Irene Grandi: “Con questo disco ho ripreso la mia carriera”

Di Francesco Nuccitelli

25 anni di carriera festeggiati con una bellissima raccolta. Irene Grandi è tornata con un album diviso in 3 capitoli: il capitolo 0, intitolato “Inedita” e che contiene 5 brani inediti tra cui “I passi dell’amore” il primo singolo estratto; il capitolo 1, dal titolo “Insieme” che vede tanti meravigliosi duetti (Stefano Bollani, Carmen Consoli, Fiorella Mannoia, Loredana Bertè, Sananda Maitreya e Levante) e infine il capitolo 2, denominato “A-Live” e prevede brani ri-arrangiati e suonati dal vivo. “Grandissimo” è il nome di questo progetto e noi di MZKnews – Musica Zero Km abbiamo raggiunto la cantautrice toscana per parlare di questo album:

Irene Grandi-Grandissimo-COVER DISCO

Cosa ci puoi raccontare del tuo ultimo album, dal nome “Grandissimo” con cui festeggi i primi 25 anni di carriera?

Mi è stato ricordato dal mio staff. 25 anni di carriera, di percorso artistico e di tutto… insomma, un bel traguardo. Recentemente avevo portato avanti un altro lavoro, uno di quei progetti paralleli, una di quelle cose un pochino fuori dallo standard di produzione. Un disco dedicato ad un progetto di collaborazione, un po’ speciale e un po’ teatrale dal nome “Lungoviaggio”. Invece, con questo disco ho ripreso la mia carriera. L’idea era di integrare tutti i miei vari interessi, i successi, le sfaccettature e le collaborazioni. Questo è un disco dove ripercorro i 25 anni di carriera e all’interno sono presenti tutte queste sfaccettature e diversità artistiche. Non mi andava di fare un disco celebrativo della carriera. Volevo un disco dove tutte queste integrazioni diventassero un ritratto contemporaneo. Dove ovviamente è presente uno sguardo al passato, ma anche una rivisitazione dello stesso, una forte presenza di cose attuali e di cose nuove, ma sempre con un accenno al futuro.

Irene Grandi 01_Ph. Marco Lanza

25 anni di carriera, un bilancio è stato tracciato?

Beh… sì! Devo ammettere che l’ho fatto e devo dire che le cose sono andate bene. Anche perché rimanere nel mondo della musica per 25 anni è veramente un risultato straordinario. Abbiamo visto diversi gruppi o cantanti di grandissimo successo, che poi per una ragione o per un’altra, non sono durati nel tempo. Questo è un lavoro bellissimo, che mi ha dato tante soddisfazioni e che ancora mi permette di esprimermi, di conoscermi e anche di conoscere il mondo. Tuttavia, ci sono anche degli errori di valutazione che ho commesso in questi anni.

Tanti anni di carriera e tantissime belle canzoni. Ma tra tutti questi brani qual è la tua colonna sonora?

Molti dei brani presenti sono colonne sonore della mia vita. Ho messo in questo album tutti quei pezzi che sono stati simboli di un certo periodo per me: da “Un motivo maledetto” che è la mia prima, alla “Tua ragazza sempre” la mia prima collaborazione con Vasco e poi “Bruci la città” in collaborazione con Bianconi e ce ne sono ovviamente altre. Una su tutte che però voglio ricordare è “Prima di partire per un lungo viaggio” perché è una canzone che racchiude una musica rock/pop e che presenta una profondità nel testo che si coniuga perfettamente all’immediatezza della canzone. Questo brano è una sintesi perfetta di quel che è per me la musica che mi interessa e che mi piace fare.

Negli ultimi anni ti sei dedicata anche alla parte autoriale dei tuoi testi. Così da sola interprete se diventata una cantautrice vera e propria. Possiamo dire che questa è una delle tue tante evoluzioni della tua carriera?

Naturalmente sì! Io avevo iniziato con Telonio che però era molto più grande di me. Mi ci è voluta una vita e un’esperienza accumulata, per avere degli argomenti da trattare. Era come se in principio, io fossi nata più come animale da palcoscenico, per poi trovare, piano piano una me interiore. Una ricerca introspettiva che poi sta alla base della scrittura. Questa crescita è avvenuta nel tempo ed è una trasformazione che mi sono anche guadagnata con la vita e con il vivere.

Irene Grandi 02_Ph. Marco Lanza

All’interno dell’album ci sono diversi duetti interessanti, come sono nati?

Questi duetti sono nati perché sono anche gli artisti o le cantanti che seguo o ho seguito negli anni. Mi piace di loro il modo personale con cui cantano o interpretano le loro canzoni. Inoltre, sono tutte voci molto caratteristiche ed uniche. A me piacciono le voci che hanno un timbro particolare, inoltre sono cantanti che sento un po’ più vicine al mio percorso artistico per una ragione o per l’altra.

Come pensi sia cambiata la musica dai tuoi esordi ad oggi?

Di sicuro non è un momento favorevole per la musica, visto che viene bruciata velocemente. Fanno delle canzoni fatte per essere consumate rapidamente, fanno un gran successo, ma passeggero per alcune. C’è magari anche meno impegno nell’ascoltarle da parte del pubblico. Comunque, c’è una contraddizione, infatti va detto che noi artisti continuiamo ad uscire con degli album e questa cosa ancora non è cambiata. C’è una contraddizione del modo con cui si usufruisce della musica. La produzione è sempre e comunque legata ad una uscita dell’album. Dove all’interno la gente scoprirà al massimo due canzoni. Perché magari le altre finiranno in uno streaming, d’altronde, le persone gli album non se li comprano più.

Dopo tutti questi anni di carriera, c’è ancora l’emozione di un tour?

Certamente ed è sempre bello, anche perché è un’iniezione di benessere. Il fatto di suonare è una cosa che ci mette allegria a noi che facciamo musica. Il contatto con il pubblico ci dà fiducia. Perché in questo periodo di crisi per la vendita di album, magari uno si chiede anche: “Varrà la pena continuare?” Però nello stesso tempo, ci divertiamo noi, si diverte il pubblico e si esce dai concerti ringiovaniti. Insomma, il concerto è un momento gratificante per noi.

Tantissime sono le collaborazioni in questi 25 anni di carriera, ma c’è un cantante o un artista con la quale ti piacerebbe collaborare o ri-collaborare di nuovo?

Beh… con Vasco Rossi! Con Vasco vorrei collaborare tutti gli anni. Perché mi piace la sua compagnia. Lui è uno che invita anche solo per fare due chiacchiere e stare un po’ insieme. Insomma, è un tipo con cui è fantastico passare del tempo. Poi con lui sarebbe una quadrupletta (in passato la collaborazione con Vasco ha porta alla luce “La tua ragazza sempre” e “Prima di partire per un lungo viaggio”, inoltre, il blasco nazionale ha preso parte con un cameo nel brano “Benvenuti nel vostro viaggio”) di collaborazioni. Lui senz’altro e poi si ci sono anche altri personaggi con cui mi piacerebbe collaborare… come Dimartino, a me è piaciuto tantissimo il suo ultimo disco e quindi mi piacerebbe rilavorare con lui.

Le date del “Grandissimo tour”:

03/08 – Santa Lucia del Mela (ME) – Piazza Regina Margherita

05/08 – Termoli (CB) – Porto – NUOVA DATA

10/08 – Sabaudia (LT) – Piazza del Comune

12/08 – San Marco Argentano (CS) – Piazza Aldo Moro

13/08 – Torre Santa Susanna (BR) – Area Mercatale

14/08 – Spinazzola (BT) – Piazza Blescito

17/08 – Meta (AQ) – Piazza della Chiesa

18/08 – Roccaraso (AQ) – Piazza Giovanni Leone

20/08 – San Salvatore di Fitalia (ME) – Piazza San Calogero

22/08 – Bortigali (NU) – Piazza Fontana

25/08 – Gioiosa Ionica (RC)

07/09 – Oschiri (SS) – Piazza Regina Elena

09/09 – Sannicola di Lecce (LE) – Piazza della Repubblica

16/09 – Castelforte (LT) – Piazza Muraglia

22/09 – Marina di Casalvelino (SA) – Porto Turistico – NUOVA DATA

28/09 – Sammichele di Bari (BA) – Piazza Vittorio Veneto

 

Metti una sera con Matteo Gabbianelli dei kuTso: del più e del meno, del passato, del presente e del futuro…

Kutso
Di Manuel Saad

In occasione del Sun Meeter Fest abbiamo intervistato Matteo Gabbianelli, voce e leader dei kuTso, per farci raccontare come sta e come stanno andando le cose.

Come sta procedendo con il tuo ultimo album?

Il disco, “Che effetto fa”, è uscito a settembre dell’anno scorso e ora siamo in tour estivo che credo sarà l’ultima tranche promozionale. Per la band è stata una svolta importante visto che la formazione è cambiata totalmente. È una band che fa capo a me, alla Foo Fighters per intenderci.

Ho letto il tuo post “sfogo” su Facebook riguardo la formazione della band.

Sì. Bisogna esternare quello che si ha dentro per far capire meglio le cose. Quando successe la diaspora a me non andava affatto di pubblicizzarla perché non volevo dare luce a cose che non fossero il disco. Però, siccome mi sono arrivati feedback di gente che non ha ascoltato l’album solo perché è cambiata la band, mi è andata di traverso. Ti faccio un esempio estremo: quando i Guns ‘n’ Roses si separarono, lì il pubblico aveva ragione a decidere di staccarsi, ma per il semplice  fatto che tutti i membri dei Guns scrivevano. In questo gruppo, invece, sono solo io a scrivere e gli altri hanno un ruolo relativo al proprio strumento, ma il cuore di questo progetto, il nucleo, sono io. Se cambia il chitarrista, il bassista o il batterista, non cambia nulla. Ho una visione molto chiara di quello che voglio fare e di dove voglio andare, quindi ho capito che era il momento di fare quel post per chiarire.
Nel contempo siamo molto contenti perché abbiamo un sacco di date e devo dire che la band, ora, è veramente fica e siamo più forti di prima.

Stai scrivendo nuovo materiale in questo periodo?

Sì, e a settembre ci chiuderemo in studio. Ti faccio una rivelazione: sto scrivendo delle cose, ma sto ancora cercando di capire se voglio fare un qualcosa di parallelo con un altro nome oppure continuare con i kuTso. Questa scelta dipenderà dal feeling che sentirò a settembre, dopo questo tour.
Sento la necessità di far approcciare le persone alle mie canzoni in maniera diversa, senza aspettarsi qualcosa. Se non stai dentro questo progetto, se non hai la pazienza di voler capire e ascoltare, ti aspetti un certo mood dai kuTso e vuoi quello. Io, in realtà, sono poliedrico, come lo sono stati i dischi precedenti. C’era tanta roba dentro, tante sfaccettature, a volte anche opposte. Devo ancora capire se mantenere il nome o cambiarlo, mi è utile per far approcciare le persone alla mia musica in maniera diversa.
Ho notato che, sui social, abbiamo due tipi di pubblico: il pubblico su Facebook è totalmente legato al nostro passato, quindi anche se chiudessi la pagina, non cambierebbe nulla. Su instagram, invece, c’è tutto un pubblico nuovo che è arrivato con l’ultimo disco. Il pubblico nuovo è pronto a recepire materiale diverso.

Il pubblico su Facebook dici che ormai si è fossilizzato al passato?

Sì, o comunque devi svegliarlo in qualche modo per fargli capire le cose. È questo il motivo della mia incertezza su quale nome dare a queste cose. Non riesco a capire quanto è una parte e quanto è l’altra. Questo è un discorso basato sul fatto che non voglio sprecare le canzoni. Come tutti quanti, quando produco dei brani, quando faccio un disco, ci lavoro tantissimo ed è come se fosse un figlio. Buttarlo in un pozzo che nessuno vedrà mai, solo perché è in un contenitore sbagliato mi farebbe rodere, anche perché è la mia vita.
Devo capire, quindi, qual è l’opportunità migliore per dare una luce migliore alle canzoni. Tutto quello che faccio, lo faccio per le canzoni, nemmeno per me, solo per loro.

C’è stato un po’ questo problema, come dicevi tu, del pubblico che si è legato ai personaggi più che alle canzoni.

Senza sembrare auto celebrativo, ti dico che quando tu hai una personalità molto forte e una presenza scenica importante, quella presenza scenica sarà sempre più forte di una canzone.
Achille Lauro, senza tutto quel contorno, avrebbe lo stesso peso? Che poi, lui in particolare, ha fatto i numeri, come molti altri, proprio perché è successo qualcosa di diverso, adesso. C’è una generazione che si identifica in quello che sta accadendo, mentre nel nostro caso non c’era ancora questo grande movimento collettivo. Stava nascendo, ma io personalmente non ho mai assecondato nessun movimento. Se devo rimproverarmi qualcosa, sempre fino ad un certo punto, non essendo nella mia indole, non ho fatto “squadra”, non sono stato per forza amico di qualcuno e non mi faccio piacere cose che non mi piacciono.

Questo rientra molto nel discorso di avere una personalità forte.

Sì, anche se ha dei pro e dei contro. Se tu vedi, nei progetti che nascono, c’è sempre un riferimento o straniero o al passato italiano. Tutto ciò che esce ora è come se prendesse il testimone da qualcosa che c’è già stato. Questa cosa è importante comunicarla perché hai subito il consenso dell’establishment e la gente vede qualcosa che più o meno si ricorda e che più o meno riconosce. Io, invece, ho sempre negato e combattuto tutto questo. La nostalgia, il fascino verso ciò che viene da fuori. Ho sempre fatto un mio discorso che non è mai stato legato a niente. Mi dicono che ho la voce simile a quella di Ivan Graziani, ma non mi sono mai ispirato a Ivan Graziani.

Le persone hanno sempre avuto la necessità di incasellare ed etichettare ciò che vedono.

Esattamente, e ho capito che comunque questo nostro non voler essere etichettati ci ha portato a grandi difficoltà.

Possiamo, però, dire che questa è stata la vostra forza, essendo sempre stati qualcosa di diverso.

Sì e mi fa piacere sentirtelo dire dal punto di vista morale, ma non siamo stati premiati per questo.
Come quando ci fu l’intervista a Nanni Moretti, ai tempi dei girotondi, che criticava rifondazione comunista. Criticando Bertinotti diceva questa grande verità: “La gente applaude Bertinotti, ma vota Berlusconi.”. Tu, quindi, diventi un po’ Gesù che viene immolato e la gente cerca comunque la tranquillità e la sicurezza. Purtroppo non riesco ad essere Berlusconi.
Anche le cose che sembrano più originali, quando sono tanto acclamate è perché, comunque, continuano qualcosa. Che non è sbagliata come cosa, assolutamente, ma non mi appartiene. Non lo dico per sembrare chissà chi (ride, ndr).

La situazione musicale a Roma, come la vedi? È una città grande, quindi ci sono molte opportunità rispetto ad un paese. Ma questa grandezza può portare ad una dispersione?

In realtà, a differenza del mio progetto, credo che questo sia un periodo bellissimo. Per la prima volta c’è un mercato musicale, vero, italiano che non viene dalla televisione né dalla radio. Adesso si fanno trentacinquemila persone, quattro date ai palazzetti come se fosse nulla. Ricordo  quando Ligabue fece sei date nei palazzetti, ed era un evento. Adesso i Thegiornalisti fanno il Circo Massimo.
Il successo che stanno facendo i gruppi oggi, è molto più grande di quello che fece Vasco Rossi all’epoca.
Mi chiedo dov’era tutta questa gente prima! (ride, ndr).

Indubbiamente il fattore moda ha colpito anche il mondo musicale.

Sì, c’è anche quello. Ipotizzando: Se sei Ultimo, fai l’Olimpico e fai almeno cinquantamila paganti e la metà li hai regalati, sono sempre venticinquemila biglietti venduti fatti a vent’anni con il primo disco. È un momento bellissimo, di cui non faccio parte (ride, ndr), ma è comunque bellissimo.

Le major hanno cominciato a buttare l’occhio su queste realtà.

Sì, anche se non hanno avuto nessun ruolo se non di cominciare a distribuire soldi. La morte del mercato discografico ha fatto nascere il mercato discografico. Finalmente si è rotta questa bolla in cui ci veniva detto che c’era la crisi, che chiudeva tutto. Adesso la musica italiana è veramente un fenomeno.
È chiaro che, magari, su dieci concerti due sono fichissimi e otto no, ma in quei due dove fai ventimila persone…
De André, all’epoca, quando cominciò a fare i palazzetti, che poi non fece più perché tornò nei teatri, era un evento. E stiamo parlando di De André.
Stiamo attraversando un periodo veramente bello. Indubbiamente può piacerti come no, puoi pensare che alcuni siano venduti e che alcune cose sembrino plastica. C’è tutto dentro, c’è sempre stato.
Alcuni dicono “eh ma parla al venticinquenne!”. Quindi? Il venticinquenne di adesso che non è affatto inferiore rispetto al venticinquenne di trent’anni fa. Se facessimo questo ragionamento, gli uomini di Neanderthal dovrebbero essere i più fighi.
Io suono da tanti anni, e sinceramente non ricordo nulla del genere. C’erano grandi eventi, ma non c’è mai stato un movimento come quello di ora.
Anche io sono cresciuto molto e vedo un più nella mia carriera, ma indubbiamente se ti rapporti a numeri grandi, rimani un po’ così. Ma va bene così, anche perché non puoi evitare di essere te stesso.
Tornando al discorso di Roma, invece, ti dico che è la città più forte, secondo me. Diventa dispersiva nel momento in cui non ti circondi di persone giuste che ti seguono e che cercano di creare una rete intorno a te di contatti.

Cambiando totalmente argomento: l’esperienza sanremese, com’è nata?

Noi abbiamo fatto il primo disco, “Decadendo (su un materasso sporco)”, nel 2013. Siccome conosco Alex Britti da tanti anni perché le nostre famiglie si conoscevano, gli ho chiesto se poteva mettermi delle chitarre in un pezzo. Lui collaborò e poi finì lì. Avevo il disco pronto ma non sapevo con chi sarebbe uscito perché stavamo rompendo con l’etichetta dell’epoca, la INRI. Un giorno, poi, Britti mi chiese se avessi un pezzo per Sanremo. Ovviamente risposi di no, anche perché non avevo mai preso in considerazione Sanremo. Poi pensandoci bene, gli dissi “Elisa”, che avevo già prodotto per il primo disco ma che fu sostituito con “Marzia”. Successivamente, dopo non averlo più sentito, Alex, a ridosso di Sanremo, mi chiamò e mi chiese di fare un video in stile kuTso, con delle maschere. Faccio il video e mando il tutto tramite la sua etichetta e ci prendono.
Prima di Sanremo, i direttori artistici si incontrano con tutti i musicisti di cui hanno bisogno e a tutti promettono di inserirlo in gara. Anche un Toto Cotugno, prima dell’ultima notte, è capace che tolgono dalla gara, per via di incastri televisivi, spinte, etc. Può succedere di tutto e tra i big c’è una lotta pazzesca.
Alex venne a sapere che non avrebbero partecipato Elio e le Storie Tese, e al programma serviva un elemento eclettico. A quel punto fece il nostro nome e ci scelsero.
È stata un’ottima esperienza che non rinnego assolutamente.

Sun Meeter Fest: figli di Roma sotto ai riflettori

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ph. Francesca Romana Abbonato

Di Manuel Saad

Domenica 21 luglio, si è concretizzato a Largo Venue il tanto atteso festival di Sound Meeter: il Sun Meeter Fest.
Nonostante l’improvviso contrattempo che ha minacciato la realizzazione della serata, lo staff di Sound Meeter si è fin da subito attivato per evitare che l’evento fosse rimandato o, addirittura, cancellato.
Fortunatamente, il cambio di location ha permesso al Sun Meeter Fest di aprire gli occhi e rendere una calda serata romana diversa dalle altre.
Una serata in cui la musica, protagonista indiscussa della serata, si è unita al mondo audiovisivo palesando, quindi, il vero spirito del progetto Sound Meeter.
Sound Meeter è la prima Music Web Series italiana, ideata da Giacomo Latorrata e Arianna Bureca, che ha come missione quella di raccontare e mostrare, soprattutto, tutto quello che c’è dietro alla musica, dietro a una canzone, dietro a un artista.
I protagonisti camminando per le strade dei quartieri dove sono cresciuti, si immergono, e immergono lo spettatore, nei ricordi passati di quando erano più piccoli, delle giornate passate a scrivere su una panchina o più semplicemente una partita di pallone dalla quale è nata una canzone.
Oltre a questo, Sound Meeter segue gli artisti producendoli, promuovendoli e creando contenuti inediti, aiutandoli nella ricerca della propria identità.

Durante la serata, abbiamo chiesto ad Arianna Bureca, co-fondatrice del progetto, di raccontarci com’è nato e cosa li ha spinti nel realizzare tutto questo.

“È nato tutto per gioco. Abbiamo cominciato a sentire gli artisti romani che ci piacevano di più e gli abbiamo chiesto il proprio tempo, il loro quartiere di riferimento e una chitarra, partendo dal loro background, dai loro aneddoti, per riuscire a raccontarli meglio. Eravamo io e Giacomo: una telecamera e un’intervista spartana, e se vedi le prime puntate si nota molto questa cosa. Successivamente, abbiamo inserito una seconda camera, una persona in produzione, una fotografa di scena, una terza camera, un montatore, un colorist e abbiamo creato questo team di otto persone. Da parte dei musicisti c’è stata una risposta super positiva, in quanto potevano raccontarsi come volevano loro attraverso i luoghi dov’erano cresciuti. Ad un certo punto, poi, ci siamo resi conto che potevamo creare un business attraverso tutto questo, visto che gli artisti, dopo le puntate, ci chiedevano i videoclip per i loro singoli. Anche per le puntate, che fino a poco tempo fa ci autofinanziavamo, potevamo trovare degli accordi con l’artista promuovendolo a 360° e curando gli aspetti non solo video, ma anche live e stampa per poterlo aiutare a crescere. Sound Meeter è in continua evoluzione e la gente sta rispondendo bene a questo tipo di format. Abbiamo ricevuto proposte importanti per far diventare Sound Meeter qualcosa di più grande ma ancora non posso dire nulla a riguardo, dato che ci sono delle trattative in corso, se non che c’è la voglia di farlo diventare nazionale e di farlo approdare in tv. Posso dirti che è un sogno che piano piano si sta realizzando e ne siamo veramente orgogliosi.”

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ph. Francesca Romana Abbonato

Abbiamo intervistato anche gli artisti partecipanti, chiedendogli come sono entrati in contatto con il mondo di Sound Meeter e cosa li ha spinti a raccontarsi attraverso i luoghi dove sono cresciuti.

PIETRO SERAFINI
“Online. Ho visto che lavoravano sia con artisti affermati che con emergenti come me, e ho chiesto se potevano inserirmi in questo progetto. Mi hanno accolto e abbiamo deciso di partire con la registrazione di un brano, “Washington”, ed è stato fatto anche il videoclip.”

CHIARA MONALDI
“Partecipai alla prima puntata che fecero. Mi contattò Arianna, tramite delle amicizie in comune, sapendo che sono di Roma, in particolare di Garbatella, e di quanto fossi radicata nel mio quartiere. Mi contattò dicendomi che stavano creando un format sugli artisti e sui quartieri dove sono cresciuti. L’idea mi entusiasmò molto e accettai subito.”

THE ROYAL STATE
“Conosco Arianna da quando avevamo 13 anni. Io ho sempre suonato, in precedenza anche in band pop punk e successivamente come solista. In contemporanea, Arianna e Giacomo hanno tirato su questa realtà chiamata Sound Meeter e così ho deciso di fargli ascoltare alcuni miei brani. A loro son piaciuti molto e così è nata questa collaborazione per la realizzazione dei video.”

MATTEO GABBIANELLI – KUTSO
“Mi hanno proposto di fare questa cosa bellissima, che era questa intervista/documentario video dal vivo. L’ho trovato un pacchetto comunicativo veramente bello. C’erano tante cose insieme e l’idea di andare in un quartiere, camminare lungo le strade dove sei cresciuto e che hanno significato tanto per te, l’ho trovato fichissimo ed ho accettato subito la loro proposta. Se fossi pubblico, lo vedrei sicuramente in quanto è interessante vedere cosa c’è dietro un artista. Le domande sono fatte bene e i video sono girati e montati in maniera impeccabile. Spero crescano sempre di più fino ad arrivare a nomi sempre più grandi in modo da poter divulgare quest’iniziativa ad un pubblico ancora più grande.”

CESARE BLANC
“Conoscere Sound Meeter è stato un caso, in realtà. Hanno prodotto un mio video live, al Monk, e da quel momento ci siamo innamorati l’uno dell’altro. È iniziata questa collaborazione che ha portato alla produzione del mio primo EP e alla realizzazione del video di “Collage”, il mio primo singolo. L’idea del video è nata tutta dalla squadra di Sound Meeter, ascoltando il brano.”

LUCA CAROCCI
“Mi chiamarono, in quanto interessati a realizzare una puntata su di me. Li ho portati ad Artena, dove abito, e da lì ci siamo conosciuti ed è nata subito una bella sintonia. Mi è piaciuto molto il loro modo di lavorare e siamo sempre rimasti in contatto anche a livello personale. Hanno girato il mio ultimo video, “L’insuccesso mi ha dato alla testa” con Alessandro Pieravanti, riportando l’idea che mi era venuta in studio, davanti ad una videocamera.”

GIORGIO CAPUTO
“Li ho conosciuti in occasione del concerto con l’Orchestraccia alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica. Ci sono venuti a cercare per questa nostra affinità con Roma e con la romanità, in quanto loro “scavano” molto attraverso questo format sui quartieri di questa città e su quello che significa molto per gli artisti. Non potevano non intervistare l’Orchestraccia! (ride, ndr)
Ci siamo trovati molto bene e mi hanno aiutato molto nella distribuzione del video del mio primo singolo, “Er Principetto”. È stato un “Ciao, piacere, come stai? Ti va di lavorare con me?”. Approccio migliore non poteva esserci. (ride, ndr)”

NEW JERSEY QUAY
“Quando abbiamo visto i video che avevano fatto con The Castaway e Lucio Leoni, ci è piaciuto molto il tipo di format, ovvero il fatto che legasse i gruppi ai posti da cui provengono. Per noi, questa cosa è molto importante anche perché tutto quello che cantiamo, che scriviamo e che suoniamo, viene dal territorio in cui siamo cresciuti, nel nostro caso Guidonia. Quando li abbiamo contattati, proponendoci come band, trovavamo interessante il fatto che una puntata fosse girata nella provincia di Roma anziché nella città. Da lì è nato un amore infinito che ha portato alla realizzazione del nostro videoclip e a collaborare il più possibile.”

ALESSANDRO PIERAVANTI
“Ci siamo conosciuti a ‘Na Cosetta, durante la trasmissione radio che conduco su Radio Sonica, “Raccontami di Te”. Sono venuti a vedere una serata e lì mi hanno proposto di partecipare al progetto. Mi piaceva molto il discorso sui quartieri e sul fatto di localizzare chi fa musica, chi scrive, nelle varie zone di Roma e fargliele raccontare. C’era la possibilità di far uscire anche cose intime legate al posto in cui si è cresciuti. Personalmente, credo molto in quello che una persona fa nel posto in cui è vissuto, anche perché questo influenza molto chi sei. Mi capita spesso di ambientare quello che scrivo nei vicoli, nelle piazze e nei parchi dove sono cresciuto e Sound Meeter permette di far vedere questi posti alle persone che li hanno semplicemente ascoltati attraverso una canzone.”

PAN BELVISI
“Conosco Sound Meeter da tanti anni in quanto loro si occupano da anni di realtà live e mi è capitato spesso di incontrarli e di conoscerli attraverso la realtà di palco. Da lì è nato l’intento di voler fare un’intervista. Io sono di Roma mentre Andrea è di Napoli e ci siamo conosciuti già tramite web in quanto mi aveva contattato per delle produzioni. Da lì abbiamo deciso di unire i nostri due progetti e nel contempo abbiamo realizzato l’intervista insieme con Sound Meeter.”

JACOPO RATINI
“Era uscito il mio disco e loro ascoltandolo hanno contattato il mio ufficio stampa in quanto interessati al mio progetto. Ci siamo conosciuti insieme a tutta la squadra e abbiamo girato la puntata con due estratti live, e da lì è nata una bella amicizia. La cosa che mi ha affascinato molto è stato il fatto di poter creare un punto di contatto con il mio pubblico attraverso il quartiere in cui sono nato e cresciuto, e tutti quei luoghi dove insieme a me è cresciuta anche la mia musica.”

THE CASTAWAY
“Sound Meeter mi ha contattato circa due anni fa. Ci siamo conosciuti durante una mia serata live e hanno trovato interessante il mio progetto musicale. Mi hanno chiesto se fossi interessato a partecipare ad una loro puntata ed ho accettato subito, specificando però che non abitavo a Roma, ma ai Castelli Romani. Loro sono stati molto contenti di questa occasione nel poter raccontare una realtà “stretta” in quanto sono cresciuto in una paese, fondamentalmente, e abbiamo realizzato una puntata di cui andiamo orgogliosi.

