EUGENIO IN VIA DI GIOIA

di Manuel Saad

Il primo marzo è uscito “Natura Viva”, l’ultimo album di uno dei gruppi più folli, energici e travolgenti che abbiamo in Italia: Eugenio in Via Di Gioia. Un disco che racconta quanto ciò che ci circonda sia vivo e ci trasmetta emozioni. Osservare la realtà, viverla, scomporla e farla propria. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro e abbiamo capito che non si tratta solo di musica.

Ciao ragazzi, partiamo da “La tua vita, il film”. Quel video mette in risalto quella che è la vostra attitudine: stare per strada, osservare tutto ciò che vi circonda e magari fantasticarci anche sopra. C’è una base di tutto questo in “Natura Viva”?

Eugenio: Assolutamente sì! L’ispirazione nasce per strada, dalle persone ed anche dai nostri problemi personali proiettati negli altri.

Lorenzo: Questo perché nell’arco della giornata siamo sempre soggetti a stimoli e ogni giorno esci e noti piccole contraddizioni o paradossi.

Eugenio: E sono proprio loro a caratterizzare le abitudini delle persone. Noi non facciamo altro che rivederci in questi paradossi e smontarli. Nei vecchi dischi in modo più ironico, in “Natura Viva” in maniera diretta, e forse cruda per certi aspetti, ma necessaria. L’ironia può essere un’arma a doppio taglio: se da una parte ti permette di affrontare alcuni temi con leggerezza, altre volte snellisce troppo e rende privi di profondità concetti che, in realtà, andrebbero approfonditi più nel dettaglio.

Il disco, a livello sonoro, risulta veramente interessante. Il trasformare suoni acustici in elettronici fa pensare, sempre per rimanere in tema con la natura, ai rami di un albero che crescendo, si allontanano dal tronco, rimanendo sempre attaccati. Voi venite dal busking e anche se avete deciso di portare suoni elettronici, la fonte (il tronco) rimane sempre quella.

Eugenio: Esatto! Ci piace molto questa metafora che hai usato.

Emanuele: Sì. Ci piaceva utilizzare suoni acustici, provenendo comunque dal mondo del busking, non siamo amanti dei suoni elettronici puri.

Eugenio: Ci piace l’idea di agire su ogni singolo parametro della canzone. Partire da un suono già definito, ci infastidisce.

Lorenzo: Più che altro mescolare dei vecchi suoni analogici al digitale, oppure suoni lo-fi che sono “sporchi” con dei suoni che hanno qualità maggiore.

Emanuele: Gli unici suoni elettronici, presenti nel disco, provengono da una tastierina da venti euro di un discount, che magari sono veramente di bassissima qualità, però sono super espressivi e si amalgamano perfettamente ai suoni acustici e a quelli perfettamente elettronici che sono puliti ma freddi.

Ne approfitto, subito, per chiedervi di raccontarci il momento in cui avete deciso di acquistare questa tastiera e quando avete deciso di dare “voce” a della frutta.

Emanuele: Era da un po’ che cercavo una tastierina con le casse incorporate che risultasse comoda per scrivere dei pezzi nei tempi morti e quando si è in viaggio. Un giorno sono andato a fare la spesa perché dovevo comprare mezzo chilo di patate e dei pomodori…

Paolo: Questo è importante! (ride)

Emanuele: …e c’era il reparto dedicato alle cianfrusaglie. C’era questa tastierina, edizione limitata, e l’ho presa. Non ho più preso le patate e i pomodori. (ridono)

Eugenio: La frutta, di cui parlavi tu, è un escamotage per raccontare a chi non sa cosa siano dei campioni musicali. Da un parte traduce il senso di “Natura Viva”, e quindi fa cantare la frutta, mentre dall’altra parte ci aiutava ad inserire dei suoni all’interno del tour che è, praticamente, acustico. Questa scheda bare conductive ha dei pin che si inseriscono nella frutta ed essendo la frutta conduttrice, trasmette il segnale. Quindi, se qualcuno tocca la frutta, fa arrivare il segnale alla scheda che fa partire il suono, scelto da noi, dalla cassa. Diventa divertente perché la gente, proprio come i bambini, capisce il significato del campione ed è esteticamente interessante.

Questo è stato un mood, se vogliamo, che è andato a “rinfrescare” il rapporto che avete con il pubblico, che è già solido da tempo. Oltre ai concerti, fate raduni in strada, organizzate pranzi/cene collettive.

Emanuele: Diciamo che ci viene naturale parlare con le persone che vengono a sentirti. Per farti un paragone: ad un instore abbiamo firmato per circa 80 persone e abbiamo impiegato circa due ore e mezza. L’organizzatrice ci ha spiegato che l’artista prima di noi, molto più famoso, ha firmato per 1200 persone in un’ora.

Paolo: A noi piace stare con la gente che viene a sentirci, anche per il tempo di una battuta.

Eugenio: Finché possiamo, cerchiamo di restituire in parte ciò che riceviamo. A noi non costa nulla e, anzi, è il motivo per cui lo facciamo.

La scrittura di questo disco, ma anche dei dischi precedenti, è una scrittura diversa da quella a cui siamo abituati da quello che ci viene offerto dal mercato musicale di oggi. E’ anche una scrittura difficile ma che riesce a catturare in quanto non noiosa. Magari vengono trattati temi già visti ma da un punto di vista diverso e particolare.

(ringraziano in coro)

Eugenio: Ti ringraziamo. I testi li scrivo io, generalmente, ma in questo disco “Altrove” e “Camera Mia” li ha scritto Lorenzo. Per quanto mi riguarda,  al liceo andavo veramente male in italiano. I miei voti oscillavano tra i 4 e i 5. Probabilmente già scrivevo canzoni quando facevo i temi in classe. Era venuto uno scrittore, nella nostra scuola, a parlare con noi ed io ne ero rimasto veramente affascinato. Dovevamo fare un tema su questo incontro ed io conclusi il tema con una frase ad effetto che mi faceva sentire un genio: “Conobbi un uomo che divenne scrittore, uno scrittore che conobbi uomo”. La prof mi mise 4 e scrisse “Ma cosa ti sei fumato?”

