MONIKA KRUSE

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di Carlo Ferraioli

Ventisette anni e non sentirli, Monika Kruse: “regalità techno”

Dalla musica al sociale, una carriera di successi a tutto tondo

Un’artista completo non lo si riconosce subito, servono tempo, spazi, energie. Ma soprattutto risultati. M. Kruse, quarantasettenne tedesca e pioniere della scena techno a livello sia europeo che mondiale, ha trovato il modo e le capacità per realizzare tutto ciò, con impegno e determinazione certo, ma specialmente con quel tocco di follia e genialità di cui solo personaggi di questo calibro sono forniti.

Monika nasce in un non luogo, non più esistente, almeno in termini di confini: Berlino Ovest. Da lì, parte sin dai primissimi anni una smisurata passione per la musica, quasi di ogni genere (funk, soul, hip-hop ed house), che la porterà precoce a stupire ed illuminare, se stessa e chi le è attorno. A partire dal ’91, infatti, intraprende una strada ben precisa, che ancora percorre, quella in cui è maestra: i primissimi rave in quella Monaco che l’ha cresciuta, fatta di rifugi antiaerei abbandonati, post bellici, dove le persone cercavano di mettersi in salvo durante i bombardamenti. Anni dopo, quegli stessi rifugi avrebbero dato riparo alla sua voglia di esplodere e mettersi in mostra, con un altro tipo di bombe, che non fanno del male, ma del bene.

Monika inizia a suonare il pianoforte alla modica età di quattro anni, ottenendo ottimi risultati, che le conferiranno poi quella consapevolezza e quell’orecchio determinati nel corso di tutta la sua carriera. Ha 47 anni, di cui 27 spesi completamente per la musica, ma anche per la beneficenza.

Awakenings, Time Warp, Sonus, giusto per dirne tre, sono alcuni degli eventi in cui si è sempre esibita con successo, portando ben in alto il nome della sua storica e venerata etichetta, la Terminal M. Festival e quindi artisti, big pari merito, che hanno apprezzato, e continuano a farlo, il suo stile deciso, travolgente, impetuoso, a tratti anche “violento”, proprio come lei e la sua vita, ricca di sfida e di corrispondenti vittorie, nonostante le tante difficoltà. E allora a farle i complimenti non mancano volti noti, anche ai lettori di questo magazine: Carl Cox, Sven Vath, DJ Rush, DJ Pierre, DJ Hell e Tobi Neumann.

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Nomi, eventi, ma anche spazi, luoghi ed energie profuse per giustissime cause: dal Cocoon allo Space, passando per l’Amnesia, Ibiza. Fondatrice dell’associazione benefica “No Backspin”, a partire dal 2000, Monika Kruse ha raccolto infatti oltre centomila euro per aiutare e sostenere tutti coloro i quali sono soggetti ad attacchi di razzismo, omofobia, antisemitismo ed anti immigrazione. Una stella è sempre sola perché pensa solo a splendere, ma non sempre è così, e l’avvolgente luce di quest’artista ne è chiaro esempio.

LADY GAGA

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di Francesco Nuccitelli

 

Lady Gaga begins
Come è noto, il vero nome della cantante nativa di New York, non è Lady Gaga, ma è Stefani Joanne Angelina Germanotta (nome dalle chiare origini italiane). Ma come nasce la scelta di questo pseudonimo? Il nome Lady Gaga è ispirato semplicemente alla celebre canzone dei Queen “Radio Ga Ga”.

Un look in continua evoluzione
Oltre a essere una grande artista, Lady Gaga è sempre stata un personaggio abile nel reinventare il suo look in più di un’occasione. Dal colore dei capelli per essere unica (perché confusa con Amy Winehouse in passato) al famoso vestito di carne che mise agli VMA, dal peso di 26 Kg.

Record in classifica…
Nel 2016 viene pubblicato il suo quinto album in studio “Joanne”. Il disco ha debuttato subito al primo posto nella classifica Billboard 200, divenendo così il quarto album consecutivo dell’artista a raggiungere la vetta in questa speciale classifica. Un grande traguardo per Miss Germanotta.

… record di vendita
Non basta il record delle classifiche. Infatti, Lady Gaga ha anche un grande record nelle vendite. Il suo album “The Fame Monster” è stato l’album più venduto dell’intero 2010.

Il mito prima del mito
Prima di diventare la grande performer che tutti noi oggi conosciamo. Lady Gaga ha avuto un passato da semplice autrice, scrivendo brani per artisti del calibro di Britney Spears, Fergie, New Kids on The Blocke e le Pussycat Dolls.

DIRE STRAITS LEGACY

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di Francesco Nuccitelli

Una storia infinita… ma in continua evoluzione

Alan Clark (tastiere), Phil Palmer (chitarre), Danny Cummings (percussioni), Trevor Horn (basso), Steve Ferrone (batteria), Marco Caviglia (voce e chitarra), Primiano DiBiase (tastiere). Questi sono i membri dei Dire Straits Legacy, una band che ripropone i grandi successi dei DS, ma che è alla costante ricerca di una propria identità musicale, con nuovo album e un tour internazionale ormai prossimo. Nonostante i grandi impegni, siamo riusciti a raggiungere Alan Clark, per parlare dell’universo DSL.

Come è nata l’idea di creare i DSL – Dire Straits Legacy?

Marco è un grande fan dei Dire Straits. Invitò me e John Illsley a suonare nella sua band, più tardi invitò gli altri membri e la band diventò the DSLegacy.

Cosa hanno significato i Dire Straits nella cultura moderna e che responsabilità è riportarli in vita, senza un personaggio come Mark Knopfler?

Mark era un membro importante per i Dire Straits e non è facile sostituirlo. Marco, fa un bel lavoro e la band è fantastica. Noi, lo facciamo per il gusto di farlo (non è certo per i soldi!).

Perché la scelta di aggiungere LEGACY al nome?

Perché noi non siamo i Dire Straits

Presto partirà il vostro tour mondiale, ma cosa ci potete anticipare?

Citando quell simpaticone di Donald Trump: “It’s gonna be great!” (“Sarà fantastico!”)
Cosa ci potete raccontare invece del vostro progetto discografico?

Abbiamo una grande band e abbiamo tante belle canzoni. Così, la cosa più logica da fare era quella di fare un disco. Sono molto felice per questo.

Quanto c’è dei Dire Straits in voi e in questo album?

Non volevo che questo album avesse il sound dei Dire Straits. Se invece sarà così, questo è perché hpo suonato nei Dire Straits.

Siete tutti grandi strumentisti e ognuno con una propria particolarità, ma cosa ne pensate di queste figure del “one man”, dove grazie alla tecnologia gli artisti possono esibirsi utilizzando più strumenti contemporaneamente, con loopstation e sistemi che permettono di sviluppare un live composto unicamente da un solo artista?

Non ci sono regole per fare musica; l’unica regola che vale la pena seguire è “assicurati che sia buona”. Sia la buona che la cattiva musica, derivano dalla tecnologia utilizzata, come nel caso di ogni altro modo di fare musica.

Qualche aneddoto o ricordo legato ai Dire Straits?

Ho centinaia, migliaia, milioni, di ricordi; anche perché sono stato nella band per 12 anni e troppe sono le cose da ricordare! Non saprei scegliere.

NICCOLO’ AGLIARDI

Niccolò Agliardi_a2_foto di Ray Tarantino
di Alessio Boccali

“Resto” e mi diverto nel mio presente garbato…

Niccolò Agliardi è un artista a 360° ed in continuo mutamento e movimento. Cantautore, scrittore, conduttore radio-tv, nonostante abbia da poco concluso un’avventura televisiva su Rai1, si è subito rigettato nella mischia: in radio su Rai Radio2 e, soprattutto, in musica con una raccolta dei suoi più bei fiori intitolata “Resto”.

Ciao Niccolò, partiamo dal tuo nuovo lavoro: “Resto”…

Ciao! Inizierei dal titolo: in mente avevamo un nome differente, “Presente”, ma c’era già un album con questo nome, quindi abbiamo scelto “Resto”, che è il titolo di uno dei brani contenuti in questo doppio cd; una canzone che non aveva avuto tanta fortuna forse per colpa di un arrangiamento che non le dava giustizia. Ciò nonostante è un pezzo che mi è venuto in soccorso ogni volta che ho pensato di lasciare quasi da parte questo lavoro faticoso e “accontentarmi” di tutte le cose belle che già mi stavano capitando. Io ed i ragazzi della mia band abbiamo sempre tenuto duro e il lavoro fatto è stato ripagato, anzi, ti dirò che avevamo così tanti pezzi da voler inserire in questa antologia, che è stato difficile selezionare gli eletti. Anche in questo, comunque, abbiamo ragionato da band.

Se dovessi descrivere “Resto” con una sola parola?

“Presente”, che era il primo titolo, a cui, se me lo permetti, assocerei una seconda parola: garbato.

“Antologia” in greco significa raccolta di fiori, sono questi quindi per voi i fiori più belli della tua carriera?

Sì, assolutamente sì. Avevo delle canzoni che avrei voluto rifare con un nuovo arrangiamento e l’ho fatto per questa raccolta; citando De Gregori “non è che le canzoni, una volta scritte e cantate, restano così per sempre”, non mi piaceva come le avevo cantate perché la mia voce ed il mio essere, con il tempo, sono cambiati. Le altre, invece, le abbiamo scelte davvero tutti insieme e non è stato nemmeno così tanto difficile metterci d’accordo tutti quanti.

Sulla copertina dell’antologia c’è l’origami di un cavalluccio marino, all’interno del booklet ad ogni pezzo è associato un origami… com’è nata questa associazione?

In occasione del programma “Dimmi di te” che conducevo su Rai1 ho conosciuto Simone Valentini, un creativo che lavorava per il format come aiuto regista. Quando gli ho raccontato che stavo lavorando a questa raccolta, si è presentato da me con un origami a forma di cavalluccio marino per augurarmi tanta buona fortuna per il mio nuovo progetto. Ho trovato l’idea deliziosa e mi è piaciuto molto il gesto di questo ragazzo; mi piacciono molto quei gesti di alleanza, di fratellanza che provengono da quelle persone che fanno fatica a dirti che ti vogliono bene, ma comunque in qualche modo riescono a dimostrartelo. Da lì poi Simone ha curato tutti gli artworks dell’antologia.

Rimanendo sul tuo rapporto con la tv, ma anche con i libri, visto che ne hai scritti anche alcuni, ho percepito che quando non ti esprimi in musica – o meglio se lo fai, lo fai per la tv o per altri progetti diversi dalla tua discografia – sei più attento a ciò che ti circonda piuttosto che a te stesso… sbaglio?

Io credo che scrivere canzoni, per quanto divertente possa essere, è un’attività “finita”. L’inchiostro nella penna non è infinito, le dimensioni e le suggestioni che tu, con la tua esperienza personale, puoi proporre al pubblico ad un certo punto diventano limitati. Quello che mi è sempre piaciuto fare e che ho fatto con “Braccialetti Rossi”, “Dimmi di te”, nei libri o a teatro ecc. è prestare attenzione alle storie degli altri; non perché io sia un generoso di chissà quale entità, semplicemente perché mi affascinano, mi incuriosiscono. Quindi, quando io canto sono un po’ più vanitoso ed egocentrico, mentre quando faccio le altre cose mi piace ascoltare di più gli altri.

E per te che sei un cantautore, in un’epoca meno attenta ai testi e più al ritmo delle melodie, non trovi sia più complesso far comprendere sé stessi?

Sì, la paura c’è, ma non mi interessa più di tanto. Io non riuscirei a rinunciare a tutto ciò che ho sempre voluto fare e per cui ho studiato tutta la vita per uniformarmi a ciò che piace agli altri, ma non a me. Faccio un sacco di cose, alcune bene ed altre forse un po’ meno, ma mi diverto ed ho una vita soddisfacente. Non puoi chiedere ad un violinista di passare a suonare i tamburi… il mio stile è questo e sono contento di me, del mio linguaggio e del mio pubblico.

Per chiudere, visto che hai scritto molto anche per gli altri, qual è l’artista per il quale vorresti scrivere un pezzo in futuro e con chi vorresti cantare una canzone già edita?

Vorrei scrivere una canzone per Luis Fonsi, così mi faccio la piscina (ride, n.d.r.) e cantare una canzone col “Principe” Francesco De Gregori, così si chiuderebbe un circolo aperto tanti anni fa, ma che in realtà mi piace lasciare aperto. Ti dico soltanto che per me stare in prima fila ad un concerto di De Gregori è ancora una delle emozioni più belle della mia vita.

LUIGI “GRECHI” DE GREGORI

LUIGI-GRECHI-About
di Alessio Boccali

Luigi “Grechi” De Gregori è un simbolo della musica folk italiana, cresciuto, come suo fratello Francesco, a pane e musica tra le mura del Folkstudio, luogo di formazione di tutta la cosiddetta scuola romana dei cantautori, ha portato la sua musica ovunque nel mondo ed ora è tornato con un nuovo progetto: “Una canzone al mese…”
Salve Luigi, partiamo dal suo nuovo progetto “Una canzone al mese”, com’è nata quest’idea?

Innanzitutto, era ora che tornassi. Dovevo farlo con un cd, ma oramai sembra che i cd non servano quasi più a nulla, le nuove macchine addirittura non hanno nemmeno il lettore. Quindi ho deciso di far uscire i miei dodici pezzi in digitale, uno al mese, e poi, se ci sarà una grande richiesta, li raccoglierò in un supporto fisico. Ho deciso di rompere il ghiaccio il 21 giugno con un pezzo già noto al pubblico, la “Dublino” scritta da mio fratello Francesco, e poi il mese successivo è uscito il primo vero inedito: “Tangos e Mangos”, una canzone leggera e divertente.

A proposito di “Tangos e Mangos”, è una novità per lei, che non è mai stato schiavo delle classifiche, questa leggerezza tematica…

Sì, questo è un pezzo che facevo nelle serate di bisboccia tra amici. L’ho sempre lasciata al privato, ora però ho pensato che era il momento di farla conoscere a tutti anche correndo il rischio di esser preso per scemo (ride, n.d.r.). Il prossimo pezzo che uscirà sarà più simile al mio stile storico.

Lei ha viaggiato tantissimo e nella sua musica c’è tanto del suo essere giramondo…

Il viaggio è il tema più antico di tutta la letteratura, non si può raccontare nulla senza il viaggio. Nuove esperienze e canzoni si sono alimentati a vicenda; non ho mai viaggiato però alla ricerca di nuove realtà musicali ed oggi per quello ormai basta internet.

Restiamo proprio sul tema “internet”. Il web oggi può sostituire quello che è stato per lei e per tanti grandi artisti il Folkstudio?

In un certo senso sì, ma ci sono cose che si imparano soltanto a scuola e il Folkstudio, o posti come quello, per noi sono stati anche una scuola. È tutta un’altra cosa poi esibirsi dal vivo rispetto a registrare in studio, camuffare, architettare l’esibizione per poi caricarla sul web.

Tra le tante collaborazioni artistiche della sua carriera, oltre a quella con suo fratello, qual è quella che le è rimasta più nel cuore?

Mi piace ricordare alcune persone sconosciute ai più. Roger Belloni, un chitarrista blues/folk con cui feci subito amicizia a Milano e mi insegnò molto. Un altro carissimo amico è stato Ricky Mantoan, o ancora Peter Rowan. Tutti loro mi hanno insegnato qualcosa ed io devo a loro parte di quello che sono musicalmente e umanamente.

Parlavamo prima della musica live, quale pensa sia la dimensione giusta per godere al meglio delle sue canzoni?

Non riesco ad immaginare tour ed è assai complicato oggi organizzarne; mi piace comunque l’incontro con un pubblico modesto, preferisco i locali da “pochi, ma buoni” dove c’è un vero e proprio dialogo tra pubblico ed artista. Non sto parlando di un pubblico di élite, attenzione, ma semplicemente di persone veramente interessate alla musica, che sono disposte a mettersi a sedere e a godere con calma delle canzoni.

BOOMDABASH: “Leali e fieri come un barracuda, senza paura quando c’è stato da far fronte a qualsiasi tipo di difficoltà.”

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di Alessio Boccali

Tra i nomi più gettonati in quest’estate 2018, i Boomdabash di Biggie Bash, Mr. Ketra, Blazon e Payà hanno conquistato il pubblico italiano con il loro sound travolgente: un reggae dal cuore salentino. Il loro ultimo disco “Barracuda” contiene featuring con grandi nomi del panorama italiano: da Jake La Furia e Fabri Fibra nel brano omonimo del disco, al loro idolo Alborosie, passando per Rocco Hunt e Sergio Sylvestre, per poi arrivare alla collaborazione con Loredana Bertè che li ha eletti i re e la regina della stagione estiva. Si è discusso di questo grande successo, e non solo, con Angelo Rogoli aka Biggie Bash, la voce “inglese” della band.

Ciao Angelo, partiamo subito dal vostro ultimo album. Come lo definireste? E cosa significa per voi essere dei barracuda (e non dei pesci piccoli), nel mondo della musica e non solo?

Sicuramente l’album migliore di sempre, il disco della maturità definitiva del progetto Boomdabash. La metafora del barracuda rispecchia perfettamente la nostra esperienza nel music biz: 15 anni, passati da indipendenti, fatti di duro lavoro e sacrifici. Nonostante tutte le difficoltà, siamo comunque riusciti a conquistarci un posto di tutto rispetto nel panorama musicale italiano. Leali e fieri come un barracuda, senza paura quando c’è stato da far fronte a qualsiasi tipo di difficoltà.

Nel disco tantissime ci sono tantissime collaborazioni, ma la più affascinante è senza dubbio quella con Loredana Bertè. Com’è nato tutto quanto? È stata lei a suggerirvi la frase sulla Luna (così da richiamare il suo “E la luna bussò”)?

È stata un’idea venuta fuori veramente per caso. Eravamo tutti insieme a lavorare ed in principio c’era molto scetticismo; nessuno pensava che saremmo riusciti davvero a realizzare un singolo con la grande Loredana. Ricevuta la risposta positiva siamo schizzati subito al settimo cielo e ci siamo messi al lavoro assieme al nostro team di produzione. Il ritornello, e quindi il verso che cita la luna, è stato scritto da Federica Abbate e Cheope Mogol (figlio del grande Mogol, che tutti conosciamo), a parer mio i migliori autori attualmente in circolazione, che hanno collaborato con noi alla realizzazione di questo piccolo capolavoro.

Il vostro penultimo album si intitola “Radio revolution” ed ora, proprio con “Non ti dico no”, siete tra i più trasmessi su tutte le radio. È questa la rivoluzione che volevate?

Esattamente. La rivoluzione che avrebbe portato gli ultimi ad essere i primi. Gli ultimi eravamo noi, quattro ragazzi di strada nati e cresciuti in un territorio difficile che, grazie alla musica, riscattano la propria vita costruendo una carriera mattone dopo mattone. Questa rivoluzione, però, non deve essere soltanto nostra; il nostro augurio è che diventi un esempio chiaro e limpido per ogni giovane di periferia con un sogno segreto da realizzare.

Parlando con Alborosie, uno dei più grandi esponenti del reggae mondiale, è venuto fuori che per fare al meglio la sua musica ha dovuto lasciare l’Italia. Avete mai pensato di lasciare il nostro paese anche voi, magari per andare in Giamaica alle origini del reggae? E invece qual è il segreto che ha fatto sì che la vostra musica attecchisse anche qui da noi?

Ad essere sincero è un’idea che non ci ha mai sfiorato. Viaggiamo quasi ogni giorno, siamo sempre in aereo, nel nostro mini-van, in giro per l’Italia e l’Europa, ma è di fondamentale importanza per noi e per la nostra musica essere presenti sul nostro territorio. La gente ci vede e quindi sa che noi ci siamo, vedono che non li abbiamo abbandonati e sanno di poter contare su di noi. Sanno che noi siamo lì, presenti, con loro. Il segreto è proprio questo: il costante supporto dei nostri ragazzi. Senza di loro, il seme sarebbe morto e la pianta non sarebbe diventata un albero.

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“Salento state of mind” è un vostro grande motto, che cosa rappresenta il Salento per voi e come siete riusciti a sposare il dialetto salentino con l’inglese? Forse per la musicalità di entrambi gli idiomi?

Il Salento è dove siamo nati, dove siamo cresciuti e dove ci seppelliranno. È la nostra mamma e noi siamo suoi figli. È una costante fonte di ispirazione, ci regala la serenità e la tranquillità che ogni musicista deve avere per poter lavorare bene. Cantare in dialetto e inglese in realtà non è stato una scelta. Semplicemente, quando ci siamo ritrovati per la prima volta in studio, io ho scritto la mia prima strofa in inglese, perché avevo sempre composto in inglese e Payà, che veniva dalla scena reggae salentina, in dialetto salentino come aveva sempre fatto. Ci siamo resi conto da subito che era un mix che poteva davvero funzionare ed oggi è il nostro “marchio di fabbrica”.

In chiusura, qual è il vostro tormentone dell’estate? (Non vale rispondere “Non ti dico no”, ma i pezzi di Ketra ve li lascio altrimenti vi toglierei metà della hit parade italiana estiva).

Beh, allora ovviamente “Amore e capoeira” di Takagi e Ketra (ride n,d,r,).

Manca pochissimo al “The Italian Job il tour 2018”

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Dopo le fatiche con il VascoNonStop tour 2018, Stef Burns è subito pronto per ripartire con un nuovo tour per un’estate in musica che lo vedrà protagonista in tutta l’Italia. Infatti, il 6 luglio 2018 partirà da Milano il suo “The Italian Job Tour 2018”, dove Stef, sarà accompagnato da Claudio “Gallo” Golinelli (ormai guarito) al basso e dall’olandese Juan Van Emmerloot alla batteria, per un power trio d’eccezione.

Il trio si esibirà in diversi concerti in tutta Italia. Il tour partirà da Milano e toccherà le provincie di Asti, Bologna, Padova, Latina, Terni, Chieti e Ascoli Piceno.

“Cresciuti con Jimi Hendrix, Alice Cooper, Jeff Beck e altri mostri sacri del rock, i tre musicisti promettono di regalare ancora una volta al pubblico uno show energico e divertente, che ripercorre con il loro inconfondibile sound la storia della musica: un viaggio emozionante tra brani rock’n’roll, rockblues e qualche sorpresa”.

Questi gli appuntamenti imperdibili già confermati: 6 luglio Milano, Serraglio; 7 luglio Baldichieri (AT), Piazza Romita; 9 luglio Bologna, Bravo Caffè; 10 luglio Padova, Parco della musica; 12 luglio Latina, Polo Fieristico; 13 luglio San Venanzo (TR), Villa Faina; 14 luglio Vasto Marina (CH), Rotonda V.le Dalmazia; 15 luglio Porto d’Ascoli (AP), Florentia rock club

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Per maggiori informazioni e aggiornamenti sul tour visitare la pagina: www.facebook.com/ulivebooking

Inoltre, l’ultimo album di inediti di Stef Burns è Roots&Wings (etichetta Ultratempo),  ed è disponibile nei migliori negozi in versione digitale, CD e Vinile.

Qui sotto la sua ballad “Home Again”, l’ultimo singolo estratto dall’album: