ed emblema di un party

Music On sta a Marco Carola come divertimento sta ad Ibiza. L’artista napoletano, classe ’75, non ha mosso i suoi primi passi in Spagna, ma possiamo stare certi del fatto che proprio lì sia avvenuta la sua definitiva consacrazione quale blasonato disc jockey internazionale. Carola infatti mette la palla al centro a cavallo degli anni novanta, registrando ben due album (The 1000 Collection, One Thousands, 1998; Fokus, Zenit, 1998) e producendo svariati EP in collaborazione con personaggi di spicco dell’elettronica mondiale: pensiamo al rapporto con Sven Väth, Adam Beyer e Richie Hawtin.

La sua connotazione, inizialmente, propende per una techno più pura e meno house, ma mai priva di accorgimenti che rendono – e continueranno a rendere poi per tanti anni ancora – le sue feste dei veri e propri momenti di libido musicale. Un dolce martello che affabula corpo e anima fino al mattino, senza nemmeno rendersene troppo conto. Col passare degli anni Carola avverte l’esigenza di spendersi professionalmente anche nelle sfaccettature più vicine a quello che è il suo istintivo bisogno di fare, creare e pubblicare musica; così arrivano altri tre album, dal 2001 al 2011: Open System, Question 10 e Play It Loud!. Di questi, solo l’ultimo è edito da un’etichetta diversa da Zenit, che sarebbe la Minus.

Durante il Sunwave Festival di Mamaia, in Romania, il 44enne ha tenuto caldo il suo posto dietro la console per ben 25 ore di fila, attrezzandosi anche con un ventilatore per via del gran caldo. Uno dei suoi particolari pregi è proprio la resistenza.

A questo punto ha già iniziato col passare da uno stilema, musicalmente parlando, più crudo ad uno più soft e morbido. Non si parla più infatti di vera e propria techno, quanto più di minimal e tech-house. Proprio l’ultima riesce a trasmettere di Carola una delle parti meglio riuscite della sua intera carriera da DJ: il fantastico progetto musicale Music On.
Nato a Napoli e presto trasferitosi in Spagna, proprio ad Ibiza, l’isola dei sogni, il Music On esprime a pieno la voglia di party e di fare festa come altri pochi concept avevano fatto prima. Con Carola, DJ resident dal 2012 al 2018 presso l’Amnesia, questo momento di spensieratezza, evasione e fuga dalla realtà si sovrappone quasi del tutto all’immagine stessa di un producer che è riuscito a trasformare una “semplice” festa in attimi di delirio, musicalmente parlando e non. La location del party, fra le altre cose, ha cambiato abito da quest’anno, trasferendosi al Pacha: il locale, acquisito da poco da proprietà asiatica, ha voluto fortemente la festa riuscendo a strapparla ai cugini dell’Amnesia per svariati milioni di euro. Non possiamo non riconoscere quindi Marco Carola come uno degli artisti più quotati ed influenti dell’attuale scena mondiale, così come bisogna però dare atto a tutti coloro i quali hanno visto nel change dell’artista una (per così dire) svendita musicale: critiche giunte soprattutto dalla terra madre. Ma poco importa, ballare per credere!

BILLIE EILISH

di Francesco Nuccitelli

Famiglia di artisti e artista precoce

Billie Eilish Pirate Baird O’Connell, o meglio nota come Billie Eilish, è nata e cresciuta ad Highland Park, in una famiglia da sempre devota allo spettacolo in tutte le sue forme. Dalle chiare origini scozzesi e irlandesi, la giovane cantautrice ha iniziato a scrivere canzoni in tenera età (quando aveva 11 anni per la precisione).

Giovane donna dal cuore d’oro

Billie Eilish, oltre ad essere una giovane artista di grande talento, ha dimostrato di avere un cuore grande e generoso. Recentemente, infatti, la ragazza ha donato i proventi di un suo concerto ad una associazione legata alla difesa dei diritti delle donne.

“Ocean Eyes”: il primo grande successo “condiviso”

Il primo e incredibile grande successo è arrivato prestissimo. Già nel 2016 la giovane Eilish ha iniziato a scalare le classifiche con la canzone “Ocean Eyes”, brano scritto dal fratello.
Il singolo, in poco tempom ha superato traguardi molto importanti tra stream e views sulle varie piattaforme online. Parliamo di più di 80 milioni di views su YouTube ed oltre 200 milioni di stream su Spotify.

Grandi influenze musicali

Diverse sono le influenze musicali per la giovane cantautrice, tra quelle più citate troviamo la cantante Lana del Ray, i Beatles e i Green Day. La sua fonte di ispirazione primaria, però, rimane sempre il fratello maggiore.

Tredici ragioni per due belle canzoni

Il connubio musica e cinema è sempre molto interessante e ha già interessato anche la carriera della giovane artista. Infatti, due tra i suoi brani, sono stati scelti come colonna sonora delle prime stagioni di “13 reasons why”, una delle serie targate Netflix. Le canzoni in questione sono: “Bored” e “Lovely” (quest’ultima feat. Khalid).

STEFANO FAVERO

Un professionista della musica a 360°

di Alessio Boccali

Ciao Stefano, mi piacerebbe ti presentassi da solo…
Va bene. Sono una persona di 55 anni che da 35 fa sempre lo stesso lavoro. Dopo i primi tre anni trascorsi in una piccola radio privata che copriva tre province, sono approdato al gruppo editoriale per il quale ancora lavoro. Mi sono occupato inizialmente di copywriting per la pubblicità, poi ho alternato l’attività di speaker a quella di produzione di programmi radio per altre emittenti. Dal 1990 mi occupo di rapporti con le case discografiche e, dal 2000, questo è stato anche il collante fra radio e il tour Festival Show per il quale coordino l’intera parte artistica.

L’importanza della figura del “professionista del settore”: secondo la tua esperienza, quanto e come è percepita dagli artisti questa essenzialità nell’epoca in cui si accede facilmente a tante cose (la maggior parte delle volte nel modo sbagliato) attraverso la tecnologia?

È una domanda che andrebbe rivolta a loro. Pur non essendo nella testa degli artisti, negli ultimi tempi ho avuto spesso l’impressione che essi siano come ‘disorientati’. Mi riferisco agli artisti reali, quelli che  hanno curriculum, pubblico e produzioni consolidate. Probabilmente sono persone che, concentrate sulla loro arte, poco sanno o fanno per sapere quello che succede nel mondo esterno (social, piattaforme digitali, ecc.). Sicuramente sono coscienti che qualcosa, lì fuori, non è più come vent’anni fa. Per quanto riguarda le nuove leve, cioè la miriade di presunti artisti che vengono creati dai contenitori televisivi, sono figli di questa generazione e quindi immagino si trovino a loro agio nella confusione dell’eccesso di informazioni che i media attuali consentono di trasferire a tempo zero.

Negli ultimi tempi abbiamo sentito di parecchi concerti annullati, nei fatti, per mancanza di pubblico e di parecchi sold out fake (non effettivi). Perché tutto ciò? C’è sempre il classico effetto “Bene o male purché se ne parli…”?

Sono stato testimone diretto di questo fenomeno che, a ben guardare, non è proprio solo riferibile agli ultimi tempi. Secondo me si è cercato di trasporre sugli eventi live quanto già si fa da qualche decennio sulla vendita dei dischi. Chi produceva dischi ne comprava una certa quantità per far salire il titolo nelle classifiche (clamoroso il caso dell’album “Tabula rasa elettrificata” del C.S.I. andato al numero uno) con l’obiettivo di mostrare al pubblico che quello era un disco che bisognava comprare. Lo stesso si fa con i concerti: mi è capitato di regalare al pubblico delle radio anche 300 biglietti per un live. È ovvio che questo riempimento forzato, per esempio di un palasport, può funzionare per un po’ ma non per sempre. Alla base dev’esserci comunque un artista credibile e/o delle canzoni che piacciono. Comunque sì, il “bene o male purché se ne parli” è sempre un concetto valido per il marketing, che si vendano detersivi o musica.

Ho letto tanti tuoi post sui sociali e devo dire che sei veramente geniale. Naturalmente, per il mestiere che faccio, quello che mi ha colpito di più è di un pochino di tempo fa e riguarda i consigli, più o meno ironici, che daresti agli emergenti. Te lo ricordi?