(ridono)

Eugenio: Questo, secondo me, fa capire l’importanza che io do alle cose che mi succedono e trasmettendola con le parole che uso, ingigantendole.

Credo siate l’unica band, con il nome composto dai cognomi dei membri, ad aver fatto uscire il loro primo album con il nome di Lorenzo (“Lorenzo Federici”); avete ottenuto numerosi premi e riconoscimenti; avete improvvisato un concerto per le carrozze di un treno Torino – Roma che portava un ritardo di 6 ore; il videoclip di “Giovani Illuminati” è stato il primo videoclip in Italia ad essere stato realizzato con la tecnica dell’hyperlapse; avete fatto parlare della frutta… Cosa dobbiamo aspettarci in futuro, da voi? E come saranno strutturati i live?

(ridono)

Paolo: è sempre più difficile. O regrediamo…

Eugenio: Per i live abbiamo tante idee: alcune eccentriche come quella della frutta ed altre minimali. Porteremo 4 schermi led sul palco, che non hanno una qualità eccelsa, ma ai quali faremmo fare delle cose cercando di stimolare il pubblico.

Lorenzo: Come nel disco, mescolare analogico e digitale con contenuti lo-fi.

Che poi la grafica è un altro contenuto importante del disco.

Eugenio: Sì, esattamente. La copertina del disco è stata realizzata da BR1, uno street Artist torinese, che realizza queste opere gigantesche, creando un effetto straniante in quanto si crea questo contrasto tra i contorni frastagliati della città e quello delle figure disegnate che sono invece netti, colorate con colori accesi e campiture piatte. L’idea sarebbe proprio quella di portare questi disegni ai live, appenderli ai muri del locale e lasciare che la gente li colori.

Come ultima domanda, vi chiedo: cosa direbbero gli Eugenio in Via Di Gioia, di “Natura Viva”, agli Eugenio in Via Di Gioia, di “Ep Urrà”?

GRAZIE! (in coro)

Emanuele: Grazie per averci creduto fino in fondo!

Eugenio: Grazie che ci avete creduto. Quando parti dall’inizio, devi essere un folle per crederci. Vedevamo gli artisti, che erano ad un passo da noi, farcela e pensavamo “cavolo, ci sono riusciti. Ora vivono di questo!”

Emanuele: E non si arriva mai!

Paolo: Dobbiamo ancora lavorare tanto. Bellissima domanda, comunque, veramente.

Emanuele: Ad “Ep Urrà” ci siamo proprio affezionati. Registrato in tre giorni ma è comunque super potente.

Paolo: E quei brani li portiamo ancora sul palco perché fanno parte della nostra storia.

 

 

 

SLIM DOGS

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di Manuel Saad

Si è sempre detto che “Can che abbaia non morde”, ma la cuccia della Slim Dogs ospita solo cani che mordono con i denti della creatività e che abbaiano grintosi alla macchina da presa. Abbiamo parlato, in cagnesco, con Matteo Bruno aka Cane Secco, Marco Cioni e Giovanni Santonocito, tre dei quattro fondatori di una delle case di produzione video più frizzanti che esistano.

Ciao ragazzi, cos’è la Slim Dogs?

Marco Cioni: La Slim Dogs è una società di produzione video e comunicazione digitale, fondata circa quattro anni fa, che sostanzialmente si pone l’obiettivo di poter essere “fica” su tutti i tipi di produzione video: dai videoclip agli spot per i brand, passando anche per prodotti d’intrattenimento come magari documentari per la televisione.

Matteo Bruno: Ognuno di noi è partito con un percorso diverso. Per quanto mi riguarda, come videomaker ho fatto un sacco di roba, all’inizio, per il web e quindi il linguaggio che utilizzavamo per i primi lavori derivava molto da questo punto di partenza.

Invece cos’è per voi, personalmente?

Matteo Bruno: Per me è un progetto che non ha una fine. È uno strumento con cui posso portare avanti quella che poi è la mia passione principale ovvero raccontare le cose attraverso una telecamera, e la Slim Dogs è una situazione in cui non sono solo io a voler fare questa cosa ma siamo un gruppo di persone con un obiettivo in comune.

Marco Cioni: Per me è quando si unisce l’utile al dilettevole. Ho la fortuna di poter fare un lavoro che mi piace e di base dovere e piacere diventano inscindibili tra loro. È un lavoro che ti soddisfa fare.

I tre ingredienti per aprire una società di produzione video.

Matteo Bruno: Incoscienza, perché comunque te la devi rischiare, e tenacia.

Marco Cioni: un buon commercialista! (ride)

(A Matteo Bruno) Cosa ti ha fatto innamorare del videomaking?

Mio padre fa documentari e da quando sono piccolo ho sempre avuto, in giro per casa, oggetti di questo mondo. Soprattutto quando è passato da essere fotografo a essere un videomaker. Ho beccato proprio quel momento in cui stava totalmente in fissa e, senza che lui mi dicesse qualcosa, ho assorbito tutta la passione. Da quando avevo 8 anni ho cominciato a vivere con una telecamera in mano.

E qual è l’aspetto che ti affascina nel raccontare tutto attraverso una telecamera?

Matteo Bruno: Sembrerò un pazzo, ma secondo me il mondo è molto più fico se visto attraverso una macchina da presa. Nel senso positivo, ovviamente. Mi piace molto il fatto che, con pochi parametri tecnici, che si imparano all’inizio, puoi comunicare un’infinità di cose anche semplicemente cambiando l’obiettivo, o spostando il fuoco della tua ottica. Poter guidare una persona all’interno del tuo punto di vista, è la cosa che mi affascina di più.

Cosa stanno ascoltando i Cani Secchi questo periodo?

Matteo Bruno: Si dice ancora dischi? Ho ascoltato il nuovo dei Twenty One Pilots, ma non sono stato particolarmente soddisfatto. Il disco precedente era veramente fichissimo, mentre questo è un po’ più “sospeso”. Il nuovo disco di Aurora mi è piaciuto molto ed anche Lorde che io amo moltissimo e non vedo l’ora che esca il suo nuovo album. E ho una fissa: la musica anni ’30.

Marco Cioni: Ogni tanto vedi Matteo che sta facendo una storia Instagram, dove è immobile. Apri Instagram e vedi la sua storia in bianco e nero, che fissa l’obbiettivo con in sottofondo musiche anni ’30. Per me, invece, è il cinema che influenza il mio mood musicale del momento. Avendo visto Bohemian Rhapsody al cinema, due volte, sto rivivendo i Queen.

Entra in campo Giovanni Santonocito, il montatore video della Slim Dogs.

Giovanni Santonocito: Io ascolto soprattutto colonne sonore e ultimamente mi sono sparato l’ultimo cd di Salmo, che si è calmato parecchio ma è sempre fico. E poi l’album di Claire Audrin che ascolto in continuazione. Liberato è un’altra mia perversione.

Quali sono le fasi che una canzone attraversa prima di diventare un videoclip?

Matteo Bruno: Il primo step che affrontiamo sempre è ascoltare la canzone e vedere che cosa porta a noi, singolarmente. Poi c’è un confronto diretto con l’artista che ha scritto la canzone o che ha interpretato la canzone: “Perché hai scritto questo?”, “Cosa stai raccontando?”, “Che situazione hai vissuto?”. A seconda dell’artista, possono nascere diversi tipi di dialogo dove magari non vuole svelare per primo il significato ma vuole che siamo noi a farlo.

Marco Cioni: La cosa bella di un videoclip è che, magari, riusciamo ad arrivare tutti alla stessa visione della storia che si vuole raccontare, come se la canzone guidasse i nostri cervelli verso la stessa idea creativa.

Qual è il videoclip musicale più bello che avete realizzato finora e con la quale vi siete sentiti appagati?

Matteo Bruno: Un videoclip che è stato difficile da realizzare con la quale abbiamo combattuto ma che alla fine ci ha fatto dire “Daje! fico!”, è stato quello di “Piccola Anima” di Ermal Meta ed Elisa. È stato girato in notturna a Priverno, vicino Roma, e abbiamo letteralmente bloccato un paese.

Marco Cioni: Io sento che anche il post-videoclip ci regalerà grandi emozioni. Per ora posso solo anticipare che ci saranno svariati anziani che festeggiano. Scene incredibili (ride). Scherzi a parte, lavorare con un personaggio come Elisa, non è da tutti.

Matteo Bruno: È stato bellissimo anche il fatto che con Elisa e con Ermal c’è stato un rapporto veramente umano. Solitamente, lavorare con due personalità così grandi ti mette sempre ansia perché hai paura che siano loro a decidere come fare le cose, quando in realtà non è assolutamente così.

La Slim Dogs è un vero e proprio organismo. Un animale in cui tutti gli organi devono funzionare bene per andare avanti. Come avete raggiunto il vostro equilibrio?

Tutti: L’equilibrio non l’abbiamo raggiunto.

Marco Cioni: L’equilibrio lo raggiungi, poi lo perdi, ne raggiungi uno nuovo etc. È tutto un costante aggiustare la rotta pian piano per cui partendo da una situazione in cui prima tutti facevano tutto, poi ci siamo definiti dei ruoli. Questa definizione dei ruoli sta, tutt’ora, prendendo forma ogni volta che si propone qualcosa di nuovo.

Matteo Bruno: Anche perché, se poi raggiungi l’equilibrio e lo mantieni statico nel tempo, vuol dire che non ti stai muovendo. Se hai l’equilibrio che non si smuove è un po’ un problema. L’importante è sempre che tutti vogliano andare nella stessa direzione.

Giovanni Santonocito: Soprattutto lavorando sul web, le regole cambiano in continuazione. È necessario uno spirito di adattamento molto sviluppato: sapersi adattare ogni volta che qualcosa cambia. In questo mestiere, se sei arrivato secondo, sei arrivato secondo. Devi sempre cercare di arrivare primo.

Marco Cioni: Devi pensare anche che ora ci stiamo allargando. Prima, quando eravamo noi quattro, c’era un certo tipo di equilibrio. Poi è arrivata Benedetta che è stata la prima assunta, e l’equilibrio si è dovuto modificare per inserire lei nel processo. Ora ci sono altre due persone che collaborano con noi in maniera abbastanza stabile, quindi quest’equilibrio si modifica ancora.

Realizzare un’idea è un qualcosa di estremamente difficile. Quanto si può far coincidere idea e realtà, e come si riescono ad abbassare i limiti della realtà per un video?

Matteo Bruno: Quello che succede spesso, per uno che non fa questo lavoro, è che si immagina qualcosa che poi diventa irrealizzabile oppure realizzabile ma che non viene come ce l’hai in testa. Questo, secondo me, è il limite principale di chi ha idee pazzesche ma nella realtà non sa come applicarle. Il nostro lavoro è anche prendere le varie suggestioni che hanno gli artisti che scrivono un brano e incanalarle nella direzione giusta, in modo che il videoclip abbia un’anima definita.

Marco Cioni: Nell’ambito di videoclip musicali, non si ha mai un budget milionario. Quindi, quando ci si trova ad avere un’idea bisogna anche scontrarsi con la realtà dei fatti. Spesso, la creatività non sta soltanto nell’idea ma anche nel capire come usare i mezzi che si hanno per realizzarla.

Se vi chiedessi di sintetizzare il vostro modus operandi in una canzone, quale scegliereste?

Matteo Bruno: Ammazza questa è bella!

Marco Cioni: Io ce l’ho! “Someone Like Me” degli Ylvis. Si alternano momenti di musical in stile “Moulin Rouge!” con la dubstep. Quella canzone riassume alla perfezione! Dovresti prendere le cose più diverse e sbagliate e riuscire a metterle insieme nel modo più armonico possibile.

Matteo Bruno: Praticamente neanche bipolari ma tripolari.

Qual è il vostro sogno? L’osso di diamanti della Slim Dogs?

Matteo Bruno: La cosa che vorrei che succedesse alla Slim Dogs nel futuro è di continuare a far crescere questo gruppo di persone. Persone affiatate tra loro che portano avanti qualcosa. Per quanto riguarda il discorso musica, ci piacerebbe spaziare tra i generi per la produzione di videoclip musicali. Giovanni, in passato, non come Slim Dogs, ha fatto un videoclip metal.

Giovanni Santonocito: Sì, è stata un’esperienza divertentissima. Uomini enormi, tutti mascherati in modo strano.

Matteo Bruno: La cosa fica sarebbe provare generi che non abbiamo ancora provato, in modo da mettersi alla prova.

 

 

MOX

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di Alessio Boccali

Marco Santoro in arte Mox è Devo dirti che ora che ci penso ci stanno cora devo riuscire a smettere di fumare.

prima di tutto un cantautore. Inutile gettarlo nel calderone dell’indie-pop italiano perché

lui è probabilmente è un qualcosa a sé.

Ascoltando il disco d’esordio di Mox ci si dimentica che quello che si sta ascol- tando è anche un prodotto destinato a un mercato, ci si immerge nella sua vita e se ne esce con la sensazione di averlo conosciuto per davvero.

Ciao Mox, come racconteresti il tuo primo album da solista “Figurati l’amore”?
In realtà c’è poco da spiegare; bisogna per forza ascoltarlo questo disco per capirlo. Sono canzoni scritte col cuore, le piùautentiche che ho scritto da dieci anni che faccio musica ad oggi. Mi sono messo in gioco parecchio e grazie a questi brani sono riuscito ad esorcizzare un periodo ben preciso della mia vita. Diciamo che mi sono sfogato: immagina i brani come sassolini da togliere da dentro alle scarpe.

E questo titolo particolare come lo intendi, come un gurati l’amore, nel senso di “immaginati l’amore” oppure come un “nulla potrà salvarci, gurati l’amore…”?

Entrambe le chiavi di lettura. Purtroppo, nel mood del disco credo emerga più la tua seconda ipotesi, ma preferisco l’idea romantica che qualcuno possa immaginarsi l’Amore ascoltando i miei brani.

Quali sono gli ascolti che più ti hanno in uenzato nella scrittura di questo disco?
Ho impiegato un anno e mezzo nella stesura di questo album e quindi sono stati tanti gli ascolti che mi hanno influenzato. Chi mi ha in uenzato più di tutti sicuramente sono stati i grandi del passato: uno che mi piace citare perché, ahimè, l’ho scoperto troppo tardi è Enzo Carella. Poi non ti nascondo che soprattutto nelle sonorità ho guardato molto all’estero: è evidente l’influenza che ha avuto il britpop sulla mia musica.

Uno dei brani più belli del tuo disco si intitola “Ad Maiora”, a proposito del quale hai dichiarato che inizialmente non avevi nemmeno intenzione di inserirlo nell’album, ma che poi hai iniziato a considerare come un promemoria per “smettere di ascoltarti e iniziare a darti retta”, cioè?

So darmi ottimi consigli, ma non riesco quasi mai a seguirli. Ad esempio, nonostante me lo riprometta ogni volta, ancora devo riuscire a smettere di fumare. Per quanto riguarda “Ad Maiora”, comunque, è un pezzo su cui ho lavorato tantissimo; quella che puoi ascoltare ora è più decadente e meno perbenista della prima versione che non convinceva me né i miei collaboratori. Nonostante questo, visto anche il titolo, è il pezzo più ottimista dell’album! (ride, n.d.r.)

L’immagine che hai scelto come copertina del tuo disco raffigura una busta di plastica con all’interno una cornice con una tua foto: una critica alla troppa “commercialità” dell’ultima musica italiana?

A dirti la verità non ci avevo pensato, ma quest’idea mi fa impazzire e sono molto d’accordo con la tua osservazione. In realtà l’idea della busta di plastica la collego alla sua doppia utilità: può contenere una cosa appena comprata o una cosa da buttare. Mi piace comunque lasciare sempre una libera interpretazione a tutte le mie scelte.

Qual è la situazione o il luogo ideale per ascoltare “Figurati l’amore”? Secondo me per apprezzarlo al meglio bisognerebbe ritagliarsi una mezz’oretta di tempo per ascoltare il disco da soli in cu a. Meglio se sorseggiando del buon whisky e pensando a qualcuno.

LA MUNICIPÀL

di Cristian Barba

La Municipàl ha iniziato il suo 2019 in piazza Sant’Oronzo a Lecce, con una festa che anticipa l’uscita del nuovo album – prevista a marzo – e dà l’idea di quanto si sia consoli- dato in 5 anni il progetto di Carmine Tundo e sua sorella Isabella, arrivati a collezionare centinaia di date dai peggiori bar del Salento al Primo Maggio di piazza San Giovanni – grazie al riscontro ricevuto dall’album d’esordio “Le nostre guerre perdute”. Carmine, mente del progetto e autore dei testi, è in realtà sulle scene da più tempo, ha partecipato a Sanremo Giovani nel 2010 e continua a portare avanti nuovi lavori e sperimentazioni.

Ciao Carmine. Ne “Le nostre guerre perdute” gli arrangiamenti pop accompagnano una scrittura intima e nostalgica. Com’è nata questa esigenza espressiva?

Tutto è nato da una raccolta di canzoni scritte di getto per una mia ex. Quando ho capito che questa scrittura “privata” aveva una linea ben de nita, ho messo insieme quei brani che a livello di liriche suonavano molto simili. È stato molto istintivo, le canzoni che mi piacevano di più erano quelle “vomitate”, quindi

ho fatto un percorso di non censura nei testi e nelle produzioni, prendendomi la responsabilità di citare luoghi e persone reali, così come fatti realmente accaduti.

Un tema che si propone ciclicamente nei brani è il rapporto con la vostra terra, la provincia leccese. È un legame intenso e pieno di contraddizioni, ma hai scelto di restare lì creando il polo da cui nascono i tuoi lavori.

La provincia leccese è lo sfondo di quello che racconto. La mia scelta personale è stata quella di rimanere e cercare di ripartire dal territorio, nonostante la maggior parte dei miei amici sia andata a vivere al nord. Ho uno studio a Lecce e posso dire che essere seguiti sul proprio territorio da tante persone è un grande aiuto, anche per nanziare i lavori. Con il primo tour abbiamo fatto più di 200 date, anche nei peggiori bar della provincia. Spostarsi e andare fuori ha un costo maggiore e non è sempre facile, quindi una buona base sul territorio può aiutare ad avere un solido punto di partenza. Tra l’altro questa è una cosa molto salentina, che hanno fatto anche gli Après La Classe o i Sud Sound System.

Punk Ipa è il singolo che anticipa l’album in uscita a marzo. Che album pos- siamo aspettarci rispetto a “Le nostre guerre perdute”?

Sicuramente è la storia di un quinquennio successivo, con tematiche leggermente diverse ma sempre legate a quella visione malinconica di fondo. Un elemento nuovo è l’accettazione dei propri difetti, quindi forse c’è anche una vena più positiva rispetto al passato. Dal punto di vista dei suoni ci siamo avvicinati a quello che facciamo nei live, “spingendo” un po’ di più.

Continui a essere parte di diversi progetti e a proporne di nuovi, come i due volumi di “Nocturnae Larvae” dal carattere molto sperimentale. Dai l’impressione di voler scavare continuamente all’interno di te stesso, è così?

 

Fare musica è un modo per esprimermi a 360 gradi. La Municipàl è la mia parte più romantica, ma ci sono diversi lati del mio carattere che cerco di trasformare in musica. Credo che ogni artista debba portare avanti i propri suoni e sperimentare, indipendentemente dal fatto che un progetto vada bene o male. Anche per questo sto portando avanti nuovi dischi e nuovi progetti, a prescindere da quello che succederà con La Municipàl.

MOKADELIC

di Manuel Saad

Accompagnare sequenze cinematografiche attraverso la dimensione musicale, è da eroi. I Mokadelic non indossano nessuna maschera, ma hanno dei poteri fuori dal normale. Abbiamo raggiunto telefonicamente Alessio Mecozzi, chitarra e synth del gruppo, e abbiamo parlato di quanto la musica influenzi il cinema e viceversa.

Da dove nasce la voglia di scrivere musica per il cinema?

Non è stata una scelta fatta a tavolino. Fin dai nostri esordi (parliamo di decenni fa), ci siamo sempre fatti accompagnare con delle immagini anche mentre componevamo per farci ispirare. La voglia di collaborare in maniera effettiva, con il mondo del cinema e della tv, è cresciuta piano piano, anche grazie alle conoscenze e ai vari apprezzamenti che abbiamo avuto. Diciamo che è un qualcosa nato e cresciuto insieme a noi.

Una colonna sonora accompagna lo spettatore dall’inizio alla fine del film. Quanto è difficile trovare la connessione vincente tra immagini e musica?

La colonna sonora non nasce d’impulso. Alcune idee magari sì, ma c’è sempre una collaborazione costante con il regista che un pochino indirizza verso dove vuole che la musica vada a colpire. È un mix tra impulsività e razionalità.

Quindi si viene a creare un gioco di squadra che va oltre la band.

Sì, assolutamente. A volte di più a volte di meno, ma il regista ha sempre l’ultima parola.

“Sulla mia pelle” è il vostro ultimo lavoro. Quanto è stato difficile sonorizzare uno dei casi più crudi di cronaca nera?

È una notizia di cronaca che ci ha coinvolto particolarmente perché alcuni di noi vivono nello stesso quartiere dove vive la Famiglia Cucchi. Era un qualcosa che sentivamo molto vicino. Inizialmente eravamo un po’ preoccupati di sonorizzare un film che raccontasse una storia così delicata, ma poi anche lì c’è stato un confronto con il regista. Alessio Cremonini ci ha chiesto musiche abbastanza definite, quindi il lavoro è stato molto più “semplice” del previsto. Ci siamo lasciati andare e ci siamo fatti influenzare dalle emozioni.

Avrete sentito anche tanta responsabilità, immagino…

Tantissima, anche perché è stato un film che ha avuto molto clamore anche fuori dall’Italia ed è stato un qualcosa di impegnativo, senza dubbio. Anche con “Gomorra” abbiamo questo senso di responsabilità nel musicare un mondo, a volte, così lontano da noi. Cerchiamo poi di scindere sempre la realtà dalla finzione. Noi, fondamentalmente, musichiamo dei racconti che a ritroso hanno qualcosa di veritiero, ma sono romanzati. L’ideale sarebbe sempre concentrarsi sul lavoro a sé e non troppo su quello che si va a raccontare. La musica che abbiamo composto per “Gomorra”, l’abbiamo composta per quel tipo di situazione, ma ci siamo fatti ispirare anche dalla periferia in generale, non solo da Napoli o Scampia ma anche dalle borgate romane che conosciamo meglio.

A marzo, uscirà la nuova stagione di “Gomorra”. Cosa dobbiamo aspettarci?

La seconda stagione è stata un remix delle musiche della prima. Sulla terza c’era già un qualcosa di nuovo come il brano che introduceva il personaggio di Enzo. Nella quarta ci saranno nuovi personaggi e di conseguenza tanta musica inedita. Abbiamo lavorato molto su altre situazioni nuove e quindi la musica vecchia si andrà a mixare con quella nuova.

Qual è stato il vostro lavoro più difficile finora?

Tutti i lavori hanno degli aspetti di libertà ed altri, invece, di difficoltà che vengono sempre strada facendo e mai all’inizio del progetto. Il più difficile forse è stato il primo lavoro per Gabriele Salvatores, “Come Dio comanda”. È stato molto impegnativo perché era la nostra prima esperienza e ci sentivamo anche un po’ “intimoriti” dal mostro sacro che è Salvatores, ma ci ha messo subito a nostro agio e siamo riusciti ad esprimerci anche in quel caso. Stessa cosa per la prima stagione di “Gomorra”, soprattutto per la mole di lavoro. Era la prima volta che approcciavamo ad una serie televisiva, e lì il lavoro è molto maggiore.

Cinema e serie tv, infatti, parlano due linguaggi completamente differenti. Come si rapporta la musica a questi due mondi?

Se musicare un film ci vogliono due ore, musicare una serie tv sono molte di più. La musica, in una serie tv, può anche non doversi esprimere nell’arco di un’ora e mezza ma può spalmarsi per tutta la stagione. Non devi dire tutto e subito, ma puoi anche lasciare alcune sonorità dei personaggi che poi entreranno e quindi lasciare anche del mistero in più, rispetto ad un film che è più diretto.

Azione, drammaticità, malinconia. Su quale aspetto, la musica dei Mokadelic riesce a sperimentare di più?

Su questi tre, sicuramente molto. La riflessione, l’inquietudine e la drammaticità sono, sicuramente, il nostro terreno fertile. Abbiamo sperimentato anche su sentimenti più aperti, più positivi però per motivi di retaggio della musica che facevamo come band e che facciamo tutt’ora, è sempre stata una musica che derivava da emozioni negative. Da ragazzi ci buttavamo in saletta ed esorcizzavamo attraverso la musica, come una sorta di terapia, tutta la malinconia, i pensieri, le riflessioni che avevamo. Ci è rimasta un po’ quella cosa, ma poi andando avanti e spronati anche da alcuni registi abbiamo sperimentato cose diverse e ci siamo trovati a nostro agio ugualmente.

Qual è il primo strumento con cui buttate giù la prima bozza del progetto?

Dipende molto dal tipo di progetto. Possiamo fare uno spartiacque con “Gomorra”. Prima di “Gomorra” avevamo una strumentazione classica: chitarra, basso, batteria, piano. Successivamente abbiamo introdotto una strumentazione elettronica nuova, quindi anche il modo di comporre è cambiato. Se prima si andava in sala e si partiva da un giro di chitarra e di basso, ora può partire tutto da un sintetizzatore, da una pulsazione e anche da un qualcosa di molto meno definito. Ci lasciamo ispirare completamente.

L’ascolto è un aspetto fondamentale per lasciarsi ispirare. Cosa ascoltano i Mokadelic?

I Mokadelic ascoltano tutto. Ognuno di noi ha le proprie influenze musicali. C’è chi è più vicino al rock anni ’70, chi alla psichedelia, chi al post-rock. Siamo completamente onnivori dal punto di vista musicale e questo ci permette di non avere limiti anche se comunque, tutti e cinque i membri hanno gusti completamente differenti. Siamo incuriositi da nuove sperimentazioni, nuove sonorità ed è questo ciò che ci sprona. Personalmente sto riscoprendo colonne sonore di qualche anno fa con orecchie diverse. Anni fa non mi sarei mai messo ad ascoltare una colonna sonora, se non legata al film o alla serie. Ora, per lavoro, per piacere, e per rimanere sempre aggiornati ne ascolto molte, e ci si rende conto che ascoltare una colonna sonora al di fuori delle immagini è molto allettante: puoi immaginarti cose diverse rispetto al film e creare nuovi mondi. Se l’ascolti come se fosse un album, riesci a dargli una nuova vita.

 

 

DEAR JACK & PIERDAVIDE CARONE

di Alessio Boccali

La loro “Caramelle” ha sconvolto l’opinione pubblica per l’importanza e la delicatezza della tematica trattata. Il Festival di Sanremo l’ha esclusa dalla kermesse, ma la canzone ha continuato a vivere nei grandi consensi ricevuti da parte di grandi nomi della musica e dello spettacolo nostrano, ma soprattutto da parte del pubblico. Ho incontrato Pierdavide e Lorenzo dei Dear Jack prima del loro live al ‘Na Cosetta di Roma e abbiamo scambiato due chiacchiere.

Ciao ragazzi, come sono nate “Caramelle” e questa vostra collaborazione?
(Lorenzo) La nostra collaborazione ha origine da un’amicizia nata a causa della musica. Poi abbiamo un grande amico in comune che è Alex Britti. Diciamo che tra casa sua e Trastevere le occasioni per vederci e suonare con Pierdavide non sono mai mancate. La forza della nostra collaborazione deriva proprio dall’esserci conosciuti tramite la nostra passione per la musica. Quella di “Caramelle”, poi, è stata una s da molto particolare n da subito. Quando ti arriva la proposta per un lavoro dal genere è di cile dire no, ma è anche forse più di cile dire sì e assumersene la responsabilità. Il feedback che sta ricevendo ci rende sempre più felici e, allo stesso tempo, consapevoli di questa respon- sabilità. L’idea di proporlo a Sanremo è arrivata a pezzo concluso: noi e Pierdavide ci siamo assunti una responsabilitá e così hanno fatto i nostri manager e i nostri discogra ci, a quel punto speravamo che anche il Festival credesse nel nostro progetto. Non è andata così, ma la voglia di esistere di questo brano era così forte che ce la sta facendo comunque, anche senza lo scudo e la cassa di risonanza che il palco dell’Ariston avrebbe potuto rappresenta- re per un brano che tratta di una tematica così tragica.

(Pierdavide) Collaborazione e pezzo sono nate più

o meno nello stesso periodo e si sono incrociate. Con i Dear Jack siamo amici da tempo e stavamo lavorando già a un altro pezzo. Nello stesso periodo però mi è arrivata l’ispirazione per questo brano quasi fosse una “chiamata”: ho iniziato a scrivere questo pezzo, inizialmente era quasi un temino scolastico sulla vita di questo bambino, ma poi, mentre le parole uivano sul foglio, mi accorgevo che questo tema assumeva dei connotati sempre più inquietanti con l’arrivo di questo signore a abile, ma ambiguo. Quando sono arrivato a scrivere il ritornello, mi sono accorto che stavo parlando di pedo lia. Raramente mi è capitato di scoprire strada facendo di cosa stessi parlando, qui è successo ed è stato scioccante perchè stavo parlando di un abuso su di un bambino di 10 anni (il Marco della canzone, n.d.r.). Finita la canzone, l’ho fatta ascoltare al mio manager che, sapendo che già stavo collaborando con i Dear Jack, mi ha suggerito di lasciar perdere il resto e lavorare per questa canzone con i Dear Jack. Per loro era la prima volta che si avvicinavano a temi così scottanti e non era scontato che accettassero di collaborare, sono contento che si siano presi que- sta responsabilità. Il messaggio del pezzo è trasversale è vero, ma è importante che questo arrivi ai più giovani e grazie ai Dear Jack può arrivarci meglio

(A Pierdavide) Ti eri già approcciato a temi importanti come la prostituzione in “Nanì” o la malasanità ne “La Ballata dell’Ospedale”, da cantautore hai continuato a schierarti dalla parte degli ultimi, delle vittime…

Cerco di essere sempre il più sincero possibile quando scrivo e quindi non mi pongo dei limiti tematici n dall’inizio. Quello che è scaturito da “Caramelle” però mi hanno fatto capire che indietro non si torna. Ad oggi penso che sto assumendo un altro ruolo con un’altra maturità. Ogni giorno tante persone mi scrivono raccontandomi delle storie atroci collegate al tema della pedo lia e della violenza in generale. Sono storie vere che a leggerle ogni giorno ti fanno davvero tanto male, ma non voglio evitarle. Ho scritto questa canzone, l’ho pubblicata e me ne assumo ogni responsabilità: voglio ascoltare queste persone, che, grazie alla mia musica, riescono a sentirsi meno sole. L’idea di portare “Caramelle” a Sanremo nasceva dal fatto che il Festival da sempre è stato un ampli catore di canzoni che, proprio per le tematiche scottanti che a rontano, hanno bisogno di una corazza più resistente. Me ne sono reso conto con “Nanì”, che senza Lucio Dalla naturalmente, ma anche senza Sanremo non avrebbe avuto l’attenzione che poi ha avuto. In questo caso, per fortuna sono stato smentito perché il pezzo è stato comunque raccolto e accolto dal pubblico.

(A Pierdavide) Abbiamo accennato a Lucio Dalla, non posso non chiederti il tuo ricordo di Lucio…
Grazie a Lucio sono diventato un artista più consapevole. A parte la gavetta iniziale, anche un po’ giocosa, con “Amici” era arrivata la grande popolarità. A 21 anni mi ritrovavo con tanti concerti, le mie canzoni in radio, un po’ di soldi… tutte cose belle e inaspettate, ma è solo grazie a Dalla che ho iniziato a vedere le cose dal giusto punto di vista: usare la popolarità per fare e dire qualcosa di importante. Ho iniziato con “Nanì” insieme a Lucio e voglio continuare da “Caramelle” in poi anche da solo. Dalla mi ha dato il Coraggio.

(A Lorenzo) Sei tu oramai il nuovo frontman dei Dear Jack?

Sì, lo sono ormai da due anni e resterò io. L’attuale formazione dei Dear Jack è quella u ciale e de nitiva. Noi quattro siamo stati sempre molto uniti e senza il grande supporto degli altri tre non so quanto sarei riuscito a sostenere questa responsabilità con la leggerezza con la quale lo sto facendo. La musica comunque resta sempre spontaneità, passione e divertimento e noi quando suoniamo ci divertiamo sempre. La nostra identità musicale, poi, è sempre in continua evoluzione perché ci piace vivere di ricerca e di avventura… non si smette mai di sperimentare.

Ora partirete in tour insieme?

(Lorenzo) Innanzitutto, dobbiamo ringraziare Pierdavide perchè ci ha permesso di mettere la musica dei Dear Jack sotto una luce più matura, più adulta, tant’è che in questi giorni non si è mai parlato del nostro passato, ma ha sempre parlato la canzone, quindi la musica, ed è quello che dovrebbe accadere sempre. Per quanto riguarda il tour, sì, si sta riempiendo man mano di date e siamo molto soddisfatti perchè in n
dei conti quello che amiamo è stare sul palco e suonare. (Pierdavide) Sì, partiremo e ci
divertiremo insieme. Ovvio che quando si parla di “Caramelle” ci sia il bisogno di assumere determinati toni, ma durante il tour ci divertiremo e faremo anche divertire il pubblico. Io canterò con loro i pezzi dei Dear Jack e loro canteranno con me i miei pezzi.

Nella settimana sanremese, di solito, è prevista l’uscita dei dischi degli artisti in gara… uscirà ora un vostro lavoro? (Lorenzo) In realtà no, abbiamo fatto dei pezzi, ma per ora stia- mo navigando a vista. (Pierdavide) Tutto ciò che è successo spariglia un po’ le carte. Avevo un disco pronto, ma poi sono arrivati i Dear Jack con una bella canzone, poi esplode “Caramelle”… non ho la minima idea di che cosa succederà in futuro. È la prima volta ed è bello così; di solito i discogra ci tendono a programmare il tuo percorso artistico a lungo termine, ora ho la libertà che negli ultimi anni in Sony mi era mancata. Adesso con Claudio Ferrante e la Artist First vivo di lucida ingenuità perché si ha soltanto la voglia di fare le cose per bene.

E se vi chiedessi se il prossimo anno ritenterete la carta “Festival di Sanremo”?
(Lorenzo) Perchè no? Al di lá di tutto, Sanremo è un tempio sacro che va protetto e rispettato perchè è storia, un’istituzione sacra. (Pierdavide) Bella domanda, come ha detto anche Baglioni, son due anni che ci provo con due canzoni diverse e non mi prendono, allora a questo punto farò in un altro modo (ride, n.d.r.). Quello di cui ho bisogno è cantare, dove mi vogliono naturalmente. Quindi non escludo nessuna possibilità, voglio continuare a essere libero di scegliere.

MONDO MARCIO

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di Alessio Boccali

Mondo Marcio, all’anagrafe Gian Marco Marcello, è tornato e l’ha fatto per riprendersi tutto ciò che ha seminato, ma non ha raccolto. Eppure, sulla linea del tempo del rap italiano si potrebbero segnare una “prima” e un “dopo” l’avvento di Mondo Marcio per capire l’importanza che la sua penna e il suo personaggio hanno rappresentato per il genere e per la musica italiana tutta.

Ciao Gian Marco, questo 2019 è l’anno del tuo ritorno con un nuovo disco…

Esatto, in questi due anni e mezzo lontano dalle scene ho fatto molta ricerca, cercando di alzare ulteriormente l’asticella. Ho cercato un nuovo linguaggio per parlare di cose delle quali non avevo mai parlato in precedenza.

Mi riaggancio a questo per parlare del tuo singolo “Vida Loca”. Nel pezzo sei uscito dalla tua comfort zone per realizzare un’operazione molto da cantautore schierandoti dalla parte dei cosiddetti “ultimi”, nella fattispecie hai parlato di prostituzione…

Trovo sia molto utile, specie in un periodo come questo in cui se ne dicono di ogni sul rap e sulla trap, fare vedere che, nel suo piccolo, la musica può fare la differenza. Si parla tanto di vida loca nelle canzoni ed è giusto che sia così perchè la musica è anche intrattenimento, ma spesso si dimentica che alla vita di strada sono collegate tante problematiche, delle quali è necessario parlare per provare a dare il nostro contributo per un mondo migliore.

Mentre l’altro singolo primo uscito, “DDR”, è un dissing contro chi fa rap, il genere che ami, soltanto a fini commerciali?

Non lo definirei un vero e proprio dissing, quanto più una provocazione. È un periodo in cui tutti lanciano titoloni, affermazioni… col solo scopo di scandalizzare. Siamo in un’epoca del vale tutto e allora “se oggi vi sentite tutti quanti dei capi, tutti quanti dei maestri, allora io sono un Dio.”. Il pezzo è una constatazione delle sciocchezze che sento da chi fa musica, spettacolo, ma non solo… per rilanciare provocatoriamente.

Prima di pubblicare i singoli hai girato un videoclip intitolato “Origini” nel quale affermi che avresti voluto essere Batman perché lui è uscito dal buio per sconfiggere le sue paure. Da quando eri chiuso “Dentro alla scatola”, uno dei tuoi primi successi, ad oggi – 15 anni dopo – sei riuscito a sconfiggere le tue paure e a uscire dal buio?

Direi assolutamente di sì. La musica è stata la mia arma per combattere le mie insicurezze, i miei timori. Poi, certo, ci sono paure che comunque col passare del tempo non se ne vanno mai, ma comunque fanno parte del tuo percorso e riesci a conviverci. Sembra banale, ma ogni volta che riesci a sconfiggere una tua paura diventi più forte quindi ben vengano gli ostacoli (costruttivi).

L’obiettivo del nuovo disco sarà un po’, come dicono nella serie “Gomorra”, “ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost”, ovvero quello di riprenderti un po’ tutto quello che ti spetta e che negli anni hai seminato e non raccolto?

Diciamo di sì (ride, n.d.r.). In questi anni penso di aver dato molto alla musica italiana e alla scena hip hop nostrana senza che questo mi sia stato tanto riconosciuto. Forse sono stato troppo umile oppure troppo rispettoso in un genere che non guarda in faccia nessuno. Questo disco più che mai non avrà timori né riverenza nei confronti di nessuno. Stiamo vivendo un periodo di crisi che parte dall’informazione: un’informazione che è completamente distorta e questo non solo per quel che riguarda la musica. Perciò è importante dire la verità, metterla in piazza. Io l’ho fatto e lo farò sempre.

Non trovi che alle origini del rap fossero i vostri testi la vera rivoluzione che entrava nelle orecchie dell’ascoltatore, mentre oggi si pensa più a fare la melodia orecchiabile?

Sì, sicuramente. Considera che l’arte rispecchia sempre la realtà nella quale sboccia. Viviamo in una società distratta, che ha sempre meno tempo per ascoltare. Ecco, dunque, che, se prima si prestava più attenzione all’ascolto e alla comprensione dei testi, oggi sia il rapper che l’ascoltatore puntano più a preferire il ritornello che ti rimane in testa. Quando ho iniziato a fare musica io, il rap era un po’ come il Far West, adesso il rap è un po’ più un lunapark. Il che non è necessariamente un male e anzi, sono contento di aver contribuito all’espansione di un sistema nel quale tutti quanti possono provare a far musica perché quando ho iniziato io non era così ed è stato difficilissimo anche solo riuscire a fare un disco degno dell’etichetta RAP in Italia. Posso dire con orgoglio che il mio “Solo un uomo” nel 2006 è stato il primo disco di un rapper singolo a sfondare nel mainstream e poco dopo è arrivato Fabri (Fabri Fibra, n.d.r.). Si può dire che da lì il rap ha decisamente cominciato ad attirare l’attenzione e quindi tutto un giro di investimenti che hanno generato dei guadagni.

 

Insomma, il tuo nuovo lavoro ci darà un nuovo Mondo Marcio?

Sì e no. Le mie canzoni sono sempre estremamente personali, quindi evolvendosi Gian Marco come persona è normale che si evolva anche il Mondo Marcio artista. Ogni volta che esco con un album c’è un po’ di Mondo Marcio diverso e poi c’è il solito Mondo Marcio che non cambierà mai.