Andrea Febo: “Oggi abbiamo perso il contatto umano con le persone”

Di Francesco Nuccitelli

COVER - Rivoluzione off-lineRivoluzione Off-line è il nuovo singolo che vede protagonista Andrea Febo con un featuring molto interessante e azzeccato come quello con il Piotta. Questo è un brano che vede una fusione alquanto particolare e che potremmo rinominare cantautorap, con una parte musicale che si amalgama alla perfezione con un testo dal tema attuale, quale l’uso spasmodico della tecnologia e dei cellulari. Noi di MZKnews-MusicaZeroKm, abbiamo raggiunto Andrea Febo per una bella chiacchierata:

Rivoluzione Off-Line è il tuo singolo realizzato in collaborazione con il Piotta. Che tipo di brano è?

Rivoluzione Off-Line, è un brano che nasce dall’esigenza di mettere a fuoco un tema oggi molto in voga e che come tutte le cose che prendono una forma molto prepotente, possono diventare  un’arma rischiosa. Oggi abbiamo perso il contatto umano, quello fisico con le persone, con le amicizie e con i parenti. Siamo troppo iperconnessi. Ovviamente nella canzone, quello che voglio esprimere, non è l’andare contro la tecnologia, anzi… bisogna sempre andare avanti, però bisogna anche mantenere un rapporto reale con la vita.

Com’è nata questa atipica collaborazione?

La nostra è un’accoppiata molto particolare, originale e quasi comica. Con Tommaso ci conosciamo da tanti anni, abbiamo fatto diverse cose e calcato molti palchi. Non avevo mai considerato una possibile collaborazione tra di noi. Tuttavia, avevo questa idea, questo brano e ho pensato: “chissà, questa potrebbe essere la volta giusta per fare qualcosa insieme”. Così ci siamo visti e ho fatto sentire il brano a Tommaso… a lui è piaciuto molto e ci abbiamo lavorato sopra.

Leggevo i vari dati sull’uso dei cellulari da parte di grandi e bambini. Tu fai una critica molto dura su questo nuovo stile di vita. Qual è la tua soluzione?

Io posso sollevare un tema o un’idea… pensare ad una soluzione è un po’ più complicato. L’unica cosa che mi viene da dire, è di spegnere un po’ il telefono e capire se questa è una droga o no. A me è successo di stare senza il telefono e di andare nel panico…

Quindi, questa la possiamo considerare come la dipendenza del 21° secolo…

Sicuramente!

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Possiamo dire che sei un cantautore molto impegnato. Sempre belle canzoni con tematiche importanti e attuali. Ma come nasce in te il bisogno di fare musica?

Perché mi annoio (ride ndr.). Fondamentalmente sono uno che si annoia molto facilmente e quindi per combattere la noia sento l’esigenza di scrivere.

Un tour estivo?

Pensavo più ad un tour invernale, anche perché l’estate è più legata ad eventi o festival. Invece a me piace girare l’Italia e andare nei club. Insomma, un qualcosa di più intimo.

Ripartendo dall’uomo romantico, il paleolitico, suono dal ritmo cardiaco”. Uno sguardo al passato per guardare al futuro. Com’è nata questa frase?

Onestamente non so come sia nata la frase… anche perché quando si scrive una canzone le parole ti vengono fuori da sole. Però, posso dire che il “battito cardiaco” che cito nella frase rappresenta la vita. Il battito cardiaco non sta dentro uno smartphone, ma sta dentro una persona.

Il tuo futuro come lo vedi?

Al momento non so come sarà, perché ogni giorno è un nuovo film da vivere. Però posso dire che farò di tutto per fare sempre meglio, per essere un uomo migliore e cercare di raggiungere o quantomeno sfiorare la felicità

Mauràs & Dj Bonnot: la rivoluzione ibrida

Di Cristian Barba

Meno “fotta” e più ironia, il tutto accompagnato da sonorità energiche e ballabili: il nuovo album di Mauràs e Dj Bonnot è un ibrido che riesce a mantenere un’identità. Mauràs, al secolo Mauro Sità, è uno che nella vita non ha mai fatto l’artista di professione, ma da più di vent’anni alimenta la sua passione per la musica come dj, rapper e producer. Nel 2016 si è messo in proprio con un progetto solista, inaugurato dall’album La vita è dura. A 3 anni di distanza è tornato con Dico sempre la verità, lavoro che segna una netta discontinuità rispetto al passato e che può vantare la produzione di Dj Bonnot.