GABRIELE AMALFITANO – JOE VICTOR
“Ci hanno contattato loro e abbiamo realizzato una delle loro prime interviste. Ci siamo conosciuti e ci siamo andati a genio fin da subito. Il format è veramente bello ed è stato molto divertente andare in giro per il mio quartiere, Parioli, che è un po’ lontano culturalmente dall’ambiente musicale. Ero molto contento di descriverlo anche se di cose interessante ce n’erano molto poche, ma interessanti (ride, ndr).”

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ph. Francesca Romana Abbonato

Fabio Milella: “Dentro ho voluto raccontare l’incontro con me stesso…”

Di Francesco Nuccitelli

Tra le rivelazioni del 2019 in musica è sicuramente presente il nuovo album di Fabio MilellaIn bilico sulle nostre emozioni”. Un progetto che esce a 7 anni di distanza dal precedente ElettrOttanta. Un album piacevole e dalle sonorità tradizionali… suoni e sperimentazioni che mettono in luce ancora una volta il grande talento e il lavoro di un cantautore ancora tutto da scoprire. Noi di MZKnews – Musica Zero Km lo abbiamo raggiunto per una chiacchierata sul nuovo album:

In bilico sulle nostre emozioni” è il titolo del tuo ultimo album. Cosa ci puoi raccontare di questo progetto?

Il progetto è nato a Milano tanti anni fa, l’ho pensato e voluto fortemente dopo aver sperimentato altri generi e altre tipologie di suoni. Mi volevo cimentare in qualcosa di nuovo. Così dopo essere tornato a Bari, ho reincontrato il mio vecchio amico e bassista Tommaso De Vito Francesco, grande maestro di oboe e contrabbasso, ed insieme abbiamo deciso di produrre “In bilico sulle nostre emozioni”.

Quanto c’è di Fabio Milella in questo album e in questi brani?

C’è tutto Fabio Milella, nelle sonorità, nei testi, nell’animo e nell’espressività. Ho cercato di metterci tutto me stesso, e credo di esserci riuscito.

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“907” è il brano strumentale con cui apri questo album. Come nasce questa scelta per l’apertura?

Insieme a Tommaso che ha scritto “907”, abbiamo deciso di far capire subito la direzione che volevamo dare a questo album che vive di chiaroscuri decisi. Le sonorità così dolci e morbide che esplodono in dei crescendo così importanti fanno capire da subito dove vogliamo andare a parare.

Vedendo i tuoi progetti discografici è forte in te la voglia di sperimentare… ma quanto ti diverte giocare e sperimentare con la musica?

La sperimentazione è tutto, oramai si è detto e fatto tutto, ed è molto difficile trovare la maniera giusta per dire ciò che devi dire, ma la vita va avanti e ognuno dei giovani artisti deve trovare la maniera propria di esprimersi. Noi abbiamo trovato la nostra, anche se siamo sempre alla ricerca di nuove esperienze musicali

Sette anni di distanza dal tuo precedente lavoro. Come mai hai atteso tanto prima di presentare un nuovo progetto, specialmente in un modo musicale veloce e social come quello odierno?

Il tempo è necessario per capire e captare quello che c’è dentro di te, quello che vuoi dire, quello che vuoi fare e alle volte non basta tutto il tempo a disposizione per fare un buon lavoro. Noi ce la siamo presa comoda, perché volevamo ragionare bene sul da farsi… così come un buon vino ha bisogno dei suoi tempi per diventare una riserva, credo che anche la musica fatta bene abbia bisogno dei suoi tempi per essere prodotto, viceversa non sa di nulla.

I brani che compongono questo album sono 13. Qual è il brano che più racconta questo disco?

Di sicuro il brano che ha dato il nome al disco: “In bilico sulle nostre emozioni”. Dentro ho voluto raccontare l’incontro con me stesso e quanto possa essere difficile guardarsi dentro e capire che devi dirti la verità. Perché si può mentire a tutto il mondo, ma non si può mentire a sé stessi.

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Nel brano “Amico caro” fai una riflessione cupa sulla società odierna… è questa la tua visione della società d’oggi?

Il brano l’ho scritto 4 anni fa, e purtroppo devo dire che non è cambiato molto da allora… forse si sono smosse un po’ le acque, ma la situazione italiana – senza nessuna polemica – ha bisogno ancora di tempo per arrivare alla meritocrazia che vige in altri paesi.

Rispetto ad “ElettrOttanta” sei andato verso sonorità più tradizionali. Sei passato da canzoni/cover tipiche degli anni 80° ad inediti con delle tematiche sociali e più riflessive, ma come mai questa scelta così differente tra i due album?

Come cantava qualcuno: “Si cambia, per non morire, si cambia per amore…” a parte gli scherzi, Elettr0ttanta è stato un divertimento, un disco simpatico, nulla di più. Il mio ultimo disco è un disco pensato, ragionato, studiato e suonato, sono due cose diverse e che hanno due intenti diversi, io non sono più quello di allora, se mai lo sono stato…

Estate e tempo di tormentoni… scegliendo tra queste 13 canzoni, quale sceglieresti come brano estivo?

Francamente non saprei, ma posso dirti che faremo uscire come singolo dell’album “Ti ho mentito per anni”, una bella storia d’amore finita che rischia di ricominciare, dopo una confessione necessaria.

Sogni nel cassetto?

Stiamo già pensando ad un nuovo disco e stiamo già cominciando a lavorarci su, considerando i tempi necessari per fare le cose per bene.

Bucha e il suo mondo in bilico tra cantautorato e rap

Di Manuel Saad

CC2A9814Il progetto del giovane romano Giorgio Di Mario, in arte Bucha, si è concretizzato con l’uscita del suo primo album “Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre”: nove brani che buttano fuori tutto quello che un 23enne nasconde dentro di sé.
Lo abbiamo intervistato per farci raccontare un po’ del suo mondo.

“Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre”. Com’è nata l’idea di chiamare così il tuo primo album?

Da un’intervista come questa. Era una risposta che ho dato al mio interlocutore e mi sembrava racchiudesse dentro tutto quello che volevo esprimere con questo progetto. È un titolo fuori dai canoni di marketing, difficile da ricordare ma che allo stesso tempo incuriosisce.

“Rotazione”, “Traslazione” e “Rivoluzione” sono tre singoli con tre titoli forti. Cos’hanno in comune questi tre pezzi e cosa li differenzia totalmente?

Nascono in periodi diversi, hanno sonorità molto diverse, ma sono accomunate dall’attesa di un treno, da una donna e da un cocktail pieno di ghiaccio. Fanno parte di una piccola demo, chiamata “Anni-Luce”, che aveva lo scopo di sancire la distanza tra me e la scena attuale. “Rivoluzione” e “Rotazione” sono entrate nel disco, a differenza di “Traslazione” che è rimasta fuori, ma sono legato in particolar modo a quel brano e tutti i live vengono aperti da quella canzone.

Molte volte, un brano mette a nudo l’artista. Qual è stato il brano, in quest’album, con cui hai avuto più difficoltà nella scrittura, da questo punto di vista?

Forse “Capodoglio 216” visto che ci ho messo un paio di mesi a chiuderlo. È un pezzo molto profondo e personale, e trovare le parole giuste non è stato semplice, ma a livello di scrittura è sicuramente tra i migliori del disco.

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Come ti sei avvicinato alla musica ed in particolare al mondo del rap?

Sono nato con la radio accesa. Da bambino, in casa mia e in quella dei miei nonni con cui sono cresciuto, ascoltavo solo cantautorato italiano. Durante il periodo delle medie ho ascoltato molto rock, punk e metal, per poi arrivare al rap. È successo completamente a caso, e pian piano ho capito che il rap riusciva a rendere meglio i concetti e le tematiche che scrivevo.

Cosa vuol dire fare rap in una città come Roma?

Provare ad emergere in un mare di squali

In un’intervista, hai detto una cosa molto importante: “È importante capire il perché una persona dovrebbe apprezzare la vostra arte. Se hai qualcosa da dire, la gente se ne accorge.”
A questo punto ti chiedo cosa contraddistingue Bucha. Cosa ha da dire?

Bisognerebbe chiederlo a chi mi ascolta. Io mi limito a cercare di migliorare ogni giorno la mia scrittura, di arrivare meglio al punto, di provare a parlare anche di quello che mi fa più male, di mettermi il più a nudo possibile senza paura delle conseguenze. Il resto sta al pubblico e di come assimila ciò che scrivo.

 

 

 

Poker di concerti (e di grandi artisti) per l’Arena Derthona 2019

Inizia oggi 11 e durerà fino al 14 luglio la decima edizione dell’Arena Derthona a Tortona (AL).

Quattro i nomi scelti quest’anno per festeggiare al meglio questo decimo compleanno.

Si parte stasera (11 luglio, n.d.r.) con Fiorella Mannoia e il suo “Personale tour”.

Fiorella Mannoia_DSF9035 foto di Francesco Scipioni

Il 12 luglio, invece, sarà la volta dei Subsonica in tour per celebrare il loro ultimo lavoro discografico “8”.

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Il 13 toccherà invece ai liguri Ex-Otago, pronti ad illuminare il sabato sera con il loro “La notte chiama tour”.

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Infine, a chiusura delle quattro giornate, si eisibirà la super band americana Snarky Puppy (vincitrice di tre Grammy Awards), attesa domenica 14 luglio per l’unica data nel nord-ovest italiano del tour di presentazione del nuovo album “Immigrance”.

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Una programmazione variegata e d’alto livello, che conferma l’importanza che, da dieci anni a questa parte, il festival ha sempre dato allo show e, naturalmente, alla musica.

Di seguito le parole di Charly Bergaglio, Direttore Artistico di Arena Derthona, pronunciate a presentazione dell’edizione della kermesse di quest’anno: “Questa decima edizione è un punto di passaggio. Nelle prime dieci abbiamo delineato quella che è stata – e lo sarà ancora di più in futuro – la caratteristica del nostro festival: la condivisione; del territorio, dei generi musicali, dei luoghi di spettacolo, delle esperienze culturali. Abbiamo avuto l’onore di ospitare sul nostro palco personaggi di altissimo livello come Chick Corea, Stefano Bollani, Pat Metheny, Burt Bacharach, Francesco De Gregori, Gino Paoli con Danilo Rea, Franco Battiato, Cesare Cremonini, Antonello Venditti, Cory Henry, Caparezza, che hanno attirato un pubblico eterogeneo, da quello più maturo e consolidato a quello più giovane, alla ricerca di nuovi suoni e nuovi protagonisti della scena. Il ringraziamento va a tutti coloro i quali hanno reso possibile negli anni Arena Derthona sia per la parte istituzionale – Comune di Tortona, Regione Piemonte, Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona – sia le decine di sponsor privati, motore economico dal 2010 ad oggi e che sempre di più lo sarà in futuro. E soprattutto grazie alla nostra comunità, sempre pronta a recepire con curiosità le novità che abbiamo proposto negli anni.”

Per altre informazioni: www.arenaderthona.com

Arena Derthona InfoPoint: Via Emilia, 130 Tortona (AL)

RED BRICKS FOUNDATION, dal quartiere Trionfale a Pete Doherty

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Di Alessio Boccali

Dai mattoncini rossi di Trionfale “verso l’infinito e oltre”, come direbbe Buzz Lightyear. I Red Bricks Foundation (Lorenzo Sutto, Claudio Cossu, Marco Cilo e Jacopo Corbari), nonostante la giovane età dei suoi componenti, hanno già alle spalle una notevole gavetta ed una bella esperienza nel talent show X Factor. Da poco è uscito il loro primo singolo in italiano “Ho perso la testa” e tanta carne è al fuoco per affrontare l’inverno con delle piacevoli sorprese. Nel frattempo, in questa afosa estate di lavoro, venerdì 5 luglio incontreranno uno dei loro idoli, Pete Doherty, e apriranno il suo concerto romano al Social Park.

Di tutto questo e di tanto altro ho parlato con Claudio, il chitarrista del gruppo.

Ciao Claudio, partiamo dagli inizi. Come sono nati i Red Bricks Foundation e qual è stata la gavetta affrontata fino ad ora?

Un abbozzo dei Red Bricks Foundation nasce nel 2011 grazie a Lorenzo (il frontman attuale della band) e ad una bassista con la quale lui suonava all’epoca. Il progetto prende questo nome da una strada costeggiata da mattoni rossi qui a Trionfale (nell’area ovest di Roma), il nostro quartiere. A dire il vero, inizialmente, Lorenzo voleva soltanto scrivere una canzone su questi mattoni, poi però, nel frattempo, la sua band dell’epoca si scioglie ed allora questi mattoni rossi, questi red bricks, diventano parte del nome di quella che ora è anche la mia band (io sono entrato nella “famiglia Red Bricks” circa due mesi dopo la fondazione “ufficiale”). Da allora ci sono stati un po’ di cambiamenti di formazione, fino a stabilizzarci circa un anno e mezzo fa. Per quanto riguarda la gavetta, ne ricordo davvero tanta: penso di aver suonato in più dell’80% dei locali romani e in qualsiasi condizione. Fuori la Capitale, inizialmente, non abbiamo fatto granché, ma c’è da considerare che i primi tempi avevamo anche 15/16 anni e quindi era un bel po’ complicato spostarci.

Dopo questa gavetta, è arrivata anche una grande occasione televisiva con X Factor… com’è stata?

Eravamo partiti molto tranquilli, non ci aspettavamo nulla di che, forse l’avevamo presa anche un po’ sottogamba, ma ben presto ci siamo accorti che avremmo dovuta prenderla più seriamente. L’impatto, infatti, è stato impressionante. Abbiamo immediatamente notato un grosso salto di qualità soprattutto a livello tecnico. Tutti ci han trattato fin da subito come dei professionisti della musica. Abbiamo avuto modo di capire e apprendere i tempi e i modi di approcciarsi alla musica di chi di musica vive e ci siamo resi conto sempre di più di quanto sia necessario impegnarsi al 100% per essere musicisti nella vita.

Vi ispirate ad artisti internazionali di spessore come Arctic Monkeys, The Strokes, Kasabian… gente che fa generi che in Italia (ahinoi, n.d.r.) non hanno attecchito molto. Quanto è difficile fare musica con quei mood in Italia e addirittura, come nel vostro ultimo singolo, in italiano?

Combattiamo con questa cosa fin dagli inizi e un po’ di anni fa la situazione era ancora più difficile perché eravamo davvero in pochi ad ascoltare questi artisti. Il bello, però, è che tanta gente cominciava (e comincia) ad ascoltarci proprio perché facciamo musica nuova per l’Italia. L’idea di portare quei generi in italiano nasce proprio dalla volontà di fare una cosa che nessuno aveva fatto prima oltre che dall’esigenza di esprimerci nella nostra lingua. “Ho perso la testa”, il singolo uscito da poco, ed altri pezzi, sempre in italiano, li abbiamo composti prima del nostro percorso televisivo, quindi alla base non c’è alcuna esigenza/richiesta discografica. Anzi, abbiamo osato, ci siamo presi un rischio e ci è piaciuto molto farlo perché abbiamo seguito, senza filtri, l’evoluzione del nostro pensiero sulla musica e anche le nostre nuove influenze (King Krule e Cosmo Pyke, tanto per citarne due…).

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Raccontami qualcosa su com’è nata “Ho perso la testa”…

Sì. Lorenzo l’ha scritta d’estate, in uno di quei periodi in cui sei un po’ giù e non hai molta voglia di fare qualcosa. Allora ripensi alla scuola, alle esperienze passate e dai sfogo alla tua noia mettendola in musica. La noia e la nostalgia sono, senza dubbio, le parole chiave che stanno alla base della genesi del brano.

Il vostro futuro, che poi sa anche un po’ di passato visto che tanti brani ce li avete già pronti da tempo, quale direzione seguirà?

Considereremo ancora sia l’inglese che l’italiano: scrivere in inglese spesso ci viene più naturale, ma l’italiano è la nostra lingua e ci affascina proprio perché è così difficile lavorarci per fare il nostro genere di musica.

Se ti parlo di Libertines, Babyshambles, Pete Doherty…

Eh… venerdì al Social Park a Roma canteremo prima di Pete Doherty & The Puta Madres. È un sogno. Doherty è uno dei nostri miti fin dall’adolescenza. Per ora ce la stiamo vivendo abbastanza serenamente; siamo contentissimi, naturalmente, perché è la prima volta che ci capita di aprire il concerto di un artista così grande e che ci ha influenzato così tanto. Io e Lorenzo, nel 2015, partimmo il giorno stesso del suo orale della Maturità e ci facemmo dodici ore di pullman per andare ad ascoltare i Libertines. Quel giorno riuscimmo anche a parlare rapidamente con Pete. Venerdì, però sarà diverso: ci parleremo da colleghi e condivideremo lo stesso palco e lo stesso backstage. Ripeto, un sogno.

…Oltre a Pete Doherty ritroverete Roma con una notevole cornice di pubblico…

Suonare davanti ad un bel po’ di gente per fortuna non ci fa più paura, però, naturalmente, è sempre un’emozione nuova. Certo che esibirsi a Roma, poi, è uno sprone in più. Il nostro obiettivo nei live è quello di far trasparire sempre le nostre origini: ok, ci piace la scena inglese, ma noi non siamo solo quello; vogliamo dare il nostro personale contributo alla musica.

L’appuntamento con Pete Doherty & The Puta Madres, Red Bricks Foundation, VANBASTEN, White Def e altre possibili sorprese è venerdì 5 luglio al Social Park di Roma in via del Baiardo, 25.