MARCO CAROLA

a cura di Carlo Ferraioli

Una storia di stili e successi che hanno reso un DJ volto ed emblema di un party

Music On sta a Marco Carola come divertimento sta ad Ibiza. L’artista napoletano, classe ’75, non ha mosso i suoi primi passi in Spagna, ma possiamo stare certi del fatto che proprio lì sia avvenuta la sua definitiva consacrazione quale blasonato disc jockey internazionale. Carola infatti mette la palla al centro a cavallo degli anni novanta, registrando ben due album (The 1000 Collection, One Thousands, 1998; Fokus, Zenit, 1998) e producendo svariati EP in collaborazione con personaggi di spicco dell’elettronica mondiale: pensiamo al rapporto con Sven Väth, Adam Beyer e Richie Hawtin.

La sua connotazione, inizialmente, propende per una techno più pura e meno house, ma mai priva di accorgimenti che rendono – e continueranno a rendere poi per tanti anni ancora – le sue feste dei veri e propri momenti di libido musicale. Un dolce martello che affabula corpo e anima fino al mattino, senza nemmeno rendersene troppo conto. Col passare degli anni Carola avverte l’esigenza di spendersi professionalmente anche nelle sfaccettature più vicine a quello che è il suo istintivo bisogno di fare, creare e pubblicare musica; così arrivano altri tre album, dal 2001 al 2011: Open System, Question 10 e Play It Loud!. Di questi, solo l’ultimo è edito da un’etichetta diversa da Zenit, che sarebbe la Minus.

Durante il Sunwave Festival di Mamaia, in Romania, il 44enne ha tenuto caldo il suo posto dietro la console per ben 25 ore di fila, attrezzandosi anche con un ventilatore per via del gran caldo. Uno dei suoi particolari pregi è proprio la resistenza.

A questo punto ha già iniziato col passare da uno stilema, musicalmente parlando, più crudo ad uno più soft e morbido. Non si parla più infatti di vera e propria techno, quanto più di minimal e tech-house. Proprio l’ultima riesce a trasmettere di Carola una delle parti meglio riuscite della sua intera carriera da DJ: il fantastico progetto musicale Music On.
Nato a Napoli e presto trasferitosi in Spagna, proprio ad Ibiza, l’isola dei sogni, il Music On esprime a pieno la voglia di party e di fare festa come altri pochi concept avevano fatto prima. Con Carola, DJ resident dal 2012 al 2018 presso l’Amnesia, questo momento di spensieratezza, evasione e fuga dalla realtà si sovrappone quasi del tutto all’immagine stessa di un producer che è riuscito a trasformare una “semplice” festa in attimi di delirio, musicalmente parlando e non. La location del party, fra le altre cose, ha cambiato abito da quest’anno, trasferendosi al Pacha: il locale, acquisito da poco da proprietà asiatica, ha voluto fortemente la festa riuscendo a strapparla ai cugini dell’Amnesia per svariati milioni di euro. Non possiamo non riconoscere quindi Marco Carola come uno degli artisti più quotati ed influenti dell’attuale scena mondiale, così come bisogna però dare atto a tutti coloro i quali hanno visto nel change dell’artista una (per così dire) svendita musicale: critiche giunte soprattutto dalla terra madre. Ma poco importa, ballare per credere!

BILLIE EILISH

di Francesco Nuccitelli

Famiglia di artisti e artista precoce

Billie Eilish Pirate Baird O’Connell, o meglio nota come Billie Eilish, è nata e cresciuta ad Highland Park, in una famiglia da sempre devota allo spettacolo in tutte le sue forme. Dalle chiare origini scozzesi e irlandesi, la giovane cantautrice ha iniziato a scrivere canzoni in tenera età (quando aveva 11 anni per la precisione).

Giovane donna dal cuore d’oro

Billie Eilish, oltre ad essere una giovane artista di grande talento, ha dimostrato di avere un cuore grande e generoso. Recentemente, infatti, la ragazza ha donato i proventi di un suo concerto ad una associazione legata alla difesa dei diritti delle donne.

“Ocean Eyes”: il primo grande successo “condiviso”

Il primo e incredibile grande successo è arrivato prestissimo. Già nel 2016 la giovane Eilish ha iniziato a scalare le classifiche con la canzone “Ocean Eyes”, brano scritto dal fratello.
Il singolo, in poco tempom ha superato traguardi molto importanti tra stream e views sulle varie piattaforme online. Parliamo di più di 80 milioni di views su YouTube ed oltre 200 milioni di stream su Spotify.

Grandi influenze musicali

Diverse sono le influenze musicali per la giovane cantautrice, tra quelle più citate troviamo la cantante Lana del Ray, i Beatles e i Green Day. La sua fonte di ispirazione primaria, però, rimane sempre il fratello maggiore.

Tredici ragioni per due belle canzoni

Il connubio musica e cinema è sempre molto interessante e ha già interessato anche la carriera della giovane artista. Infatti, due tra i suoi brani, sono stati scelti come colonna sonora delle prime stagioni di “13 reasons why”, una delle serie targate Netflix. Le canzoni in questione sono: “Bored” e “Lovely” (quest’ultima feat. Khalid).

STEFANO FAVERO

Un professionista della musica a 360°

di Alessio Boccali

Ciao Stefano, mi piacerebbe ti presentassi da solo…
Va bene. Sono una persona di 55 anni che da 35 fa sempre lo stesso lavoro. Dopo i primi tre anni trascorsi in una piccola radio privata che copriva tre province, sono approdato al gruppo editoriale per il quale ancora lavoro. Mi sono occupato inizialmente di copywriting per la pubblicità, poi ho alternato l’attività di speaker a quella di produzione di programmi radio per altre emittenti. Dal 1990 mi occupo di rapporti con le case discografiche e, dal 2000, questo è stato anche il collante fra radio e il tour Festival Show per il quale coordino l’intera parte artistica.

L’importanza della figura del “professionista del settore”: secondo la tua esperienza, quanto e come è percepita dagli artisti questa essenzialità nell’epoca in cui si accede facilmente a tante cose (la maggior parte delle volte nel modo sbagliato) attraverso la tecnologia?

È una domanda che andrebbe rivolta a loro. Pur non essendo nella testa degli artisti, negli ultimi tempi ho avuto spesso l’impressione che essi siano come ‘disorientati’. Mi riferisco agli artisti reali, quelli che  hanno curriculum, pubblico e produzioni consolidate. Probabilmente sono persone che, concentrate sulla loro arte, poco sanno o fanno per sapere quello che succede nel mondo esterno (social, piattaforme digitali, ecc.). Sicuramente sono coscienti che qualcosa, lì fuori, non è più come vent’anni fa. Per quanto riguarda le nuove leve, cioè la miriade di presunti artisti che vengono creati dai contenitori televisivi, sono figli di questa generazione e quindi immagino si trovino a loro agio nella confusione dell’eccesso di informazioni che i media attuali consentono di trasferire a tempo zero.

Negli ultimi tempi abbiamo sentito di parecchi concerti annullati, nei fatti, per mancanza di pubblico e di parecchi sold out fake (non effettivi). Perché tutto ciò? C’è sempre il classico effetto “Bene o male purché se ne parli…”?

Sono stato testimone diretto di questo fenomeno che, a ben guardare, non è proprio solo riferibile agli ultimi tempi. Secondo me si è cercato di trasporre sugli eventi live quanto già si fa da qualche decennio sulla vendita dei dischi. Chi produceva dischi ne comprava una certa quantità per far salire il titolo nelle classifiche (clamoroso il caso dell’album “Tabula rasa elettrificata” del C.S.I. andato al numero uno) con l’obiettivo di mostrare al pubblico che quello era un disco che bisognava comprare. Lo stesso si fa con i concerti: mi è capitato di regalare al pubblico delle radio anche 300 biglietti per un live. È ovvio che questo riempimento forzato, per esempio di un palasport, può funzionare per un po’ ma non per sempre. Alla base dev’esserci comunque un artista credibile e/o delle canzoni che piacciono. Comunque sì, il “bene o male purché se ne parli” è sempre un concetto valido per il marketing, che si vendano detersivi o musica.

Ho letto tanti tuoi post sui sociali e devo dire che sei veramente geniale. Naturalmente, per il mestiere che faccio, quello che mi ha colpito di più è di un pochino di tempo fa e riguarda i consigli, più o meno ironici, che daresti agli emergenti. Te lo ricordi?

Poveretti, gli emergenti. A volte scrivo anche battutacce pesanti su di loro ma è come battere la sella per non battere il cavallo. Gli emergenti non conoscono nulla del mondo in cui stanno muovendo i primi passi. Il primo consiglio che mi sento di dare loro è che avrebbero bisogno di conoscere il significato di puntualità, di umiltà e di consapevolezza. Consapevolezza che nessuno regala loro nulla. Purtroppo, non appena vedono cento ragazzine che li aspettano ad un meet & greet o ad un instore, credono di essere diventati delle star. Sono, invece, solo degli strumenti che servono a far guadagnare qualche soldino alla major per cui lavorano. Major che, appena finito il “lavoro” con l’emergente X, abbandonerà questo per dedicarsi all’emergente Y, e così via.

Per finire, domanda da un millione di dollari. Quando si parla di musica, festival, eventi… rimpiangiamo e allo stesso tempo ammiriamo (quasi sempre e solo) tutto ciò che viene organizzato al di fuori dei confini italiani. Cosa ci manca di più: il denaro, il coraggio, o il senso della realtà per cui tutto ciò che viene fatto all’estero è migliore?


Non è vero che tutto ciò che viene fatto all’estero è migliore. Abbiamo strutture, risorse umane e creatività esattamente come le hanno nel resto del mondo. Quello che, purtroppo, abbiamo in più rispetto agli altri, è la mancanza di meritocrazia. Faccio un esempio: “ti porto l’artista internazionale del momento a Sanremo ma tu mi devi prendere fra i giovani in gara il nome che sto producendo”. Da buon italiano posso capire questi “accordi” per un evento nazionale come Sanremo. Mi fa ridere però quando queste cose si verificano alla sagra della pecora di Perdasdefogu. Non so nemmeno se esista e chiedo scusa agli amici sardi, ma era per farmi capire.

SICK LUKE & MECNA

Visitate la nostra “Neverland”, non vedrete l’ora di tornarci!

di Alessio Boccali

Un incontro che ha dato vita a un’altra dimensione: l’isola che non c’è – la Neverland da cui il titolo dell’album – dal punto di vista geografico, ma che Sick Luke e Mecna sono riusciti a edificare unendo i loro stili e le loro peculiarità artistiche. Una collaborazione interessante nata tra uno dei più prolifici producer italiani e una delle voci più riconoscibili del “cantautorap” italiano e che si è sublimata in un album impreziosito da due storici collaboratori e amici di Luke e Mecna, ovvero, rispettivamente, Valerio Bulla e Alessandro Cianci.

Ciao ragazzi, com’è nata questa collaborazione?

(Mecna) Ci siamo scritti su Instagram a fine 2018 e ci siamo subito trovati; avevo chiesto a Luke di inviarmi dei beat per poter collaborare in un pezzo e, infatti, tra quei beat c’era quello di “Akureyri” il nostro primo singolo insieme. Un esperimento andato molto bene. Quando poi ci siamo visti dal vivo, abbiamo portato io il mio musicista (Alessandro Cianci) e Luke il suo (Valerio Bulla) e abbiamo lavorato assieme a questo progetto.
(Sick Luke) Sì, ai tempi di “Akureyri” non c’era ancora l’idea di fare un disco insieme; quel pezzo nasceva perché entrambi avevamo voglia di sperimentare. Posso dire che Mecna è stato il primo artista, che fa roba totalmente diversa dalla mia, con cui ho collaborato (poi sono arrivati gli PSICOLOGI, Marïna, ecc.). Poi, dai, un aneddoto posso raccontartelo: per i beat gli ho chiesto 10k, lui non ce li aveva e allora adesso è costretto a farmi grafiche per tutta la vita (ride, n.d.r.).

Di questo titolo “Neverland” che cosa mi raccontate?

(M.) “Neverland” è l’isola che non c’è, o meglio non c’era finora. Questo disco è una cosa diversa da tutto quello che c’è in giro: un’isola che ora, grazie a noi, c’è.
(S.L.) “Neverland” è frutto della voglia di creare una dimensione diversa, che poi è quello che cerco in ogni mio lavoro. Con Mecna ho intrapreso un viaggio verso una mèta utopica, che appena visitata (ovvero alla fine dell’ascolto), non vedi l’ora di rivedere.

(Per Mecna) Nelle tue canzoni emerge sempre un perfetto mix tra atmosfere raffinate, studiate e testi mai banali, che spesso hanno bisogno più di un ascolto per essere compresi fino in fondo. Anche in questo ultimo lavoro c’è questo tuo marchio di fabbrica, ma la cornice sembra essere molto più popular…

(S.L.) Posso rispondere anch’io? (ride, n.d.r.) Da quando Mecna si è messo a collaborare con me, la gente pensa che sia diventato commerciale. In realtà, che cosa vuol dire “commerciale” oggi? Io faccio musica popolare, che arriva alla gente, pur non facendo pop e questo lavoro con Mecna è popular proprio in questo senso.
(M.) Non sono mai stato paladino dell’hip hop o del rap a tutti i costi, anzi fin dai miei primi demo ho sempre cantato quando volevo cantare e usato basi molto melodiche. Per quanto riguarda i testi, ho imparato nel tempo a non farmi tanti problemi riguardo al mio stile perché, in fin dei conti, scrivendo stavo parlando di me, stavo raccontando la mia vita. Creare questo cortocircuito con Luke poi mi ha fatto impazzire: abbiamo creato un nostro micromondo, che non si può definire con un genere, in cui entrambi siamo rimasti gli stessi.

Le etichette sono inutili. […] Le cose spesso sono molto meno studiate di quanto si pensi, semplicemente nascono da quello che hai voglia di suonare in quel momento.

(Per Sick Luke) Possiamo dire che sei stato quello che ha portato la trap in Italia?

(S.L.) La trap già c’era in Italia, la faceva Bello Figo Gu. Scherzo, è solo un bufu (ride, n.d.r.). Seriamente io mi sono ritrovato con i ragazzi della Dark Polo Gang a fare della musica che prima in Italia non si ascoltava; inizialmente provavo ad imitare i beat di Gucci Mane, ma non ci riuscivo e allora ho inventato qualcosa di mio, che in realtà è un mix di dark, di vapor… ma non voglio dargli un’etichetta perché poi i miei beat e i pezzi che ne sono nati sono tutte cose differenti, creano tutti atmosfere diverse. Le etichette sono inutili. Mecna spesso lo definiscono indie…
(M.) Esatto! Anch’io odio le etichette. Le cose spesso sono molto meno studiate di quanto si pensi, semplicemente nascono da quello che hai voglia di suonare in quel momento.

(Per Mecna) Non a caso non ti senti un rapper e in un pezzo del disco lo canti “Io più che un rapper sono particolare, dentro le mie parole voglio farti nuotare…” e poi aggiungi, in un altro brano, “Non fare un disco se non stai soffrendo…”… ok, non mettiamo etichette, ma tutto ciò, soprattutto l’ultima frase molto alla Tenco, ti avvicina al cantautorato…

(M.) Sì, è da un po’ che mi dicono questa cosa del cantautorato e dalla famosa citazione di Tenco nasce proprio il pezzo che mi hai segnalato. Probabilmente sono più un cantautore, è vero, ma vado pazzo per i suoni urban e per le atmosfere che creano. Poi, certo, nella scrittura sono sempre molto introspettivo e questo mi riporta al cantautorato.

(Per Sick Luke) Come mi commenti questa nuova importanza riconosciuta – finalmente – ai producer?

(S.L) Era una situazione vergognosa quella del producer in Italia, io ho fatto me stesso, non ho creato un personaggio, eppure da me e da chi come me ha cominciato a fare un certo tipo di musica è partita la rivalutazione di questa figura. Da noi il producer era visto come il nerd che lavorava nell’angolo muffoso di una saletta, ora invece io sono una star.
(M.) Io ho sempre cercato di dare importanza ai miei producer, ma non è mai stata una cosa scontata. È vero quello che dice Luke, io da ascoltatore e da artista molto nerd mi vado sempre a cercare chi ha prodotto cosa, ma nell’ascoltatore medio questo meccanismo non si attiva quasi mai. Oggi, grazie a questa nuova importanza data ai producer, si creano delle connessioni super-stimolanti.

YUMAN

YUMAN PRESENTA IL SUO “NAKED THOUGHTS”

di Alessio Boccali

“Run, run, run” e non arrenderti mai…

Yuman, all’anagrafe Yuri Santos, è un talento in rampa di lancio; il suo album d’esordio è una ventata d’aria fresca – cantata però da una voce calda – che sembra provenire da lontano e che si candida a ritagliarsi il suo spazio nel panorama musicale nostrano.

Ciao Yuri, com’è stato il percorso che ti ha portato alla nascita di “Naked Thoughts”?

È stato un percorso molto lungo, un vero e proprio parto (ride, n.d.r.). Sono stati due anni intensissimi: dalle prime bozze fino alla loro finalizzazione, dalla scrittura dei testi alla scrittura della musica. È stato un continuo reinterpretare le canzoni in un percorso quasi spirituale.

Cosa rappresentano questi “pensieri messi a nudo” da cui il titolo del disco?

Rappresentano tutto ciò che mi è passato in mente in questi ultimi due anni. Da qui il risultato e la grande varietà dei brani dell’album.

Hai suonato già su palchi importanti, come, ad esempio, quello dell’Indiegeno; quanto ti ha fatto crescere l’adrenalina donata da queste esperienze live?

Tantissimo. Il live mi fa impazzire: vedere tutta la gente che ti apprezza, naturalmente, ti carica, ti dà la spinta.

Un grido di battaglia, di rivoluzione per questo caos generazionale…

Credo che la vera rivoluzione sia lottare per essere se stessi, non abbiamo altro di più importante da fare al momento!

Quali sono stati i punti fermi che hanno guidato questo tuo esordio?

Sicuramente il producer Francesco Cataldo, con il quale abbiamo vissuto in simbiosi per parecchio tempo, e poi soprattutto gli amici, che mi hanno dato un grandissimo supporto. A volte è dura resistere, quindi devo sicuramente ringraziare tutti quanti loro.

Qual è la frase che ti sei ripetuto più volte durante la tua gavetta prima di arrivare a questo traguardo di un album? Forse quel “Run, run, run” che canti in uno dei pezzi del disco?

Esatto, poi sicuramente il “Ce la puoi fare” non è mai mancato; ci ho sempre creduto indipendentemente da spazio, tempo, età… non bisogna accontentarsi mai né adagiarsi. Questo non significa diventare maniacali, ma semplicemente saper tenere duro, lottare per i propri obiettivi e allo stesso tempo non arrendersi mai.

In conclusione, qual è la canzone di questo disco che canteresti con il tuo idolo?
Beh, il mio idolo vivente è Anderson Paak e ti dico che ci canterei molto volentieri “Love Ain’t Relaxing” o “Oh My!”.

NIGHT SKINNY

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Storia di “Mattoni” e di un documentario, che bisognerebbe girare, sulla nascita di un disco

di Alessio Boccali

Un ritorno atteso celebrato dalle strofe dei “migliori sulla piazza” rap nostrana. NIGHT SKINNY, all’anagrafe Luca Pace, ha messo su un progetto “artigianale” molto personale, destinato a diventare un prodotto di culto. Nonostante, già dal primo ascolto, sia ben chiara l’attenzione alla qualità del progetto e non ai numeri che potrà collezionare – come confermato dall’artista stesso durante l’intervista –, nella prima settimana di uscita l’album si è stabilito al primo posto delle classifiche ufficiali FIMI/GfK top album e vinili.

 Ciao Luca, possiamo considerare “Mattoni” un ideale sequel del tuo precedente lavoro “Pezzi”?
Esatto. “Pezzi” era una raccolta di brani creati nel tempo e quando decisi di pubblicarlo l’avevo immaginato come una mia compilation. “Mattoni”, più o meno, è lo stesso: è un “best of” di tutti i pezzi che avevo pensato; i 16 che sono in tracklist sono quelli più solidi, proprio come dei mattoni.

Ma questi mattoni sono più una costruzione o una costrizione, quasi un peso che volevi toglierti?
Voglio essere molto sincero, ho iniziato a lavorare seriamente a questo album un anno e mezzo fa. Dopo quattro mesi di lavoro mi sono accorto che stava venendo fuori un disco trap e la cosa non mi andava bene: in giro è pieno di lavori trap fatti da produttori più giovani e più sul pezzo di me, io volevo fare altro. Volevo fare un disco rap e me ne resi conto durante un viaggio a New York con Noyz e Luchè. Fare un disco del genere in questo momento è mandare un messaggio ai più giovani che si stanno avvicinando allo stile urban negli ultimi anni. Non ho nulla contro la trap, ci sono anche nel disco degli episodi e degli artisti trap, ma sentivo l’esigenza di correre dei rischi e di inserire nel disco, ad esempio, dei sample, cosa che in un disco di una multinazionale è molto difficile fare. Eppure, ci sono riuscito e nel disco puoi trovare dai sample di EDM anni ’90 a sample di musica soul: insomma roba importante. In definitiva, “Mattoni” è stato sicuramente una costruzione ideale fortemente voluta.

All’interno del disco le strofe di Noyz Narcos, Marracash, Capo Plaza, Guè Pequeno, Fabri Fibra, Rkomi, Luchè, Ernia, Quentin40, Tedua, Lazza, Ketama126, Side Baby, Speranza, Shiva, Franco126, Izi, Jake La Furia, Taxi B, Madame, Vale Lambo, Lele Blade, CoCo, Geolier, Chadia Rodriguez e Achille Lauro.

Quindi è come se tu abbia voluto porre delle nuove fondamenta per il rap nostrano: ti ha aiutato la ritrovata importanza data al ruolo del producer nella scena musicale italiana di oggi?
Beh, di sicuro la situazione del producer in Italia è di gran lunga migliorata. Da quando sono comparsi sulle scene artisti come Sfera, Ghali, Tedua, Izi… ognuno ha cercato di portarsi dietro il proprio producer dando di fatto risalto anche alla figura di questi professionisti. Riconosco che è stata una rivoluzione molto importante, nonostante a me non piaccia molto stare sotto ai riflettori. Nasco come ingegnere del suono per poi diventare producer e nonostante stia comunque sempre in giro con Rkomi, con Noyz… questo momento di “celebrità”, tutta questa attesa che si è creata con l’uscita di questo album, mi han messo un po’ di ansia.

Attesa fomentata anche dalla fiducia che gli artisti che hai coinvolto in questo progetto ti hanno dimostrato sui social…
Sì, su Instagram è successo il bordello e questo mi carica e allo stesso tempo mi mette ancora più agitazione. Ho portato sul mio “tappeto” artisti come Guè Pequeno, Fabri Fibra, Achille Lauro, Luchè, Noyz… e vorrei citarli tutti, che tra di loro non avevano mai collaborato o da chissà quanto tempo che non lo facevano più, ho coinvolto una ragazza giovane come Chadia Rodriguez che apparentemente sposa un immaginario diverso dal mio eppure è venuto fuori un gran connubio. Poi dei numeri non mi è mai interessato sinceramente, sono convinto di aver fatto un disco che potrà diventare di culto. Un disco di grande qualità, il frutto di una ricerca continua. Non ho pensato a questo album come un insieme di potenziali singoli/hit, Il vero successo di “Mattoni” sarà regalare delle emozioni nel tempo.

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Eppure, oggi sembra che tanti artisti vivano più di singoli…
Se fai un disco pensando di fare 10, 20 singoli… fai una schifezza. Io ho sempre pensato di mettere su un progetto che fosse simile agli album che più amo. Non ho avuto imposizioni, ho scelto io chi coinvolgere nel progetto, ho invitato tutti gli artisti nel mio studio. Non mi piacciono i singoli, soffro il fatto che una possibile uscita anticipata di un mio pezzo possa dare un’idea sbagliata dell’album che poi lo conterrà. Ho preferito continuare a curare ogni brano come un prodotto artigianale. Poi certo, sarà molto difficile replicare un lavoro del genere e al 99% “Mattoni” non avrà un seguito, perché dietro di sé ha un lavoro davvero enorme; pensa solo alla fatica di contattare tutti gli artisti coinvolti, mantenere il rapporto con loro e con le varie etichette e i vari management: in situazioni del genere basta davvero un niente, un cambio di etichetta ad esempio, per rischiare di mandare al diavolo mesi e, a volte anni, di lavoro. Oggi sono in sintonia con tutti, evidentemente si sono allineati dei pianeti per far nascere questo progetto, ma le cose sono sempre in continuo cambiamento. Tanti non la capiscono questa cosa: mi chiedono perché non ho inserito quello piuttosto che quell’altro artista in “Mattoni”. Ma il disco è mio e bisognerebbe girare un documentario su come nascono i dischi, sul lavoro certosino del producer.

FRENETIK

Frenetik e l’artigianato musicale.

di Manuel Saad

Daniele Mungai, in arte Frenetik, del duo Frenetik&Orang3, è un produttore romano, polistrumentista e da poco è diventato il direttore artistico dell’etichetta Asian Fake che sta prendendo piede nel panorama discografico italiano.
Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare cosa c’è dietro le quinte.

Cosa vuol dire essere produttori e come ci si diventa?

Per noi, essere un produttore è come essere un sarto. Mettere le tue capacità musicali a servizio di un progetto, per farlo sembrare più bello possibile. Questa è, sicuramente, la sfida che ti porta avanti.
Io nasco come batterista e suono la chitarra da quando sono piccolo. Suonare uno strumento non mi ha mai dato soddisfazione rispetto ad un qualcosa di finito e arrangiato. La voglia di sentire un prodotto creato da me, o con Orang3, è sempre stata più forte di tutto. È un po’ come chi modella la creta: un artigiano.

Attraverso Internet, tutti possono cimentarsi in svariati settori. In campo musicale, ti è capitato di riscontrare una sorta di “prepotenza” da parte di chi non ha un background corposo?

Succede molto spesso questa cosa. Molto probabilmente è successo anche a me, sai?
È giusto accorgersene, perché quando vedi che qualcuno fa qualcosa molto meglio di te e pensi di essere “arrivato”, ritorni con i piedi per terra. Se continui tutta la vita a fare finta di saper fare una cosa, arrivi al punto in cui la gente se ne accorge.

Cosa può farti capire, realmente, che stai andando nella giusta direzione?

Diciamo che una connessione tra riscontri oggettivi e uno studio continuo di quello che si fa, in generale nella vita, deve esserci. In questo mondo, oltre che essere umile, devi sapere cosa sai fare, cosa non sai fare e cosa sei bravo a delegare.
In ambito musicale, questa “prepotenza” di cui parli c’è eccome.
Prima per fare un disco, se non avevi un certo numero di soldi per poter andare in uno studio, non potevi fare nulla. Ora con un computer, una scheda audio e un microfono puoi registrartelo direttamente a casa.

Intervista Frenetik 1

Insieme ad Orang3, vi siete espansi a macchia d’olio nella scena rap romana e non, per arrivare poi a Sanremo con un pezzo “rivoluzionario”, se vogliamo.

Rivoluzionario se vogliamo esagerare, ma sicuramente non è stata la classica sanremata.
Solitamente nel periodo di produzioni per il festival c’è sempre la rincorsa alla hit sanremese, ma in questo caso, il direttore artistico ha scelto un brano che esisteva già da un anno e mezzo e questo ci ha reso molto felici.

Com’è nata “Rolls Royce”?

Circa un paio di anni fa. Prendemmo una villa al Circeo in cui abbiamo passato circa due mesi, allestendo due, tre studi, per vivere un’esperienza immersiva di scrittura e composizione.
“Rolls Royce” è una sorta di inno a ciò che si ambisce di più nella vita, “una rivalsa sociale” di ragazzi che provengono da quartieri disagiati e che si ritrovano a fare soldi grazie al loro talento.

Il vostro album, “Zerosei”, è un gioco inverso: gli artisti si sono adattati alle vostre regole.

Sì, in un certo senso, l’ago della bilancia l’abbiamo fatto pendere verso di noi. Ci piace molto fare musica e quando ti ritrovi a farla con i tuoi amici, riesci a condividere tutti quei momenti magici che poi ti portano a bei risultati. Siamo molto di più per una session in studio, stare insieme e capire insieme.  La musica è condivisione, no?

Tu ed Orang3 state lavorando a qualcosa?

Ci siamo fermati un attimo a livello di produzioni. Stiamo lavorando in studio a tante cose. C’è stato uno “Zerosei”, ci sarà sicuramente un seguito.