Poveretti, gli emergenti. A volte scrivo anche battutacce pesanti su di loro ma è come battere la sella per non battere il cavallo. Gli emergenti non conoscono nulla del mondo in cui stanno muovendo i primi passi. Il primo consiglio che mi sento di dare loro è che avrebbero bisogno di conoscere il significato di puntualità, di umiltà e di consapevolezza. Consapevolezza che nessuno regala loro nulla. Purtroppo, non appena vedono cento ragazzine che li aspettano ad un meet & greet o ad un instore, credono di essere diventati delle star. Sono, invece, solo degli strumenti che servono a far guadagnare qualche soldino alla major per cui lavorano. Major che, appena finito il “lavoro” con l’emergente X, abbandonerà questo per dedicarsi all’emergente Y, e così via.

Per finire, domanda da un millione di dollari. Quando si parla di musica, festival, eventi… rimpiangiamo e allo stesso tempo ammiriamo (quasi sempre e solo) tutto ciò che viene organizzato al di fuori dei confini italiani. Cosa ci manca di più: il denaro, il coraggio, o il senso della realtà per cui tutto ciò che viene fatto all’estero è migliore?


Non è vero che tutto ciò che viene fatto all’estero è migliore. Abbiamo strutture, risorse umane e creatività esattamente come le hanno nel resto del mondo. Quello che, purtroppo, abbiamo in più rispetto agli altri, è la mancanza di meritocrazia. Faccio un esempio: “ti porto l’artista internazionale del momento a Sanremo ma tu mi devi prendere fra i giovani in gara il nome che sto producendo”. Da buon italiano posso capire questi “accordi” per un evento nazionale come Sanremo. Mi fa ridere però quando queste cose si verificano alla sagra della pecora di Perdasdefogu. Non so nemmeno se esista e chiedo scusa agli amici sardi, ma era per farmi capire.

SICK LUKE & MECNA

Visitate la nostra “Neverland”, non vedrete l’ora di tornarci!

di Alessio Boccali

Un incontro che ha dato vita a un’altra dimensione: l’isola che non c’è – la Neverland da cui il titolo dell’album – dal punto di vista geografico, ma che Sick Luke e Mecna sono riusciti a edificare unendo i loro stili e le loro peculiarità artistiche. Una collaborazione interessante nata tra uno dei più prolifici producer italiani e una delle voci più riconoscibili del “cantautorap” italiano e che si è sublimata in un album impreziosito da due storici collaboratori e amici di Luke e Mecna, ovvero, rispettivamente, Valerio Bulla e Alessandro Cianci.

Ciao ragazzi, com’è nata questa collaborazione?

(Mecna) Ci siamo scritti su Instagram a fine 2018 e ci siamo subito trovati; avevo chiesto a Luke di inviarmi dei beat per poter collaborare in un pezzo e, infatti, tra quei beat c’era quello di “Akureyri” il nostro primo singolo insieme. Un esperimento andato molto bene. Quando poi ci siamo visti dal vivo, abbiamo portato io il mio musicista (Alessandro Cianci) e Luke il suo (Valerio Bulla) e abbiamo lavorato assieme a questo progetto.
(Sick Luke) Sì, ai tempi di “Akureyri” non c’era ancora l’idea di fare un disco insieme; quel pezzo nasceva perché entrambi avevamo voglia di sperimentare. Posso dire che Mecna è stato il primo artista, che fa roba totalmente diversa dalla mia, con cui ho collaborato (poi sono arrivati gli PSICOLOGI, Marïna, ecc.). Poi, dai, un aneddoto posso raccontartelo: per i beat gli ho chiesto 10k, lui non ce li aveva e allora adesso è costretto a farmi grafiche per tutta la vita (ride, n.d.r.).

Di questo titolo “Neverland” che cosa mi raccontate?

(M.) “Neverland” è l’isola che non c’è, o meglio non c’era finora. Questo disco è una cosa diversa da tutto quello che c’è in giro: un’isola che ora, grazie a noi, c’è.
(S.L.) “Neverland” è frutto della voglia di creare una dimensione diversa, che poi è quello che cerco in ogni mio lavoro. Con Mecna ho intrapreso un viaggio verso una mèta utopica, che appena visitata (ovvero alla fine dell’ascolto), non vedi l’ora di rivedere.

