BLINDUR

BlindurCoverdi Manuel Saad

Blindur, oltre ad essere un grande musicista e un cantautore d’eccellenza, è una persona magnifica in grado di insegnarti molto. Il suo nuovo album, “A”, è un miscuglio di saggezza, poesia, coraggio, paure e delusioni: cadere a terra è importante e necessario per poter avere la forza di rialzarsi e, con il tempo, rinforzarsi sempre di più. Quest’album ci fa capire che esistono varie forme di buio e la cecità è semplicemente un altro modo di intendere la luce.

“There is a crack in everything – That’s how the light gets in” ovvero “C’è una crepa in tutto- È così che penetra la luce”. Questa frase, tratta da “Anthem” di Leonard Cohen, fa capire ancora meglio questo dualismo di cui parli nel disco. Coraggio e paura coesistono ed è necessario avere paura per accendere il coraggio dentro di noi.

Proprio così, questa citazione mi è molto cara. Per me sintetizza quella dinamica che c’è nel momento in cui si manifesta un’esperienza negativa che può essere un inciampo, un errore nella vita, una di quelle cose che può capitare a tutti. Puoi scegliere di viverla come esperienza negativa o puoi sfruttare quella rottura per capire cosa c’è dall’altro lato, per passarci attraverso, per intravedere qualcosa di diverso, per sfruttare quell’occasione. Il gioco è tutto qui: sfruttare una sventura come un occasione.
Rispetto al disco precedente, è nato tutto di corsa, in un certo senso: le canzoni sono state scritte in poco tempo, registrato in poco tempo e per quanto riguarda la fase creativa, nel giro di sette mesi era tutto iniziato e finito.

Infatti ho letto che le registrazioni sono iniziate ad ottobre circa…

Sì, in realtà sono state un po’ spezzettate. Una caratteristica dei dischi di Blindur è che vengono registrati nei ritagli di tempo. Svolgendo anche il ruolo di produttore, capita che mi ritrovo a lavorare con una band ed ho due giorni di pausa. In quei due giorni mi metto a registrare il disco. Una roba un po’ folle ma va bene così: questo è Blindur.

“Invisibile agli occhi” e “Futuro presente” sono i due singoli che hanno anticipato il
disco. Qual è il processo creativo seguito da Blindur? Parti dalla musica per poi incastrarci i pensieri o sono proprio loro a dettare le regole musicali?

Domandona questa! Diciamo che c’è un prima intuizione, nel senso che arriva uno spunto melodico e magari anche qualche parola. Possono arrivare quattro parole o addirittura una frase intera che mi colpisce. Prendo un sacco di appunti in prosa che poi riscrivo in metrica. Pensandoci bene, non credo ci sia un metodo fisso, in quanto può capitare che mi trovo particolarmente preso male e la canzone viene giù di botto. Dipende dai casi. “Invisibile agli occhi”, per esempio, è stata quasi
scritta di getto, anche se solitamente sto moltissimo tempo su una canzone. Non credo nel fatto che una canzone possa essere scritta in cinque minuti, o meglio a me non è mai capitato. Amo il lavoro di “limatura” che si fa sui pezzi.

Il tuo nome, “Blindur”, è una parola islandese che significa “cieco”. Nome suggerito da Jònsi dei Sigur Ròs, tra l’altro.

Questa cosa in cartella stampa spacca proprio (ride, n.d.r.). Il suggerimento è trasversale, in realtà. Ci siamo incontrati dopo un loro concerto, qui a Roma, un po’ di anni fa. Lui è non vedente da un occhio e mentre mi stava firmando dei dischi, mi dice: “C’è qualcosa che non va nei tuoi occhi!”. “Eh sì, abbiamo svariate cose in comune”, rispondo io. In quel periodo stavo cominciando a dare forma al progetto, avevo scritto qualche canzone, ma non avevo ancora trovato un nome. Volevo una parola sola che suonasse strana e che mi riguardasse da vicino. Volevo un suono, più che una parola e questo incontro con Jònsi mi ha lasciato sconvolto per svariati giorni a seguire. Ne parlai con Michelangelo, il ragazzo con cui suonavo fino a qualche tempo fa, il quale mi suggerì di
cercare in islandese come si dicesse “cieco”. Solitamente gli islandesi hanno queste parole lunghissime, mentre questa era perfetta: “blindur”. E poi, se cerchi su Google ci sono solo io (ride, n.d.r.)

Quest’album, come anche il precedente, vede la partecipazione di Birgir Birgisson, fonico dei Sigur Ròs, Björk etc. Se ti dovessi chiedere quanta Islanda e quanto “freddo” c’è in quest’album, cosa mi risponderesti?

Quanta Islanda c’è? In maniera didascalica ce n’è meno rispetto al primo disco, ma in maniera sostanziale credo di più in quest’ultimo. Nel primo, queste atmosfere dilatate e i suoni molto “spazializzati” ricordavano molto l’Islanda. In “A”, invece, ho salvato più quell’aspetto “oscuro” della musica nordica, quelle atmosfere più crepuscolari. “A” è più dark, in un certo senso, e credo che questa oscurità sia molto più glaciale. Vuoi o non vuoi, è legato a quel motivo lì.

Ti ho fatto questa domanda perché anche io ci sono stato e difficilmente si dimentica ciò che quel posto di mondo riesce a trasmetterti. Ti rimane dentro per sempre.

Non lo dire a me. Ci sono stato quattro o cinque volte e sono malato di quella terra. Solo chi è stato in Islanda può capire che c’è una desolazione confortante in certi paesaggi. Questa roccia così aspra, queste ambientazioni in cui ti senti ospite e che ti fanno sentire molto piccolo. Tutto il tuo universo è molto ridimensionato rispetto alla natura intorno. Questa cosa permette di guardarti dentro e di aprire più facilmente delle porte nascoste di te stesso. Da questo punto di vista, il disco è pieno di riflessioni così.

Nella tua musica traspare tanta voglia di conoscere e scoprire, magari,
conoscerti e scoprirti attraverso altre culture ed altre persone. Hai aperto numerosi concerti di diversi artisti come i TARM, The Zen Circus, Iosonouncane, Dente etc. Hai duettato con Damien Rice, Johnny Rayge e con “Mozzarella Session” ti sei tuffato in questo crogiolo di diversi mondi musicali. C’è qualcuno con cui ti piacerebbe scrivere un pezzo o, addirittura, un album?

Bella domanda! Generalmente, tendo molto ad approfondire le conoscenze. Ho sempre fatto in modo che le persone con cui ho avuto a che fare, in un modo o in un altro, si mischiassero a me. Anche quando abbiamo fatto apertura a svariati concerti, si è finito sempre col fare un duetto. Penso al rapporto che ho con Damien Rice che è nato in maniera molto casuale. Con lui è nata una grande amicizia: andiamo a fare le cene di pesce insieme (ride, n.d.r.). Se devo farti il nome di artisti italiani con la quale mi piacerebbe collaborare ti direi Nada. Con questi personaggi un po’ “spigolosi”, come anche Giorgio Canali, potrebbe uscire fuori qualcosa di veramente interessante. Un nome estero? Aaron Dessner dei The National. Per lui farei carte false. Sufjan Stevens invece è inarrivabile. Dicono che lui se li sceglie con la candela quelli con cui collaborare. Dovrò procurarmene una il prima possibile!

“Invisibile agli occhi” ci dice che esistono diverse forme di buio e che la cecità è,
semplicemente, un altro modo di intendere la luce. Quando hai capito che la musica era la tua luce?

La musica ha un qualcosa di strano. Una canzone di una band con cui ho lavorato diceva: “La musica mi ha salvato, ma ora mi vuole morto”. Mi sembra la sintesi perfetta. Sono una persona, per quanto non possa sembrare, a cui piace stare da solo. In qualche modo, la musica mi ha aiutato a lavorare su quest’aspetto di me, facendomi viaggiare e facendomi conoscere tante persone. Credo che non riuscirei mai ad allontanarmi da
lei. Anche se domani decidessi di non suonare più, la musica rimarrebbe comunque nella mia vita. Nella mia famiglia non c’erano appassionati di musica, quindi quando l’ho scoperta la sentivo molto mia e devo dire che per me è stato uno smarcamento totale nella vita, ancor prima della mia condizione di cecità. Questa lascia e lascerà sempre una traccia indelebile nella mia vita.

Progetti futuri? Partirà un tour a breve…

Sì, partiamo il 27 aprile.C’è questa nuova band da mettere in pista: Carla Grimaldi al violino, Luca Stefanelli che suonerà il basso ed altri strumenti e Julie Ant alla batteria. I concerti saranno nuovi rispetto ai precedenti ed il primo giro del tour prenderà in lungo e in largo l’Italia: Vicenza, Messina, Milano, Napoli, Torino e il 7 giugno saremo a Roma al Teatro India, per India Estate. Ci sono moltissime cose che stanno bollendo in pentola, ma che non possiamo ancora svelare perché sono troppo fiche. Usciranno presto comunque.

Fabrizio Moro, tra amore e resilienza noi siamo “Figli di nessuno”

 

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ph. Luisa Carcavale

di Alessio Boccali

«“Figli di Nessuno” è un album benedetto perché arriva in un momento in cui non c’erano né forze fisiche né psichiche a causa di un tour estenuante. Puntualmente, però, ogni volta che mi sedevo davanti al piano arrivavano le ispirazioni giuste; cosa che non era mai successa nemmeno nei periodi migliori. Questo disco presenta due punti di forza: quello detto in precedenza e una produzione durata 7 mesi di studio per curare ogni minimo dettaglio. Per questo, ad oggi, è il mio disco che suona meglio.»

Con queste parole Fabrizio Moro descrive il suo nuovo lavoro. Un album composto perlopiù da strofe serrate e inserti melodici, che fa i conti col Fabrizio del presente e del passato e gli chiede di avere fede, e non solo. Testi non tanto rabbiosi quanto resilienti, un disco pieno d’amore, nella sua accezione più universale, nel quale, anche in fase di produzione, Fabrizio ha dato molta importanza al collettivo chiamando a raccolta tutta la band in un mix di generi e soluzioni che hanno dato vita a undici potenziali singoli.

A proposito dei brani del nuovo disco questo è quanto emerso dal mio incontro con l’artista durante una stimolante round table pomeridiana insieme ad altri colleghi:

Siamo passati dal “Non importa quanto è grande la tua penna, ma come scrivi il tuo nome” di “Seduto a guardare” al “Segnare il tuo passaggio con un coltello” di “Figli di nessuno”. C’è più rabbia nella tua dichiarazione di esistere, di essere?

La rabbia è dovuta a uno sfogo contro tutti coloro i quali hanno sempre voluto giudicarmi senza conoscermi. Ho sempre dato grande valore umano ad ogni mio progetto e spesso mi sono sentito giudicato da persone che non avevano capito niente di me, dei miei sacrifici, di tutta la forza che ci ho messo per arrivare dove sono. Il “pezzo di fango” del pezzo è colui che vorrebbe farti smettere di fare quello che vuoi fare, senza conoscere le tue radici che invece sono fondamentali. Bisogna essere resilienti e credere in se stessi per farcela.

Con questo disco sei arrivato a parlare di amore in una maniera più semplice, forse perché ne parli come un sentimento universale e non come l’amore tra due singoli?

Bravo, in questo disco non sono innamorato di nessuna donna, però sento di avere tanto amore dentro. In pezzi come “#A” o “Come te” – tanto per citarne due – parlando di questo sentimento penso ai miei figli, alla mia prima cotta, alla vita… non c’è amore passionale nei confronti di una donna.

A proposito di “Filo D’erba”, il brano dedicato ai figli…

“Filo D’erba” è il pezzo più ispirato, ma anche quello meno speranzoso. Dopo la separazione con la mia compagna, vedere riflessi negli occhi dei miei figli gli errori che commessi insieme a lei è una cosa che mi devasta dentro perché i figli sono le persone che vorresti proteggere di più al mondo. Eppure in quei momenti ti senti impotente. Mio figlio Libero, poi, mi somiglia anche esteticamente, quindi vedere un piccolo Fabrizio che soffre è come rivedere me, che ero un ragazzino fragile, quasi bullizzato; rivedere quegli occhi che soffrono, mi logora l’anima. Poi, non so se capita ad ogni genitore, ma quando penso ai miei figli, spesso penso a quei vecchietti soli che si vedono per strada; ecco, pensarli da soli, sofferenti, quando io non ci sarò più e non potrò più fare nulla per loro, mi uccide. L’unico consiglio che mi sento di dar loro con questo brano è che, nonostante crescere non sia facile, non bisognerebbe mai aver paura.

Fermandomi al solo titolo del brano “Me ‘nnamoravo de te” ho subito pensato a un omaggio a Franco Califano, in realtà leggendo il testo mi sono accorto che è una ricostruzione della storia, spesso sciagurata, del nostro Paese e non solo… che si conclude con un estratto della trasmissione “Onda Pazza” della Radio Aut di Peppino Impastato…

Nessun omaggio al Califfo, no, semplicemente il “Me ‘nnamoravo de te” nel ritornello suonava meglio in dialetto che in italiano e creare questo impasto tra un suono grunge e il dialetto romano mi ha fatto impazzire. Nel testo, poi, mi ha ispirato un po’ il film “La Mafia uccide solo d’estate” di PIF; mi piaceva quel punto di vista di due persone che s’innamorano mentre sullo sfondo si succedono tutti gli avvenimenti tragici di quel periodo. È un modo di vedere la storia sotto un altro punto di vista che mi ha affascinato molto.

In “Quando ti stringo forte” hai collaborato con Marco Marini, tuo amico ed ex chitarrista. Era uno di quei brani nel cassetto che avevi lasciato lì ad aspettare il momento giusto per venir fuori?

Esatto, era uno di quei brani nel cassetto, rivisitato però. Tra l’altro Marini ancora non lo sa, sarà una bella sorpresa.

A proposito di “Non mi sta bene niente”, il pezzo che fa i conti un po’ col Fabrizio del passato…

Nel pezzo parlo dell’oratorio. Per me l’oratorio è stato il centro della bellezza della mia adolescenza. Ci andavamo non per pregare, ma perché tenevamo all’idea della collettività, della condivisione, dello stare insieme. Lì ho passato delle serate magnifiche: solo io, gli amici, una Peroni, magari una chitarra e senza una lira in tasca. Senza parlare delle giornate passate a strimpellare le cover dei Sex Pistols o dei Ramones – perché oggettivamente erano le più facili – o ancora i pezzi di Umberto Tozzi in versione punk e i nostri mini-concertini di paese col prete a dirigere i lavori. Ho ancora i filmini, prima o poi li tirerò fuori.  Adesso, invece, quando mi trovo a passare delle serate con delle rockstar, con lo champagne, ecc. spesso mi annoio e non vedo l’ora di andarmene.

In “Quasi” dai una bella definizione di questa parola. La descrivi come “L’unità di misura per capire la distanza fra le bolle di speranza e il prezzo della resistenza per sopprimere la parte debole, fragile…”. Mi ha colpito molto questo dare importanza al “Quasi” in un mondo cinico nel quale tutti anelano alla certezza…

Il Quasi è la storia della mia vita. Il Quasi è il viaggio, il percorso, l’attesa, la cosa più importante. È la vigilia di ogni grande “evento”, la parte più bella. La vita è fatta di tanti piccoli frammenti di “quasi”. Se penso a me, non ho mai centrato con felicità un obiettivo, ma ho sempre avuto un’enfasi pazzesca nel raggiungerlo. La cosa più bella per me non è tanto riuscire nelle cose, quanto provarci sempre.

A proposito di quale potrebbe essere l’hit estiva del disco…

Ho un cattivo rapporto con quel tipo di canzone e un po’ mi dispiace. L’unica hit estiva che ho scritto forse è stata “Alessandra sarà sempre più bella”, ma non era un pezzo volutamente estivo. Anche perché quando ho provato a scrivere un pezzo volutamente estivo, non ci sono mai riuscito. Questa cosa la invidio un po’ a Luca Carboni, che è un artista che stimo molto e che ha sempre sfornato dei tormentoni fantastici.

Una curiosità sul pezzo “Arresto cardiaco”…

Il pezzo inizialmente si chiamava “Attacco di panico”, ma “Arresto cardiaco” cantato suona decisamente meglio. Poi pensandoci tra le due cose c’è una correlazione: ogni volta che mi è preso un attacco di panico ho pensato subito all’arresto cardiaco. Quando ti riprendi dall’attacco di panico, però, ti accorgi di quanto sia bella la vita. Infatti nel pezzo lo dico: “La vita è un vestito perfetto che spesso però non sappiamo indossare, ma calza a pennello se impari che a un tratto puoi smettere di respirare…”

A proposito del riscontro dei suoi fan…

Dai miei fan mi sento capito e questa sensazione raggiunge il suo apice quando sono sul palco. Nella vita di tutti i giorni, invece, mi incavolo sempre con tutti: con mio padre, con gli amici, con chi incontro per strada… Stare sul palco davanti al mio pubblico è una delle cose che ancora non mi annoiano.

Per chiudere, “Parole, rumori e anni parte 2” sarà il regalo che ci farai l’anno prossimo per i tuoi vent’anni di carriera?

Sicuramente.

 

GIOVANNI TRUPPI

di Manuel Saad

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“Poesia e Civiltà” è il nuovo album di Giovanni Truppi che torna, finalmente, a raccontarci e a raccontarsi. Una penna importante della musica italiana contemporanea e un musicista talentuoso e innovativo. Siamo corsi ad incontrarlo per scambiare due parole. 

Un ritorno atteso. Due anni fa, con “Solo Piano” hai riarrangiato alcuni brani in un album piano e voce, sperimentando soprattutto a livello sonoro. Ora, dopo quattro anni, torni con un nuovo album di inediti. Che tipo di consapevolezza credi di aver acquisito in questo tempo e come credi sia mutato il tuo punto di vista sulla realtà?

Sicuramente sono cambiato. Sono sempre la stessa persona, ovviamente, ma sento che sto facendo una ricerca ed un percorso. La mia attenzione si è spostata su altre cose e ho sentito l’esigenza di parlare di altro e raccontarlo in un modo, magari, anche diverso rispetto a prima.

“L’unica oltre l’amore” è una riflessione, una presa di coscienza, una canzone politica, se vogliamo, dove l’empatia nei confronti dei più deboli, soprattutto, è l’unica cosa che riesce a darci un’identità. Com’è nata questa canzone?

“L’unica oltre l’amore” è stato il brano a cui ho lavorato di più nell’album. Raccontare un tema come questo, trasformarlo e sintetizzarlo in una canzone è stato molto difficile per me. Nasce da un qualcosa di molto personale, da delle osservazioni che faccio su di me. Per esempio, mi accorgo che quando litigo con qualcuno, lo cancello dalla mia cerchia di amici. Poi, però, mi interrogo sul perché sono legato a questa persona e cosa hanno in comune le persone alle quali sono legato, e, tra le risposte che ho trovato, quella
che ricorre sempre è l’empatia. Quest’ultima ha alimentato delle riflessioni su me stesso e di quanto la mia persona dipenda da una serie di fattori: sono maschio, sono nato negli anni ottanta, sono nato a Napoli, sono nato in Italia, sono nel mondo occidentale, ho studiato pianoforte da piccolo, il lavoro dei miei genitori. Tutte cose che non ho scelto io e che mi includono in un insieme di persone con le quali ho delle cose in comune. Poi questi insiemi si intersecano con altri e via discorrendo. Con questa canzone, quindi, cerco di riflettere su chi sono io e su cosa mi contraddistingue dagli altri.

Il video di “L’unica oltre l’amore” è stato realizzato dall’illustratrice Valentina Galluccio, il che è una novità rispetto ai videoclip precedenti. Com’è nata questa idea?

Fin da subito volevo che il video di questa canzone fosse “lieve” e permettesse di seguire il flusso di parole della canzone. Ancora non conoscevo Valentina, ma aveva fatto delle piccole clip, su Instagram di alcuni miei vecchi brani. Mi sono piaciuti fin da subito e le ho proposto di realizzare il videoclip di “L’unica oltre l’amore”.

Ci saranno videoclip futuri realizzati con Francesco Lettieri?

Non c’è ancora nulla di definitivo per adesso. Stiamo cercando di capire svariati punti e, con Francesco, sicuramente, ci sarà occasione di lavorare ancora.

Citando il tuo singolo: come percepisci, la tua musica, in questo spazio e in questo tempo?

In entrambe le due cose non ho un punto di vista fisso, ma su di esse faccio dei ragionamenti. Riguardo allo spazio, ovviamente, sento molto il fatto che siamo una provincia dell’Impero e che la nostra identità culturale, in particolare quella musicale, è fortemente influenzata dalla musica americana. In un certo senso, sento di non voler perdere il legame con quelle cose che fanno parte della nostra identità che viene da più lontano. Penso alla musica napoletana e alla musica italiana di un tempo. Da una parte mi pongo questo problema e dall’altro cerco di non essere “talebano”. Dal punto di vista temporale, vorrei non essere troppo attaccato alle mode ma, inevitabilmente, credo che quello che sta succedendo oggi nella musica, e in generale nell’arte, mi influenzi.

La sconfitta, vista come sentimento, può essere un comune denominatore nelle tue canzoni, nelle quali i numerosi personaggi si ritrovano a confrontarcisi. Quanto è importante la sconfitta, per te?

Credo sia importante nella misura in cui, se sei fortunato, ti aiuta a sviluppare la resilienza: la capacità di risollevarti. Può essere importante anche perché ti permette di connetterti con altre persone che possono aver vissuto questa esperienza. Non so bene se ha un’importanza, in quanto tale. Non la vedo come una cosa estremamente necessaria.

Per molti, è importante perché ti permette di capire molte più cose rispetto alla vittoria, che ti va volare con la testa invece di farti rimanere con i piedi per terra…

A me piace volare con la testa. Non vorrei che la questione di simpatizzare con chi perde fosse fraintesa come un inneggiare alla sconfitta. È bello vincere, è bello realizzare quello per cui si è lavorato ed è bello non avere totalmente i piedi per terra. È bello conoscere i propri limiti e forzarli. L’unico valore “vero” che attribuisco alla sconfitta, e non è poco, è quello di riuscire a farti capire determinate cose e darti modo di impararne altre.

Come saranno i live del nuovo tour, ci sarà il classico assetto o stai sperimentando qualcosa?

Sto lavorando con una band che è la più ampia che io abbia mai avuto. Saremo in sei: basso, batteria, tastiera, chitarre e una cantante tastierista. Per la prima volta sarò più “libero” e sono curioso di vedere come sarà fare dei concerti sentendo meno su di me il “peso” di portare avanti il tutto. Ora quando suono la chitarra so che c’è un altro chitarrista e quando suono il pianoforte so che c’è una tastierista. Sono molto curioso di questo e sono sicuro che sarà un bellissimo esperimento.

Per finire, qual è la domanda che non ti è mai stata fatta, ma alla quale ti sarebbe sempre piaciuto rispondere?

Bella domanda.  In quanto musicista, mi sarebbe piaciuto mi si chiedesse qualcosa in generale anche sull’aspetto musicale delle mie canzoni, ma sono comunque felicissimo delle domande che mi vengono fatte sui testi. Essendo anche un autore, può farmi solo che piacere.

 

EUGENIO IN VIA DI GIOIA

di Manuel Saad

Il primo marzo è uscito “Natura Viva”, l’ultimo album di uno dei gruppi più folli, energici e travolgenti che abbiamo in Italia: Eugenio in Via Di Gioia. Un disco che racconta quanto ciò che ci circonda sia vivo e ci trasmetta emozioni. Osservare la realtà, viverla, scomporla e farla propria. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro e abbiamo capito che non si tratta solo di musica.

Ciao ragazzi, partiamo da “La tua vita, il film”. Quel video mette in risalto quella che è la vostra attitudine: stare per strada, osservare tutto ciò che vi circonda e magari fantasticarci anche sopra. C’è una base di tutto questo in “Natura Viva”?

Eugenio: Assolutamente sì! L’ispirazione nasce per strada, dalle persone ed anche dai nostri problemi personali proiettati negli altri.

Lorenzo: Questo perché nell’arco della giornata siamo sempre soggetti a stimoli e ogni giorno esci e noti piccole contraddizioni o paradossi.

Eugenio: E sono proprio loro a caratterizzare le abitudini delle persone. Noi non facciamo altro che rivederci in questi paradossi e smontarli. Nei vecchi dischi in modo più ironico, in “Natura Viva” in maniera diretta, e forse cruda per certi aspetti, ma necessaria. L’ironia può essere un’arma a doppio taglio: se da una parte ti permette di affrontare alcuni temi con leggerezza, altre volte snellisce troppo e rende privi di profondità concetti che, in realtà, andrebbero approfonditi più nel dettaglio.

Il disco, a livello sonoro, risulta veramente interessante. Il trasformare suoni acustici in elettronici fa pensare, sempre per rimanere in tema con la natura, ai rami di un albero che crescendo, si allontanano dal tronco, rimanendo sempre attaccati. Voi venite dal busking e anche se avete deciso di portare suoni elettronici, la fonte (il tronco) rimane sempre quella.

Eugenio: Esatto! Ci piace molto questa metafora che hai usato.

Emanuele: Sì. Ci piaceva utilizzare suoni acustici, provenendo comunque dal mondo del busking, non siamo amanti dei suoni elettronici puri.

Eugenio: Ci piace l’idea di agire su ogni singolo parametro della canzone. Partire da un suono già definito, ci infastidisce.

Lorenzo: Più che altro mescolare dei vecchi suoni analogici al digitale, oppure suoni lo-fi che sono “sporchi” con dei suoni che hanno qualità maggiore.

Emanuele: Gli unici suoni elettronici, presenti nel disco, provengono da una tastierina da venti euro di un discount, che magari sono veramente di bassissima qualità, però sono super espressivi e si amalgamano perfettamente ai suoni acustici e a quelli perfettamente elettronici che sono puliti ma freddi.

Ne approfitto, subito, per chiedervi di raccontarci il momento in cui avete deciso di acquistare questa tastiera e quando avete deciso di dare “voce” a della frutta.

Emanuele: Era da un po’ che cercavo una tastierina con le casse incorporate che risultasse comoda per scrivere dei pezzi nei tempi morti e quando si è in viaggio. Un giorno sono andato a fare la spesa perché dovevo comprare mezzo chilo di patate e dei pomodori…

Paolo: Questo è importante! (ride)

Emanuele: …e c’era il reparto dedicato alle cianfrusaglie. C’era questa tastierina, edizione limitata, e l’ho presa. Non ho più preso le patate e i pomodori. (ridono)

Eugenio: La frutta, di cui parlavi tu, è un escamotage per raccontare a chi non sa cosa siano dei campioni musicali. Da un parte traduce il senso di “Natura Viva”, e quindi fa cantare la frutta, mentre dall’altra parte ci aiutava ad inserire dei suoni all’interno del tour che è, praticamente, acustico. Questa scheda bare conductive ha dei pin che si inseriscono nella frutta ed essendo la frutta conduttrice, trasmette il segnale. Quindi, se qualcuno tocca la frutta, fa arrivare il segnale alla scheda che fa partire il suono, scelto da noi, dalla cassa. Diventa divertente perché la gente, proprio come i bambini, capisce il significato del campione ed è esteticamente interessante.

Questo è stato un mood, se vogliamo, che è andato a “rinfrescare” il rapporto che avete con il pubblico, che è già solido da tempo. Oltre ai concerti, fate raduni in strada, organizzate pranzi/cene collettive.

Emanuele: Diciamo che ci viene naturale parlare con le persone che vengono a sentirti. Per farti un paragone: ad un instore abbiamo firmato per circa 80 persone e abbiamo impiegato circa due ore e mezza. L’organizzatrice ci ha spiegato che l’artista prima di noi, molto più famoso, ha firmato per 1200 persone in un’ora.

Paolo: A noi piace stare con la gente che viene a sentirci, anche per il tempo di una battuta.

Eugenio: Finché possiamo, cerchiamo di restituire in parte ciò che riceviamo. A noi non costa nulla e, anzi, è il motivo per cui lo facciamo.

La scrittura di questo disco, ma anche dei dischi precedenti, è una scrittura diversa da quella a cui siamo abituati da quello che ci viene offerto dal mercato musicale di oggi. E’ anche una scrittura difficile ma che riesce a catturare in quanto non noiosa. Magari vengono trattati temi già visti ma da un punto di vista diverso e particolare.

(ringraziano in coro)

Eugenio: Ti ringraziamo. I testi li scrivo io, generalmente, ma in questo disco “Altrove” e “Camera Mia” li ha scritto Lorenzo. Per quanto mi riguarda,  al liceo andavo veramente male in italiano. I miei voti oscillavano tra i 4 e i 5. Probabilmente già scrivevo canzoni quando facevo i temi in classe. Era venuto uno scrittore, nella nostra scuola, a parlare con noi ed io ne ero rimasto veramente affascinato. Dovevamo fare un tema su questo incontro ed io conclusi il tema con una frase ad effetto che mi faceva sentire un genio: “Conobbi un uomo che divenne scrittore, uno scrittore che conobbi uomo”. La prof mi mise 4 e scrisse “Ma cosa ti sei fumato?”

(ridono)

Eugenio: Questo, secondo me, fa capire l’importanza che io do alle cose che mi succedono e trasmettendola con le parole che uso, ingigantendole.

Credo siate l’unica band, con il nome composto dai cognomi dei membri, ad aver fatto uscire il loro primo album con il nome di Lorenzo (“Lorenzo Federici”); avete ottenuto numerosi premi e riconoscimenti; avete improvvisato un concerto per le carrozze di un treno Torino – Roma che portava un ritardo di 6 ore; il videoclip di “Giovani Illuminati” è stato il primo videoclip in Italia ad essere stato realizzato con la tecnica dell’hyperlapse; avete fatto parlare della frutta… Cosa dobbiamo aspettarci in futuro, da voi? E come saranno strutturati i live?

(ridono)

Paolo: è sempre più difficile. O regrediamo…

Eugenio: Per i live abbiamo tante idee: alcune eccentriche come quella della frutta ed altre minimali. Porteremo 4 schermi led sul palco, che non hanno una qualità eccelsa, ma ai quali faremmo fare delle cose cercando di stimolare il pubblico.

Lorenzo: Come nel disco, mescolare analogico e digitale con contenuti lo-fi.

Che poi la grafica è un altro contenuto importante del disco.

Eugenio: Sì, esattamente. La copertina del disco è stata realizzata da BR1, uno street Artist torinese, che realizza queste opere gigantesche, creando un effetto straniante in quanto si crea questo contrasto tra i contorni frastagliati della città e quello delle figure disegnate che sono invece netti, colorate con colori accesi e campiture piatte. L’idea sarebbe proprio quella di portare questi disegni ai live, appenderli ai muri del locale e lasciare che la gente li colori.

Come ultima domanda, vi chiedo: cosa direbbero gli Eugenio in Via Di Gioia, di “Natura Viva”, agli Eugenio in Via Di Gioia, di “Ep Urrà”?

GRAZIE! (in coro)

Emanuele: Grazie per averci creduto fino in fondo!

Eugenio: Grazie che ci avete creduto. Quando parti dall’inizio, devi essere un folle per crederci. Vedevamo gli artisti, che erano ad un passo da noi, farcela e pensavamo “cavolo, ci sono riusciti. Ora vivono di questo!”

Emanuele: E non si arriva mai!

Paolo: Dobbiamo ancora lavorare tanto. Bellissima domanda, comunque, veramente.

Emanuele: Ad “Ep Urrà” ci siamo proprio affezionati. Registrato in tre giorni ma è comunque super potente.

Paolo: E quei brani li portiamo ancora sul palco perché fanno parte della nostra storia.

 

 

 

Enrico Nigiotti: “Nonno Hollywood” è una pagina del diario della mia vita.

Enrico Nigiotti, livornese classe ’87, ha ben figurato nell’ultimo Festival di Sanremo portando sul palco un pezzo struggente dedicato al nonno scomparso e ad un mondo e un modo di vivere che non ci sono più. Al di là del buon decimo posto ottenuto, nonostante le sue esibizioni siano state forse penalizzate dall’esibirsi sempre in tarda serata, l’avventura sanremese di Enrico è stata piena di soddisfazioni per i riconoscimenti ottenuti dal pubblico e dalla critica.

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Di seguito le chiacchiere che abbiamo scambiato la mattina prima dell’esordio sanremese:

Ciao Enrico, tu inizi questo Festival con già un riconoscimento in bacheca: il Premio Lunezia per il testo di “Nonno Hollywood”. Te l’aspettavi?

In realtà non me l’aspettavo. Un po’ per il pregiudizio che si ha per chi viene da un talent – che poi io vengo da Livorno, mica dai programmi televisivi (ride, n.d.r.) – e un po’ perché in gara c’erano altri pezzi ben scritti come quelli di Silvestri o di Cristicchi, tanto per citarne due. Son contento che il messaggio del brano sia arrivato, nonostante sia una canzone molto personale, anche se poi già in molti, dopo aver letto il testo, mi hanno detto di rispecchiarcisi. Poi, oh, non ho mai vinto niente in vita mia, quindi sono ancora più felice di aver vinto ‘sto premio!

Hai calcato per la prima volta il palco dell’Ariston tra i giovani (Sanremo 2015, n.d.r.), com’è ora calcarlo nuovamente nella gara dei “grandi”?

A prescindere dalla categoria, Sanremo è sempre Sanremo. Che lo si faccia tra i giovani o tra i big. Guarda Ultimo che, da giovane che era l’anno scorso, già fa numeri da superbig. Salire sul palco dell’Ariston, da cantautori poi, è una cosa molto prestigiosa perché porti la tua musica, porti quello che scrivi su un palco che celebra l’evento musicale più importante dell’anno.

Come sarà duettare con Paolo Jannacci?

Son contento e onorato che abbia accettato. Non volevo fare un duetto cantato perché non ci stava col pezzo e perché volevo dare a questa canzone una veste ancora più intima. Ho scelto Paolo perché è una persona e un musicista eccezionale. Poi nel duetto c’è anche una chicca: un’artista che si chiama Massimo Ottoni. Lui è un sand-artist, che durante l’esibizione, modellerà la sabbia per dare un’immagine alle mie parole.

Una delle artiste che stimi di più è Gianna Nannini, anche lei però è in gara come autrice per Il Volo…

Sì sì, ma tifa per me, lo so già… (ride, n.d.r.).

Finito Sanremo, ti “riposerai” un po’ e poi partirai ad aprile con un tour teatrale. Come mai hai scelto i teatri per portare la tua musica al pubblico?

È una scelta partita a dicembre con tre date di anteprima del tour a Livorno, Milano e Roma, che sono andate molto bene. Per questo abbiamo deciso di perseverare nella scelta del teatro, un ambiente potenzialmente anche molto pericoloso vista la grandezza di questi spazi, che però ti dà la possibilità di godere al meglio di un rapporto più diretto col pubblico e della sovranità dei silenzi. Sì, a teatro e nella musica son belli anche i silenzi.

Tornando a bomba sul pezzo sanremese. “Nonno Hollywood” è un pezzo che hai sempre definito molto intimo, ma se dovessi definirlo con altri aggettivi, come lo definiresti?

Sicuramente lo definirei “vero”. “Nonno Hollywood” è una pagina del diario della mia vita.

I promossi e i bocciati della serata dei duetti di Sanremo 2019

Queste le impressioni dei nostri Alessio Boccali e Francesco Nuccitelli al termine della quarta serata del 69° Festiva della Musica Italiana di Sanremo: la serata dei duetti. Di seguito promossi e boccati:

Federica Carta e Shade con Cristina D’avena

Alessio Boccali: La voce di Cristina sovrasta troppo quella di Federica. BOCCIATI ↓

Francesco Nuccitelli: Cristina non aggiunge niente all’interpretazione. BOCCIATI ↓

Motta con Nada

A.: L’esperienza e la presenza scenica di Nada sono un valore aggiunto di rilievo. PROMOSSI ↑

F.: Con buona pace del pubblico, il duetto è ben costruito. Motta rinvigorisce grazie alla presenza di Nada.  PROMOSSI ↑

Irama con Noemi

A.: Il duetto tra i due è credibile e azzeccato. PROMOSSI ↑

F.: All’apparenza una coppia rodata da anni. PROMOSSI ↑

Patty Pravo e Briga con Giovanni Caccamo

A.: Troppa confusione tra le voci. BOCCIATI ↓

F.: Niente di più, niente di meno dalla solita esibizione. BOCCIATI ↓

Negrita con Enrico Ruggeri e Roy Paci

A.: Il graffio di Ruggeri e la tromba di Roy Paci non potevano che essere valori aggiunti. PROMOSSI ↑

F.: Con Ruggeri diventa più rock e con Roy Paci il brano diventa più bello. PROMOSSI ↑

Il Volo con Alessandro Quarta

A.: Il violinista è una piacevolissima sorpresa. PROMOSSI ↑

F.: Sorprendente e azzeccata la scelta di Alessandro Quarta come ospite. PROMOSSI ↑

Arisa con Tony Hadley e i Kataklò

A.: Hadley canta come Mal, Kataklò necessari (importanti), ma non sufficienti. BOCCIATI ↓

F.: Non sarà più uno “Spandau Ballet”, ma Hadley ci sa ancora fare e i Kataklò sono un valore aggiunto ad una bella performance. PROMOSSI ↑

Mahmood con Guè Pequeno

A.: Guè c’è poco e niente, ma va bene così: la scena deve rimanere di Mahmood. PROMOSSI ↑

F.: Breve, ma intenso. PROMOSSI ↑

Ghemon con Diodato e i Calibro35

A.: Sound elegante e raffinato, davvero un bel gruppone. PROMOSSI ↑

F.: Esibizione dalle atmosfere fantastiche e puntare su Diodato come ospite è la scelta giusta. Ottimi anche i Calibro35. PROMOSSI ↑

Francesco Renga con Bungaro e le etoiles Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel

A.: L’eleganza dei ballerini si vede, l’anima di Bungaro si sente. PROMOSSI ↑

F.: Carine le atmosfere e carino il duetto con l’autore, ma il pezzo non mi migliora. BOCCIATI ↓

Ultimo con Fabrizio Moro

A.: Ultimo al piano e Moro alla chitarra: L’affiatamento è perfetto e il brano acquisisce sicuramente una marcia in più. PROMOSSI ↑

F.: Tra le migliori esibizioni della serata. Forse il duetto più completo. PROMOSSI ↑

Nek con Neri Marcorè

A.: Neri riesce a rendere credibile una canzone, a mio parere, non di certo memorabile. PROMOSSI ↑

F.: Bene, ma è solo merito di quel fenomeno di Neri Marcorè. PROMOSSI ↑

Boomdabash con Rocco Hunt e i Musici cantori di Milano

A.: Il rappato di Rocco si mescola bene a quello di Payà e Biggie Bash. Per quanto riguarda i musici: beh, vedere bambini (che si divertono) sul palco fa sempre allegria. PROMOSSI ↑

F.: Bello divertente e sciolto… Hunt fa quello che vuole e lo fa bene. Portare i bambini sul palco è sempre bello. PROMOSSI ↑

The Zen Circus con Dario Brunori

A.: Il duetto della meritocrazia: entrambi i progetti meritano la vetrina dell’Ariston e noi ci meritiamo la loro (buona) musica. PROMOSSI ↑

F.: La rivincita degli Zen e la conferma di Brunori. PROMOSSI ↑

Paola Turci con Beppe Fiorello

A.: Mi stupisce il fatto che Beppe non reciti, ma canti. Tutto sommato, il duetto ci sta. PROMOSSI ↑

F.: Piacevolmente colpito da Beppe Fiorello, che da bravo ospite, si mette al servizio di Paola Turci e lo fa molto bene. PROMOSSI ↑

Anna Tatangelo con Syria

A.: Le due voci femminili si intendono bene e migliorano sicuramente il pezzo. PROMOSSE ↑

F.: Questo duetto non convince del tutto, le due artiste sono troppo diverse – musicalmente parlando – per fare una cosa insieme. P.S. Bello ritrovare Syria al festival, anche solo per una sera. BOCCIATE ↓

EX-Otago con Jack Savoretti

A.: Quello di Jack è uno dei talenti più sottovalutati dal pubblico nostrano; l’artista anglo-italiano impreziosisce e di molto il brano in gara. PROMOSSI ↑

F.: Abbinamento perfetto. Savoretti è un fenomeno e migliora di tanto l’interpretazione del brano. PROMOSSI ↑

Enrico Nigiotti con Paolo Jannacci e Massimo Ottoni

A.: Emozionante performance d’arte a 360°. PROMOSSI ↑

F.: Toccante ed emozionante. PROMOSSI ↑

Loredana Bertè con Irene Grandi

A.: È difficile fiancheggiare la Bertè, lo è ancor di più per una Grandi davvero spenta. BOCCIATE ↓

F.: Nonostante la forza straripante di Loredana in questo festival, il duetto non mi è dispiaciuto. PROMOSSE ↑

Daniele Silvestri e Rancore con Manuel Agnelli

A.: Spettacolare. Grandi avvocati difensori della musica italiana. PROMOSSI ↑

F.: Tutto perfetto! Qualsiasi altra spiegazione sarebbe inutile. PROMOSSI ↑

Einar con Biondo e Sergio Sylvestre

A.: “Eravamo tre Amici a Sanremo…”. Nulla di più. BOCCIATI ↓

F.: Il trio non convince. L’unico che si salva è Sylvestre, troppo poco. BOCCIATI↓

Simone Cristicchi con Ermal Meta

A.: Intensi ed emozionanti. PROMOSSI ↑

F.: Sublimi, intensi e inarrivabili. La loro esibizione regala forti emozioni. PROMOSSI ↑

Nino D’Angelo e Livio Cori con i Sottotono

A.: Bello il ritorno dei Sottotono, anche se l’unico a divertirsi sembra essere Livio Cori. Il maestro D’Angelo fa tanta, troppa fatica a star dietro al beat. BOCCIATI ↓

F.: Cori si diverte, mentre D’Angelo sembra spaesato. Bello il ritorno dei Sottotono, ma non regalano nulla in più al pezzo. BOCCIATI↓

Achille Lauro con Morgan

A.: La vita spericolata di Morgan e la sua caratura musicale al servizio della mina vagante Lauro. Uno show dannatamente rock. PROMOSSI ↑

F.: Rock puro!!! Il duetto è perfetto e Morgan si conferma come grande artista (con troppi rimpianti alle spalle). PROMOSSI ↑

Le pagelle del secondo ascolto di Musica Zero Km

Direttamente dalla Sala Stampa Lucio Dalla del Palafiori di Sanremo queste sono le nostre impressioni (e le nostre pagelle) dopo l’ascolto dei 24 brani in gara durante la prima serata del Festival di Sanremo.

Francesco Renga – “Aspetto che torni”

Francesco – Al secondo ascolto il mio giudizio non cambia. Il passato di Renga parla da solo, ma il suo presente non può essere solo questo. 5.5

Alessio – Il testo c’è, la voce pure, ma stiamo sempre là: da Renga ci si aspetterebbe molto di più. 5

Livio Cori e Nino D’Angelo – “Un’altra luce”

F – Cori e D’Angelo, si sono ripresi benissimo da una prima serata sotto tono.  La loro canzone mi piace e la seconda esibizione rende molta più giustizia. 6.5

A – Buona la seconda, senza problemi tecnici la canzone si dimostra per quello che è: un bel mix tra modernità e storia della musica. L’accoppiata mi piace molto. 7

Nek – “Mi farò trovare pronto”

F – Come per Renga, anche per Nek il mio giudizio non migliora. Grande artista, grande cantante, ma poteva osare di più nella sua seconda esibizione. 5

A – Nek migliora nella performance. Il pezzo è brutto, non credo servano altre parole. 4

The Zen Circus – “L’amore è una dittatura”

F – Tengono il palco in maniera impressionante. Il secondo ascolto conferma la bontà del loro brano e del loro progetto. 7

A – I ragazzi questo palco se lo sono ampiamente meritato e anche Sanremo aveva bisogno della loro carica e della loro penna. La seconda esibizione è in linea con la prima: animali da palcoscenico. 7

Il Volo – “Musica che resta”

F – Non c’è molto da dire su di loro… sono forti e hanno delle voci importanti. Confermato il voto. 7.5

A – L’interpretazione non è di certo il loro problema, il pezzo regala qualche graffio in più dei classici de Il Volo, ma non mi convince comunque. 6

Loredana Bertè – “Cosa ti aspetti da me”

F – Standing ovation per la Loredana nazionale! La sua interpretazione migliora di tanto il brano. 7.5

A – La performance è perfetta, la canzone è un po’ troppo pop per la Bertè che amo.  6.5

Daniele Silvestri e Rancore – “Argentovivo”

F – Che coppia!!! Confermo il mio giudizio su di loro, Silvestri e Rancore sono una garanzia. 9

A – Confermo: il pezzo di Silvestri e Rancore è un pugno duro allo stomaco. Uno di quei colpi che a Sanremo fa anche piacere ricevere. C’è il testo, c’è il sound e sul palco ci sono Silvestri e Rancore! Colleghi o semplici amanti della musica italiana, citate sempre entrambi! 9

Shade e Federica Carta – “Senza farlo apposta”

F – Migliori nella loro seconda esibizione. Meglio Federica Carta di Shade. 6

A – Meglio entrambi, lui più preciso e lei ancora più sicura della sua (bella) voce. Il pezzo non è granché, ma piacerà molto al loro target. 6

Ultimo – “I tuoi particolari”

F – Esibizione più grintosa per Ultimo. Si conferma nel giudizio. 7.5

A – “A Niccolò voglio bene, a Niccolò davanti al piano voglio ancora più bene.”. Ieri scrivevo questo, oggi lo confermo notando, purtroppo, che il piano nella seconda esibizione non c’è. Mezzo punto in meno. 7.5

Paola Turci – “L’ultimo ostacolo”

F – Migliora al secondo ascolto il brano di Paola Turci. Lei sicuramente più matura, ma al brano manca ancora qualcosa. 6.5

A – Confermo: È una Turci che ricorda molto Irene Grandi, il pezzo è sanremese, ma poco graffiante. Senza infamia e senza lode. 6

Motta – “Dov’è l’Italia”

F – Motta si conferma come uno dei migliori cantautori della scena italiana. 7

A – Grazie Motta, bel testo e bell’interpretazione. La vetrina dell’Ariston è meritata così come questo voto bello tondo. 8

Boomdabash – “Per un milione”

F – Meno male che ci sono loro. Freschezza e spensieratezza anche nella seconda esibizione 6.5

A – Al secondo ascolto si continua a ballare e a canticchiare. Serve anche un po’ di leggerezza. 6.5

Patty Pravo e Briga – “Un po’ come la vita”

F – Finalmente si può giudicare l’esibizione del duo più improbabile del festival.  Al secondo ascolto il mio giudizio è più che positivo. Ottima Patty Pravo e grande sorpresa Briga. 7

A – Tolti i problemi tecnici, l’accoppiata non mi convince. Dirò una cosa impopolare, forse verrò accusato di lesa maestà, ma avrei preferito se questo pezzo fosse stato cantato dal solo Briga. 5.5

Simone Cristicchi – “Abbi cura di me”

F – Emozione pura! 9

A – “Vorrei saper scrivere come Simone Cristicchi” pt.2 + “Vorrei saper emozionare come Simone Cristicchi” 9

Achille Lauro – Rolls Royce

F –  Apre la seconda serata del festival e lo fa alla grande! La “Rockstar” maschile di questa edizione è sicuramente lui. Vasco o non Vasco, è lui la rivelazione. 7.5

A – Lui scansa i paragoni e le polemiche, sale sul palco carico a pallettoni e porta a casa una prestazione da rocker. Boss Doms lo accompagna sempre alla grande col suo chitarrone elettrico. 8.5

Arisa – “Mi sento bene”

F – Frozen la vendetta 2.0. La voce di Arisa non si discute, ma la canzone purtroppo sì. 5.5

A – In sala stampa paragonano la sua esibizione a quelle storiche della Carrà pop. Io penso sempre che un film Disney potrebbe usarla come sigla. 4.5

Negrita – “I ragazzi stanno bene”

F – Grandi Negrita. Loro stanno bene e si divertono sul palco. Il secondo ascolto è solo una conferma. 7

A – Confermo: “I ragazzi stanno bene” e si vede. Tornano a Sanremo per riscattarsi più che per vincere. Il loro obiettivo l’hanno già raggiunto. 6.5

Ghemon – “Rose viola”

F – Questo brano mi convince sempre di più. Sentirlo in un orario decente aiuta.

A – Confermo: l’eleganza e il soul dei suoi brani sono oramai inconfondibili. Il pezzo non è fra i suoi migliori, ma è comunque un buon bigliettino da visita da presentare a chi ancora non lo conosceva. 7

Einar – “Parole nuove”

F – Confermo la sufficienza. Il brano non decolla e sul palco, lui non mi convince del tutto. 6

A – Il brano è davvero poca cosa, antiquato e non adatto alla sua voce. Gli auguro ancora una volta che questa precoce promozione tra i big non lo bruci. 4.5

Ex-Otago – “Solo una canzone”

F – Il secondo ascolto conferma il voto. 7

A – Bravi ragazzi, reggono bene il palco, ma il pezzo non è tra i loro migliori. Per Sanremo, però, ci voleva questo. 6.5

Anna Tatangelo – “Le nostre anime di notte”

F – Bella e brava. Tiene benissimo il palco, ma la canzone non decolla del tutto. Il secondo ascolto conferma solamente il mio voto. 6

A – Ottima presenza scenica: la sua voce è identica a quella del cd e la sua bellezza ed eleganza attirano l’attenzione. Il pezzo, però. è qualcosa di poco incisivo. 5

Irama – “La ragazza con il cuore di latta”

F – La canzone merita tanto. Lui è bravo ad emozionare ed emozionarsi. Il secondo ascolto conferma la sua candidatura alla vittoria finale. 8

A – Irama sa scrivere , emozionare ed emozionarsi. Se avete ancora dei pregiudizi su di lui, andatevi ad ascoltare un po’ di roba di questo ragazzo e non fermatevi a “Nera come la tua schiena…” 8

Enrico Nigiotti – “Nonno Hollywood”

F – Emozionante, quasi struggente in alcun momenti. La sua seconda esibizione è migliore rispetto alla prima serata. 8.5

A – Confermo: Commovente, emozionante ed emozionato. Enrico Nigiotti ha una bella penna, ora ha bisogno del suo bell’orto da coltivare, un orto che darà sicuramente i suoi frutti. 8.5

Mahmood – “Soldi”

F – Forte, forte e forte. il pezzo è di pregevole fattura e lui è un ottimo performer. 7.5

A – Un fuoriclasse con un pezzo non banale e coinvolgente. Gli auguro di spiccare il volo definitivamente. 7.5