La Rappresentate di Lista al Primo Maggio di Roma

Di Francesco Nuccitelli

Tra i protagonisti del pomeriggio del Primo Maggio a Roma troviamo La Rappresentante di Lista, band che si è esibita – per la gioia dei fan – sopra lo storico palco di Piazza San Giovanni con due brani: “Questo corpo” e “Maledetta tenerezza”. Durante il concertone, noi di MZKnews, lì abbiamo raggiunti nel backstage per una veloce chiacchierata:

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Vi siete esibiti sul palco del primo maggio, tra la pioggia e il pubblico festante. Ma qual è stato il tocco queer che avete portato su questo palco?

Sicuramente il mio rossetto… questo mi sembra abbastanza queer. Ma aldilà di questo, se intendiamo queer come fuori da ogni schema o fuori da ogni genere e categorizzazione, potremmo dire che ciò lo già è la nostra musica.

Per quello che facciamo, grazie ad un lessico nuovo e all’utilizzo di codici diversi, ma anche per il fatto di non metterci dentro delle gabbie di generi musicali… né pop e né rock. Ecco, in questo senso noi portiamo questo tipo di esibizione.

Per voi cos’è oggi il primo maggio?

Ora sarà un modo per ricordare questa esperienza, questa possibilità di trovare un bellissimo pubblico, ma anche di trovare e ri-trovare dei fantastici colleghi e compagni di lavoro con cui ragionare anche sui temi delicati, come appunto il tema del lavoro. Anche perché questo è sicuramente l’argomento più importante di questa giornata.

Sì, questi sono quei momenti dove c’è la necessità di riaccendere il fuoco del dibattito, sui temi caldi e si spera che vengano protratti oltre la giornata del primo maggio.

Cosa potete dirci del lavoro del musicista, che ancora oggi, in Italia non è considerato tale…

Che effettivamente il lavoro del musicista diventa lavoro e diventa professione solo in un secondo momento, anche per noi è stato così. Basta pensare a tutte le giovani band, i giovani cantautori che si approcciano al mondo del lavoro come musicisti, spesso devono fare tantissima gavetta prima di considerarlo un vero lavoro.

È un investimento continuo nei primi tempi e si fa veramente fatica a far valere i propri diritti sul lavoro. Però, dal momento in cui ci si inserisce in un team di persone che ti stanno accanto e che riescono anche a tutelarti, cambiano molti aspetti. Anche la nostra serenità è cambiata in questo mestiere. Noi oggi lo sentiamo più libero, ma per gli artisti in generale è un mondo impossibile.

LA RUA,”Nessuno segna da solo”: un inno alla forza del collettivo.

LaRua

Di Alessio Boccali

Ore 15,30 circa. I La Rua hanno da poco portato sul palco del Primo Maggio Roma la loro carica esplosiva e, tra le altre cose, presentato al pubblico “Alta velocità”, il singolo tratto dal loro nuovo lavoro “Nessuno segna da solo”. Ci spostiamo in un angolino del backstage del concertone e con in sottofondo la musica degli artisti del contest #1MNEXT, che la band ascolana stessa ha vinto anni fa, inizia questa piacevole chiacchierata:

Ciao ragazzi, voi avete sempre un grande rapporto col concertone del Primo Maggio di Roma, avete anche vinto il contest #1MNEXT anni fa…

Sì, è vero, ma è sempre un’emozione nuova perché parliamo di un palco enorme che richiede grande responsabilità. Ogni volta ci troviamo a pensare a un modo per salire sul palco e dire qualcosa di nuovo; di conseguenza, ogni volta è come la prima.

Il vostro nuovo album si chiama “Nessuno segna da solo”: una grande affermazione della forza del collettivo…

È un disco progettato tutti assieme: un lavoro in team dà sempre più valore alle cose. È stato molto importante riuscire a concentrare le idee di ognuno di noi all’interno di questo disco e speriamo che questo venga compreso e apprezzato dal pubblico.

Il nome della vostra band “LA RUA”, oltre ad essere un omaggio alle rue (le stradine della vostra Ascoli Piceno) significa proprio la strada; musicalmente parlando sperimentate spesso nuove strade…

Sì, e l’abbiamo fatto proprio per rafforzare la voce del collettivo. È giusto ascoltare le idee di tutti i membri della band e in questo disco in particolare siamo riusciti a mettere molti generi diversi, che rispettano le idee e i gusti di ognuno. Insieme, noi che sappiamo tutti produrre, e Dario Faini, nostro produttore e co-autore, abbiamo dato vita ad un lavoro coraggioso, che strizzasse l’occhio proprio a molte sonorità diverse.

Giocando con il titolo di un altro vostro album, quando siete sul palco siete sempre “sotto effetto di felicità” e questo lo trasmettete anche al pubblico; cos’altro volete trasmettere a chi vi ascolta?

Attraverso la nostra musica cerchiamo sempre di veicolare diversi messaggi, anche impegnati e impegnativi, tuttavia cerchiamo di farlo sempre con una buona dose di positività e di coraggio.

Per chiudere, com’è stato il tour mondiale che vi siete guadagnati quest’anno a Sanremo Giovani?

È stato fantastico, un’esperienza unica: in 16 giorni abbiamo portato la nostra musica in giro per il mondo. Adesso però c’è da pensare al nostro nuovo tour italiano, con il quale presenteremo il nostro nuovo album. Ci sentiamo a breve per le date…

Federico Baroni: Non pensarci? È un disco molto vero e molto personale

 

Di Francesco Nuccitelli

FEDERICO BARONI_cover_NON PENSARCI“Non pensarci” (Artist First) è il primo album del cantautore e busker romagnolo Federico Baroni. Il disco, che al suo interno presenta 9 brani è il riassunto della sua vita. Un progetto personale che vede Baroni raccontarsi e raccontarci tutte le sfaccettature della sua giovane vita. In attesa del suo street tour e dei vari impegni estivi, noi di MZKnews – Musica ZeroKm lo abbiamo raggiunto per una bella chiacchierata:

Ciao Federico, grazie per questa intervista. “Non pensarci” è il titolo del tuo progetto, ma cosa ci puoi raccontare di questo tuo album d’esordio?

Sì, questo è il mio primissimo disco e farlo è stata un’emozione pazzesca. Sicuramente verranno altri dischi e altre canzoni, ma è il primo progetto e non me lo dimenticherò mai. È un disco che al suo interno contiene 9 pezzi che ho scritto in questi 5/6 anni, il tema predominante è l’amore in tutte le sue declinazioni e in tutte le sue sfaccettature (come l’amore per un’altra persona, per il viaggio, per la famiglia ecc.), è un disco molto vero e molto personale. Il mio obiettivo è quello di far arrivare a tutti le emozioni di questo disco.

Quanto è personale per te questo album?

Sono tutti brani autobiografici. Tutte esperienze che ho vissuto in prima persona. Anche il titolo “Non pensarci” è legato ad una storia importante e così anche le altre canzoni. Come ad esempio “Spiegami”, “Profumo” o anche “Mamma tutto ok” in particolare questa, è una canzone che ho scritto nel periodo di transito tra lo studio e la musica, una canzone che può sembrare leggera, ma che invece nasconde un aspetto nostalgico per me importante. Poi c’è il brano “Londra” che racconta la tematica del viaggio e che può dare l’impressione di una canzone d’amore, poiché ho descritto Londra come una donna che cambia e non sa mai cosa vuole, poiché Londra è una città imprevedibile. C’è una canzone all’interno del disco che si chiama “Diverso”, in questo brano ho affrontato una tematica importante come quella dell’omosessualità e anche lì la storia è molto personale perché ho raccontato lo sfogo di un amico che si è confidato con me. L’album è molto personale, perché queste 9 canzoni scelte erano tutte collegate tra loro per il percorso, le tematiche, ma anche per il sound.

Se non sbaglio ti sei approcciato tardi alla musica. Quando è nato in te il bisogno di comunicare con la musica?

Sì, mi sono approcciato molto tardi alla musica, ho iniziato a suonare a vent’anni circa. Prima lavoravo nelle discoteche e quindi ero molto lontano dal mondo musicale. Quando sono arrivato a Roma per studiare non ascoltavo niente, ero proprio ignorante da quel punto di vista. Una volta però, un mio amico per gioco mi ha detto: “guarda dovresti prendere delle lezioni di canto”. Così ho iniziato a fare canto e a suonare. Ho dovuto recuperare tanto tempo e ho potuto farlo grazie al fatto di suonare per strada, dove ogni giorno avevo un palco per migliorarmi e per farmi conoscere. Ho finito gli studi e mi sono laureato sia nella triennale, in economia e management e sia nel master per diventare manager musicale. Perché mi è sempre piaciuto gestirmi tutto da solo. Oggi che sono arrivati dei numeri importanti (Per quanto riguarda le vendite e per i social ndr.) posso vivere di sola musica. Confesso che fino a qualche mese fa era molto difficile.

Come sei cambiato dai talent (“Amici” e “X-Factor”) all’album “Non pensarci”?

Sono cambiato molto perché nella mia prima partecipazione ad un talent ero molto immaturo, non avevo mai arrangiato un pezzo in studio, non avevo mai lavorato con dei professionisti e prima avevo sempre fatto tutto da solo. Queste partecipazioni mi sono state utili perché i “no” che ho ricevuto mi hanno fatto crescere e ho avuto la possibilità di arrivare ad un pubblico più vasto. Anche se certe critiche riguardavano il numero di like nei social o il mio personaggio… certo però che il talent deve essere un punto di partenza e mai un punto di arrivo. Dopo devi continuare con un bel progetto, perché se no duri poco fuori. Proprio per questo la fiducia della mia etichetta, una volta uscito dal talent è stata fondamentale per me.

Sei molto amato sui social, questa cosa la vedi come una responsabilità verso i più giovani?

È una bella responsabilità, tuttavia non è solo del cantante, dell’attore o del vip di turno, ma è di chiunque attraverso i social riesce ad ottenere dei numeri di seguaci o like importanti e quindi arrivare a tante persone. Il messaggio che cerco di mandare lo mando attraverso le canzoni, però sono consapevole che con una storia (su Facebook o Instagram ndr.), una foto o altro, posso influenzare delle persone. Da parte mia c’è la volontà di mandare messaggi positivi e di spensieratezza, un po’ come ho fatto poi con il disco. Però è ovvio che bisogna fare attenzione.

Com’è cambiata la tua vita da busker dopo le tue varie esperienze televisive?