(Per Mecna) Nelle tue canzoni emerge sempre un perfetto mix tra atmosfere raffinate, studiate e testi mai banali, che spesso hanno bisogno più di un ascolto per essere compresi fino in fondo. Anche in questo ultimo lavoro c’è questo tuo marchio di fabbrica, ma la cornice sembra essere molto più popular…

(S.L.) Posso rispondere anch’io? (ride, n.d.r.) Da quando Mecna si è messo a collaborare con me, la gente pensa che sia diventato commerciale. In realtà, che cosa vuol dire “commerciale” oggi? Io faccio musica popolare, che arriva alla gente, pur non facendo pop e questo lavoro con Mecna è popular proprio in questo senso.
(M.) Non sono mai stato paladino dell’hip hop o del rap a tutti i costi, anzi fin dai miei primi demo ho sempre cantato quando volevo cantare e usato basi molto melodiche. Per quanto riguarda i testi, ho imparato nel tempo a non farmi tanti problemi riguardo al mio stile perché, in fin dei conti, scrivendo stavo parlando di me, stavo raccontando la mia vita. Creare questo cortocircuito con Luke poi mi ha fatto impazzire: abbiamo creato un nostro micromondo, che non si può definire con un genere, in cui entrambi siamo rimasti gli stessi.

Le etichette sono inutili. […] Le cose spesso sono molto meno studiate di quanto si pensi, semplicemente nascono da quello che hai voglia di suonare in quel momento.

(Per Sick Luke) Possiamo dire che sei stato quello che ha portato la trap in Italia?

(S.L.) La trap già c’era in Italia, la faceva Bello Figo Gu. Scherzo, è solo un bufu (ride, n.d.r.). Seriamente io mi sono ritrovato con i ragazzi della Dark Polo Gang a fare della musica che prima in Italia non si ascoltava; inizialmente provavo ad imitare i beat di Gucci Mane, ma non ci riuscivo e allora ho inventato qualcosa di mio, che in realtà è un mix di dark, di vapor… ma non voglio dargli un’etichetta perché poi i miei beat e i pezzi che ne sono nati sono tutte cose differenti, creano tutti atmosfere diverse. Le etichette sono inutili. Mecna spesso lo definiscono indie…
(M.) Esatto! Anch’io odio le etichette. Le cose spesso sono molto meno studiate di quanto si pensi, semplicemente nascono da quello che hai voglia di suonare in quel momento.

(Per Mecna) Non a caso non ti senti un rapper e in un pezzo del disco lo canti “Io più che un rapper sono particolare, dentro le mie parole voglio farti nuotare…” e poi aggiungi, in un altro brano, “Non fare un disco se non stai soffrendo…”… ok, non mettiamo etichette, ma tutto ciò, soprattutto l’ultima frase molto alla Tenco, ti avvicina al cantautorato…

(M.) Sì, è da un po’ che mi dicono questa cosa del cantautorato e dalla famosa citazione di Tenco nasce proprio il pezzo che mi hai segnalato. Probabilmente sono più un cantautore, è vero, ma vado pazzo per i suoni urban e per le atmosfere che creano. Poi, certo, nella scrittura sono sempre molto introspettivo e questo mi riporta al cantautorato.

(Per Sick Luke) Come mi commenti questa nuova importanza riconosciuta – finalmente – ai producer?

(S.L) Era una situazione vergognosa quella del producer in Italia, io ho fatto me stesso, non ho creato un personaggio, eppure da me e da chi come me ha cominciato a fare un certo tipo di musica è partita la rivalutazione di questa figura. Da noi il producer era visto come il nerd che lavorava nell’angolo muffoso di una saletta, ora invece io sono una star.
(M.) Io ho sempre cercato di dare importanza ai miei producer, ma non è mai stata una cosa scontata. È vero quello che dice Luke, io da ascoltatore e da artista molto nerd mi vado sempre a cercare chi ha prodotto cosa, ma nell’ascoltatore medio questo meccanismo non si attiva quasi mai. Oggi, grazie a questa nuova importanza data ai producer, si creano delle connessioni super-stimolanti.