Matteo Alieno, la sua prima “Non mi ricordo” e il suo amore appassionato e maturo per la musica

Di Alessio Boccali

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Matteo Pierotti in arte Matteo Alieno è un cantautore, produttore musicale e polistrumentista romano classe ‘98. Nonostante la sua giovanissima età, ha una testa ben salda sulle spalle e le idee molto chiare sul suo futuro. “Non mi ricordo”, il suo primo singolo ufficiale, è un brano dalla scrittura assolutamente non banale che entra in testa per la sua semplicità e che rispecchia tutti noi nel nostro essere perennemente in moto.

 

Ciao Matteo, mi racconti com’è nato il tuo singolo “Non mi ricordo”?

Non sono molto forte con la memoria a breve termine, anzi, spesso combino dei veri e propri disastri quando mi dimentico le cose. “Non mi ricordo” è nato, quindi, dal mio quotidiano, è un pezzo della mia vita quotidiana. Così come pezzi disparati della mia vita quotidiana saranno i brani contenuti nel mio primo album.

Molto carino e allo stesso tempo molto semplice il video del singolo. Al centro ci siete solo tu e la tua musica?

Sì, volevo proprio che al centro dell’obiettivo ci fosse soprattutto la mia musica. Per quanto mi riguarda, non mi piace molto stare sotto ai “riflettori” e spesso me ne vergogno pure (difatti anche nel video spesso sto di spalle o a testa chinata sulla chitarra). L’importante era che il focus del video, e qui Lorenzo Piermattei (il regista, n.d.r.) è stato bravissimo, fosse la mia canzone e il suo messaggio.

A proposito di dimenticanze. Cosa non puoi proprio dimenticare del tuo percorso nella musica che ti ha portato all’uscita di questo primo singolo ufficiale?

No, il mio rapporto con la musica me lo ricordo sempre benissimo (ride, n.d.r.). Vivo di musica da quando sono bambino e mia madre mi faceva ascoltare tanta buona musica, poi anche nelle scuole ho sempre cercato di seguire dei percorsi musicali e ho fatto anche un anno di Conservatorio. Insomma, per me la musica è vita, è la cosa più importante. Essere arrivato al punto in cui sono oggi è certamente solo una partenza, ma mi sento già molto fortunato. Anche solo sognare di poter vivere della mia più grande passione è meraviglioso.

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Parliamo del tuo nome d’arte “Alieno”. Questo nickname ti è stato “affibbiato” da bambino e ora hai deciso di portartelo dietro nel tuo percorso artistico. Guardandoti intorno nel panorama musicale nostrano, ti senti un po’ un alieno, magari diverso e per questo azzeccato?

Come dicevo già prima, io vedo la musica al centro di tutto. Per me non conta essere un personaggio, conta l’essenza e quindi la musica che fai. Oggi vedo spesso dei ragazzi, miei coetanei più o meno, che puntano maggiormente all’apparenza che alla musica che fanno. Diciamo che grazie a quei dischi che mi faceva sentire mamma e dunque alla musica di Michael Jackson, di Lucio Dalla, di Lucio Battisti ecc. ecc. ho avuto la fortuna di conoscere il vero senso di fare musica, l’importanza del contenuto e la forza, nonché la bellezza, di creare un mondo intorno a quel contenuto e poi comunicarlo.

Prima abbiamo accennato al nuovo disco, sarà un lavoro che ti rappresenterà molto, quindi? E com’è pubblicarlo con un’etichetta già affermata come la Honiro?

Sì, il disco sarà proprio un insieme di emozioni e parole che riguardano, o hanno riguardato, la mia vita. Lavorare con Honiro è fantastico perché mi hanno concesso una libertà impressionante e al momento penso sia questa la forza di un’etichetta come la loro che è davvero indipendente dalle logiche di mercato. Uscivo dal mio studio abituale e andavo in quello che mi hanno messo a disposizione per la registrazione, ma non sentivo la differenza: mi sentivo sempre come se fossi a casa mia.

In chiusura ti faccio una battuta. Sei davvero molto maturo per la tua età, significa che la bocciatura alle scuole superiore ti è servita (ride, n.d.r.)?

(Ride, n.d.r.) Non rimpiango nulla del mio passato, sicuramente mi è servita. Sono stato bocciato perché pensavo sempre alla musica e avevo quindi la testa sempre da un’altra parte. I voti, le promozioni, non misurano di certo l’intelligenza di una persona, ma sì, lo scossone della bocciatura mi è servito nella vita, di certo non mi ha allontanato dalla musica, anzi… 😊

Sono Xavier Pompelmo, non sono un supereroe, ma con la musica scelgo davvero chi voglio diventare…

Di Alessio Boccali
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ph. Francesco Casarin

Xavier Pompelmo è vivo e vegeto, a discapito delle voci che lo identificavano in un cantautore anni ’70 misteriosamente scomparso. In realtà, sotto a questo esotico pseudonimo, si cela un artista romano di nome Davide Bastolla, che ha deciso ormai da un po’ di tempo di rivelarsi con il suo vero volto. Producer, cantautore, visual artist, fondatore e direttore dello studio di effetti visivi “Bastanimotion”, Xavier Pompelmo è un artista a 360°. Nel 2018, parallelamente al lavoro sui videoclip di artisti affermati come Rancore & Dj Myke, kuTso, Margherita Vicario e Giancane (per il quale anima i disegni di Zerocalcare per il videoclip di “Ipocondria”), il ragazzo ascolta la sua vena da cantautore e pubblica il brano “Nebulosa”, pezzo dalle forti tinte melanconiche e romantiche, del quale – naturalmente – cura anche il videoclip. Qualsiasi sia l’arte nella quale Davide Bastolla decida di cimentarsi, il suo stile è sempre molto riconoscibile e il suo approccio riflessivo e allo stesso tempo onirico/utopico. Non fa eccezione il suo primo album, interamente curato dall’artista stesso – sia nella parte prettamente musicale che nella parte creativa, grafica e visuale – uscito ad inizio novembre di quest’anno e intitolato “Valanghe”.

Ciao Davide, Da dove nasce l’idea di creare questo personaggio misterioso per dar vita e più morti (poi ne parleremo meglio, n.d.r.) al tuo progetto musicale?

Mi sento fuori tempo massimo, le mode cambiano, i tempi, la cultura, tutto si sta evolvendo (o involvendo) in una direzione che a volte non capisco e che spesso non incontra i miei gusti. Così ho deciso di abbandonarmi a concetti nostalgici e di trasportarmi in un passato alternativo, creando un alter ego che, vittima egli stesso dei propri tempi e morto nell’anonimato, cerca il suo posto, il suo spazio, la sua impronta nel cemento.

Da regista, illustratore e non solo, a producer musicale e cantautore; come nasce l’esigenza di passare, o meglio affiancare alla comunicazione attraverso delle immagini, quella mediata dalla musica e dalla scrittura?

Ogni linguaggio è veicolo di espressione, ogni linguaggio ha le proprie sfumature e la sua potenza narrativa. Con la musica riesco a raccontare a me stesso in maniera più diretta e neorealista i sentimenti, cosa che con il manierismo del video non riesco a fare. Con il linguaggio visivo mi piace inventare mondi, giocare con l’assurdo, con il grottesco, allontanandomi dalla realtà. Nello scrivere brani riesco ad essere diretto, “nudo”.

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ph. Francesco Casarin

Un disco composto da solamente 8 brani (per esigenze di mercato, forse?), che ha lasciato fuori vari pezzi che sicuramente avrai ben custoditi in un cassetto (uno, tra l’altro lo abbiamo anche già sentito, “Fendinebbia”). Cosa hanno di speciale queste 8 elette?

Le 8 valanghe sono brani affini, sia per sonorità che per tematiche, hanno atmosfere complementari e seguono un flusso narrativo coerente. Inoltre, li ho lavorati tutti come fossero a sé stanti, a livello di durata, come fossero dei singoli, ma cercando di contaminarli di sonorità e di mondi simili. Vivo come tutti noi in tempi frenetici in cui la concentrazione è sottoposta a distrazioni continue, io stesso difficilmente riesco a godere di concept album con un portamento graduale, quindi ho deciso di inserirmi nei ritmi pulsanti della città e del suo battito cardiaco. Volevo evitare di essere “prepotente” e forse proprio questo mi penalizzerà, ma di certo lo rifarei, perché lo reputavo giusto per questo progetto. Quindi non per esigenze di mercato, non ho etichetta o simili, ma semplicemente per entrare meglio in sintonia con la vita di tutti.

Se fossi costretto ad “affibbiare” un’etichetta al tuo sound, parlerei di un “pop elettronico”. A prescindere dall’etichetta, però, mi interessa più conoscere cosa c’è alle origini delle tue scelte sonore…

Nasco come chitarrista, la suono anche bene, ma la chitarra è ingombrante in una produzione, volevo avere una visione di insieme più vergine per poter vestire i brani, quindi il primo passo è stato censurare lo strumento, usandolo solo dove pensavo fosse necessario e facesse la differenza. Ascolto molta musica elettronica, le atmosfere cupe, e sospese mi affascinano, questo mi ha influenzato molto nel produrre il disco: lo scheletro di un brano, la meccanica dei suoni, più che il suonatore stesso, erano gli aspetti che volevo caricare a livello di mood del disco.

Il primo pezzo ad uscire ufficialmente è stato “Nebulosa”, una bella sorpresa, che parla d’amore in una maniera molto terrena e poco convenzionale e che ha avuto un ottimo impatto sul pubblico. Come hai vissuto questo esordio con successo?

Il successo è sempre molto soggettivo, dati alla mano sono un neo nell’universo della musica, ma sono stato felicissimo che Nebulosa abbia impattato ed “empatizzato” con la sua fetta di pubblico. Penso sia un brano che merita molto, non io, il brano. Mi reputo un esecutore. I musicisti non sono altro che persone qualunque, che vivono una vita qualunque, ma che a differenza di altri riescono a raccontare in una lingua più universale di altre; di certo, questa è una dote pari a chi sa insegnare in una scuola, aggiustare una macchina, o semplicemente vendere dell’insalata al mercato rubandoti un sorriso o condividendo con te un dilemma.

Da tutti i pezzi di “Valanghe” emerge prepotente la tua sensazione di incertezza e paura nel relazionarti col mondo e con gli altri, una sensazione che accomuna molti di noi nella società che viviamo. A posteriori, questo tuo mettere in musica queste emozioni ti ha aiutato a trovare una cura? (Magari lì sulla luna dove chiedi di esser spedito nell’ultimo pezzo in tracklist?)

Una cura vera e propria no, ma nella musica io scelgo di essere chi davvero voglio diventare.

Parlavamo in apertura dell’uso costante che fai della parola morte, non solo nel descrivere il tuo “personaggio” musicale, ma anche all’interno dei vari testi. Affermi di morire più volte, naturalmente spesso anche in chiave ironica; cosa rappresenta per te il “morire”?

Nei miei brani, il “morire” è un concetto di rinascita, non di morte fisica, muoio ogni volta che tocco il fondo, ma toccare il fondo è l’unico modo per ritrovarmi e per imparare in futuro una via di mezzo più tollerabile e meno impattante emotivamente.
Quindi si muoio spesso.

Cosa metteresti in secondo piano, cosa rischieresti per la musica?

Sto già rischiando tanto, non sono più così giovane e non ho un mio target di riferimento a livello di “mercato”, la moda va da tutt’altra parte e per produrre “Valanghe” ho accantonato la carriera da visual artist, almeno per un po’. Eppure, lo rifarei, mi fa stare bene; non è solo per egocentrismo, ma un modo per trovare una “condivisione” che nella vita vera faccio fatica a trovare: “mal comune, mezzo gaudio”.

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ph. Francesco Casarin

In “Macigno con le gambe”, il pezzo che forse più mi ha colpito, affronti la realtà di essere figli e la crescita, in particolare affermi di essere cresciuto quando canti che “Non c’è più il giullare di corte…”. Quando hai preso coscienza che c’era una vita da affrontare in autonomia e che quindi eri cresciuto?

A prescindere dallo stile di vita di ognuno, la vera crescita per me è arrivata con l’accettarmi. Prima ero spaventato da alcuni lati del mio carattere che non accettavo e che pensavo mi avrebbero sabotato col tempo, mi giudicavo molto. Ho capito che devo volermi bene e che il giudizio legato alla mia persona non deve MAI essere condizionato dal giudizio “sociale” e dalle scale di valori comuni, ma dalle mie. Ecco, sono diventato amico di me stesso e sono cresciuto un po’, non del tutto, ma un passo in più.

Ho letto sui tuoi vari social che sei un tipo abbastanza ansioso. Sei “nato” dietro a una telecamera, a un certo punto hai deciso di spostarti dall’altra parte dell’obiettivo divenendo tu il soggetto da riprendere (ad esempio con le tue “cover indie”, n.d.r.), ma stiamo parlando comunque di una dimensione digitale. L’impatto del live, dell’incontro con il pubblico, ora, ti spaventa?

Si, canto brani molto intimi, sono parte della mia storia, brani scritti per me prima che per gli altri, ma che cercano negli altri conforto. Mi fa fatica pensare di mettermi a nudo davanti a persone che non conosco, e per me le persone non sono il pubblico, sono 5 persone, 10 persone, 50, 100… persone, e l’idea di dover raccontare della mia vita senza uno scambio, in qualche modo mi mette un pelo di ansia, ma giusto un pelo eh! (ride, n.d.r.). E poi negli anni ho abbandonato ogni attitudine da poser, che invece è alla base della musica in questi anni. Vedo tanti cantanti di oggi che si piacciono molto, poi ripenso ai songwriter che mi hanno affascinato da piccolo e vedo l’abissale differenza: mi ricollego alla prima domanda, un po’ sono morto con loro. 🙂

Manuel Aspidi: “Let out this light? Mi sono sentito onorato, ma con una responsabilità non indifferente”

 Di Francesco Nuccitelli

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Un progetto dal sapore internazionale e che arriva dopo anni di gavetta conditi da diverse partecipazioni televisive attraverso due talent (Amici e The Voice). Manuel Aspidi, nella sua grande umiltà è pronto per il salto di qualità e il suo “Libero (I’m free)” è la dimostrazione di una crescita costante, di una consapevolezza sempre maggiore e con uno sguardo all’estero. Lo abbiamo raggiunto per una piacevole chiacchierata, tra i grandi risultati in termini di views, la collaborazione con i Dire Straits e il tour che partirà a gennaio:

“Let out this light” è il tuo ultimo singolo internazionale. Cosa ci puoi raccontare di questo brano?

Questo brano è stato scritto da Julian Hilton, uno degli autori di Robbie Williams e collaboratore di Trevor Horn. Con Hilton ci siamo conosciuti a Roma, durante una cena dove ero con la mia produzione e dove era presente anche lui. Nel corso della serata ci siamo messi a parlare di musica e del mio percorso artistico, così ho chiesto ad Hilton se, una volta rientrato a Londra mi avrebbe potuto inviare qualcosa da ascoltare. Qualche giorno dopo mi sono arrivati i brani “Un angelo per me”, che ho subito inserito all’interno del disco e poi “Let out this light”. Quest’ultimo è un brano che per anni è rimasto nel cassetto e Julian ha voluto che lo interpretassi per questo progetto. Lì mi sono sentito onorato, ma con una responsabilità non indifferente. Siamo tutti felicissimi per il risultato finale, che fortunatamente sta avendo molto successo anche all’estero.

Invece, del progetto intero che prende il titolo di “Libero (I’m free)” e che vede grandi collaborazioni al suo interno cosa ci puoi dire?

Il disco è stato prodotto dai “Dire Straits” Phil e Alan (Phil Palmer e Alan Clark ndr) che si sono messi al lavoro con tanto amore e rispetto nei miei confronti. Veramente una cosa incredibile. Un lavoro enorme per far sì che il progetto girasse nel modo migliore possibile. L’album è stato scritto praticamente da loro tre (Palmer, Clark e Hilton ndr) e anche da Numa Palmer, la mia direttrice artistica che ha coordinato e realizzato tutto. Anche perché i brani ci arrivavano in lingua e noi non dovevamo solo tradurli, ma in alcuni casi riscriverli del tutto e adattarli alle tematiche scelte. Come è successo per “Un angelo per me” che ho dedicato a mia nonna o proprio del brano “Libero (I’m free)” che apre questo progetto.

Più di due milione di visualizzazioni su Youtube, ottimi risultati anche in streaming su spotify e nelle classifiche americane. Ti aspettavi un risultato del genere?

A distanza di diversi anni (dall’edizione di Amici del 2006) vedere un riscontro così grande, positivo e immenso, mi ha un po’ scombussolato. Questo grande successo all’estero mi ha meravigliato, comunque in Italia ho la mia fan base che mi sostiene da molto tempo. Però devo ammetterlo, il successo all’estero mi ha lasciato interdetto. Mi sento un pesce fuor d’acqua.

Amici del 2006, The Voice del 2016, quanto sono state importanti questi talent per diventare il Manuel Aspidi di oggi?

Amici 2006 è stato il mio trampolino di lancio, quello che mi ha permesso di muovere i veri passi nel mondo della musica e farmi conoscere al grande pubblico. Poi il programma è un’arma da guerra. Ogni cosa che tocca Maria (De Filippi ndr) fa successo. Quell’anno ricordo che fu un successo enorme, il più seguito e andò benissimo. La visibilità è stata tanta e a livello di esposizione siamo stati veramente fortunati. Poi dopo amici c’è stato tutto un percorso che avviene grazie all’esperienza televisiva. Naturalmente arriva poi un momento della tua vita dove devi anche capire cosa fare. Io come ogni artista sono un po’ folle e mi sono detto: “perché non riprovare l’onda d’urto del talent?” Così ho deciso di partecipare a The Voice Of Italy 2016. Quella è stata un’esperienza totalmente diversa da Amici, però è comunque un talent che ti scombussola e ti reindirizza verso un percorso preciso.

Per il tuo timbro vocale e per la tua personalità preferisci cantare in italiano o in inglese?

Io amo cantare in italiano perché sono molto patriottico, amo l’Italia e amo il mio paese, nonostante ci siano delle cose che non condivido per alcuni meccanismi. Però quello che sento più vicino a me è cantare in inglese. Da piccolo ascoltavo Stevie Wonder e cantavo le sue canzoni. Sono cresciuto con la black music. Inoltre, ringrazio tantissimo la mia produzione, perché mi ha lasciato una grande libertà di espressione.

A cosa ti riferisci quando dici che ci sono dei meccanismi che non condividi?

In Italia purtroppo va avanti chi ha più santi. In America le cose funzionano se c’è meritocrazia. Qua anche solo per essere ascoltato devi pregare ogni santo possibile. Laggiù ad esempio hanno parlato di me e della mia voce, non di chi ho dietro. Hanno parlato di chi sono io come artista, di chi sono come cantante, del mio background, della canzone e della mia voce. Qua per andare avanti devi avere qualcuno alle spalle (come ad esempio i “Dire Straits” ndr) da poter far parlare e a quel punto vieni ascoltato. Là invece non funziona così, c’è meritocrazia e se hai talento vai avanti.

Com’è essere libero per Manuel Aspidi?

Sicuramente cantare! In assoluto è la prima cosa, io quando canto sono la persona più felice del mondo. Quando canto mi sento completo a 360 gradi. Uno potrebbe dire che sono frasi fatte ma non è così. Io canto da quando sono piccolo, ho iniziato a capire che amavo cantare all’età di 6 anni con le canzoni della Disney. Quando canto mi sento libero da ogni problema, pregiudizio mentale, vincolo o barriera. Mi sento me stesso. Mi sento libero da quelle esperienze che non sono state molto positive, ma che adesso fanno parte del mio passato. Ora sto con la testa verso il futuro.

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A gennaio partirà il tuo prossimo tour e vedrà in Livorno la città di partenza. Cosa ci puoi anticipare di questo tour?

Partirà il 31 gennaio al teatro Goldoni di Livorno. Sarà uno spettacolo dove io canterò tutti i pezzi del mio disco e ripercorrerò anche il mio passato. Canterò anche i brani che hanno fatto la mia storia artistica. Ci saranno molte sorprese che adesso non posso però dire. Non vedo l’ora che sia il 31 gennaio per poter cantare nella mia città natale.

Inoltre, questo tour avrà anche uno scopo benefico. Una raccolta fondi per una giusta causa, di cosa si tratta?

Sì, c’è uno scopo benefico in questo tour, poiché in ogni data farò una raccolta fondi per Jo, una bambina livornese che deve essere operata al pala-institute in Florida, per tornare a camminare. Visto che per queste strutture ci sono dei costi non indifferenti ho pensato che attraverso il mio tour potevo fare qualcosa per aiutarla.

Grandi I numeri in costante aggiornamento per Manuel Aspidi: Global Top 200 Airplay Chart nella DRT, posizione 47 della Top 50 Adult Contemporary Airplay Chart e alla posizione 29 della DRT Global Top 150 Indipendent Airplay Chart. Il video conta oltre 2 MILIONI di visualizzazioni youtube ed è in rotazione su MTV USA e in 750 emittenti mondiali e di recente anche su Music Choise.

Giulia Lorenzoni presenta “The Monk”

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ph. Giacomo Mearelli

Ciao pubblico di Musica Zero Km, sono Giulia Lorenzoni, cantante e cantautrice e vi parlerò del mio nuovo progetto “The Monk”.

Ciao Giulia, Come nasce questo progetto?

Il libro “The Monk” nasce da uno studio folle su tutto ciò che riguardasse il mondo di Thelonious Monk. Ho letto molti libri sulla sua vita, ma soprattutto l’ho inseguito in tutto il mondo durante i suoi tour ed ho letto e studiato tutti gli articoli che parlassero dei suoi concerti. Inoltre, cosa fondamentale, ho contattato tantissimi storici del jazz per sapere se avessero materiale su Monk da farmi consultare e qui ho avuto la risposta fondamentale del grandissimo Adriano Mazzoletti, che, grazie al suo grandissimo archivio di materiale inedito, mi ha dato una grande mano. Il progetto “The Monk”, quindi nasce dal libro, e il 16 novembre al Load di Roma diventerà uno spettacolo che verrà registrato in un vinile.

Thelonious Monk era un artista molto particolare, cosa volete trasmettere al pubblico “raccontando” la sua musica?

Innanzitutto, Thelonious Monk ha trasmesso molto a me, da questo vorrei partire per trasmettere al pubblico ciò che io ho appreso dalla sua vita, dalla sua storia. Proprio da questo è nata l’esigenza di una comunicazione totale fatta di parole, teatro e musica. Lo spettacolo è una serie di spot, di piccoli aneddoti, di una serie di interpretazioni della realtà, inventati sì da me, ma comunque fedeli al suo pensiero, che vorrei portassero il pubblico a leggere il mio libro e, soprattutto, ad ascoltare la musica di questo artista.

A proposito di Monk, egli era un fenomeno imprevedibile, ci sarà spazio per l’improvvisazione anche nello show?

Assolutamente sì! La musica jazz dà ampio spazio all’improvvisazione. Nello show troverete sul palco me e il pianista Tobias Nicoletti, con il quale si creerà un dibattito artistico più unico che raro.

È cambiato qualcosa nel tuo modo di fare musica dopo che hai approfondito lo studio del jazz per scrivere “The Monk”?

In realtà nasco dal jazz e ho sempre approfondito questo mondo. Monk è l’artista che, da sempre, più mi ha colpita: mi ha comunicato una grande forza soprattutto dal punto di vista della scrittura, che trovo tutt’ora visionaria.

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ph. Giacomo Mearelli

Musica, scrittura e recitazione: 3 passioni distinte che sei riuscita, già anche altre volte, a racchiudere in un solo progetto, è questo il tuo “sogno d’artista”?

Sì, il mio sogno d’artista è questo. Innanzitutto, vorrei vivere della mia musica e sono contento che la strada si stia finalmente aprendo e stia riuscendo in questo mio intento. Tornando a “The Monk”, mi piace dirvi che questo, in realtà, era il primo progetto di teatro-musica che io volevo portare già l’anno scorso, solo che nel frattempo, per esigenze emotive, è andato in scena prima un altro progetto che si chiama “La Valigia”, nato dal mio libro “Una valigia di perplessità”, che stato in tour per più di un annetto, e da questo progetto inaspettato è nato il vinile “La Valigia”. “The Monk”, in realtà quindi, era già pronto da tempo…

Perché a detta di molti il vinile è l’unico formato degno di ospitare dei lavori jazz?

Credo che sia più un’esigenza economica che di genere. La musica è da sempre vittima di pirateria e “piratare” un vinile è una cosa strana perché questo supporto è prima di tutto un oggetto che porta con sé una miriade di significati prima che un disco. Di fatto, nel 2019 il vinile è quasi un’esigenza artistica. Anche il mio “La Valigia”, per mia decisione, non è stato caricato su alcuna piattaforma di streaming. Per ascoltarlo devi venire a teatro e, se poi ti sarà piaciuto, allora comprerai il vinile. A mio parere, è un ottimo metodo per riportare gente ad ascoltare musica dal vivo.

Il tuo rapporto con “Love More Nation” di Giampiero Turco e Mariagrazia Finocchi…

L’incontro con Giampiero Turco e “Love More Nation” avviene circa un anno fa ed è abbastanza incredibile pensare che in due anni abbiamo già pubblicato due libri, registrato un disco e il 16 novembre al Load District registreremo il secondo disco.

Quindi ci vediamo il 16 novembre…

Sì, l’appuntamento con me e Tobias Nicoletti è proprio il 16 novembre al Load District di Roma in Via Dei Durantini, 90 con apertura cancelli alle 20 e inizio concerto alle 21. Free entry. Non avete scuse, vi aspettiamo!

Potete guardare l’intera intervista video qui sotto:

IRENE GHIOTTO È “SUPERFLUO”!

Di Manuel Saad

Irene Ghiotto_photo session_02Irene Ghiotto è un vulcano di energia, una bomba all’idrogeno pronta ad esplodere. Nel suo nuovo album, “SuperFluo”, c’è tanta rabbia e tanta voglia di riscatto personale. L’abbiamo raggiunta per farci raccontare com’è riuscita a veicolare quest’energia nel modo giusto.

Ciao Irene, il tuo “SuperFluo” è pieno di venature, di percorsi. Qual è stato, invece, il percorso che hai intrapreso per arrivare ad avere tra le mani quest’album?

Ciao! Questa è stata letteralmente una crescita personale. Una crescita indirizzata verso l’indipendenza dalle persone che amo, difficilissima da ottenere. Mi è servito vivere da sola, sentirmi sola e spostarmi nel mondo da sola. Mi sono resa conto che non mi muovevo senza qualcun altro. Questo è un disco in cui cerco, nella mia età matura, di essere  il più indipendente possibile e di perseguire una felicità, una realizzazione, che sia solo mia e non appoggiata ad altri. Tutto intorno questo discorso c’è tanta rabbia derivata dall’incomprensione della mia complessità. Non sono arrabbiata con il mondo per questo ma con me stessa. L’effetto che ho avuto nella realizzazione del disco, però, non è stato quello di semplificare ma quello di spingere questa complessità.

Come mai questo titolo?

Non sono mai stata brava nella scelta dei titoli, tanto che il mio primo EP non aveva titolo.
Questa volta è stato diverso. Mi sto per laureare in Filologia Moderna e studiando per un esame di letteratura polacca, leggendo degli scritti di analisi critica, mi rendo conto che il tipografo per scrivere “superfluo” era dovuto andare a capo troncando la parola e io lessi “superflùo”. Quell’errore di lettura mi aveva fatto capire che spostando l’accento prendeva tutto un altro sapore. Mi ci sono ritrovata subito.
HO subito pensato ad un discorso di duplicità dell’anima che io sento di avere.

È difficile raccontare l’universo femminile attraverso la musica?

Non è difficile per me, in quanto femmina e quindi ascolto quello che sono. Forse il difficile sta nel rappresentarne la complessità – non che l’universo maschile non lo sia – e, anche, trovare il giusto linguaggio che mi inglobi completamente. Quando faccio un qualcosa, mi ci riconosco nel momento in cui l’ho fatta ma il giorno dopo già sono diversa.

Intendi una sorta di continua crescita?

Sì, esatto. Un’evoluzione continua che però rischia di cambiare la tua visione su quella cosa. Con il passare del tempo ti accorgi che molte cose erano rappresentative per te, prima. Quello che mi piace molto di questo disco è che mi ci rivedo ancora, nonostante mi senta già diversa. Sta “camminando” con me ma, come con tutte le cose, lo dovrò lasciar andare. Ed è anche questo il bello: la caducità.

Qual è stato il brano con il quale hai “lottato” di più e quello che invece è uscito subito, di getto?

“Le cose” è uscito subito. È sintetico, è corto e dice l’essenziale con molta forza.
Il brano che mi ha fatto imbestialire per la costruzione che c’è dietro è stato “Assurdità”. Infatti è assurdo!
Mi ero messa in testa l’idea che volevo definire l’assurdo. Definirlo testualmente ce la si può fare. Musicalmente è stato difficilissimo. Questo perché anche io cerco di riportare tutto al mio orecchio e ai miei canoni, e in questo lavoro che ho fatto, ho cercato di creare un nuovo canone, sempre con modestia (ride, ndr).

L’album si chiude con il brano “Le cose”. Un brano quasi sussurrato che successivamente esplode in una dolcezza orchestrale. Quali sono le cose e le parole che ti fanno star male?

Sicuramente non quelle che non capisco perché mi aiutano a crescere. Le parole che mi fanno stare male sono quelle dette per ferire, che non hanno un principio di evoluzione nella dialettica. Capita di riceverle e anche di dirle. Tutti siamo bestie e un po’ stronzi. Paradossalmente lo siamo con le persone che amiamo di più. Gli schiaffi in faccia più forti li ho ricevuti dalla famiglia. Se mio padre mi dice qualcosa, senza far attenzione, mi offende di più rispetto a qualcun altro.
Le cose che mi hanno fatto più male, invece, sono quelle che ho dovuto lasciare. Ho vissuto per sette anni in una casa in affitto. Mi ci sono affezionata tantissimo. Ogni volta che devo abbandonare qualcosa, mi rendo conto che gli ho messo dentro una storia e quando ho dovuto dire “ciao”, è stata tosta. Più che essermi portata le cose dentro alla mia vita, ho lasciato un po’ di me nelle cose che sono rimaste.
È la cosa più difficile ma questo ti rende libero dentro.

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Personalmente, ho trovato un altro tema in quest’album. L’empatia, l’essere empatici.

Tu mi stai prendendo per quello che sono veramente. È una cosa strana che tu l’abbia colta nei pezzi. Ti ringrazio perché non è scontato. Anche tu sei empatico e questo vuol dire che empatizzi con la mia empatia. Sono così empatica tanto da soffrire per questo. Non credo di aver scritto canzoni come inni all’empatia, ma credo di esserlo io. La parte brutta è che soffri tu, tantissimo, per le situazioni che vedi negli altri. Soprattutto se gli altri non te lo dicono, ma tu lo senti.
La cosa positiva è che l’empatico è apertissimo agli altri e per me la relazione tra gli esseri umani è fondamentale per la mia musica.
Quindi sì, c’hai beccato!

Stai pensando a qualcosa per i live? Come saranno strutturati?

La novità è che sarò totalmente in piedi, come una femmina potente e arrabbiata! Un approccio completamente nuovo in quanto nei miei live ho sempre suonato il piano o, male, la chitarra. Ho sempre avuto uno strumento che mi separava dal pubblico. Non mi sono mai consentita quella sicurezza di potermi muovere col mio corpo. Ho fatto molta danza da bambina ma ho avuto sempre qualche timidezza e l’ho abbandonata proprio perché sentivo di non riuscire ad esprimermi appieno con il corpo.
Mi rendo conto ora che mi trovo nel momento più florido della mia vita, come donna, come essere umano, che è proprio questo a rendermi più sicura a stare sul palco con il mio corpo, con la mia sensualità e con i miei gesti molto maschili. Il femminile e il maschile insieme.

Quanti sarete sul palco?

In questa prima parte del tour che faremo nei club più piccoli, saremo quattro anche se, in realtà, la formazione perfetta sarebbe otto. Ma per via di budget e di spazio fisico, abbiamo ridotto il numero.
All’inizio pensavo sarebbe stato molto difficile suonare il disco bene in quattro, ma mi sono ricreduta.
A tutti noi piace questo disco e lo suoniamo super spinto anche perché c’è davvero tanta chimica tra di noi. C’è molta intesa e ci riconosciamo l’uno nell’altro.

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FLOWING CHORDS

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Un pò di curiosità sul progetto corale nato alla Saint Luis College of Music

di Manuel Saad

“Flowing Chords” è il nome del progetto corale composto da 30 elementi, nato nel 2016 al Saint Louis College of Music e diretto da Margherita Flore. I brani proposti spaziano dall’R&B al cantautorato e all’universo pop, proponendoli in un linguaggio dinamico, moderno e fresco.
L’abbiamo intervistata per farci raccontare cosa vuol dire dirigere ed essere all’interno di un coro.

“Flowing Chords”. Come mai la scelta di questo nome?

Durante la ricerca del nome i ragazzi volevano che al suo interno vi fosse un riferimento alla mia persona, sebbene la cosa mi mettesse un po’ in imbarazzo. Quindi partendo dalla prima parte del mio cognome (Flore – Flo-) abbiamo pensato a qualcosa che fosse comprensibile anche all’estero e che riassumesse il nostro assetto corale, e cioè una ricerca di fluidità nello scambio tra le sezioni.

Come sei diventata direttrice di un coro?

In realtà per necessità perché i Flowing Chords sono nati come un progetto di sperimentazione per la mia iniziale idea di tesi di laurea in Composizione di Musica da Film al Saint Louis College of Music. Presso l’università mi sono avvicinata all’idea di coro frequentando il corso di Coro Pop tenuto al M° Diego Caravano, da lì mi sono appassionata alle sonorità ed alle diverse soluzioni vocali imitative degli strumenti; così ho radunato un po’ di studenti miei colleghi e si è sviluppato un progetto a cui ci siamo appassionati insieme. Mi sono trovata ad essere direttrice perché quelli che cantiamo sono tutti arrangiamenti che scrivo io, ma la direzione spesso ha una natura un po’ scambista almeno tra di noi.

Come si riesce a gestire un’orchestra di voci di circa 30 elementi?

Riusciamo a gestirci perché siamo in tanti a partecipare attivamente. Per ogni sezione c’è un capo che si assicura della gestione interna della pulizia delle parti, delle comunicazioni ed organizzazioni per turni in studio. Abbiamo chi si occupa dei social, dei video e del montaggio del materiale, degli outfit e dell’organizzazione per le trasferte. La suddivisione dei compiti è necessaria per l’avanzamento del progetto: tutti i piani di lavoro vengono affrontati e programmati insieme. Siamo molto coesi anche dal punto di vista personale, questo è molto importante. Tra noi c’è un rapporto molto obliquo, assolutamente non verticale, anche perché molte soluzioni a livello di suono si trovano cercando in prova. Ho molta stima per ognuno di loro, abbiamo fatto tante cose che negli anni ci hanno unito molto: c’è capitato di fare turni di registrazione da 18 ore, di cantare coi geloni ai piedi, di improvvisarsi coreografi per videoclip, di tornare dopo lunghe giornate di lavoro nella tormenta bucando ruote, di dormire in 30 in condizioni estreme (e questo succede spesso). Ma c’è da dire che per noi il Natale non viene soltanto il 25 Dicembre.

Come funziona la collaborazione tra un coro e un artista esterno (Davide Shorty, Ainé, etc.)?

Tutte le collaborazioni che abbiamo fatto fin dall’inizio con gruppi o artisti ci hanno ogni volta migliorato e mostrato una modalità di lavoro diversa. Generalmente, stabilito il primo contatto con l’artista o il programma, mi occupo io dell’arrangiamento producendo un provino da far ascoltare al collaboratore e in un tempo relativamente stretto procediamo poi alla concertazione con il coro per prepararci poi alla registrazione o al concerto. I progetti esterni di solito sono tutti a corto raggio, per questo portano sempre ad un miglioramento immediato.

La scelta dei coristi come avviene? In genere, per far parte di un coro non vengono richieste particolari tecniche vocali. È realmente così?

Per quanto mi riguarda la priorità è l’attitudine all’ascolto, la capacità d’adattamento ritmico, buona lettura e ironia. Non facciamo provini: di solito i nuovi vengono invitati alle prove e sono sentiti dai capisezione. La nostra attività è molto intensa, richiede impegno, presenza e disponibilità. Al momento non stiamo cercando nuovi elementi, ma non si sa mai.

MARCO CAROLA

a cura di Carlo Ferraioli

Una storia di stili e successi che hanno reso un DJ volto ed emblema di un party

Music On sta a Marco Carola come divertimento sta ad Ibiza. L’artista napoletano, classe ’75, non ha mosso i suoi primi passi in Spagna, ma possiamo stare certi del fatto che proprio lì sia avvenuta la sua definitiva consacrazione quale blasonato disc jockey internazionale. Carola infatti mette la palla al centro a cavallo degli anni novanta, registrando ben due album (The 1000 Collection, One Thousands, 1998; Fokus, Zenit, 1998) e producendo svariati EP in collaborazione con personaggi di spicco dell’elettronica mondiale: pensiamo al rapporto con Sven Väth, Adam Beyer e Richie Hawtin.

La sua connotazione, inizialmente, propende per una techno più pura e meno house, ma mai priva di accorgimenti che rendono – e continueranno a rendere poi per tanti anni ancora – le sue feste dei veri e propri momenti di libido musicale. Un dolce martello che affabula corpo e anima fino al mattino, senza nemmeno rendersene troppo conto. Col passare degli anni Carola avverte l’esigenza di spendersi professionalmente anche nelle sfaccettature più vicine a quello che è il suo istintivo bisogno di fare, creare e pubblicare musica; così arrivano altri tre album, dal 2001 al 2011: Open System, Question 10 e Play It Loud!. Di questi, solo l’ultimo è edito da un’etichetta diversa da Zenit, che sarebbe la Minus.

Durante il Sunwave Festival di Mamaia, in Romania, il 44enne ha tenuto caldo il suo posto dietro la console per ben 25 ore di fila, attrezzandosi anche con un ventilatore per via del gran caldo. Uno dei suoi particolari pregi è proprio la resistenza.

A questo punto ha già iniziato col passare da uno stilema, musicalmente parlando, più crudo ad uno più soft e morbido. Non si parla più infatti di vera e propria techno, quanto più di minimal e tech-house. Proprio l’ultima riesce a trasmettere di Carola una delle parti meglio riuscite della sua intera carriera da DJ: il fantastico progetto musicale Music On.
Nato a Napoli e presto trasferitosi in Spagna, proprio ad Ibiza, l’isola dei sogni, il Music On esprime a pieno la voglia di party e di fare festa come altri pochi concept avevano fatto prima. Con Carola, DJ resident dal 2012 al 2018 presso l’Amnesia, questo momento di spensieratezza, evasione e fuga dalla realtà si sovrappone quasi del tutto all’immagine stessa di un producer che è riuscito a trasformare una “semplice” festa in attimi di delirio, musicalmente parlando e non. La location del party, fra le altre cose, ha cambiato abito da quest’anno, trasferendosi al Pacha: il locale, acquisito da poco da proprietà asiatica, ha voluto fortemente la festa riuscendo a strapparla ai cugini dell’Amnesia per svariati milioni di euro. Non possiamo non riconoscere quindi Marco Carola come uno degli artisti più quotati ed influenti dell’attuale scena mondiale, così come bisogna però dare atto a tutti coloro i quali hanno visto nel change dell’artista una (per così dire) svendita musicale: critiche giunte soprattutto dalla terra madre. Ma poco importa, ballare per credere!