È cambiata molto. Un conto è suonare per strada con qualcuno che si ferma perché gli piaci, un altro conto è perché ti ha visto in tv e quindi chiaramente il riscontro per strada è diverso. Però la cosa che mi ha emozionato maggiormente, è vedere che la gente che si fermava per strada prima, è la stessa che oggi mi segue e compra i dischi. Tutto ciò mi fa molto piacere. Cantare per strada abbatte il muro dei social e ti da la possibilità di instaurare un rapporto diretto con il pubblico.

FEDERICO BARONI 3_photo credit Mattia Greghi.jpg

Per presentare ufficialmente l’album ti sei affidato al brano “Disordine”. Come mai questa scelta?

È l’ultimo brano che ho scritto. Ho scelto il brano per la tematica, poiché riguarda l’ultima storia importante che ho avuto e quindi come tema lo sentivo molto personale. Ma il brano è stato scelto anche per il tipo di arrangiamento che accompagna il brano. È questo il tipo di stile che vorrei portare anche con il secondo disco. Uno stile tra funk, pop, R ‘n’ B, o anche come Charlie Puth ecc. insomma, un insieme di cose che al momento rappresentano la mia musica e che vorrei rappresentassero anche il prossimo disco.

Per quanto riguarda il tour, ci puoi già dire qualcosa?

Per l’estate o comunque a breve, avrà inizio uno street tour come quelli che ho fatto anni fa. Uno street tour per presentare in maniera anomala il disco e portarlo in maniera acustica in giro per l’Italia. Poi proveremo a portare il disco in giro per i vari festival estivi e In seguito, ci sarà un tour vero e proprio nei locali, dove suonerò live con la band e per me questa è una delle cose più importanti.

FEDERICO BARONI_photo credit Lorenzo Silvestri BENDO (2)
Questa la tracklist di “NON PENSARCI”:

  • “Non pensarci”,
  • “Spiegami”,
  • “Domenica”,
  • “Disordine”,
  • “Profumo”,
  • “Mamma è tutto ok”,
  • “Londra”,
  • “Diverso”,
  • “Tutte le cose che”.

MOSTRO, The illest vol.2: tutte le cose belle passano attraverso il dolore.

MOSTRO - THE ILLEST VOL 2

Di Alessio Boccali

Mostro, all’anagrafe Giulio Ferrario, è tornato e l’ha fatto con “The illest vol.2”: un disco che vuole dar il là all’inizio di una saga, ma che allo stesso tempo ci mostra un artista differente, più maturo rispetto al primo “The illest”, pronto a chiudere col passato per proiettarsi, sperimentando, nel futuro. Un disco molto personale in cui la penna schietta e sincera del rapper romano ben si sposa con delle sperimentazioni sonore taglienti e ben ritmate. Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Mostro proprio all’alba dell’usciTa del suo nuovo street-album.

Caro Mostro, “The illest vol.2” è davvero un disco nel quale hai voluto sperimentare nuove direzioni musicali e uscire dalla tua comfort zone…

Sì. Fondamentalmente, la differenza tra un mio disco ufficiale come lo è stato “Ogni maledetto giorno” e quella che si sta manifestando come la saga “The illest” è il mio approccio alla musica; in “Ogni maledetto giorno” ho seguito un percorso guardando davanti a me e seguendo sempre la stessa linea, nel progetto “The illest” e in particolare in questo volume 2, invece, mi metto completamente in gioco perché ho ancora tanto da scoprire di me stesso e sento che l’unico modo per farlo è proprio sperimentare attraverso i miei dischi.  Ho voglia di capire in quali direzioni sonore posso muovermi e di lasciarmi stupire da nuove esperienze.

Ci sono delle specularità tra il primo e il secondo volume di “The illest”, e, soprattutto, quando sono nati i pezzi di questo disco? Dopo “Ogni maledetto giorno” o sono pezzi che avevi già nel cassetto, ma che ancora non ti sentivi pronto di tirar fuori?

Sono pezzi nati sicuramente dopo “Ogni maledetto giorno”, anche se ci sono delle specularità tra questo volume 1 e il volume 2. Ad esempio, il primo pezzo di entrambi gli album esamina il mio percorso artistico a ritroso, quasi a fare un riassunto delle “puntate precedenti”; o ancora, nel primo volume nel brano “Sento” canto tutti i significati della parola “sento” ripetendola più volta e in quest’ultimo volume, in “Non voglio morire” faccio pressocché la stessa cosa. Ciò nonostante, “The illest vol.2” non è propriamente una parte due, è il pezzo di una saga, sì, ma anche un disco a sé stante.

A proposito di “Non voglio morire”, devo dirti che è sicuramente il pezzo che mi ha colpito di più. Mentre in altri brani del disco sei sempre sicuro di te stesso, sicuro di spaccare il mondo e ti paragoni persino al diavolo, qui ti senti insicuro, lasci trasparire le tue paure, le tue fragilità…

Ti rispondo nella maniera più sincera possibile. Ho subito un grave lutto qualche anno fa e vedere la morte così da vicino ti lascia delle impressioni: questa paura, questo timore che da un giorno all’altro tutto possa finire, che tutte quelle piccolezze che nella vita sono quelle che poi fanno la differenza possano non esserci più… tutte queste sensazioni, insomma, ti colpiscono a fondo.

…E questa paura è quella nuvola nera che incombe anche nel brano “Tutto passa”?

Fondamentalmente sì. Questo era un disco che avevo scritto rapidamente e con grande entusiasmo, poi però è arrivata la mia nuvola nera e i pezzi un po’ più “alti”, hanno ceduto il passo a brani più forti e rabbiosi come “Cani bastardi”, che più rispecchiavano la mia persona e il mio sentimento.

Proprio in “Cani bastardi” parli anche del tuo rapporto di amore e dipendenza – quasi patologica – con la musica e il rap, che tuttavia ti ha salvato e che tu stesso, come dici in un altro brano del disco, pensi di aver salvato…

In “Cani bastardi” ho messo in rima la mia frustrazione nei confronti di tutti quegli artisti che ancora fanno finta che non esistiamo; tutti quelli che con noi non vogliono collaborare o che non ci chiamano a suonare. Avevo proprio sviluppato questa sensazione di cane abbandonato. Quando però ti rendi conto di questa cosa riesci a trarne forza. Così in “Tutto passa”, dove ho voluto mettere in evidenza quello che è uno dei cardini del mio modo di pensare, ovvero che tutte le cose più belle devono passare attraverso il dolore; sono certo che al di là del dolore ci sia sempre il tuo premio, devi solo avere il coraggio di andare sempre avanti e resistere.

Affermi spesso, e l’abbiamo anche accennato prima, che per te la solitudine, a volte, ha rappresentato una forza in più…

Io cerco sempre di prendere coscienza della realtà che mi circonda e di non piangermi addosso, quindi se sono solo non esco di casa e mi metto a cercare disperatamente qualcuno che mi faccia compagnia; semplicemente, prendo atto del fatto che in quel momento devo contare esclusivamente su tutte le mie forze.

“L’anno del serpente” è il pezzo che apre questo “The illest vol.2” e come abbiamo già detto è un brano nel quale fai i conti con il tuo passato per poi aprire un nuovo ciclo, mentre nel ritornello de “Le tre di notte”, il pezzo che chiude il disco, affermi a gran voce “Adesso so chi sono”. È davvero così, ti senti più maturo?

Assolutamente sì, anche dal punto di vista lavorativo sono dovuto passare dal fare musica con gli amici in cantina tanto per divertirci, a fare musica per lavoro e questo cambiamento all’inizio mi faceva paura. Adesso però, col passare del tempo, mi accorgo che questo, come altri timori, iniziano a non esserci più. Sono cresciuto e riesco a gestire molto meglio le mie emozioni, mi sento piano piano sempre più padrone di questa situazione e questo “The illest vol.2” è il disco che mi proietta verso il futuro, un futuro che vedrà come prossima mossa un disco molto differente rispetto ai miei lavori passati.

Di seguito le date dell’instore tour con il quale Mostro incontrerà i fan per presentare il nuovo album di inediti “The Illest vol. 2”:
26 Aprile   Torino – Mondadori ore 14.30 / Genova – Mondadori ore 18.30
27 Aprile   Lucca – Sky Stone ore 14.30 /  Firenze – Galleria del Disco ore 17.30 28 Aprile
28  Aprile  Forlì – Mondadori ore 15.00 / Bologna – Mondadori ore 18.00
29 Aprile   Roma – Discoteca Laziale ore 16.00
30 Aprile   Frosinone – Mondadori  ore 15.00 /  Viterbo – Mondadori ore 18.00
1° Maggio Nola –  Mondadori ore 15.00 / Salerno –  Disclan ore 18.00
2 Maggio   Milano – Mondadori ore 15.00 / Varese – Varese Dischi ore 18.00

BLINDUR

BlindurCoverdi Manuel Saad

Blindur, oltre ad essere un grande musicista e un cantautore d’eccellenza, è una persona magnifica in grado di insegnarti molto. Il suo nuovo album, “A”, è un miscuglio di saggezza, poesia, coraggio, paure e delusioni: cadere a terra è importante e necessario per poter avere la forza di rialzarsi e, con il tempo, rinforzarsi sempre di più. Quest’album ci fa capire che esistono varie forme di buio e la cecità è semplicemente un altro modo di intendere la luce.

“There is a crack in everything – That’s how the light gets in” ovvero “C’è una crepa in tutto- È così che penetra la luce”. Questa frase, tratta da “Anthem” di Leonard Cohen, fa capire ancora meglio questo dualismo di cui parli nel disco. Coraggio e paura coesistono ed è necessario avere paura per accendere il coraggio dentro di noi.

Proprio così, questa citazione mi è molto cara. Per me sintetizza quella dinamica che c’è nel momento in cui si manifesta un’esperienza negativa che può essere un inciampo, un errore nella vita, una di quelle cose che può capitare a tutti. Puoi scegliere di viverla come esperienza negativa o puoi sfruttare quella rottura per capire cosa c’è dall’altro lato, per passarci attraverso, per intravedere qualcosa di diverso, per sfruttare quell’occasione. Il gioco è tutto qui: sfruttare una sventura come un occasione.
Rispetto al disco precedente, è nato tutto di corsa, in un certo senso: le canzoni sono state scritte in poco tempo, registrato in poco tempo e per quanto riguarda la fase creativa, nel giro di sette mesi era tutto iniziato e finito.

Infatti ho letto che le registrazioni sono iniziate ad ottobre circa…

Sì, in realtà sono state un po’ spezzettate. Una caratteristica dei dischi di Blindur è che vengono registrati nei ritagli di tempo. Svolgendo anche il ruolo di produttore, capita che mi ritrovo a lavorare con una band ed ho due giorni di pausa. In quei due giorni mi metto a registrare il disco. Una roba un po’ folle ma va bene così: questo è Blindur.

