Blade Runner 2049 – La recensione (senza spoiler)

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Gli androidi sognano ancora pecore elettriche?

All’annuncio di un sequel di Blade Runner avevano reagito tutti con parecchia paura. Sulla scia degli innumerevoli prequel/sequel/remake/reboot che negli ultimi anni sono andati a scomodare diversi mostri sacri della filmografia mondiale, pochi dei quali in maniera convincente, anche questa pellicola sembrava destinata a perire miseramente sotto il peso del paragone con l’originale.

Ricordiamo infatti che quando si parla di Blade Runner non si fa riferimento solamente ad un film del 1982 che col passare degli anni ha assunto lo status di cult senza tempo, ma ad una pellicola che ha definito e plasmato un intero immaginario. Da Akira a Ghost in the Shell, ma anche il fumetto Nathan Never, Videodrome e Gattaca, tutta la fantascienza che segue Blade Runner pesca a piene mani proprio dall’estetica cyberpunk di questa pellicola diretta da un Ridley Scott ancora in stato di grazia, accompagnato dalla fotografia di Jordan Cronenweth e dalle scenografie di David L. Snyder. Contrapposizione tenebrosa alla fantascienza più ingenua ed edulcorata del passato e più in linea con quella “arrugginita” alla Star Wars (il primo capitolo era uscito nel 1977), veramente in pochi, inizialmente, si sarebbero aspettati l’impatto che questo film avrebbe avuto non solo sul suo genere, ma sull’intera storia del cinema. Dopotutto anche Blade Runner ha avuto una vita abbastanza travagliata: arrivato nelle sale lo stesso anno in cui moriva da senzatetto Philip K. Dick (autore del libro dal quale il film è tratto) e accolto inizialmente in maniera piuttosto fredda al botteghino, anche dopo il grande successo è stato rimaneggiato più e più volte dai produttori e dallo stesso Scott arrivando a un totale di sette (sì, SETTE) cut diversi. Nonostante ciò, a prescindere da quale versione si preferisca tra il Domestic Cut e il Final Cut, Blade Runner è rimasto inossidabile, una Bibbia per gli appassionati del vero cinema e un enorme pilastro dal punto di vista estetico, narrativo, onirico e addirittura politico.

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È possibile allora rendere onore ad un film del genere? Creare una pellicola che possa porsi addirittura come seguito materiale e spirituale di uno dei film più influenti di tutti i tempi? Togliamoci subito il dente, è il momento di dirlo: sì, è possibile, e Blade Runner 2049 è un grandissimo film. A darci questa risposta e a raccogliere il pesante testimone, 35 anni dopo l’originale, è il regista canadese Denis Villeneuve, già conosciuto ai più per gli ottimi Prisoners, Enemy, Sicario e già apprezzato nel campo della fantascienza con il recente Arrival. Ebbene, la scelta coraggiosa ed efficace che il regista compie sin dalle primissime inquadrature è quella di voler omaggiare la pellicola dell’82 ma allo stesso tempo quella di volersene distaccare, andando ad ampliare e ad esplorare altri aspetti del mondo futuristico di Blade Runner. Si cerca di oltrepassare il concetto del “seguito”, ribadendo a gran voce la volontà di non essere un semplice replicante (hehe) dell’originale: i punti di contatto con il primo film ci sono, intendiamoci, e si trovano quasi sempre in quell’Harrison Ford che qui fa più che mai da filo conduttore tra il passato ed il presente, senza però essere il protagonista assoluto della pellicola.

Certo, basta vedere su schermo un paio di scritte giapponesi al neon, di cartelloni luminosi Atari e di Spinner che volano tra il fumo dei palazzi per dipingere sulla faccia di ogni appassionato di vecchia data un sorriso che va da un orecchio all’altro, ma questo nuovo film non sente il bisogno di abusarne facendo leva sulla nostalgia per risultare efficace. Blade Runner 2049 riesce infatti a riprendere l’estetica iconica che conosciamo bene senza allo stesso tempo sembrarne una riproposizione identica, affiancando anzi diversi spunti del film di Scott a rimandi che provengono da altri film di fantascienza più o meno moderni (su tutti, Lei di Spike Jonze). Anche il mondo del “futuro analogico” di Blade Runner, parallelamente al nostro, in effetti è andato avanti di 30 anni, e si vede.

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Per quanto concerne la trama, il regista ha espressamente chiesto alla stampa di rivelare meno particolari possibili e così faremo, anche perché parlarne vuol dire muoversi in un vero e proprio campo minato. Quella che ci troviamo ad ammirare è comunque una storia semplice ma niente affatto scontata, che vede questa volta protagonista il cacciatore K (Ryan Gosling) alle prese con una nuova indagine che lo porterà a scavare sempre più a fondo in un segreto che potrebbe destabilizzare la società, mettendolo allo stesso tempo sulle tracce di un ex-blade runner ormai scomparso, Rick Deckard (Harrison Ford).

Accompagnato da un grande cast tra cui Robin Wright, Jared Leto, Mackenzie Davis e soprattutto la bellissima rivelazione Ana de Armas, a dominare è senza dubbio un Ryan Gosling enorme, che sa ancora una volta bucare lo schermo semplicemente con la sua presenza scenica dall’inizio alla fine della pellicola e che riesce a non farsi mettere in ombra nemmeno da Harrison Ford, anche se anch’egli nella migliore interpretazione degli ultimi anni (anni luce da quell’Han Solo svogliato che abbiamo visto, ahimé, nel seppur ottimo Episodio VII). I due si compensano alla perfezione creando una tacita complicità tra i due personaggi principali, che riescono inoltre a rendere visivamente molto bene l’idea di quella coesistenza di vecchio e di nuovo che questa pellicola, dopotutto, rappresenta.

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Per quanto riguarda il comparto tecnico, c’è poco da dire: siamo davanti ad uno dei film migliori degli ultimi anni. Forse i 168 minuti di pellicola rendono la visione decisamente ostica ai novizi del genere e potevano essere tagliati qua e là, è vero, ma Villeneuve si dimostra una volta per tutte un grande regista che riesce a gestire con consapevolezza da una parte uno spettacolo sensoriale incredibile e dall’altra una narrazione precisa e inesorabile. Parliamoci chiaro, visivamente Blade Runner 2049 è un film perfetto, da pelle d’oca. Ogni singolo frame della pellicola è un quadro di una bellezza abbacinante e non c’è una sola immagine che non sia curata nei minimi dettagli: il merito va sicuramente alla mano registica di Villeneuve, ma il vero maestro del film è, in questo caso, Roger Deakins. Il direttore della fotografia compie un’impresa titanica, offrendo allo spettatore uno spettro cromatico vastissimo che parte da tinte fredde e colori desaturati, passa per gli ologrammi fluo dai colori brillanti e arriva fino agli arancioni più accesi di un deserto alla Mad Max-Fury Road: è una fotografia fatta tanto di colori e luci quanto di ombre più scure della pece, in una dicotomia che rispecchia molto bene lo spirito della pellicola.

A coronare il tutto è la maestosa colonna sonora: Hans Zimmer e Jóhan Jóhannsson uniscono i bassi potenti di suoni elettronici ad archi gravi per un risultato strabiliante, che nella seconda metà del film richiama a più riprese i temi storici di Vangelis. Obbligatoria quindi la visione al cinema, preferibilmente nella sala con lo schermo più grande e con il sistema audio più potente che riusciate a trovare.

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Insomma era facile, facilissimo tirare fuori un seguito senza nulla da dire che sarebbe crollato sotto le troppe aspettative poste dall’originale. Qui, però, di roba da dire ce n’è, e anche tanta: si schiva il rischio di sfornare una pellicola di azione pura, più fruibile al grande pubblico (e forse più in linea con la fantascienza di oggi), in favore di un film introspettivo, quasi d’autore, che riesce ad approfondire l’immaginario del primo film senza però deturparne l’immagine. Il difficilissimo obiettivo che Blade Runner 2049 riesce quindi a centrare è quello di trasmettere un estremo rispetto senza tuttavia rinunciare a una sua narrazione e a una sua estetica: e (se ancora ve lo state chiedendo) no, non è bello quanto l’originale, ma semplicemente perché difficilmente altri film potranno mai avere lo stesso spessore emotivo e filosofico e lo stesso impatto innovativo di Blade Runner. Anche se forse è un po’ prematuro gridare al capolavoro, è innegabile come questo nuovo film sia maestoso, audace, a suo modo complesso, come omaggi il passato e riesca anche a ribadire gli storici interrogativi sull’umanità e l’identità: progresso vuol dire necessariamente andare avanti? Chi è un replicante? Chi è umano? Ma soprattutto, cosa vuol dire essere umano?

Blade Runner 2049 è un film generato dal grembo di una fantascienza del suo tempo, che ha una sua voce e parla con una sua lingua e una sua estetica, diverse ma non per questo incapaci di farci emozionare e stupire come quando guardavamo le luci al neon riflettersi attraverso un parabrezza appannato dalla pioggia. E se quello stupore sia umano o di un replicante, forse stavolta nemmeno il test Voight-Kampff potrà stabilirlo.

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Quattro chiacchiere con l’attrice Martina Menichini

940A9042 bn (1)Ci sono interviste e interviste, quella fatta con Martina Menichini è stata interessante, simpatica e piacevole.  

Bella, simpatica e romana. Durante il liceo s’innamora della recitazione frequentando corsi di recitazione, canto e ballo alla Kledy Accademy e inizia l’attività di fotomodella per servizi fotografici di moda e di attrice di fotoromanzi per i giovani. Interpreta alcuni corti come Riflessi di città, Il Bacio, Nereides e lungometraggi come Oltraggio alla Regina. È protagonista del film Nient’altro che noi (2008) del regista Angelo Antonucci. Nel 2009 si diploma all’Accademia di recitazione e doppiaggio di Stefano Jurgens e frequenta il Laboratorio teatrale di Claudio Botosso. Conduce le previsioni del tempo su Sky meteo 24, frequenta l’Accademia di doppiaggio di Teo Bellia (2010) e contemporaneamente migliora le proprie tecniche canore.  Si perfeziona, a Londra nella recitazione inglese diplomandosi al Summer Shakespeare (2011) e all’Actor’s House con Giorgio Albertazzi, Rossella Izzo, Anna Strasberg, Fioretta Mari, Luca Ward, e Antonella Tersigni. Inizia il suo percorso teatrale con “La sotto veste rossa” di Boccancini, fino ad affrontare “L’amante” di Pinter nel ruolo di Sarah.

Ciao Martina, hai iniziato da giovanissima a recitare, quando hai capito che sarebbe diventato l’amore della tua vita?

Beh, ho sempre avuto un amore per l’obiettivo, dalle prime volte che vedevo mio padre con la videocamera, proprio amavo stargli davanti. Diciamo che inconsciamente ho sempre saputo quale sarebbe stato il mio futuro lavoro, poi da più grande, a 15 anni in via del corso una ragazza mi diede un volantino di un’agenzia di moda e da lì ne presi coscienza, mai scelta fu più saggia.

Hai fatto tantissime opere teatrali, quale personaggio ti è rimasto più a cuore?

Il personaggio a cui sono più legata è sicuramente Sarah nello spettacolo di Pinter “L’Amante”. Quando interpreto nuovi personaggi, mi sento sempre in obbligo verso il pubblico, perché noi attori non siamo solo quello che lo spettatore vede sul palco o al cinema, chi conosce l’ambiente sa che prima c’è tutto un allenamento costante e certosino, in cui vengono affinate particolarità del ruolo. A mio parere è proprio questo il bello dell’essere attore. Sicuramente sono aspetti che mi hanno fatto innamorare di questo mestiere, perché noi diventiamo la realtà agli occhi di chi ci guarda.

Cosa farai quest’estate?

Sono stata selezionata per il “Festival Cinemadamare”, che è un festival in circolazione da 15 anni, starò un mese e mezzo fuori per girare vari corti con registi diversi, la cosa bella è che essendo internazionale gireremo completamente in inglese, imparerò anche nuove tecniche di recitazione. In pratica mi farò vacanze e lavoro contemporaneamente, penso non ci sia cosa più bella!

Come definiresti, in una canzone, Martina Menichini?

Tanti mi dicono che quando ci sono io illumino la scena, però a volte sono proiettata al futuro e non mi godo il presente, perché la mia ambizione mi porta sempre a desiderare altro e non vedere quello che ho. Uno dei miei propositi è quello di godermi quello che ho, perché se non ti godi il presente, non potrai diventare quello che desideri di essere.  Quindi dico: “Ci sei tu” di Nek.

Di Andrea Paone

I (VERI) SEGRETI DELLA FONIA IN PRESA DIRETTA

bruno glisberghL’intervista solerte al fonico Bruno Glisbergh che ci racconta la sua esperienza come fonico cinematografico.

Come ben sappiamo, nell’industria cinematografica prefigurano moltissimi ruoli dietro la macchina da presa, ma rivendicano un ruolo primario per il risultato finale. Uno tra questi è il fonico, colui che cura il suono in una determinata fase del prodotto (presa diretta, mixaggio o doppiaggio). Noi di MZK News ci siamo immersi nel fascino dell’improvvisazione, nella purezza del momento della registrazione, attraverso un giovane ragazzo chiamato Bruno Glisbergh, che nei suoi 6 anni di attività ha già incasellato parecchi successi tra programmi TV, documentari e film.

In cosa consiste essenzialmente il tuo lavoro?

“Fonico di presa diretta di cinema e televisione, sono il capo reparto sul set del suono quindi mi occupo della fase di produzione. È un lavoro sicuramente complicato dove si ha un margine di errore molto vicino allo zero, anche perché alcuni rumori esterni non si possono eliminare a differenza della fotografia e quindi è di vitale importanza un sopralluogo iniziale e un’interfaccia diretta con le altre parti. Purtroppo in Italia solo le super-produzioni ti coinvolgono in questa fase per evitare problemi come per esempio trovarsi un cantiere vicino al set”.

Quindi il cantiere è uno degli imprevisti che ti è capitato…

“Il cantiere è dietro l’angolo, appare sempre un frullino poco prima di registrare(ride, ndr). Quelli comunque ci sono sempre, l’importante è provare ad individuarli e cercare una soluzione in tempi rapidi”.

Quali sono invece le soddisfazioni nel tuo mestiere?

“Sicuramente rivedere un tuo film al cinema e vedere che hai fatto un buon lavoro é la più grande soddisfazione. Ora più che mai visto che il cinema è stato invaso dall’uso dei radiomicrofoni, qualitativamente inferiori, per ridurre i tempi di ripresa. Fortunatamente però ci sono ancora quei registi che ti permettono di lavorare anche con il boom”.

Quale strada hai percorso per diventare un fonico?

Ho cominciato con la scuola a Cinecittà nel 2010 dove ho avuto ‘signori’ professori da Tullio Morganti a Gilberto Martinelli che ci hanno insegnato tutto in due anni di frequenza obbligatoria giornaliera! All’inizio abbiamo studiato la teoria, poi al secondo anno la post-produzione e messo in pratica il tutto. Ciò ti fa iniziare la ‘gavetta’ dove si accetta ogni cosa. Poi, piano piano, si alza l’asticella della qualità e di conseguenza di tutto il resto, è pur sempre un lavoro di esperienza, non solo tecnico!”

 

Rettifica della pag. 38 N° 2 Maggio/Giugno 2017 di Luca Vincenzo Fortunato

Wonder Woman – La recensione in anteprima (senza spoiler)

Wonder Woman, diretto da Patty Jenkins. Cast: Gal Gadot, Chris Pine, Robin Wright, Connie Nielsen, David Thewlis. Prodotto  e distribuito da Warner Bros. Pictures e DC Entertainment. Uscita nelle sale italiane: 1 Giugno.

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La pellicola dedicata alla Principessa delle Amazzoni è la storia di una bambina incosciente, che diventa dea tra gli uomini.

Portare per la prima volta al cinema Wonder Woman non era un compito facile. Vuoi per il canone inculcato nel grande pubblico dalla celebre serie tv degli anni ’70 con Lynda Carter, vuoi, soprattutto, perché qui stiamo parlando di una vera e propria icona dell’emancipazione femminile e del progressismo: nata nel 1941, lo psicologo William Moulton Marston modellò i tratti da pin-up dell’eroina su una sua assistente con la quale lui e la moglie avevano una relazione aperta. Tanto per dire. In aggiunta poi, per alzare ancora un po’ la pressione, ricordiamo che Wonder Woman arriva dopo le critiche non proprio entusiaste riservate alle prime tre pellicole del DC Extended Universe, affibbiando così alla regista Patty Jenkins, al suo secondo lungometraggio (13 anni dopo Monster), la responsabilità di sfornare una pellicola che potesse finalmente soddisfare appassionati, critica e pubblico.

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Ecco, aiutata da un’ambientazione storica ben distante dal macrocosmo DC, il primo pregio di Wonder Woman è quello di non guardare al passato ma voler sin da subito ribadire la scelta di intraprendere una direzione abbastanza diversa, abbandonando i toni eccessivamente seriosi di Batman v Superman in favore di un intrattenimento più puro e, forse, più onesto. Non mancano, infatti, le gag e le battute (e c’è da dire che queste fanno sorridere per davvero), che giocano soprattutto su una doppia condizione di straniamento che si ritrova prima nel pilota Steve Trevor (interpretato da Chris Pine), catapultato nella mistica isola di Themyscira, e poi nella stessa Diana Prince (Gal Gadot), che deve fare i conti con il “mondo esterno” dopo essere cresciuta nascosta e distante da esso.

Essendo questo Wonder Woman prima di tutto una storia d’origini, l’impostazione è quella abbastanza classica della struttura in tre atti: conosciamo prima la luminosa isola delle amazzoni di Themyscira, dove scopriamo con alcuni espedienti la storia e il contesto nel quale siamo immersi, ma tutto cambia quando un pilota britannico precipita dal cielo proprio nelle acque della paradisiaca isola (l’utilità dello scudo protettivo magico è un dubbio che ci pervade), facendo conoscere poi a tutte le Amazzoni l’esistenza di una guerra che sta devastando il mondo. Sarà proprio questa rivelazione a far compiere a Diana la decisione di abbandonare il luogo di nascita per dirigersi verso il mondo esterno, credendo di poter porre fine alle ostilità.

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È proprio la dualità tra i personaggi di Gal Gadot e Chris Pine ad essere il perno attorno al quale ruota tutta la pellicola: si gioca su due mondi diversi che si toccano, contrapponendo la luminosa realtà dell’isola mistica delle Amazzoni ai colori desaturati del fronte di Guerra. Interessante l’interpretazione del concetto della guerra vera e propria per le due parti: vista come un nemico da abbattere per l’eroina, quanto invece come un’entità con la quale si deve convivere per gli uomini, dalla quale essi sono attratti ma che allo stesso tempo vorrebbero ripudiare. Complice dell’efficacia di questo sottotesto sia l’alchimia dei due attori, che funziona molto bene nonostante il risvolto romantico sia di una banalità sconcertante, quanto soprattutto la scelta dello script di voler evitare un femminismo eccessivo (come era successo ad esempio nel recente remake dei Ghostbusters), rendendo il film estremamente femminile senza tuttavia ridicolizzare le figure maschili.

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Fila tutto liscio, quindi? Non proprio: se il primo e il secondo atto del film funzionano abbastanza bene, tutta la parte finale della pellicola ripiomba nella dimostrazione di come ancora una volta sia considerato impossibile sfuggire al cosiddetto canovaccio supereroistico della “boss fight” con il cattivone di turno. Lo scontro finale, oltre a ricordare veramente tanto quello che abbiamo visto, ahimè, in Batman v Superman, arriva veramente a casaccio e in alcuni punti rasenta il ridicolo, complici una CGI videogiocosa, una scelta di casting incomprensibile e alcune frasi dette qua e là nel corso della lotta decisamente risparmiabili.

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I difetti di Wonder Woman ci sono quindi, e non sono pochi, ma c’è da dire che per tutta una serie di fattori e per la struttura generale risulta forse più facile perdonarli qui che in altre occasioni, tanto da poter essere considerato sicuramente il film nel complesso più riuscito tra i quattro sfornati dalla DC fino ad ora. Il più grande merito è sicuramente quello di reggersi su un’interprete incredibile, attorno alla quale la pellicola è interamente modellata, dotata di una bellezza e di una grazia straordinarie. Onnipresente in ogni scena, la modella israeliana Gal Gadot riesce ad essere tanto efficace nelle  sequenze di combattimento quanto magnetica in quelle dove veste i panni civili: spazzati via tutti i dubbi che ancora potevano rimanere sulla sua scelta di casting, per noi adesso lei è diventata veramente l’unica Principessa delle Amazzoni, e forse uno dei principali fattori che ci spinge ad avere ancora fiducia nel prossimo film sulla Justice League.

 

Il noir al femminile arriva in prima serata: la conferenza stampa di Non Uccidere 2

E’ un ritorno in pompa magna per Valeria Ferro e la sua Squadra Omicidi di Torino che, dopo aver convinto con la prima stagione di Non Uccidere su Rai3, è pronta ad emozionare in prima serata su Rai 2 da lunedì 12 giugno in 6 appuntamenti. Prima però, le emozioni di questo noir al femminile filtreranno dalla piattaforma online Rai Play, dove sarà possibile vedere i nuovi episodi in anteprima assoluta da giovedì 1° giugno. Ma quali sono le novità di questa seconda stagione creata da Claudio Corbucci?  Che valore ha assunto nei piani dirigenziali della Rai? Sono state esposte nella conferenza stampa tenutasi stamattina nella sede Rai di Viale Mazzini, a Roma.

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Tinny Andreatta (dirigente RAI) l’ha reputata “una serie strategica con la quale continua la grande offerta della fiction Rai, spingendo l’asticella dell’innovazione più avanti rispetto al passato” e sulla quale  verrà applicata “una declinazione del servizio universale, andando incontro ai fruitori non lineari”.  In termini di trama, ha dichiarato che “dopo aver creato le atmosfere forti, nebbiose, nordiche nella prima stagione, si continua con una storia sofisticata con temi inquietanti, affrontando in modo potente i delitti e ciò che appare dietro all’armonia delle famiglie o dei piccoli ambienti.  Inoltre  è stato operato un lavoro sulla struttura narrativa, riducendo a 50 minuti la durata degli episodi nell’ottica internazionale, seguendo una produzione completamente industriale basata sulla riduzione dei tempi e il coordinamento di vari sceneggiatori, da quelli più esperti a quelli alle prime armi, grazie allo show runner Claudio Corbucci.”  Anche la scelta del giorno non è a caso secondo la dirigente visto che il lunedì è “la giornata  della grande fiction Rai“.

Il direttore di Rai 2 Ilaria Dallatana l’ha voluta perché “aderisce in maniera cristallina ad un linguaggio basato sulla messa a fuoco di personaggi, con una caratterizzazione psicologica travolgente dei personaggi. Tra l’altro c’è finalmente una donna al comando e un progetto virtuoso della Rai che mette in gioco una rete di ascolti attenti e precisi e un’ampia struttura industriale che solo essa può offrire”. Ma non si crea concorrenza con RaiPlay? Per la direttrice non c’è  “gelosia sulla fruizione non lineare perché dà la possibilità di unire tante anime della Rai per rendersi unica sul mercato”.

A seguire l’intervento di Maria Pia Ammirati di Rai Play che annuncia con felicità “la fruizione box-set, tanto ricercata dai nostri utenti.” e  l’intento di “non cannibalizzare la tv, ma di ampliare il pubblico Rai”. 

Il creatore Claudio Corbucci ricorda come “la sfida necessaria di passare a 50 minuti” lo abbia “spaventato all’inizio, ma poi lavorandoci” sia “stata la scelta giusta perché non si è persa profondità nelle storie.” 

Infine la parola ai due protagonisti, Miriam Leone e Matteo Martali che hanno indicato come si sentano ancora dentro a questa storia e incapaci di dare un bilancio del lavoro sul set, per il forte legame che si è creato con ogni membro della produzione.

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(fonte: RaiPlay)

 

‘Il gusto della Memoria’: l’intervista alla direttrice artistica Cecilia Pagliarani

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Il festival ‘Il Gusto della Memoria’ è un contest cinematografico dedicato alla valorizzazione del patrimonio delle pellicole di vecchio formato. Quest’anno la rassegna, giunta alla quinta edizione, ruota intorno al tema della famiglia ed è articolata in tre sezioni: Fiction, Documentari e Pubblicità. Gli aspiranti registi dovranno raccontare  la Storia da un punto di vista alternativo a quello ufficiale, usando i materiali cinematografici presenti in nosarchives.com e nell’archivio dell’Istituto Luce. Oltre a ciò, si potranno usare immagini vecchie e nuove girate con qualsiasi supporto tecnologico. Noi diMZKNews’ abbiamo incontrato la fondatrice e direttrice del festival Cecilia Pagliarani (co-regista con Gianni Amelio di ‘Registro di classe‘ e montatrice di ‘Felice chi è diverso’, sempre di Gianni Amelio), che ci ha concesso in esclusiva un’intervista:

A settembre partirà il festival ‘Il gusto della Memoria’, con all’interno un contest che ruota tutto intorno al tema della famiglia. Che funzione può avere un evento di questo genere, in un’epoca in cui i valori tradizionali si stanno sciogliendo? 

Non mi sembra che i valori tradizionali si stiano sciogliendo, anzi, trovo che la società si stia cristallizzando e diventi sempre meno libera in quello che riguarda le unioni. Il contest del festival vuole appunto dare ai registi la possibilità di raccontarci come vedono loro i rapporti familiari e dare la possibilità a noi spettatori di renderci veramente conto del vento che tira, aldilà dei commenti dei rotocalchi sulle famiglie omosessuali o, ancora più temute, quelle monoparentali (che sono poi da secoli la firma di famiglia più frequente, senza essere mai riconosciuta)”.

Che pensiero ha della famiglia di oggi? Quali sono le differenze rispetto ai nuclei di una volta?

Il concetto di ‘nucleo’ è diventato un’accezione negativa e la gente tenta di giustificare le proprie incapacità relazionali con poli-amori e relazioni di amicizia sessuale“.

Quale può essere un modo per riportare la famiglia al centro della società?

Credo che il problema italiano sia il fatto che lo Stato non dia il sussidio di maternità e gli aiuti ai nuclei familiari. Così i divorziati si risposerebbero e non sarebbero terrorizzati di perdere alimenti e prendersi a carico figli di altri. I figli devono essere prima di tutto i cittadini, e lo Stato deve vigilare al loro benessere. Le famiglie allargate diventerebbero così spazi di educazione e scambio, in Italia solo i ricchi posso permettersi di mettere in comune i figli e ipotizzare adozioni”.

