La recensione di “Infedele” di Colapesce

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GENERE: Cantautorato, pop-elettronico
DATA DI USCITA: 27.10.2017
LABEL: 42records / Believe
ARTISTA: Colapesce
TITOLO: Infedele
TRACCE: 8
VOTO: 4.5 / 5

 

Averlo dentro le cuffiette e non poterne parlare è stata veramente dura. Ora che la data X è finalmente arrivata è giunto anche il momento di celebrare Colapesce ed il suo ultimo lavoro.

Otto tracce figlie di una crescita espressiva non indifferente, che vanno a confezionare un disco maturo bagnato di elettronica e musica pop e nobilitato da un forte marchio cantautorale. Rispetto ai precedenti del cantautore siciliano, questo “Infedele” è un disco certamente più immediato – “Ti attraverso” e “Totale”, su tutti, sono dei veri e propri treni ad alta velocità che arrivano subito alla destinazione “memoria dell’ascoltatore” -, ciò nonostante non manca di rimandi aulici e colti ed anzi, in “Pantelica”, il pezzo che apre il disco, e in “Vasco Da Gama”, grazie anche all’apporto dell’elettronica, sembra omaggiare il Battiato sperimentale, quello degli anni antecedenti alla new wave dell’”Era del cinghiale bianco”, per capirci.

Dal punto di vista tematico, l’album è un timido romanzo di famiglia. Mi spiego meglio: nei vari brani l’artista racconta in capitoli il suo percorso di vita sempre con grande discrezione, senza farsi trasportare da eccessi emotivi e tenendo ben a mente l’intento intrattenente della sua musica.

È anche un disco variamente ricco questo “Infedele”; alla base dei testi e delle musiche c’è sempre la consapevolezza di dare qualcosa di nuovo all’ascoltatore attraverso suoni ordinatamente prelevati qua e là dall’ampio campionario della musica. Il risultato è un disco che merita l’ascolto e che evita di scadere nel banale anche a distanza di più ascolti, una grande conferma per i più attenti al panorama musicale nostrano ed una bella sorpresa per i palati più mainstream.

Blade Runner 2049 – La recensione (senza spoiler)

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Gli androidi sognano ancora pecore elettriche?

All’annuncio di un sequel di Blade Runner avevano reagito tutti con parecchia paura. Sulla scia degli innumerevoli prequel/sequel/remake/reboot che negli ultimi anni sono andati a scomodare diversi mostri sacri della filmografia mondiale, pochi dei quali in maniera convincente, anche questa pellicola sembrava destinata a perire miseramente sotto il peso del paragone con l’originale.

Ricordiamo infatti che quando si parla di Blade Runner non si fa riferimento solamente ad un film del 1982 che col passare degli anni ha assunto lo status di cult senza tempo, ma ad una pellicola che ha definito e plasmato un intero immaginario. Da Akira a Ghost in the Shell, ma anche il fumetto Nathan Never, Videodrome e Gattaca, tutta la fantascienza che segue Blade Runner pesca a piene mani proprio dall’estetica cyberpunk di questa pellicola diretta da un Ridley Scott ancora in stato di grazia, accompagnato dalla fotografia di Jordan Cronenweth e dalle scenografie di David L. Snyder. Contrapposizione tenebrosa alla fantascienza più ingenua ed edulcorata del passato e più in linea con quella “arrugginita” alla Star Wars (il primo capitolo era uscito nel 1977), veramente in pochi, inizialmente, si sarebbero aspettati l’impatto che questo film avrebbe avuto non solo sul suo genere, ma sull’intera storia del cinema. Dopotutto anche Blade Runner ha avuto una vita abbastanza travagliata: arrivato nelle sale lo stesso anno in cui moriva da senzatetto Philip K. Dick (autore del libro dal quale il film è tratto) e accolto inizialmente in maniera piuttosto fredda al botteghino, anche dopo il grande successo è stato rimaneggiato più e più volte dai produttori e dallo stesso Scott arrivando a un totale di sette (sì, SETTE) cut diversi. Nonostante ciò, a prescindere da quale versione si preferisca tra il Domestic Cut e il Final Cut, Blade Runner è rimasto inossidabile, una Bibbia per gli appassionati del vero cinema e un enorme pilastro dal punto di vista estetico, narrativo, onirico e addirittura politico.

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È possibile allora rendere onore ad un film del genere? Creare una pellicola che possa porsi addirittura come seguito materiale e spirituale di uno dei film più influenti di tutti i tempi? Togliamoci subito il dente, è il momento di dirlo: sì, è possibile, e Blade Runner 2049 è un grandissimo film. A darci questa risposta e a raccogliere il pesante testimone, 35 anni dopo l’originale, è il regista canadese Denis Villeneuve, già conosciuto ai più per gli ottimi Prisoners, Enemy, Sicario e già apprezzato nel campo della fantascienza con il recente Arrival. Ebbene, la scelta coraggiosa ed efficace che il regista compie sin dalle primissime inquadrature è quella di voler omaggiare la pellicola dell’82 ma allo stesso tempo quella di volersene distaccare, andando ad ampliare e ad esplorare altri aspetti del mondo futuristico di Blade Runner. Si cerca di oltrepassare il concetto del “seguito”, ribadendo a gran voce la volontà di non essere un semplice replicante (hehe) dell’originale: i punti di contatto con il primo film ci sono, intendiamoci, e si trovano quasi sempre in quell’Harrison Ford che qui fa più che mai da filo conduttore tra il passato ed il presente, senza però essere il protagonista assoluto della pellicola.

Certo, basta vedere su schermo un paio di scritte giapponesi al neon, di cartelloni luminosi Atari e di Spinner che volano tra il fumo dei palazzi per dipingere sulla faccia di ogni appassionato di vecchia data un sorriso che va da un orecchio all’altro, ma questo nuovo film non sente il bisogno di abusarne facendo leva sulla nostalgia per risultare efficace. Blade Runner 2049 riesce infatti a riprendere l’estetica iconica che conosciamo bene senza allo stesso tempo sembrarne una riproposizione identica, affiancando anzi diversi spunti del film di Scott a rimandi che provengono da altri film di fantascienza più o meno moderni (su tutti, Lei di Spike Jonze). Anche il mondo del “futuro analogico” di Blade Runner, parallelamente al nostro, in effetti è andato avanti di 30 anni, e si vede.

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Per quanto concerne la trama, il regista ha espressamente chiesto alla stampa di rivelare meno particolari possibili e così faremo, anche perché parlarne vuol dire muoversi in un vero e proprio campo minato. Quella che ci troviamo ad ammirare è comunque una storia semplice ma niente affatto scontata, che vede questa volta protagonista il cacciatore K (Ryan Gosling) alle prese con una nuova indagine che lo porterà a scavare sempre più a fondo in un segreto che potrebbe destabilizzare la società, mettendolo allo stesso tempo sulle tracce di un ex-blade runner ormai scomparso, Rick Deckard (Harrison Ford).

Accompagnato da un grande cast tra cui Robin Wright, Jared Leto, Mackenzie Davis e soprattutto la bellissima rivelazione Ana de Armas, a dominare è senza dubbio un Ryan Gosling enorme, che sa ancora una volta bucare lo schermo semplicemente con la sua presenza scenica dall’inizio alla fine della pellicola e che riesce a non farsi mettere in ombra nemmeno da Harrison Ford, anche se anch’egli nella migliore interpretazione degli ultimi anni (anni luce da quell’Han Solo svogliato che abbiamo visto, ahimé, nel seppur ottimo Episodio VII). I due si compensano alla perfezione creando una tacita complicità tra i due personaggi principali, che riescono inoltre a rendere visivamente molto bene l’idea di quella coesistenza di vecchio e di nuovo che questa pellicola, dopotutto, rappresenta.

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Per quanto riguarda il comparto tecnico, c’è poco da dire: siamo davanti ad uno dei film migliori degli ultimi anni. Forse i 168 minuti di pellicola rendono la visione decisamente ostica ai novizi del genere e potevano essere tagliati qua e là, è vero, ma Villeneuve si dimostra una volta per tutte un grande regista che riesce a gestire con consapevolezza da una parte uno spettacolo sensoriale incredibile e dall’altra una narrazione precisa e inesorabile. Parliamoci chiaro, visivamente Blade Runner 2049 è un film perfetto, da pelle d’oca. Ogni singolo frame della pellicola è un quadro di una bellezza abbacinante e non c’è una sola immagine che non sia curata nei minimi dettagli: il merito va sicuramente alla mano registica di Villeneuve, ma il vero maestro del film è, in questo caso, Roger Deakins. Il direttore della fotografia compie un’impresa titanica, offrendo allo spettatore uno spettro cromatico vastissimo che parte da tinte fredde e colori desaturati, passa per gli ologrammi fluo dai colori brillanti e arriva fino agli arancioni più accesi di un deserto alla Mad Max-Fury Road: è una fotografia fatta tanto di colori e luci quanto di ombre più scure della pece, in una dicotomia che rispecchia molto bene lo spirito della pellicola.

A coronare il tutto è la maestosa colonna sonora: Hans Zimmer e Jóhan Jóhannsson uniscono i bassi potenti di suoni elettronici ad archi gravi per un risultato strabiliante, che nella seconda metà del film richiama a più riprese i temi storici di Vangelis. Obbligatoria quindi la visione al cinema, preferibilmente nella sala con lo schermo più grande e con il sistema audio più potente che riusciate a trovare.

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Insomma era facile, facilissimo tirare fuori un seguito senza nulla da dire che sarebbe crollato sotto le troppe aspettative poste dall’originale. Qui, però, di roba da dire ce n’è, e anche tanta: si schiva il rischio di sfornare una pellicola di azione pura, più fruibile al grande pubblico (e forse più in linea con la fantascienza di oggi), in favore di un film introspettivo, quasi d’autore, che riesce ad approfondire l’immaginario del primo film senza però deturparne l’immagine. Il difficilissimo obiettivo che Blade Runner 2049 riesce quindi a centrare è quello di trasmettere un estremo rispetto senza tuttavia rinunciare a una sua narrazione e a una sua estetica: e (se ancora ve lo state chiedendo) no, non è bello quanto l’originale, ma semplicemente perché difficilmente altri film potranno mai avere lo stesso spessore emotivo e filosofico e lo stesso impatto innovativo di Blade Runner. Anche se forse è un po’ prematuro gridare al capolavoro, è innegabile come questo nuovo film sia maestoso, audace, a suo modo complesso, come omaggi il passato e riesca anche a ribadire gli storici interrogativi sull’umanità e l’identità: progresso vuol dire necessariamente andare avanti? Chi è un replicante? Chi è umano? Ma soprattutto, cosa vuol dire essere umano?

Blade Runner 2049 è un film generato dal grembo di una fantascienza del suo tempo, che ha una sua voce e parla con una sua lingua e una sua estetica, diverse ma non per questo incapaci di farci emozionare e stupire come quando guardavamo le luci al neon riflettersi attraverso un parabrezza appannato dalla pioggia. E se quello stupore sia umano o di un replicante, forse stavolta nemmeno il test Voight-Kampff potrà stabilirlo.

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Wonder Woman – La recensione in anteprima (senza spoiler)

Wonder Woman, diretto da Patty Jenkins. Cast: Gal Gadot, Chris Pine, Robin Wright, Connie Nielsen, David Thewlis. Prodotto  e distribuito da Warner Bros. Pictures e DC Entertainment. Uscita nelle sale italiane: 1 Giugno.

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La pellicola dedicata alla Principessa delle Amazzoni è la storia di una bambina incosciente, che diventa dea tra gli uomini.

Portare per la prima volta al cinema Wonder Woman non era un compito facile. Vuoi per il canone inculcato nel grande pubblico dalla celebre serie tv degli anni ’70 con Lynda Carter, vuoi, soprattutto, perché qui stiamo parlando di una vera e propria icona dell’emancipazione femminile e del progressismo: nata nel 1941, lo psicologo William Moulton Marston modellò i tratti da pin-up dell’eroina su una sua assistente con la quale lui e la moglie avevano una relazione aperta. Tanto per dire. In aggiunta poi, per alzare ancora un po’ la pressione, ricordiamo che Wonder Woman arriva dopo le critiche non proprio entusiaste riservate alle prime tre pellicole del DC Extended Universe, affibbiando così alla regista Patty Jenkins, al suo secondo lungometraggio (13 anni dopo Monster), la responsabilità di sfornare una pellicola che potesse finalmente soddisfare appassionati, critica e pubblico.

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Ecco, aiutata da un’ambientazione storica ben distante dal macrocosmo DC, il primo pregio di Wonder Woman è quello di non guardare al passato ma voler sin da subito ribadire la scelta di intraprendere una direzione abbastanza diversa, abbandonando i toni eccessivamente seriosi di Batman v Superman in favore di un intrattenimento più puro e, forse, più onesto. Non mancano, infatti, le gag e le battute (e c’è da dire che queste fanno sorridere per davvero), che giocano soprattutto su una doppia condizione di straniamento che si ritrova prima nel pilota Steve Trevor (interpretato da Chris Pine), catapultato nella mistica isola di Themyscira, e poi nella stessa Diana Prince (Gal Gadot), che deve fare i conti con il “mondo esterno” dopo essere cresciuta nascosta e distante da esso.

Essendo questo Wonder Woman prima di tutto una storia d’origini, l’impostazione è quella abbastanza classica della struttura in tre atti: conosciamo prima la luminosa isola delle amazzoni di Themyscira, dove scopriamo con alcuni espedienti la storia e il contesto nel quale siamo immersi, ma tutto cambia quando un pilota britannico precipita dal cielo proprio nelle acque della paradisiaca isola (l’utilità dello scudo protettivo magico è un dubbio che ci pervade), facendo conoscere poi a tutte le Amazzoni l’esistenza di una guerra che sta devastando il mondo. Sarà proprio questa rivelazione a far compiere a Diana la decisione di abbandonare il luogo di nascita per dirigersi verso il mondo esterno, credendo di poter porre fine alle ostilità.

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È proprio la dualità tra i personaggi di Gal Gadot e Chris Pine ad essere il perno attorno al quale ruota tutta la pellicola: si gioca su due mondi diversi che si toccano, contrapponendo la luminosa realtà dell’isola mistica delle Amazzoni ai colori desaturati del fronte di Guerra. Interessante l’interpretazione del concetto della guerra vera e propria per le due parti: vista come un nemico da abbattere per l’eroina, quanto invece come un’entità con la quale si deve convivere per gli uomini, dalla quale essi sono attratti ma che allo stesso tempo vorrebbero ripudiare. Complice dell’efficacia di questo sottotesto sia l’alchimia dei due attori, che funziona molto bene nonostante il risvolto romantico sia di una banalità sconcertante, quanto soprattutto la scelta dello script di voler evitare un femminismo eccessivo (come era successo ad esempio nel recente remake dei Ghostbusters), rendendo il film estremamente femminile senza tuttavia ridicolizzare le figure maschili.

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Fila tutto liscio, quindi? Non proprio: se il primo e il secondo atto del film funzionano abbastanza bene, tutta la parte finale della pellicola ripiomba nella dimostrazione di come ancora una volta sia considerato impossibile sfuggire al cosiddetto canovaccio supereroistico della “boss fight” con il cattivone di turno. Lo scontro finale, oltre a ricordare veramente tanto quello che abbiamo visto, ahimè, in Batman v Superman, arriva veramente a casaccio e in alcuni punti rasenta il ridicolo, complici una CGI videogiocosa, una scelta di casting incomprensibile e alcune frasi dette qua e là nel corso della lotta decisamente risparmiabili.

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I difetti di Wonder Woman ci sono quindi, e non sono pochi, ma c’è da dire che per tutta una serie di fattori e per la struttura generale risulta forse più facile perdonarli qui che in altre occasioni, tanto da poter essere considerato sicuramente il film nel complesso più riuscito tra i quattro sfornati dalla DC fino ad ora. Il più grande merito è sicuramente quello di reggersi su un’interprete incredibile, attorno alla quale la pellicola è interamente modellata, dotata di una bellezza e di una grazia straordinarie. Onnipresente in ogni scena, la modella israeliana Gal Gadot riesce ad essere tanto efficace nelle  sequenze di combattimento quanto magnetica in quelle dove veste i panni civili: spazzati via tutti i dubbi che ancora potevano rimanere sulla sua scelta di casting, per noi adesso lei è diventata veramente l’unica Principessa delle Amazzoni, e forse uno dei principali fattori che ci spinge ad avere ancora fiducia nel prossimo film sulla Justice League.

 

Di jazz, elettropop e musica da film: tutte le forme dell’Eclipse nella prima del tour di Chiara Civello

Ph. Rossella Di Benedetto

​Nell’importante cornice dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 4 maggio, Chiara Civello ha dato inizio alla tournée dedicata al nuovo album Eclipse. Come vanno le cose lo si capisce sin da subito: il brano d’apertura – una bossa melodica arrangiata in stile elettropop – lascia infatti presagire lo stile di cui è intriso l’ultimo lavoro dell’artista romana. La conferma arriva col secondo brano – To be wild – nel quale ampio spazio trovano le sonorità elettroniche tipiche degli anni Settanta che attraversano i vari brani. Tutto contribuisce alla ricostruzione di quelle atmosfere: dalla scelta della mise ai giochi di luci, dall’accostamento di colori alla capacità della Civello di riportare il pubblico indietro nel tempo. Per poi tornare alla realtà con il Cuore in tasca e tutta la poesia che, il brano scritto assieme a Dimartino, riesce a regalare. 

Ph. Rossella Di Benedetto

Poi un nuovo ritorno al ritmo, scandito dalle note di ispirazione brasiliana di Sambarilove prima e la travolgente Um Dia più avanti nella serata. Non mancano gli omaggi alla musica italiana con le bellissime interpretazioni di Parole parole (inclusa nell’ultimo album) e di Va bene va bene così (tratta dal precedente disco – Canzoni). Un omaggio particolare anche al repertorio italiano delle colonne sonore, con l’originale interpretazione di Eclisse twist e l’intensissima Amore amore amore (entrambe incluse in Eclipse). Da sola al piano, la Civello incanta con A me non devi dire mai (brano tratto da Al posto del mondo). Si emoziona quando introduce La giusta distanza: in sala è presente l’amica con cui ha scritto il brano, Diana Tejera. Con Francesco Bianconi dei Baustelle racconta di aver scritto, invece, il brano cantato poco dopo, New York City boy. Dopo l’uscita il bis è ancora un omaggio alla musica italiana con I mulini dei ricordi e Metti una sera a cena. Si conclude così una serata musicale in cui la Civello ha saputo alternare l’energia alla dolcezza, la danza più istintiva all’interiorità più profonda e raffinata, dimostrando di essere una grande artista che non smette mai di sorprendere. 

Alessandra V. Monaco

Ph. Rossella Di Benedetto

Piccoli Fastidi Quotidiani: il nuovo divertente disco dei Controsenso Acoustic Duo

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E’ mattina e sto tocciando il primo Pan di stelle nel mio zuppone di caffèlatte. Ovviamente la sonnolenza è tale che il biscotto va in immersione subaquea in due secondi. Cerco un po’ di sound per iniziare la giornata e scelgo “Piccoli Fastidi Quotidiani”, titolo che mi sembra idoneo per coronare tale tragedia mattutina.

Inizialmente, ascoltando l’apertura dell’album penso subito a Marco dei Cesaroni e a Ed Sheeran. Ammazza ha del sound questa roba! Subito mi metto a saltellare e penso soltanto “questi Controsenso Acoustic Duo mi capiscono proprio”! Tra lamentarsi degli esami, delle ascelle maleodoranti sugli autobus e delle dubitabili doti canore degli artisti che passano per radio costantemente, rappresentano proprio un manifesto di protesta alle mie mattinate tipiche! Mi innamoro di loro quando però descrivono la scena epica di un sorpasso a destra da parte di un vecchietto con improbabili capacità di guida e quando esordiscono con un “sono già le 7.30 e già non vi reggo più!”

I Controsenso Acoustic Duo sono partiti facendo cover di canzoni metal, rock, pop e rivedendole in chiave acustica e hanno esordito a febbraio con il loro primo album “Piccoli Fastidi Quotidiani”.

I contenuti sono alquanto ironici ma davvero poetici e sentiti, anche se dedicati ad un noioso “Correttore Corruttore” che devasta umore e amori.

Il loro sound rende la narrazione molto leggera e divertente grazie  a una chitarra acustica molto ben strimpellata e da due belle voci come quelle di Davide Cotena e Chiara Consolini. A dirla tutta, come raccontano loro stessi nel Manifesto, la loro musica è creata anche suoni prodotti da cimbalino, loopstation, stompbox, cimbali a piede e tanto altro (ma tutto suonato dal solo Davide)!

Vi lasciamo con il loro divertente video di The Odorante!

Prossime Date dei concerti dei Controsenso Acoustic Duo:

  • 6 maggio (Sorbakko, RN)
  • 12 maggio (Quingentole, MI)
  • 20 maggio (Scandiano, RE)

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La ‘stanza’ dell’Atlantico nel caos: il grande successo di Levante

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Ottimo debutto per Levante, che ieri a Roma ha iniziato il nuovo tour che la vedrà impegnata in alcune città d’Italia per promuovere il suo terzo albumNel caos di stanze stupefacenti’. L’Atlantico, locale sicuramente adatto per la prima tappa, ha accolto con grande calore l’artista siciliana che non ha deluso le aspettative. Infatti, sin dall’inizio, Levante non si è fatta tradire dall’emozione (da lei stessa ammessa durante una pausa), dimostrando sul palco una sicurezza da veterana, nonostante la giovane età. La cantautrice è riuscita a creare un vero e proprio caos nella ‘stanza’ dell’Atlantico, grazie alla potenza vocale e alla sua energia fisica travolgente.

Sul palco del noto club della capitale, Levante ha cantato molti dei brani contenuti nell’ultimo album come ‘Non me ne frega niente’, ‘Gesù Cristo sono io’, ‘1996 La stagione del rumore’, più alcuni dei suoi successi precedenti come ‘Contare fino a dieci’ e ‘Alfonso’. Il pubblico romano non è rimasto a guardare, intonando con grande entusiasmo tutti i pezzi dell’artista, senza perdersi nemmeno una nota. Una grande sinergia tra la cantautrice e i suoi fan, chiamati spesso in causa alla fine delle esibizioni o per cantare a cappella alcuni suoi successi (è il caso di ‘Abbi cura di te’), a dimostrazione di come ciò sia un ‘ingrediente’ fondamentale per lei.  Per concludere il concerto, Levante ha scelto ‘Caos (Preludio)’, il manifesto di questo ultimo lavoro, per ringraziare i presenti di essere entrati ufficialmente nella sua dimensione ‘caotica’.

Da sottolineare poi le bellissime scenografie ispirate alla natura e alla sua immagine, che hanno accompagnato l’esecuzione di ogni canzone, o quasi. Infatti sono state il pezzo forte della prima parte del concerto, ma poi, a causa di un guasto alla corrente, si sono spente nel finale, lasciando nello sgomento la stessa artista, che si è scusata con il pubblico presente. Errore tecnico a parte, il bilancio della serata non può che essere positivo per Levante, che sicuramente ha ancora tanto da dimostrare,ma è sulla strada giusta!

Recensione di Andrea Celesti
Foto di Luca Vincenzo Fortunato

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Codice Unlocked – La recensione in anteprima (senza spoiler)

Codice Unlocked (Unlocked) diretto da Michael Apted. Con Noomi Rapace, Orlando Bloom, Michael Douglas, John Malkovich, Toni Collette. Prodotto da Bloom, Silver Reel, Di Bonaventura Pictures. Distribuito da Notorious Pictures. Uscita in Italia: 4 Maggio.

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Il problema più grosso di Codice Unlocked è quello di arrivare, purtroppo, troppo tardi. Sì perché, dopo una carrellata infinita di action-thriller usciti a valanghe nelle sale negli anni ’80 e ’90, questo genere sembra aver chiuso il suo ciclo vitale al cinema, trovando invece nuova linfa soprattutto traslando nella televisione, che ci sta portando storie ben sviluppate che difficilmente potrebbero essere strizzate in un film, come Homeland o l’acclamato The Night Manager.

Diretto da Michael Apted (classe ’41), a cui va il merito di essere stato il regista di uno dei thriller più efficaci di sempre, Gorky Park, la sceneggiatura di Codice Unlocked era stata inizialmente scritta nel 2006, per poi cadere nel dimenticatoio prima di essere ripresa in mano e rimaneggiata dal talentuoso Peter O’Brien e finanziata da Lorenzo Di Bonaventura e Georgina Townsley.

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Alice (Noomi Rapace) è un agente della CIA, “in pausa” a Londra dopo non essere riuscita a sventare un attentato a Parigi. La donna resta comunque una delle maggiori esperte in interrogatori sul campo: per questa sua capacità viene incaricata di far parlare un giovane corriere di un Imam legato agli estremisti islamici. Le informazioni che riesce a raccogliere le girerà al suo superiore, Frank Sutter (Matthew Marsh) che però si rivelerà presto non proprio chi fa credere di essere: costretta a sfuggire ai traditori in seno all’agenzia, Alice deve cercare di dimostrare a sua volta la propria innocenza cercando di smascherare chi si nasconde dietro a questo mistero.

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I novanta minuti di film danno l’impressione di essere un po’ insufficienti per sviluppare appieno la storia che vorrebbe essere narrata, che a un certo punto si complica in maniera abbastanza esagerata: se le sequenze più action, con esplosioni, sparatorie e inseguimenti, funzionano abbastanza bene, lo stesso non si può infatti dire per l’impianto narrativo, con intrighi telefonatissimi e una serie infinita di voltafaccia che stanca presto, tanto che dopo il secondo, terzo, quarto coup de théâtre non interessa più capire chi sarà il prossimo a cambiare fazione (soprattutto a causa delle motivazioni abbastanza ridicole dei “cattivi” di turno).

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C’è da dire però che il cast stellare ingaggiato per la pellicola riesce a rendere dignitose molte interpretazioni: a partire da Michael Douglas e da Toni Collette (che qui sfoggia una grintosissima acconciatura biondo platino)  ma soprattutto per un gigionesco John Malkovich. Non si può dire altrettanto, purtroppo, né per Orlando Bloom, in una veste di duro non proprio perfetta per l’attore, né per la protagonista femminile Noomi Rapace, le cui sequenze d’azione convincono forse di più rispetto alla sue recitazione, veramente troppo spigolosa. Va riconosciuto però che anche qui l’idea della “007 al femminile” arriva dopo tutta una serie di esperimenti già consolidati, a partire dall’agente dell’FBI Olivia Dunham di Fringe e a Carrie Matherson di Homeland, con la quale è impossibile non fare un paragone.

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