“Invisibile agli occhi” e “Futuro presente” sono i due singoli che hanno anticipato il
disco. Qual è il processo creativo seguito da Blindur? Parti dalla musica per poi incastrarci i pensieri o sono proprio loro a dettare le regole musicali?

Domandona questa! Diciamo che c’è un prima intuizione, nel senso che arriva uno spunto melodico e magari anche qualche parola. Possono arrivare quattro parole o addirittura una frase intera che mi colpisce. Prendo un sacco di appunti in prosa che poi riscrivo in metrica. Pensandoci bene, non credo ci sia un metodo fisso, in quanto può capitare che mi trovo particolarmente preso male e la canzone viene giù di botto. Dipende dai casi. “Invisibile agli occhi”, per esempio, è stata quasi
scritta di getto, anche se solitamente sto moltissimo tempo su una canzone. Non credo nel fatto che una canzone possa essere scritta in cinque minuti, o meglio a me non è mai capitato. Amo il lavoro di “limatura” che si fa sui pezzi.

Il tuo nome, “Blindur”, è una parola islandese che significa “cieco”. Nome suggerito da Jònsi dei Sigur Ròs, tra l’altro.

Questa cosa in cartella stampa spacca proprio (ride, n.d.r.). Il suggerimento è trasversale, in realtà. Ci siamo incontrati dopo un loro concerto, qui a Roma, un po’ di anni fa. Lui è non vedente da un occhio e mentre mi stava firmando dei dischi, mi dice: “C’è qualcosa che non va nei tuoi occhi!”. “Eh sì, abbiamo svariate cose in comune”, rispondo io. In quel periodo stavo cominciando a dare forma al progetto, avevo scritto qualche canzone, ma non avevo ancora trovato un nome. Volevo una parola sola che suonasse strana e che mi riguardasse da vicino. Volevo un suono, più che una parola e questo incontro con Jònsi mi ha lasciato sconvolto per svariati giorni a seguire. Ne parlai con Michelangelo, il ragazzo con cui suonavo fino a qualche tempo fa, il quale mi suggerì di
cercare in islandese come si dicesse “cieco”. Solitamente gli islandesi hanno queste parole lunghissime, mentre questa era perfetta: “blindur”. E poi, se cerchi su Google ci sono solo io (ride, n.d.r.)

Quest’album, come anche il precedente, vede la partecipazione di Birgir Birgisson, fonico dei Sigur Ròs, Björk etc. Se ti dovessi chiedere quanta Islanda e quanto “freddo” c’è in quest’album, cosa mi risponderesti?

Quanta Islanda c’è? In maniera didascalica ce n’è meno rispetto al primo disco, ma in maniera sostanziale credo di più in quest’ultimo. Nel primo, queste atmosfere dilatate e i suoni molto “spazializzati” ricordavano molto l’Islanda. In “A”, invece, ho salvato più quell’aspetto “oscuro” della musica nordica, quelle atmosfere più crepuscolari. “A” è più dark, in un certo senso, e credo che questa oscurità sia molto più glaciale. Vuoi o non vuoi, è legato a quel motivo lì.

Ti ho fatto questa domanda perché anche io ci sono stato e difficilmente si dimentica ciò che quel posto di mondo riesce a trasmetterti. Ti rimane dentro per sempre.

Non lo dire a me. Ci sono stato quattro o cinque volte e sono malato di quella terra. Solo chi è stato in Islanda può capire che c’è una desolazione confortante in certi paesaggi. Questa roccia così aspra, queste ambientazioni in cui ti senti ospite e che ti fanno sentire molto piccolo. Tutto il tuo universo è molto ridimensionato rispetto alla natura intorno. Questa cosa permette di guardarti dentro e di aprire più facilmente delle porte nascoste di te stesso. Da questo punto di vista, il disco è pieno di riflessioni così.

Nella tua musica traspare tanta voglia di conoscere e scoprire, magari,
conoscerti e scoprirti attraverso altre culture ed altre persone. Hai aperto numerosi concerti di diversi artisti come i TARM, The Zen Circus, Iosonouncane, Dente etc. Hai duettato con Damien Rice, Johnny Rayge e con “Mozzarella Session” ti sei tuffato in questo crogiolo di diversi mondi musicali. C’è qualcuno con cui ti piacerebbe scrivere un pezzo o, addirittura, un album?

Bella domanda! Generalmente, tendo molto ad approfondire le conoscenze. Ho sempre fatto in modo che le persone con cui ho avuto a che fare, in un modo o in un altro, si mischiassero a me. Anche quando abbiamo fatto apertura a svariati concerti, si è finito sempre col fare un duetto. Penso al rapporto che ho con Damien Rice che è nato in maniera molto casuale. Con lui è nata una grande amicizia: andiamo a fare le cene di pesce insieme (ride, n.d.r.). Se devo farti il nome di artisti italiani con la quale mi piacerebbe collaborare ti direi Nada. Con questi personaggi un po’ “spigolosi”, come anche Giorgio Canali, potrebbe uscire fuori qualcosa di veramente interessante. Un nome estero? Aaron Dessner dei The National. Per lui farei carte false. Sufjan Stevens invece è inarrivabile. Dicono che lui se li sceglie con la candela quelli con cui collaborare. Dovrò procurarmene una il prima possibile!

“Invisibile agli occhi” ci dice che esistono diverse forme di buio e che la cecità è,
semplicemente, un altro modo di intendere la luce. Quando hai capito che la musica era la tua luce?

La musica ha un qualcosa di strano. Una canzone di una band con cui ho lavorato diceva: “La musica mi ha salvato, ma ora mi vuole morto”. Mi sembra la sintesi perfetta. Sono una persona, per quanto non possa sembrare, a cui piace stare da solo. In qualche modo, la musica mi ha aiutato a lavorare su quest’aspetto di me, facendomi viaggiare e facendomi conoscere tante persone. Credo che non riuscirei mai ad allontanarmi da
lei. Anche se domani decidessi di non suonare più, la musica rimarrebbe comunque nella mia vita. Nella mia famiglia non c’erano appassionati di musica, quindi quando l’ho scoperta la sentivo molto mia e devo dire che per me è stato uno smarcamento totale nella vita, ancor prima della mia condizione di cecità. Questa lascia e lascerà sempre una traccia indelebile nella mia vita.

Progetti futuri? Partirà un tour a breve…

Sì, partiamo il 27 aprile.C’è questa nuova band da mettere in pista: Carla Grimaldi al violino, Luca Stefanelli che suonerà il basso ed altri strumenti e Julie Ant alla batteria. I concerti saranno nuovi rispetto ai precedenti ed il primo giro del tour prenderà in lungo e in largo l’Italia: Vicenza, Messina, Milano, Napoli, Torino e il 7 giugno saremo a Roma al Teatro India, per India Estate. Ci sono moltissime cose che stanno bollendo in pentola, ma che non possiamo ancora svelare perché sono troppo fiche. Usciranno presto comunque.

Fabrizio Moro, tra amore e resilienza noi siamo “Figli di nessuno”

 

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ph. Luisa Carcavale

di Alessio Boccali

«“Figli di Nessuno” è un album benedetto perché arriva in un momento in cui non c’erano né forze fisiche né psichiche a causa di un tour estenuante. Puntualmente, però, ogni volta che mi sedevo davanti al piano arrivavano le ispirazioni giuste; cosa che non era mai successa nemmeno nei periodi migliori. Questo disco presenta due punti di forza: quello detto in precedenza e una produzione durata 7 mesi di studio per curare ogni minimo dettaglio. Per questo, ad oggi, è il mio disco che suona meglio.»

Con queste parole Fabrizio Moro descrive il suo nuovo lavoro. Un album composto perlopiù da strofe serrate e inserti melodici, che fa i conti col Fabrizio del presente e del passato e gli chiede di avere fede, e non solo. Testi non tanto rabbiosi quanto resilienti, un disco pieno d’amore, nella sua accezione più universale, nel quale, anche in fase di produzione, Fabrizio ha dato molta importanza al collettivo chiamando a raccolta tutta la band in un mix di generi e soluzioni che hanno dato vita a undici potenziali singoli.

A proposito dei brani del nuovo disco questo è quanto emerso dal mio incontro con l’artista durante una stimolante round table pomeridiana insieme ad altri colleghi:

Siamo passati dal “Non importa quanto è grande la tua penna, ma come scrivi il tuo nome” di “Seduto a guardare” al “Segnare il tuo passaggio con un coltello” di “Figli di nessuno”. C’è più rabbia nella tua dichiarazione di esistere, di essere?

La rabbia è dovuta a uno sfogo contro tutti coloro i quali hanno sempre voluto giudicarmi senza conoscermi. Ho sempre dato grande valore umano ad ogni mio progetto e spesso mi sono sentito giudicato da persone che non avevano capito niente di me, dei miei sacrifici, di tutta la forza che ci ho messo per arrivare dove sono. Il “pezzo di fango” del pezzo è colui che vorrebbe farti smettere di fare quello che vuoi fare, senza conoscere le tue radici che invece sono fondamentali. Bisogna essere resilienti e credere in se stessi per farcela.

Con questo disco sei arrivato a parlare di amore in una maniera più semplice, forse perché ne parli come un sentimento universale e non come l’amore tra due singoli?

Bravo, in questo disco non sono innamorato di nessuna donna, però sento di avere tanto amore dentro. In pezzi come “#A” o “Come te” – tanto per citarne due – parlando di questo sentimento penso ai miei figli, alla mia prima cotta, alla vita… non c’è amore passionale nei confronti di una donna.

A proposito di “Filo D’erba”, il brano dedicato ai figli…

“Filo D’erba” è il pezzo più ispirato, ma anche quello meno speranzoso. Dopo la separazione con la mia compagna, vedere riflessi negli occhi dei miei figli gli errori che commessi insieme a lei è una cosa che mi devasta dentro perché i figli sono le persone che vorresti proteggere di più al mondo. Eppure in quei momenti ti senti impotente. Mio figlio Libero, poi, mi somiglia anche esteticamente, quindi vedere un piccolo Fabrizio che soffre è come rivedere me, che ero un ragazzino fragile, quasi bullizzato; rivedere quegli occhi che soffrono, mi logora l’anima. Poi, non so se capita ad ogni genitore, ma quando penso ai miei figli, spesso penso a quei vecchietti soli che si vedono per strada; ecco, pensarli da soli, sofferenti, quando io non ci sarò più e non potrò più fare nulla per loro, mi uccide. L’unico consiglio che mi sento di dar loro con questo brano è che, nonostante crescere non sia facile, non bisognerebbe mai aver paura.

Fermandomi al solo titolo del brano “Me ‘nnamoravo de te” ho subito pensato a un omaggio a Franco Califano, in realtà leggendo il testo mi sono accorto che è una ricostruzione della storia, spesso sciagurata, del nostro Paese e non solo… che si conclude con un estratto della trasmissione “Onda Pazza” della Radio Aut di Peppino Impastato…

Nessun omaggio al Califfo, no, semplicemente il “Me ‘nnamoravo de te” nel ritornello suonava meglio in dialetto che in italiano e creare questo impasto tra un suono grunge e il dialetto romano mi ha fatto impazzire. Nel testo, poi, mi ha ispirato un po’ il film “La Mafia uccide solo d’estate” di PIF; mi piaceva quel punto di vista di due persone che s’innamorano mentre sullo sfondo si succedono tutti gli avvenimenti tragici di quel periodo. È un modo di vedere la storia sotto un altro punto di vista che mi ha affascinato molto.

In “Quando ti stringo forte” hai collaborato con Marco Marini, tuo amico ed ex chitarrista. Era uno di quei brani nel cassetto che avevi lasciato lì ad aspettare il momento giusto per venir fuori?

Esatto, era uno di quei brani nel cassetto, rivisitato però. Tra l’altro Marini ancora non lo sa, sarà una bella sorpresa.

A proposito di “Non mi sta bene niente”, il pezzo che fa i conti un po’ col Fabrizio del passato…

Nel pezzo parlo dell’oratorio. Per me l’oratorio è stato il centro della bellezza della mia adolescenza. Ci andavamo non per pregare, ma perché tenevamo all’idea della collettività, della condivisione, dello stare insieme. Lì ho passato delle serate magnifiche: solo io, gli amici, una Peroni, magari una chitarra e senza una lira in tasca. Senza parlare delle giornate passate a strimpellare le cover dei Sex Pistols o dei Ramones – perché oggettivamente erano le più facili – o ancora i pezzi di Umberto Tozzi in versione punk e i nostri mini-concertini di paese col prete a dirigere i lavori. Ho ancora i filmini, prima o poi li tirerò fuori.  Adesso, invece, quando mi trovo a passare delle serate con delle rockstar, con lo champagne, ecc. spesso mi annoio e non vedo l’ora di andarmene.

In “Quasi” dai una bella definizione di questa parola. La descrivi come “L’unità di misura per capire la distanza fra le bolle di speranza e il prezzo della resistenza per sopprimere la parte debole, fragile…”. Mi ha colpito molto questo dare importanza al “Quasi” in un mondo cinico nel quale tutti anelano alla certezza…

Il Quasi è la storia della mia vita. Il Quasi è il viaggio, il percorso, l’attesa, la cosa più importante. È la vigilia di ogni grande “evento”, la parte più bella. La vita è fatta di tanti piccoli frammenti di “quasi”. Se penso a me, non ho mai centrato con felicità un obiettivo, ma ho sempre avuto un’enfasi pazzesca nel raggiungerlo. La cosa più bella per me non è tanto riuscire nelle cose, quanto provarci sempre.

A proposito di quale potrebbe essere l’hit estiva del disco…

Ho un cattivo rapporto con quel tipo di canzone e un po’ mi dispiace. L’unica hit estiva che ho scritto forse è stata “Alessandra sarà sempre più bella”, ma non era un pezzo volutamente estivo. Anche perché quando ho provato a scrivere un pezzo volutamente estivo, non ci sono mai riuscito. Questa cosa la invidio un po’ a Luca Carboni, che è un artista che stimo molto e che ha sempre sfornato dei tormentoni fantastici.

Una curiosità sul pezzo “Arresto cardiaco”…

Il pezzo inizialmente si chiamava “Attacco di panico”, ma “Arresto cardiaco” cantato suona decisamente meglio. Poi pensandoci tra le due cose c’è una correlazione: ogni volta che mi è preso un attacco di panico ho pensato subito all’arresto cardiaco. Quando ti riprendi dall’attacco di panico, però, ti accorgi di quanto sia bella la vita. Infatti nel pezzo lo dico: “La vita è un vestito perfetto che spesso però non sappiamo indossare, ma calza a pennello se impari che a un tratto puoi smettere di respirare…”

A proposito del riscontro dei suoi fan…

Dai miei fan mi sento capito e questa sensazione raggiunge il suo apice quando sono sul palco. Nella vita di tutti i giorni, invece, mi incavolo sempre con tutti: con mio padre, con gli amici, con chi incontro per strada… Stare sul palco davanti al mio pubblico è una delle cose che ancora non mi annoiano.

Per chiudere, “Parole, rumori e anni parte 2” sarà il regalo che ci farai l’anno prossimo per i tuoi vent’anni di carriera?

Sicuramente.

 

GIOVANNI TRUPPI

di Manuel Saad

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“Poesia e Civiltà” è il nuovo album di Giovanni Truppi che torna, finalmente, a raccontarci e a raccontarsi. Una penna importante della musica italiana contemporanea e un musicista talentuoso e innovativo. Siamo corsi ad incontrarlo per scambiare due parole. 

Un ritorno atteso. Due anni fa, con “Solo Piano” hai riarrangiato alcuni brani in un album piano e voce, sperimentando soprattutto a livello sonoro. Ora, dopo quattro anni, torni con un nuovo album di inediti. Che tipo di consapevolezza credi di aver acquisito in questo tempo e come credi sia mutato il tuo punto di vista sulla realtà?

Sicuramente sono cambiato. Sono sempre la stessa persona, ovviamente, ma sento che sto facendo una ricerca ed un percorso. La mia attenzione si è spostata su altre cose e ho sentito l’esigenza di parlare di altro e raccontarlo in un modo, magari, anche diverso rispetto a prima.

“L’unica oltre l’amore” è una riflessione, una presa di coscienza, una canzone politica, se vogliamo, dove l’empatia nei confronti dei più deboli, soprattutto, è l’unica cosa che riesce a darci un’identità. Com’è nata questa canzone?

“L’unica oltre l’amore” è stato il brano a cui ho lavorato di più nell’album. Raccontare un tema come questo, trasformarlo e sintetizzarlo in una canzone è stato molto difficile per me. Nasce da un qualcosa di molto personale, da delle osservazioni che faccio su di me. Per esempio, mi accorgo che quando litigo con qualcuno, lo cancello dalla mia cerchia di amici. Poi, però, mi interrogo sul perché sono legato a questa persona e cosa hanno in comune le persone alle quali sono legato, e, tra le risposte che ho trovato, quella
che ricorre sempre è l’empatia. Quest’ultima ha alimentato delle riflessioni su me stesso e di quanto la mia persona dipenda da una serie di fattori: sono maschio, sono nato negli anni ottanta, sono nato a Napoli, sono nato in Italia, sono nel mondo occidentale, ho studiato pianoforte da piccolo, il lavoro dei miei genitori. Tutte cose che non ho scelto io e che mi includono in un insieme di persone con le quali ho delle cose in comune. Poi questi insiemi si intersecano con altri e via discorrendo. Con questa canzone, quindi, cerco di riflettere su chi sono io e su cosa mi contraddistingue dagli altri.

Il video di “L’unica oltre l’amore” è stato realizzato dall’illustratrice Valentina Galluccio, il che è una novità rispetto ai videoclip precedenti. Com’è nata questa idea?

Fin da subito volevo che il video di questa canzone fosse “lieve” e permettesse di seguire il flusso di parole della canzone. Ancora non conoscevo Valentina, ma aveva fatto delle piccole clip, su Instagram di alcuni miei vecchi brani. Mi sono piaciuti fin da subito e le ho proposto di realizzare il videoclip di “L’unica oltre l’amore”.

Ci saranno videoclip futuri realizzati con Francesco Lettieri?

Non c’è ancora nulla di definitivo per adesso. Stiamo cercando di capire svariati punti e, con Francesco, sicuramente, ci sarà occasione di lavorare ancora.

Citando il tuo singolo: come percepisci, la tua musica, in questo spazio e in questo tempo?

In entrambe le due cose non ho un punto di vista fisso, ma su di esse faccio dei ragionamenti. Riguardo allo spazio, ovviamente, sento molto il fatto che siamo una provincia dell’Impero e che la nostra identità culturale, in particolare quella musicale, è fortemente influenzata dalla musica americana. In un certo senso, sento di non voler perdere il legame con quelle cose che fanno parte della nostra identità che viene da più lontano. Penso alla musica napoletana e alla musica italiana di un tempo. Da una parte mi pongo questo problema e dall’altro cerco di non essere “talebano”. Dal punto di vista temporale, vorrei non essere troppo attaccato alle mode ma, inevitabilmente, credo che quello che sta succedendo oggi nella musica, e in generale nell’arte, mi influenzi.

La sconfitta, vista come sentimento, può essere un comune denominatore nelle tue canzoni, nelle quali i numerosi personaggi si ritrovano a confrontarcisi. Quanto è importante la sconfitta, per te?

Credo sia importante nella misura in cui, se sei fortunato, ti aiuta a sviluppare la resilienza: la capacità di risollevarti. Può essere importante anche perché ti permette di connetterti con altre persone che possono aver vissuto questa esperienza. Non so bene se ha un’importanza, in quanto tale. Non la vedo come una cosa estremamente necessaria.

Per molti, è importante perché ti permette di capire molte più cose rispetto alla vittoria, che ti va volare con la testa invece di farti rimanere con i piedi per terra…

A me piace volare con la testa. Non vorrei che la questione di simpatizzare con chi perde fosse fraintesa come un inneggiare alla sconfitta. È bello vincere, è bello realizzare quello per cui si è lavorato ed è bello non avere totalmente i piedi per terra. È bello conoscere i propri limiti e forzarli. L’unico valore “vero” che attribuisco alla sconfitta, e non è poco, è quello di riuscire a farti capire determinate cose e darti modo di impararne altre.

Come saranno i live del nuovo tour, ci sarà il classico assetto o stai sperimentando qualcosa?

Sto lavorando con una band che è la più ampia che io abbia mai avuto. Saremo in sei: basso, batteria, tastiera, chitarre e una cantante tastierista. Per la prima volta sarò più “libero” e sono curioso di vedere come sarà fare dei concerti sentendo meno su di me il “peso” di portare avanti il tutto. Ora quando suono la chitarra so che c’è un altro chitarrista e quando suono il pianoforte so che c’è una tastierista. Sono molto curioso di questo e sono sicuro che sarà un bellissimo esperimento.

Per finire, qual è la domanda che non ti è mai stata fatta, ma alla quale ti sarebbe sempre piaciuto rispondere?

Bella domanda.  In quanto musicista, mi sarebbe piaciuto mi si chiedesse qualcosa in generale anche sull’aspetto musicale delle mie canzoni, ma sono comunque felicissimo delle domande che mi vengono fatte sui testi. Essendo anche un autore, può farmi solo che piacere.