Tornando al contest, è diviso in diverse sezioni: documentari, fiction, pubblicità. Quale sarà il metro di giudizio adottato per valutare i filmati degli aspiranti registi?

Ogni anno abbiamo una giuria di esperti, non solo nel campo cinematografico, che hanno un mese per decretare i vincitori, secondo il loro gusto personale“.

Cosa si aggiudicherà il vincitore?

I premi sono in utilizzo di immagini di archivio, che solitamente costano circa 500 euro al minuto. Il film vincitore verrà co-prodotto dal festival (archivi Nosarchives e Luce Cinecittà) avendo diritto ai materiali in alta qualità. E’ un premio che supera gli 11mila euro di valore nella maggior parte dei casi”

Info utili: il festival si terrà a Roma il 29, 30 e 31 settembre 2017. La scadenza per l’iscrizione è fissata al 30 luglio 2017, mentre i materiali possono essere inviati entro il 30 agosto 2017. Tutte le informazioni per partecipare al bando si trovano al link www.ilgustodellamemoria.it

Gli Actual e il rimorchio a Roma Sud

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Dopo il grande trionfo del rimorchio a Roma Nord (che potrete ritrovare cliccando qui), Lorenzo Tiberia e Leonardo Bocci, meglio noti nei panni degli Actual, si sono cimentati nel rovescio della medaglia, ovvero il rimorchio a Roma Sud.

Se a Roma Nord, abbiamo visto come sia differente e raffinata l’arte del rimorchio, beh a Roma Sud è tutta un’altra storia. Scordatevi toupet, maglioncini e risvoltini, a Roma Sud si punta meno all’eleganza, ma più sul parlato “Tera tera” e su un approccio grezzo ma diretto.

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Poi dove non arriva il carattere arrivano gli amici, con tecniche degne del miglior 007. Auricolari, consigli e si prova a dare una mano, certo purché non arrivi il bangladino di turno a vendere la sua merce migliore, rischiando di far saltare il piano e di conseguenza il rimorchio sicuro con la “gentil” donzella di turno.

Finiamo col dire che tutta via la storia si conclude nel migliore dei modi possibili (anche se non vi spoileriamo il come) e la cornice di Roma ci fa capire che da Nord a Sud, da Est a Ovest la città eterna rimane ineguagliabile e nonostante le differenze in fin dei conti i romani sono tutti uguali.

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Scritto da Lorenzo TiberiaLeonardo Bocci e Paul Brasco alla quale è affidata anche la regia. Con Monica Volpe e le partecipazioni di Nelson Abreo ed Elena Calvani Aiuto regia Natalia Piervincenzi, direttore della fotografia Davide Manca, operatore Jehison Garcia, presa diretta Claudio Bagni e Fabio Sabatini, al montaggio Andrea Gagliardi, post produzione Claudio Bagni, color Paolo Buonpane, segretaria di Edizione Flaminia Mazzocchi, trucco Chiara Silipo. Organizzatore di produzione Nunzio Paolo Russo, costumi Mary Gehnye ed Emanuela Aureli, macchinista Davide Michelangeli. Musica Let’s Rock – Luca Mollo.

Si ringraziano inoltre: Fabrizio Pennese “Million, il “Circolo degli illuminati”, “Azad mini marketMatteo Lalli, Gabriele Albanesi, Roberta Psimenos, Eleonora fabellini, Viviana Passanisi, Lucrezia Gera, Massimiliano Vasta, Chiara Sarti, Nicholas Biagini, Claudio De Vivo, Gianmarco Carlucci, Edoardo Berardi, Riccardo De Iacobis, jimi Durotoye, Helma Nocera, Massimo Salvo e Maurizio Orlandi.

E voi come rimorchiate a Roma Sud? Per ogni consiglio o chiarimento, vi postiamo qua il video: