Bucha e il suo mondo in bilico tra cantautorato e rap

Di Manuel Saad

CC2A9814Il progetto del giovane romano Giorgio Di Mario, in arte Bucha, si è concretizzato con l’uscita del suo primo album “Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre”: nove brani che buttano fuori tutto quello che un 23enne nasconde dentro di sé.
Lo abbiamo intervistato per farci raccontare un po’ del suo mondo.

“Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre”. Com’è nata l’idea di chiamare così il tuo primo album?

Da un’intervista come questa. Era una risposta che ho dato al mio interlocutore e mi sembrava racchiudesse dentro tutto quello che volevo esprimere con questo progetto. È un titolo fuori dai canoni di marketing, difficile da ricordare ma che allo stesso tempo incuriosisce.

“Rotazione”, “Traslazione” e “Rivoluzione” sono tre singoli con tre titoli forti. Cos’hanno in comune questi tre pezzi e cosa li differenzia totalmente?

Nascono in periodi diversi, hanno sonorità molto diverse, ma sono accomunate dall’attesa di un treno, da una donna e da un cocktail pieno di ghiaccio. Fanno parte di una piccola demo, chiamata “Anni-Luce”, che aveva lo scopo di sancire la distanza tra me e la scena attuale. “Rivoluzione” e “Rotazione” sono entrate nel disco, a differenza di “Traslazione” che è rimasta fuori, ma sono legato in particolar modo a quel brano e tutti i live vengono aperti da quella canzone.

Molte volte, un brano mette a nudo l’artista. Qual è stato il brano, in quest’album, con cui hai avuto più difficoltà nella scrittura, da questo punto di vista?

Forse “Capodoglio 216” visto che ci ho messo un paio di mesi a chiuderlo. È un pezzo molto profondo e personale, e trovare le parole giuste non è stato semplice, ma a livello di scrittura è sicuramente tra i migliori del disco.

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Come ti sei avvicinato alla musica ed in particolare al mondo del rap?

Sono nato con la radio accesa. Da bambino, in casa mia e in quella dei miei nonni con cui sono cresciuto, ascoltavo solo cantautorato italiano. Durante il periodo delle medie ho ascoltato molto rock, punk e metal, per poi arrivare al rap. È successo completamente a caso, e pian piano ho capito che il rap riusciva a rendere meglio i concetti e le tematiche che scrivevo.

Cosa vuol dire fare rap in una città come Roma?

Provare ad emergere in un mare di squali

In un’intervista, hai detto una cosa molto importante: “È importante capire il perché una persona dovrebbe apprezzare la vostra arte. Se hai qualcosa da dire, la gente se ne accorge.”
A questo punto ti chiedo cosa contraddistingue Bucha. Cosa ha da dire?

Bisognerebbe chiederlo a chi mi ascolta. Io mi limito a cercare di migliorare ogni giorno la mia scrittura, di arrivare meglio al punto, di provare a parlare anche di quello che mi fa più male, di mettermi il più a nudo possibile senza paura delle conseguenze. Il resto sta al pubblico e di come assimila ciò che scrivo.

 

 

 

Poker di concerti (e di grandi artisti) per l’Arena Derthona 2019

Inizia oggi 11 e durerà fino al 14 luglio la decima edizione dell’Arena Derthona a Tortona (AL).

Quattro i nomi scelti quest’anno per festeggiare al meglio questo decimo compleanno.

Si parte stasera (11 luglio, n.d.r.) con Fiorella Mannoia e il suo “Personale tour”.

Fiorella Mannoia_DSF9035 foto di Francesco Scipioni

Il 12 luglio, invece, sarà la volta dei Subsonica in tour per celebrare il loro ultimo lavoro discografico “8”.

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Il 13 toccherà invece ai liguri Ex-Otago, pronti ad illuminare il sabato sera con il loro “La notte chiama tour”.

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Infine, a chiusura delle quattro giornate, si eisibirà la super band americana Snarky Puppy (vincitrice di tre Grammy Awards), attesa domenica 14 luglio per l’unica data nel nord-ovest italiano del tour di presentazione del nuovo album “Immigrance”.

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Una programmazione variegata e d’alto livello, che conferma l’importanza che, da dieci anni a questa parte, il festival ha sempre dato allo show e, naturalmente, alla musica.

Di seguito le parole di Charly Bergaglio, Direttore Artistico di Arena Derthona, pronunciate a presentazione dell’edizione della kermesse di quest’anno: “Questa decima edizione è un punto di passaggio. Nelle prime dieci abbiamo delineato quella che è stata – e lo sarà ancora di più in futuro – la caratteristica del nostro festival: la condivisione; del territorio, dei generi musicali, dei luoghi di spettacolo, delle esperienze culturali. Abbiamo avuto l’onore di ospitare sul nostro palco personaggi di altissimo livello come Chick Corea, Stefano Bollani, Pat Metheny, Burt Bacharach, Francesco De Gregori, Gino Paoli con Danilo Rea, Franco Battiato, Cesare Cremonini, Antonello Venditti, Cory Henry, Caparezza, che hanno attirato un pubblico eterogeneo, da quello più maturo e consolidato a quello più giovane, alla ricerca di nuovi suoni e nuovi protagonisti della scena. Il ringraziamento va a tutti coloro i quali hanno reso possibile negli anni Arena Derthona sia per la parte istituzionale – Comune di Tortona, Regione Piemonte, Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona – sia le decine di sponsor privati, motore economico dal 2010 ad oggi e che sempre di più lo sarà in futuro. E soprattutto grazie alla nostra comunità, sempre pronta a recepire con curiosità le novità che abbiamo proposto negli anni.”

Per altre informazioni: www.arenaderthona.com

Arena Derthona InfoPoint: Via Emilia, 130 Tortona (AL)

RED BRICKS FOUNDATION, dal quartiere Trionfale a Pete Doherty

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Di Alessio Boccali

Dai mattoncini rossi di Trionfale “verso l’infinito e oltre”, come direbbe Buzz Lightyear. I Red Bricks Foundation (Lorenzo Sutto, Claudio Cossu, Marco Cilo e Jacopo Corbari), nonostante la giovane età dei suoi componenti, hanno già alle spalle una notevole gavetta ed una bella esperienza nel talent show X Factor. Da poco è uscito il loro primo singolo in italiano “Ho perso la testa” e tanta carne è al fuoco per affrontare l’inverno con delle piacevoli sorprese. Nel frattempo, in questa afosa estate di lavoro, venerdì 5 luglio incontreranno uno dei loro idoli, Pete Doherty, e apriranno il suo concerto romano al Social Park.

Di tutto questo e di tanto altro ho parlato con Claudio, il chitarrista del gruppo.

Ciao Claudio, partiamo dagli inizi. Come sono nati i Red Bricks Foundation e qual è stata la gavetta affrontata fino ad ora?

Un abbozzo dei Red Bricks Foundation nasce nel 2011 grazie a Lorenzo (il frontman attuale della band) e ad una bassista con la quale lui suonava all’epoca. Il progetto prende questo nome da una strada costeggiata da mattoni rossi qui a Trionfale (nell’area ovest di Roma), il nostro quartiere. A dire il vero, inizialmente, Lorenzo voleva soltanto scrivere una canzone su questi mattoni, poi però, nel frattempo, la sua band dell’epoca si scioglie ed allora questi mattoni rossi, questi red bricks, diventano parte del nome di quella che ora è anche la mia band (io sono entrato nella “famiglia Red Bricks” circa due mesi dopo la fondazione “ufficiale”). Da allora ci sono stati un po’ di cambiamenti di formazione, fino a stabilizzarci circa un anno e mezzo fa. Per quanto riguarda la gavetta, ne ricordo davvero tanta: penso di aver suonato in più dell’80% dei locali romani e in qualsiasi condizione. Fuori la Capitale, inizialmente, non abbiamo fatto granché, ma c’è da considerare che i primi tempi avevamo anche 15/16 anni e quindi era un bel po’ complicato spostarci.

Dopo questa gavetta, è arrivata anche una grande occasione televisiva con X Factor… com’è stata?

Eravamo partiti molto tranquilli, non ci aspettavamo nulla di che, forse l’avevamo presa anche un po’ sottogamba, ma ben presto ci siamo accorti che avremmo dovuta prenderla più seriamente. L’impatto, infatti, è stato impressionante. Abbiamo immediatamente notato un grosso salto di qualità soprattutto a livello tecnico. Tutti ci han trattato fin da subito come dei professionisti della musica. Abbiamo avuto modo di capire e apprendere i tempi e i modi di approcciarsi alla musica di chi di musica vive e ci siamo resi conto sempre di più di quanto sia necessario impegnarsi al 100% per essere musicisti nella vita.

Vi ispirate ad artisti internazionali di spessore come Arctic Monkeys, The Strokes, Kasabian… gente che fa generi che in Italia (ahinoi, n.d.r.) non hanno attecchito molto. Quanto è difficile fare musica con quei mood in Italia e addirittura, come nel vostro ultimo singolo, in italiano?

Combattiamo con questa cosa fin dagli inizi e un po’ di anni fa la situazione era ancora più difficile perché eravamo davvero in pochi ad ascoltare questi artisti. Il bello, però, è che tanta gente cominciava (e comincia) ad ascoltarci proprio perché facciamo musica nuova per l’Italia. L’idea di portare quei generi in italiano nasce proprio dalla volontà di fare una cosa che nessuno aveva fatto prima oltre che dall’esigenza di esprimerci nella nostra lingua. “Ho perso la testa”, il singolo uscito da poco, ed altri pezzi, sempre in italiano, li abbiamo composti prima del nostro percorso televisivo, quindi alla base non c’è alcuna esigenza/richiesta discografica. Anzi, abbiamo osato, ci siamo presi un rischio e ci è piaciuto molto farlo perché abbiamo seguito, senza filtri, l’evoluzione del nostro pensiero sulla musica e anche le nostre nuove influenze (King Krule e Cosmo Pyke, tanto per citarne due…).

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Raccontami qualcosa su com’è nata “Ho perso la testa”…

Sì. Lorenzo l’ha scritta d’estate, in uno di quei periodi in cui sei un po’ giù e non hai molta voglia di fare qualcosa. Allora ripensi alla scuola, alle esperienze passate e dai sfogo alla tua noia mettendola in musica. La noia e la nostalgia sono, senza dubbio, le parole chiave che stanno alla base della genesi del brano.

Il vostro futuro, che poi sa anche un po’ di passato visto che tanti brani ce li avete già pronti da tempo, quale direzione seguirà?

Considereremo ancora sia l’inglese che l’italiano: scrivere in inglese spesso ci viene più naturale, ma l’italiano è la nostra lingua e ci affascina proprio perché è così difficile lavorarci per fare il nostro genere di musica.

Se ti parlo di Libertines, Babyshambles, Pete Doherty…

Eh… venerdì al Social Park a Roma canteremo prima di Pete Doherty & The Puta Madres. È un sogno. Doherty è uno dei nostri miti fin dall’adolescenza. Per ora ce la stiamo vivendo abbastanza serenamente; siamo contentissimi, naturalmente, perché è la prima volta che ci capita di aprire il concerto di un artista così grande e che ci ha influenzato così tanto. Io e Lorenzo, nel 2015, partimmo il giorno stesso del suo orale della Maturità e ci facemmo dodici ore di pullman per andare ad ascoltare i Libertines. Quel giorno riuscimmo anche a parlare rapidamente con Pete. Venerdì, però sarà diverso: ci parleremo da colleghi e condivideremo lo stesso palco e lo stesso backstage. Ripeto, un sogno.

…Oltre a Pete Doherty ritroverete Roma con una notevole cornice di pubblico…

Suonare davanti ad un bel po’ di gente per fortuna non ci fa più paura, però, naturalmente, è sempre un’emozione nuova. Certo che esibirsi a Roma, poi, è uno sprone in più. Il nostro obiettivo nei live è quello di far trasparire sempre le nostre origini: ok, ci piace la scena inglese, ma noi non siamo solo quello; vogliamo dare il nostro personale contributo alla musica.

L’appuntamento con Pete Doherty & The Puta Madres, Red Bricks Foundation, VANBASTEN, White Def e altre possibili sorprese è venerdì 5 luglio al Social Park di Roma in via del Baiardo, 25.

Corrado Rustici, FOR THE BEAUTY OF THIS WICKED WORLD – Quando bellezza e malvagità si intersecano.

Di Manuel Saad
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ph. Joe Messina

“Fra la melodia più sublime e la libertà da tutte le melodie, c’è un abisso che ogni musicista serio deve attraversare. Per me, questa è stata la direttiva alla base del progetto. Una delle nostre premesse è stata quella di non basare il lavoro su quello che già apparteneva al nostro lessico musicale, ma di usare quest’occasione per aprirci ad orizzonti che non appartenevano necessariamente a nessuno dei due”Corrado Rustici.

 
Abbiamo fatto una splendida chiacchierata con Corrado Rustici, noto chitarrista e produttore musicale di fama internazionale. Ha lavorato con Herbie Hancock, George Benson, Elton John, Aretha Franklin, Whitney Houston, Zucchero, Andrea Bocelli, De Gregori, etc. Un curriculum ricco e pregno di cultura musicale importante che ha deciso, insieme ad un altro chitarrista d’eccezione, Peppino D’Agostino, entrato nel 2017 nella classifica dei 50 chitarristi più importanti mai esistiti, di forgiare un album strumentale dove la riflessione introspettiva incontra la sperimentazione.

Cover_b“FOR THE BEAUTY OF THIS WICKED WORLD”. Quale aspetto della malvagità e della
bellezza avete voluto “sonorizzare” con quest’album?

Bella domanda. Diciamo che non c’era uno scopo in particolare di sonorizzare malvagità e bellezza. Il titolo dell’album viene dal testo di una canzone venuta fuori spontaneamente, che trattava di un qualcosa di molto importante.
Le sonorità del disco sono state caratterizzate, piuttosto, da una premessa che avevamo fatto io e Peppino D’Agostino, ovvero quella di non fare un album da chitarristi. Non ci interessava minimamente far sentire quanto siamo bravi o di lasciare che la nostra tecnica chitarristica influenzasse in maniera preponderante la composizione. Questa cosa ha sicuramente creato il contesto sonoro dell’album e abbiamo seguito le composizioni genuine, che più ci piacevano. A me interessa sempre integrare suoni contemporanei con quello che già c’è arrivando ad un qualcosa che io definisco “trans-moderno”: un qualcosa che non rifiuta ciò sta succedendo. Per me la chitarra sta passando un periodo di oscurità, poiché è uno strumento che è stato relegato ad un
suono inventato 60 anni fa e che per quanto mi riguarda non è più rilevante. Il mio sforzo sta nel far avere alla chitarra nuove voci, in un contesto più contemporaneo.

Mi stavi dicendo che c’è stato un evento che ha portato la nascita di questo disco.

Io e Peppino ci conosciamo da più di vent’anni e anche lui, come me, abita qui a San Francisco. Da tanto tempo avevamo deciso di fare qualcosa insieme. Quattro anni fa, Peppino mi regalò un suo album, “Penumbra”, e all’interno di quest’album c’era una canzone che aveva dedicato a questo grandissimo chitarrista che si chiama Sergìo Assad. A me piacque molto il brano, ma da produttore ho sentito delle cose che potevo cambiare. Ho preso alcune parti di chitarra e ho costruito un brano con melodia e testo. Rimase così entusiasta del risultato da far accendere la scintilla per la scrittura di quest’album. Andando avanti, scrivemmo insieme “For The Beauty of this
Wicked World”, un brano partito da un sogno che avevo fatto, in cui mi immedesimai in una donna migrante. Come nel mediterraneo, anche qui in California c’è una grande crisi di migranti provenienti dal Sud America. Mi venne, quindi, in mente questa donna che voleva andar via da un posto che lei amava, la sua terra, per riuscire letteralmente a sopravvivere.Il testo partì da questo: il riflesso della bellezza e della malvagità di questo mondo. Siamo una specie che ancora non ha imparato a vivere come dovrebbe, che sta massacrando questo pianeta. Tendiamo a circondarci di cose per proteggerci dalla vita stessa.

C’è un grave problema di empatia al giorno d’oggi e un’arroganza nel pensare di
conoscere tutto quando in realtà non sappiamo chi siamo.

Esattamente. La riflessione chiave è “chi siamo?”. Quest’arroganza di cui parli viene proprio dalla paura di cose che possono accaderci e dal desiderio di ripetere episodi positivi che ci sono successi in passato. Ma il piacere è un’oasi in un’esistenza di sofferenza. Siamo alla costante ricerca di piacere perché viviamo una vita che non ci piace, che non ci appaga. Inoltre, da quando nasciamo, siamo bombardati da schemi e sovrastrutture che ci vengono imposti, che servono sicuramente ad ognuno di noi per funzionare bene all’interno di una società, ma che non ci permettono di chiederci chi siamo. Ho realizzato, per esempio, di non essere un musicista, ma di fare il musicista. Cerco di farlo al meglio e sono convinto che la liberazione non è mai per se stessi ma da noi stessi.

Quando si decide di fare un album strumentale come questo, quali sono le difficoltà
maggiori? C’è stato un brano in particolare che è stato complesso da realizzare?

La difficoltà è sempre quella di cercare di fare qualcosa che sia musicalmente accettabile. Vivo un momento della mia vita in cui mi rendo conto di essere stato molto fortunato sia a livello internazionale che a livello nazionale. Ho ricevuto tanto dalla musica e ne sarò sempre grato. Però mi rendo conto che sono arrivato ad un punto che se voglio fare qualcosa, non lo faccio sicuramente per vendere o per essere popolare. Questa visione mi libera molto da quella prigione della popolarità che si viene a creare intorno, anche se non ho mai avuto questo tipo di problema, lavorando “dietro le quinte” da produttore. Voglio fare qualcosa che sia rilevante, che sia vera e non semplice intrattenimento. L’entertainment non è quasi mai arte, mentre l’arte è sempre intrattenimento. Lo sforzo di un’artista è proprio quello di proporre cose che le persone sono abituate a sentire meno. Trovare uno spazio che a me risulta scomodo, sarà sicuramente quel campanello che mi dirà che sto facendo qualcosa di nuovo. Il brano “3-2-1… A tribute…” è un mio omaggio a John Coltrane ispirato da un suo brano, “Countdown”. Tecnicamente è stato molto difficile non essendo un brano chitarristico, ma mi piaceva molto l’idea di potermi avvicinare al sassofono attraverso la chitarra elettrica. La ricerca è un qualcosa di fondamentale nella musica e sicuramente questo è stato il brano più difficile da realizzare.

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ph. Joe Messina

Cosa vuol dire essere un produttore e come si diventa produttori?

La prima volta avevo 16 anni. Avevo registrato un album con una band che si chiamava “Cervello” e quando andammo a Milano, allo sbaraglio, ci fecero un contratto. Mi ritrovai in uno studio di registrazione con un fonico che mi affiancava durante le sessioni: non sapevo nulla e mi ritrovavo nella cosiddetta “fossa dei leoni”. Nel frattempo scoprì che c’erano molte affinità tra me e il ruolo di produttore musicale. Ho vissuto anche l’evoluzione che c’è stata a livello tecnologico. Sono un grande fan della tecnologia anche perché se non ci fosse stata, il mondo chitarristico non avrebbe avuto evoluzioni con la chitarra elettrica, i pick-up, etc. Una grande intuizione che venne data in mano a personalità importanti come per esempio Jimi Hendrix, anche se comunque da lì non ci sono state grandissime evoluzioni ma forse è giusto così: non deve esserci una democrazia artistica. Non siamo tutti artisti, e la storia lo insegna. Quando mi trasferì in Inghilterra imparai molto nel settore della produzione. Anche quando mi trasferì successivamente qui a San Francisco, feci una grande gavetta lavorando con Elton John,
Whitney Houston, Aretha Franklin, etc. Nacque così la voglia di affinare ancora di più questo ruolo e con Zucchero ebbi la possibilità di continuare e di sperimentare.In Italia non si facevano dischi come “Oro, Incenso e Birra”, che forse è stato uno dei dischi più venduti.

Quali differenze ci sono tra l’Italia e gli U.S.A. in questo campo?

Bisogna dire che politicamente ed economicamente, l’Italia è messa da parte. Ci sono le
multinazionali che hanno il vero e proprio controllo sull’industria. Io ho avuto la fortuna di vivere in una bolla anomala negli anni ’60 fino alla metà degli anni ’90, dove l’industria guadagnava tanto perché sfornava prodotti che vendevano molto. Non c’era un controllo come oggi in quanto si dava la possibilità agli artisti di fare tutto da soli e vedere poi chi valeva la pena di seguire. L’Italia è succube di questa situazione, come anche altre nazioni rispetto a Londra o a Los Angeles. Gli artisti italiani, nel frattempo, sono succubi del fatto che bisogna cantare in italiano ed è un qualcosa che, vuoi o non vuoi, ti limita notevolmente e ti permette al massimo di arrivare ai paesi latini come
il Sud America. Un artista italiano non riuscirà mai ad imporsi sul mercato americano, a meno che tu non sia Andrea Bocelli, il quale non fa musica popolare e prende una fetta di pubblico più adulto che ha in mente l’idea del bel canto italiano e, quindi, decidono di sposare un progetto come il suo, anche perché quel tipo di progetto in America non c’è. Zucchero anche è stato uno dei pochi che è riuscito ad inserirsi e ad essere credibile qui negli Stati Uniti. Ci sarà sicuramente qualcuno che possa piacere ma non così tanto da essere rilevante nel mercato americano. Non ci sarà mai la possibilità che un artista italiano riesca a spiccare qui. Impossibilità anche per le multinazionali italiane. Bisogna dire anche che non c’è nemmeno una voglia di creare un qualcosa all’estero e di inserirsi
come artisti italiani. Io per esempio sono dovuto scappare via, perché se fossi rimasto in Italia, non avrei mai avuto nessuna possibilità di arrivare più di tanto.

Quanti anni sono che vivi a San Francisco?

Sono arrivato in America nel dicembre del ’77. Con Cristoforo Colombo e la ciurma, siamo partiti ed approdati in California (ride, ndr).
Anche l’inglese, in Italia, non è una lingua parlata come negli altri paesi. C’è una pigrizia di fondo che non permette di fare molto. E’ un paese chiuso che stanno cercando di chiudere ancora di più e per smuovere qualcosa, ci vorrà una grande rivoluzione secondo me.

Mi sembra di capire che dal ’77 ad oggi, non è cambiato moltissimo.

Io non noto grosse differenze, sinceramente. Dimmi tu di qualche artista italiano che è riuscito ad entrare in classifica in America o in Inghilterra. Si parla di Bocelli e Pavarotti.
Eros Ramazzotti e Laura Pausini hanno avuto successo in Germania (che li vogliono sentire in italiano) e in Sud America. Fine.

Tornando all’album, ci sarà un tour?

Non quest’anno per via di numerosi impegni. Sto già lavorando al mio prossimo album da solista e mi ci vorranno diversi mesi per riuscire ad imparare le parti di chitarra che ho scritto (ride, ndr). Nel frattempo sto producendo un chitarrista molto giovane, Filippo Bertipaglia. Un ragazzo brillante che spero di portare all’estero entro quest’anno. Nella sua nicchia di chitarra acustica è veramente un genio e merita di avere voce in capitolo. Poi, con Peppino, stiamo pensando al 2020 come anno per un tour europeo.

MARILYN MANSON

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di Francesco Nuccitelli

Doppio nome d’arte
Il caro e amato Marilyn Manson, all’anagrafe Brian Hugh Warner è nato a Canton in Ohio nel 1969 e risulta tra i musicisti più apprezzati negli USA. Ma da dove nasce la scelta di questo nome? Il suo nome nasce dall’accostamento di nomi della grande attrice Marilyn Monroe e del celebre killer degli anni sessanta Charles Manson.

Le influenze
Nel corso della sua vita e della sua carriera ha sempre giocato sul binomio bene e male. Mentre la sua adolescenza è caratterizzata da una scuola cattolica rigidissima, la sua vita artistica è caratterizzata da artisti eccentrici quali: Alice Cooper, Black Sabbath e David Bowie.

Il cinema, oltre la musica…
Oltre la musica si è contraddistinto anche in altri settori. Debuttò nel mondo del cinema nel 1997, come attore nel film Strade perdute di David Lynch, per poi partecipare in altri film in alcuni cameo. Ha collaborato con attrici come Asia Argento e Rose McGowan. Inoltre, si racconta che Johnny Depp si sia ispirato allo stesso Manson per il celebre personaggio di Willy Wonka nel film “La fabbrica di cioccolato” di Tim Burton.

Un mostro dal cuore d’oro
Non si giudica un libro dalla copertina. Ed è proprio questo il caso, perché Manson, quando non indossa le vesti di oscura rockstar è un vero e proprio personaggio dal cuore d’oro. Infatti, ha supportato diversi progetti e organizzazioni (quali Make-A-Wish, Music for Life etc) per aiutare giovani ragazzi con un reddito basso o che hanno subito abusi sessuali o altri problemi.

Rock and love
Il reverendo del rock oltre che per la sua musica è anche celebre per I suoi flirt. Infatti, Manson ha sedotto alcune delle donne più belle del pianeta come: la regina del burlesque Dita Von Teese o la causa del loro divorzio Evan Rachel Wood o anche l’attrice Rose McGowan.

TASH SULTANA

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a cura di Carlo Ferraioli

L’artista polistrumentista che sta cercando il suo posto nel mondo, ma in che modo?

Natasha “Tash” Sultana è una cantautrice e polistrumentista, australiana con origini maltesi. Il prossimo 15 giugno spegnerà ventiquattro candeline poste sulla torta della sua vita: pochi anni, in effetti, ma già sufficienti per sperimentare stili (Rock psichedelico, Rock alternativo, Reggae rock, Lo-fi), collezionare esperienze di vita forti ed avere anche la capacità camaleontica di affrontare il tutto, farlo bene, e andare avanti.

In effetti Tash di cose ne avrebbe da raccontare: a 17 anni aveva sostanzialmente avuto a che fare con tutte le droghe che il mercato australiano passava, eccetto l’eroina. Questo periodo fosco e cupo della sua vita l’ha portata a vivere dei viaggi anche molto lunghi, per via dell’effetto allucinogeno delle sostanze che assumeva. Mesi e mesi di trip trascorsi nella propria mente, ma sempre e comunque con una chitarra fra le mani. Dopo 9 mesi di terapia, infatti, la ragazzina in cui nessuno più credeva ha dimostrato di valere, e come: impara a suonare oltre dieci strumenti, tra cui la chitarra, il basso, la tromba, il flauto, le percussioni, il sassofono e il mandolino. Un’artista che accompagna sempre le proprie composizioni in maniera trasversale mostra e dimostra un orecchio naturale a vibrazioni, energie e ritmi: Sultana è proprio così, perciò Generation ospita fra le pagine di questo numero una poliglotta delle note, della musica (anche di quella elettronica), ma anche dell’esistenza in senso lato.

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Non riuscendo a trovare un lavoro regolare per via dei suoi trascorsi da tossicodipendente, Sultana inizia ad esibirsi come artista di strada a Melbourne per racimolare qualcosa. Fa parte del gruppo Mindpilot come cantante e chitarrista assieme a Patrick O’Brien, Emily Daye e David Herbert. Il gruppo vince molte competizioni tra band, fino allo scioglimento avvenuto nel 2012.

A Rolling Stone, lo scorso settembre, dichiarò infatti di esser stata sempre e solo lei l’autrice della propria storia, fra scelte giuste e sbagliate: queste, del resto, le sono servite a capire che ogni tanto, lungo il percorso dei propri giorni, qualche errore lo si può anche commettere. Alle volte, continua, i mostri del passato tornano a fare breccia nella sua mente, ma è come se questo alimentasse anche la sua forza, quella che le ha dato la capacità, la voglia e la tenacia di scrivere pezzi del calibro di Jungle (prima registrazione domestica, milioni di view su YouTube), Murder to the Mind e dell’EP Notion (dicembre 2016), sei tracce per quaranta minuti di pura immaginazione a colori. Questa sua propensione naturale alle sfaccettature l’ha resa, nel corso dei mesi, una vera e propria funambola musicale, con notevoli elementi vocali fino alla produzione del suo primo album, pubblicato con la Lonely Lands lo scorso 31 agosto: Flow State, letteralmente, “stato di flusso”.

Tutto ciò l’ha portata a condurre un tour internazionale, grossa fama e posizioni in classifica scalate come dolci colline, oltre che a vari premi e riconoscimenti, soprattutto nella terra madre. Non poco, e sicuramente non banale. La risposta alla domanda che ci siamo posti in apertura è quindi una conseguenza di quanto detto: Tash ha fatto del caos e del cambiamento costante le proprie armi, ma più che armi, le proprie certezze in un mondo labile e frastagliato.

 

FEDERICO BARONI – NON PENSARCI

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Nome: Federico Baroni

Titolo: Non Pensarci

Genere: Pop/Funk

“Non pensarci” è il primo album del cantautore e busker romagnolo Federico Baroni. Questo è un disco che contiene 9 brani e che ripercorrono la vita del giovane artista, il tutto racchiuso in un progetto personale e che vede Baroni raccontarci tutti i punti di vista della sua giovane carriera. Il tema predominante dell’album è l’amore. Il sentimento inteso in tutte le sue forme e in tutte le sue sfaccettature. Funk, pop e R’n’B, sono solo alcuni dei generi presenti e che mettono in mostra tutto il talento del giovane busker. Un vero inno alla positività.

Di Francesco Nuccitelli

 

Ascolta su Spotify: https://artistfirst.lnk.to/NonPensarci

NON PENSARCI, il primo album di Federico Baroni, ora in preorder: https://musicfirst.it/693-federico-ba…

https://www.instagram.com/federicobar…