Ciao ragazzi. Partiamo da Mauro. Si parla spesso di maturità artistica. Tu fai musica da tanto, quali consapevolezze porti in questo disco?

Mauràs: Porto questi vent’anni di esperienza, sia dal punto di vista dei live che soprattutto della scrittura. Non riascolto quasi mai quello che ho fatto prima perché so che stilisticamente non rappresenta il mio punto d’arrivo, mentre in quest’album mi ci rivedo alla perfezione. Ho fatto sempre roba hardcore che richiama molto il mio background, poi per fortuna ho incontrato Bonnot e ragionando su un po’ di cose abbiamo scelto la strada da seguire. Il bello è che entrambi volevamo creare qualcosa di nuovo e ci siamo lasciati andare.

Rispetto al tuo precedente lavoro – La vita è dura – hai sviluppato un approccio completamente diverso, meno incazzato e molto più ironico. Ti sei allontanato da quella che definivi working class music?

Mauràs: In realtà non mi ci sono allontanato tanto, ad esempio ho appena finito di produrre un album di Principe che si chiama proprio Working Class Rap. La vita è dura ha rappresentato un nuovo punto di partenza dopo l’esperienza con le band. Ho fatto tutto da solo, volevo buttare fuori il fatto che dopo 15 ore in cantiere tornavo a casa a fare scratch con le mani bendate perché erano spaccate dal lavoro. Andavo dritto, scrivevo strofe di pancia, registravo e via. Adesso è diverso, ho scritto 3 quaderni di strofe per lavorare sul linguaggio e voglio che la musica rispecchi la mia persona in tutto. Ci sono arrivato per gradi e voglio proseguire su questa strada.

Pensate che il risultato sia un disco complessivamente più leggero? È un tentativo di raggiungere più persone?

Mauràs: Leggero no, direi scorrevole. Abbiamo cercato di non fare robe scollegate dai tempi in cui viviamo, perché – come si dice nel rap – l’underground a volte è una scusa. Vorrei arrivare a tutti perché penso di avere le capacità per farlo. Non vedo perché chi ha la metà delle mie capacità di scrittura possa arrivare a tutti mentre io no.

Bonnot: Abbiamo lavorato insieme sul mood per cercare di renderlo più aperto, non per forza per tutti ma neanche troppo hardcore. Volevo fare una cosa che trasmettesse energia e che rispecchiasse un po’ anche il periodo positivo che sto vivendo.

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Le sonorità di questo album non inseguono il minimalismo imperante nel rap, anzi ci avete messo dentro chitarre, fiati, batterie. Come ci siete arrivati?

Bonnot: Per me è stato continuativo rispetto al lavoro fatto finora, ho utilizzato questo parco strumenti in tutti gli album che ho prodotto dal 2005 con gli Assalti Frontali. Allo stesso tempo, con M1 deadprez ho anche fatto produzioni vicine alla trap e quindi ho sentito cose molto belle anche su quella vibe. Non ho pregiudizi, però sono un bassista/contrabbassista e amo la musica suonata. In questo album spesso i giri di basso creano il groove, sono lo scheletro su cui si poggia tutto il pezzo. Ci sono molti fiati – praticamente in metà album – registrati live da artisti bravissimi. Alle chitarre ho chiamato Ermanno Fabbri, che è un mostro e che considero uno dei più grandi chitarristi italiani viventi. Alle batterie avevamo il Ninja Enrico Matta, che ha fatto la storia con i Subsonica e non ha bisogno di presentazioni. Sono musicisti scelti in maniera meticolosa, perché in base al musicista che scelgo coloro il disco in una certa maniera. Stessa storia per gli strumenti: abbiamo usato un preamplificatore – che ho acquistato da Billie Joe Armstrong – con cui i Green Day hanno registrato 5 album e un microfono utilizzato da Freddie Mercury per 7 album dei Queen. Nel complesso, mi sono soffermato sul tentativo di fare un disco acustico che suonasse da elettronico, come alcuni brani dei Daft Punk o di Bruno Mars.

Com’è nata la collaborazione?

Bonnot: Ci siamo conosciuti ad un concerto nel quale Mauro suonava in apertura agli Assalti Frontali e mi lasciò il suo disco dopo il concerto. La mattina dopo l’ho riascoltato – su questo sono un po’ vecchia scuola, ascolto tutto quello che mi viene dato – e ho trovato una buona padronanza sia tecnica che lessicale per cui ho pensato che ci si potesse lavorare. Tra l’altro mi aveva anche scritto su Facebook due anni prima ma mi ero perso il messaggio.

E non credo che per Mauro sia stato un peso fare un passo indietro e occuparsi solo dei testi…

Mauràs: No anzi, per me è stato bellissimo. Mi piace produrre e fare beat, però concentrarmi sulla scrittura era il mio obiettivo e volevo farlo buttando in mezzo anche il mio lato ironico.

Nell’ultima traccia – In confusione – scrivi “si abbassa la soglia di attenzione, tocca svuotare la forma canzone, lascia suonino canzoni vuote”. Dobbiamo rassegnarci a “canzoni che durano quanto meme” o vedi un’alternativa?

Mauràs: Ovviamente c’è l’alternativa, chiudere il disco in quel modo è una provocazione. La musica “facile” c’è sempre stata e le canzoni che durano quanto meme sono fatte con quello scopo, è una cosa consapevole. Nel disco non dico mai come si deve o non si deve fare, provo solo a fotografare il contesto che viviamo.

 

Bari in Jazz|Il festival metropolitano della Puglia

Nella giornata del 12 Giugno, a Roma presso il Mercato Centrale (zona Termini), si è consumata la conferenza stampa della XV edizione del Bari in Jazz, il festival metropolitano della Puglia. Presenti alla conferenza, il sindaco di Fasano e il sindaco di Sammichele che insieme all’organizzazione del festival – l’Associazione culturale Abusuan – hanno presentato l’intero evento, elencato i vari concerti e tutte le attività – anche quelle collaterali – che faranno parte di questo festival. L’intero evento durerà dal 29 giugno al 20 agosto e vedrà più di venti esibizioni.

Tanti sono i nomi rilevanti che si alterneranno sui vari palchi. Artisti del calibro di Francesco De Gregori che verrà accompagnato dall’orchestra “Greatest Hits live”, Caetano Veloso & family, Paolo Fresu, Erica Mou, Amaro Freitas e molti altri.

Il festival nella sua quindicesima edizione, è realizzato con il sostegno di: Unione Europea, MIBAC, Regione Puglia e dei comuni di: Bari, Acquaviva, Alberobello, Conversano, Fasano, Giovinazzo, Gravina, Monopoli, Polignano e Sammichele.

Grande importanza per il festival, il connubio tra cultura, rispetto dell’ambiente e turismo. Straordinaria rilevanza anche per la promozione del territorio, con il coinvolgimento dei singoli comuni, per la valorizzazione dell’intero patrimonio artistico culturale.

Si parte il 29 giugno da Polignano con le performance di Erica Mou e Andrea Motis Quitet e concluderà la sua rassegna con una serie di concerti al Minareto della Selva di Fasano.

Di seguito il programma del Bari in Jazz 2019

29 giugno – Polignano a Mare, Cala Paura – Erica Mou, Andrea Motis Quitet

05 luglio – Sammichele di Bari, Castello Caracciolo – Amaro Freitas

07 luglio – Monopoli, Sagrato della Basilica di Maria Santissima della Madia – Progetto Italo-Malgache “New Generation” con Kekko Fornarelli

10 luglio – Conversano, Piazza Castello – BIM (Benin International Musical)

13 luglio – Alberobello, Hyper Club – Akutuk duo ft. Gaetano Partipilo in “Tempo d’Eau – Bare-handed aquatic percussions in the Gulf of Guinea”

21 luglio – Fasano, Piazza Ciaia – Francesco De Gregori & Gaga Symphony Orchestra in “Greatest Hits Live”

22 luglio – Fasano, Piazza Ciaia – Caetano Veloso in “Ofentorio” con Moreno, Zeca, Tom Veloso

25 luglio – Conversano, Giardino dei limoni, San Benedetto – Zara McFarlane – esclusiva sud Italia

26 luglio – Conversano, Giardino dei limoni, San Benedetto – Sarathy Korwar in “More Arriving”

27 luglio – Giovinazzo, Piazza Duomo – Lucia De Carvalho

30 luglio – Gravina, Piazza Duomo – Paolo Fresu & Daniele Di Bonaventura ft. Jaques Morelenbaum

07 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Kekko Fornarelli, Gregory Hutchinson, Giorgio Distante in “Land-Scapes”

08 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Blick Bassy

09 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Vitor Araujo – esclusiva nazionale

10 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Farlibe duo (Mirko Signorile & Giovanna Carone) ft. Daniele Sepe

13 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Faraj Suleiman – esclusiva nazionale

14 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Nicola Conte & Spiritual Galaxy ft. Kareyce Fotso in “New Africa”

16 agosto – Selva di Fasano, Minareto – progetto Yaraka Ensemble

18 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Aziza Ibrahim – esclusiva nazionale

19 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Redi Hasa & Michel Godard

20 agosto – Selva di Fasano, Minareto – The Dinner Party – progetto speciale

Da aggiungere una data a Bari che verrà comunicata più avanti.

Ilaria Viola, rompere gli schemi e diventare finalmente DONNA.

Di Lavinia Micheli

Se dovessi descrivere con una parola Ilaria Viola, probabilmente sceglierei empatia. Il suo ultimo album, Se nascevo femmina, uscito il 24 maggio, è un disco pregno di empatia verso un modo di sentire tipicamente femminile e femmineo. È facile rispecchiarsi in quei testi pieni di voglia di rottura rispetto ad un costrutto culturale che relega, anche in maniera inconscia, le donne entro schemi rigidi e limitanti, volti ad una categorizzazione a tutti i costi. Quello di Ilaria è un grido contro il pregiudizio, un’invocazione alla libertà di essere come si vuole in ogni momento, in barba ai precetti e ai manierismi del “come si conviene”. Ma lasciamo che sia lei a raccontarcelo.

Ciao Ilaria, la prima cosa che ha destato la mia attenzione quando è uscito il singolo Se nascevo femmina, è stata la sua assoluta originalità. Si percepisce una grande volontà di rottura che si trasferisce anche sulla composizione musicale del pezzo. Cosa volevi “rompere”?

Un sacco di cose. Intanto, e questo è un discorso che vale per l’intero disco, il mio essere un’artista un po’ manierista. Volevo rompere la mia patinatura: quel nascondermi sempre sotto lo studio, sotto la bella musica. L’intento era quello di risultare più diretta e la violenza del brano è dettata dall’argomento trattato: quello è un brano che io ho scritto in seguito ad una arrabbiatura reale con la mia famiglia. Eravamo a tavola con tutte le mie cugine ed ero l’unica a non avere ancora figli. Ad un certo punto è arrivata la sentenza fatidica: “Tanto tu dici che non vuoi figli e quindi non sarai mai una donna completa”. A quel punto ero indecisa tra il compiere una strage di massa o riversare tutte le mie sensazioni in una canzone. Ho scelto la seconda opzione (ride n.d.r.). E quindi sicuramente un’altra cosa che voglio rompere sono gli schemi maschilisti della nostra società, che ormai sono insiti anche negli ambienti femminili.

In effetti quest’album è molto femminile e femminista, nel senso più puro del termine. Si sente che parli fuori dai denti e ti senti stretta in qualsiasi tipo di definizione. Ti è mai capitato di sentirti stigmatizzata o costretta in una sorta di “scatola” nel tuo mestiere?

Guarda, io purtroppo sono una cantante e sono una donna. Quindi assolutamente sì. Ma non solo nel mio ambiente. Lasciamo per un attimo perdere il mondo del cantautorato ed entriamo per esempio in quello dell’insegnamento. In questa scuola di musica dove adesso insegno, non c’è neanche una cantante donna che gestisca un laboratorio, perché il senso comune vuole che le cantanti donne non capiscano nulla di musica: non sanno leggere, non conoscono l’armonia, non sanno gestire l’arrangiamento dei brani, non sanno scrivere ecc. Esiste un vero e proprio stigma che a me ha sempre fatto abbastanza imbestialire. All’uscita del mio primo disco, Giochi di parole (2014), avevo paura di dire che avevo arrangiato in prima persona i pezzi insieme a Daniele Borsato (chitarrista di Lucio Leoni n.d.r.): temevo che non appena fosse uscito fuori il suo nome sugli arrangiamenti io sarei improvvisamente passata in secondo piano, musicalmente parlando.

Nel brano Per mezz’ora canti: “Perché io m’innamoro per mezz’ora/ di ogni uomo che profuma un po’ di storia/ e ogni volta m’innamoro per davvero/ senza contegno, senza ritegno, senza rispetto”. Una bellissima ammissione di arrendevolezza e libertà in un mondo che ci vorrebbe sempre cinici e razionali anche rispetto a storie fugaci?

La razionalità è insita nell’innamoramento secondo me. Perché l’innamoramento è una cosa che ti prende a livello mentale e ti coinvolge totalmente. Quindi si tratta di una contingenza qualsiasi- un uomo, una donna, un’amica, qualsiasi cosa- che in quel momento catalizza tutte le tue attenzioni. Questo per me è innamorarsi e quindi ha molto a che fare con l’intelletto e la razionalità. Dopodiché, questo pezzo si collega anche molto a Martini (la quinta traccia dell’album n.d.r.) che invece parla del sesso occasionale che io riesco a fare soltanto se sono innamorata, ma solo per quella mezz’ora lì! Più che di differenza tra razionalità e irrazionalità si tratta di quella che c’è fra essere leggeri ed essere superficiali.

Scorrendo i vari brani dell’album si possono scorgere varie influenze che vanno a comporre quella che è la tua personalità artistica. Mi ha colpito il brano Per la gola, scritto da Leila Bohlouri, che mi ha ricordato una sorta di via di mezzo fra La ballata dell’amore cieco di De André e uno stornello romano. Vuoi raccontarmi come è nata questa canzone?

Mi ricordo che la prima volta che l’ho ascoltata mi trovavo ad un contest di cantautori, eravamo ancora tutti agli inizi. Sentii questo pezzo e mi piacque subito da morire anche perché la storia raccontata è abbastanza tragica (un uomo stufo delle continue lamentele sui pasti preparati per la sua donna che alla fine si vendica divorandola n.d.r.) e fa da contrasto con quest’aria da stornello allegro del pezzo, cantato da questa mia amica con il sorriso sulle labbra. In seguito Leila pubblicò un album di musica elettronica e non era riuscita ad infilarci questo brano meraviglioso, quindi l’ha dato a me. Io mi sono semplicemente limitata ad abbassarlo di tonalità per renderlo ancora più cupo.

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In Bamboombeto, che vede la partecipazione di Lucio Leoni, descrivi i grandi paradossi della società giapponese, a cui ti sei approcciata durante un viaggio in solitaria di circa un mese: il loro essere al contempo razzisti e profondamente ospitali, spirituali e malati di tecnologia. Cosa ti ha lasciato questo viaggio? Perché hai deciso di scrivere questa canzone?

Più che lasciarmi qualcosa, questo viaggio mi ha lasciato andare. Molte persone che mi sono vicine mi hanno fatto notare che in realtà non sono ancora tornata del tutto. È stata un’esperienza fortissima di viaggio, concentrato principalmente nella parte rurale nel sud del Giappone. Ho fatto un intero pellegrinaggio shintoista-buddista che è il Kumano Kodo, pur non essendo buddista né religiosa in generale. Ma credo nella meditazione come recupero delle energie mentali e lì sono riuscita in diverse occasioni a raggiungere la giusta concentrazione: le ore scorrevano come minuti in una serenità totale. Quindi il Giappone mi ha lasciato molta energia mentale. La filosofia buddista è qualcosa di pazzesco, i giapponesi invece sono abbastanza particolari. Fanno una vita assurda, improntata a ritmi frenetici di lavoro, relegando il pochissimo tempo libero a disposizione alla famiglia ristretta, intesa come nucleo famigliare. La vita sociale praticamente non esiste. Chiaramente tutto ciò porta ad una grandissima efficienza: i bambini per esempio già piccolissimi sono in grado di costruire robot! Questa cosa mi ha abbastanza sconvolta.

Il tuo primo album, Giochi di parole è del 2014, ed è radicalmente diverso da Se nascevo femmina. Cos’è cambiato in Ilaria, “nata donna”, in questi cinque anni?

Allora, Ilaria ha avuto una rottura con la musica molto pesante. La vita in questo ambiente è molto dura: la musica ti mangia la vita e a volte è davvero difficile andare avanti, trovare una stabilità. Contestualmente e paradossalmente cominciavo in realtà la scrittura del nuovo disco, con il primo pezzo che era ancora qualcosa di molto costruito, più simile a quelli presenti nel primo album. Un collaboratore di Lucio Leoni, Filippo Rea, che mi ha aperto letteralmente la testa, lo ha ascoltato e mi ha detto: “Ilaria hai stufato con questa storia di nasconderti dietro i tuoi manierismi, dietro lo studio. Nascondi te stessa sotto tutti questi strati e non esci mai! O cambi modo o non vai da nessuna parte e sarebbe un peccato.”. Ho quindi deciso di canalizzare tutta la mia rabbia e la mia energia nella scrittura dei pezzi, ed è uscito fuori il disco che hai sentito.

Romana de Roma. Quanto c’è di questa città nel tuo modo di scrivere e cantare?

Tantissimo. Non posso prescindere dall’accento romano quando sono spontanea, e nel disco, essendo molto spontaneo, si sente abbastanza. Però mi sono contenuta perché volevo che fosse un album che arrivasse a tutti. Io sono stata cresciuta da mia nonna che è una romana de Roma vera, che viveva a Centocelle e parlava a frasi fatte. Inevitabilmente quel modo di fare e di parlare si è insinuato dentro di me, bimba, e non mi ha lasciato più. Roma è una città che si ama e si odia tantissimo, ma è la più bella del mondo!

E cosa ti senti di consigliare alle ragazze che vogliano intraprendere la carriera cantautorale?

Sicuramente di ascoltare tantissima musica di tanti generi musicali diversi. La seconda cosa che consiglio, che può essere anche un’arma a doppio taglio, è di studiare musica e leggere tanti libri. E poi non bisogna smettere mai di prendersi in giro.

Prossime mosse per il disco?

Il primo luglio c’è la presentazione a ‘Na cosetta Estiva a Roma. Per quest’estate sono previste delle aperture che vanno ancora gestite in quanto l’album è uscito da poco. Il tour vero e proprio partirà in autunno.

 

 

 

 

 

RAIGE, “Affetto Placebo”mi ha aiutato a prendere coscienza di chi sono oggi e ad andarne molto fiero.

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Di Alessio Boccali

“Affetto Placebo” è un disco che ci restituisce un RAIGE totalmente artefice del suo destino, un artista maturo che, nella sua cifra stilistica pop-urban, è riuscito a trovare una chiave originale per dare tutto se stesso ed esprimere concetti concreti e mai banali: all’individualismo della società, alle ansie e alle mille preoccupazioni che abbiamo, possiamo trovare una soluzione nei rapporti che creiamo.

Ho incontrato Alex (RAIGE, n.d.r.) in un pomeriggio tempestoso di un maggio che sembra più un novembre, e prima del suo firmacopie alla Discoteca Laziale ci siamo presi un attimo di tempo per chiacchierare del suo “Affetto Placebo” accompagnati dal rumore della pioggia sul tetto di vetro che ci ha tenuti al riparo.

Insomma Alex, “giochiamo” un po’ con i tuoi nuovi brani: “Com’è successo” che sei arrivato a questo nuovo disco quando, come canti, avevi quasi spento i sogni?

Proprio per questo nasce “Affetto Placebo”. Questo disco è frutto della necessità di un disagio e della voglia di tirar fuori qualcosa che mi premeva da dentro. Infatti, è il primo disco, dopo tanto tempo, che non nasce da esigenze contrattuali. Sono riuscito a slegarmi dalla mia precedente etichetta e ho scelta di dare vita a un disco che nasce esclusivamente da un’esigenza artistica.

Nella title track “Affetto Placebo” canti che ciò che non ti ha ucciso, ti è rimasto sulla pelle: quanto è stato difficile esporre così tanto il tuo lato più intimo e le tue fragilità?

Non ho mai avuto paura di dare il 100% di me stesso nella mia musica, questa volta però è stato liberatorio. Quindi non è stato difficile, è stato d’aiuto. Ti dico solo che quando scrivevo “Alex”, il mio ultimo album con la major, molti dei miei pezzi furono esclusi proprio perché troppo personali e sostituiti con pezzi scritti da altri autori. Questo disco mi ha aiutato a prendere coscienza del processo che mi ha portato ad essere chi sono oggi e ad andarne molto fiero. Il pubblico, poi, sembra apprezzare: mai come adesso, nemmeno nel post-Sanremo, ho avuto così tanti ascoltatori su Spotify e questo mi fa presagire e sperare che sto facendo davvero la cosa giusta.

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Con questo disco il tuo obiettivo resta quello di raggiungere il pubblico pop con uno stile urban, comunicando concetti concreti e difficili da comunicare con sonorità spesso, almeno all’apparenza, leggere…

“Affetto Placebo” assomiglia molto in termini stilistici a un altro mio disco, che amo molto, che si chiama “Addio”. In generale, anche nel mio primo disco “Tora-Ki”, considerato da molti un pilastro del rap italiano, io cantavo i ritornelli. Per me è proprio fondamentale questo mix pop-urban: fa parte di me.

In “Davvero”, poi, canti “È bastato che perdessi un treno per incontrarti dentro alla stazione…”: una metafora della vita, nella quale spesso non bisogna affidarsi istintivamente solo al carpe diem?

“Davvero” è un po’ una mosca bianca nel disco: per esempio, è l’unico pezzo d’amore felice oppure è nato al CET di Mogol mentre il resto del disco è stato scritto sull’asse Torino-Milano. In questo pezzo ribalto i luoghi comuni e l’amore, come ogni altra cosa bella, spesso è solo questione di casualità e occasioni fortuite.

In questo disco c’è un pezzo che mi ha colpito molto, che si intitola “Asia”. Mi ha colpito particolarmente soprattutto il ruolo dello specchio in questa canzone. Questo specchio, poi, mi ha rimandato ad un altro tuo brano, di qualche anno fa, che è “Ulisse”. In quest’ultimo il ragazzo si serve dello specchio per recuperare una dignità e apparire forte davanti agli altri, mentre la protagonista di “Asia” guardandosi allo specchio non si riconosce. C’è un messaggio dietro rivolto a una società che premia sempre più l’apparire, a discapito dell’essere?

Quello sicuramente, soprattutto se pensiamo al paragone che hai fatto. In realtà nell’intenzione, il pezzo parla di una ragazza che ancora non ho conosciuto, ma della quale sono già follemente innamorato. Lei si trova in una grande città, lontana dai suoi cari e si scopre più debole di quanto pensasse. A quella ragazza io suggerisco di guardarsi allo specchio e di stare tranquilla perché, anche se la vita non è perfetta, lei la sua strada, prima o poi, la troverà. Il velo di malinconia che avvolge il pezzo è, quindi, sempre bilanciato dalla mia volontà di trovare la luce.

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In un disco così personale, non poteva mancare una piccola reunion con gli altri OneMic (tuo fratello Ensi e Rayden). Il pezzo che cantate si chiama “Scuola Calcio” ed è un bel paragone tra la vita e il calcio, all’interno del quale citate tante bandiere di questo sport…

Il calcio nei campetti insieme agli amici mi ha formato parecchio. Pesavo 120 kili, era chiaro che non sarei mai diventato un campione, ma lì ho imparato a buttare il cuore oltre l’ostacolo, a correre, a sudare per dei valori, per dare il 100% a chi dava il 100%. Questa per me è una bella metafora della vita. Nel ritornello dico “A diventare grandi ci vuole coraggio, capire se tirare o se fare un passaggio. La vita è la più grande scuola di calcio che c’è…”. In un momento di grande individualismo, capire che invece di tirare tu, puoi passare il pallone a qualcun altro che è più bravo a fare gol, è una forte prova di coscienza. Nella domanda hai parlato delle bandiere che citiamo nel pezzo; beh, quello che è successo di recente a campioni come Del Piero, Marchisio, Buffon e di recente a De Rossi, ti fa capire che il concetto di individualismo in questa società è ben radicato. Eppure, son convinto che tutto questo passerà e torneranno i tempi d’oro delle bandiere. La storia è ciclica, anche per questo ho scritto un album così.

Il futuro?

Finisco la promozione e poi mi prendo un periodo di pausa all’interno del quale faccio tre cose stupende. La prima non posso ancora raccontartela, la seconda riguarda la stesura del mio secondo romanzo e la terza riguarda la preparazione che porterà al tour, che partirà, presumibilmente, ad ottobre e che sarà completamente in unplugged, voce – chitarra – batteria.

La Rappresentate di Lista al Primo Maggio di Roma

Di Francesco Nuccitelli

Tra i protagonisti del pomeriggio del Primo Maggio a Roma troviamo La Rappresentante di Lista, band che si è esibita – per la gioia dei fan – sopra lo storico palco di Piazza San Giovanni con due brani: “Questo corpo” e “Maledetta tenerezza”. Durante il concertone, noi di MZKnews, lì abbiamo raggiunti nel backstage per una veloce chiacchierata:

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Vi siete esibiti sul palco del primo maggio, tra la pioggia e il pubblico festante. Ma qual è stato il tocco queer che avete portato su questo palco?

Sicuramente il mio rossetto… questo mi sembra abbastanza queer. Ma aldilà di questo, se intendiamo queer come fuori da ogni schema o fuori da ogni genere e categorizzazione, potremmo dire che ciò lo già è la nostra musica.

Per quello che facciamo, grazie ad un lessico nuovo e all’utilizzo di codici diversi, ma anche per il fatto di non metterci dentro delle gabbie di generi musicali… né pop e né rock. Ecco, in questo senso noi portiamo questo tipo di esibizione.

Per voi cos’è oggi il primo maggio?

Ora sarà un modo per ricordare questa esperienza, questa possibilità di trovare un bellissimo pubblico, ma anche di trovare e ri-trovare dei fantastici colleghi e compagni di lavoro con cui ragionare anche sui temi delicati, come appunto il tema del lavoro. Anche perché questo è sicuramente l’argomento più importante di questa giornata.

Sì, questi sono quei momenti dove c’è la necessità di riaccendere il fuoco del dibattito, sui temi caldi e si spera che vengano protratti oltre la giornata del primo maggio.

Cosa potete dirci del lavoro del musicista, che ancora oggi, in Italia non è considerato tale…

Che effettivamente il lavoro del musicista diventa lavoro e diventa professione solo in un secondo momento, anche per noi è stato così. Basta pensare a tutte le giovani band, i giovani cantautori che si approcciano al mondo del lavoro come musicisti, spesso devono fare tantissima gavetta prima di considerarlo un vero lavoro.

È un investimento continuo nei primi tempi e si fa veramente fatica a far valere i propri diritti sul lavoro. Però, dal momento in cui ci si inserisce in un team di persone che ti stanno accanto e che riescono anche a tutelarti, cambiano molti aspetti. Anche la nostra serenità è cambiata in questo mestiere. Noi oggi lo sentiamo più libero, ma per gli artisti in generale è un mondo impossibile.

LA RUA,”Nessuno segna da solo”: un inno alla forza del collettivo.

LaRua

Di Alessio Boccali

Ore 15,30 circa. I La Rua hanno da poco portato sul palco del Primo Maggio Roma la loro carica esplosiva e, tra le altre cose, presentato al pubblico “Alta velocità”, il singolo tratto dal loro nuovo lavoro “Nessuno segna da solo”. Ci spostiamo in un angolino del backstage del concertone e con in sottofondo la musica degli artisti del contest #1MNEXT, che la band ascolana stessa ha vinto anni fa, inizia questa piacevole chiacchierata:

Ciao ragazzi, voi avete sempre un grande rapporto col concertone del Primo Maggio di Roma, avete anche vinto il contest #1MNEXT anni fa…

Sì, è vero, ma è sempre un’emozione nuova perché parliamo di un palco enorme che richiede grande responsabilità. Ogni volta ci troviamo a pensare a un modo per salire sul palco e dire qualcosa di nuovo; di conseguenza, ogni volta è come la prima.

Il vostro nuovo album si chiama “Nessuno segna da solo”: una grande affermazione della forza del collettivo…

È un disco progettato tutti assieme: un lavoro in team dà sempre più valore alle cose. È stato molto importante riuscire a concentrare le idee di ognuno di noi all’interno di questo disco e speriamo che questo venga compreso e apprezzato dal pubblico.

Il nome della vostra band “LA RUA”, oltre ad essere un omaggio alle rue (le stradine della vostra Ascoli Piceno) significa proprio la strada; musicalmente parlando sperimentate spesso nuove strade…

Sì, e l’abbiamo fatto proprio per rafforzare la voce del collettivo. È giusto ascoltare le idee di tutti i membri della band e in questo disco in particolare siamo riusciti a mettere molti generi diversi, che rispettano le idee e i gusti di ognuno. Insieme, noi che sappiamo tutti produrre, e Dario Faini, nostro produttore e co-autore, abbiamo dato vita ad un lavoro coraggioso, che strizzasse l’occhio proprio a molte sonorità diverse.

Giocando con il titolo di un altro vostro album, quando siete sul palco siete sempre “sotto effetto di felicità” e questo lo trasmettete anche al pubblico; cos’altro volete trasmettere a chi vi ascolta?

Attraverso la nostra musica cerchiamo sempre di veicolare diversi messaggi, anche impegnati e impegnativi, tuttavia cerchiamo di farlo sempre con una buona dose di positività e di coraggio.

Per chiudere, com’è stato il tour mondiale che vi siete guadagnati quest’anno a Sanremo Giovani?

È stato fantastico, un’esperienza unica: in 16 giorni abbiamo portato la nostra musica in giro per il mondo. Adesso però c’è da pensare al nostro nuovo tour italiano, con il quale presenteremo il nostro nuovo album. Ci sentiamo a breve per le date…