MILLE, “la vita le cose” e il bello della mia colorata quotidianità

Di Alessio Boccali

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MILLE, al secolo Elisa Pucci, cantautrice romana, ma milanese d’adozione, è un’artista a tutto tondo. Con il suo secondo singolo da solista intitolato “La vita, le cose”, vuole ribadire l’importanza, e la bellezza, delle piccole cose, riscoperte ancor di più durante questo periodo di lentezza forzata impostoci dal lockdown. Il suo elisir di felicità ha come ingredienti principali la semplice quotidianità e i colori…

Ciao Elisa, come hai passato questo recente periodo a Milano?

Nella mia routine non è cambiato molto, visto che io vivo tantissimo in casa perché lì penso, dipingo e scrivo e vado in studio solo per registrare. Devo dire che ho rivalutato molto questo periodo di quarantena perché mi sono un po’allenata alla lentezza; avevo preso già diversi impegni da tempo e quindi la sorpresa di ritrovare poi tutti i piani scombinati alla fine l’ho anche accolta di buon grado. Bisogna prendere le cose come vengono e pazienza se poi avevamo programmato tutt’altro. Quindi si, ho passato questi due mesi chiusa in casa come tutti e il rientro alla normalità mi ha fatto percepire per prime le gambe, che mi sembrava quasi di aver perso: la mia casa è molto accogliente, ma piccolina, avevo completamente dimenticato cosa significasse camminare o scendere le scale, quindi diciamo che il mio lockdown si è concluso con la riscoperta del corpo.

Diciamo che si è concluso con la riscoperta di quelle piccole cose di cui parli anche nel tuo singolo “La vita le cose”. Ho letto, poi, che con questo pezzo vuoi dare una risposta alla famosa domanda che poniamo sempre, spesso anche come semplice frase di circostanza, ovvero “Come stai?”…

Sì, per me sono sempre i piccoli dettagli che fanno la differenza e sono veramente tanto, tanto affezionata anche a quei piccoli riti quotidiani. Per me è una cosa grandiosa anche andare a fare la spesa con la mia dolce metà; perché se per gli altri è una rottura di palle fare la fila, fare i conti con gli altri carrelli… per me acquisisce sempre un valore immenso. Così ogni cosa che mi succede nella vita cerco di godermela, anche il gesto banale di fare la spesa, appunto, o di prendere un caffè. Il chiedere “come stai?” fa parte di queste routine perché poi magari lo sai già come sta l’altro, perché ci vivi insieme o intuisci più o meno la “temperatura” dell’altra persona, però è sempre un gesto che apprezzo. Cerco di guardare le cose con occhi sempre diversi e quindi mi sento molto più ricca di quello che poi in realtà sono.

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Sulla spalla hai tatuato un ritratto di Frida Kahlo; a lei spesso davano della surrealista, al che rispondeva sempre prontamente “Io interpreto o disegno solo la realtà”. Ho trovato un grosso parallelismo tra le vostre personalità, non solo su questo, ma anche con le cover dei tuoi singoli: il fatto che tu abbia disegnato su queste una specie di autoritratto, si specchia negli autoritratti della Kahlo dopo il suo incidente…

Beh, sicuramente nutro un amore sconfinato per Frida Kahlo, per la sua forza, per l’amore con Diego Rivera, per la sua vita in genarle… Ecco perché poi me la sono tatuata sul braccio. I suoi occhi sulla realtà sono per me un esempio, perché lei poteva benissimo maledire ogni cosa da cui era circondata, sì, malediva comunque il mondo, l’incidente, ecc., ma ne sapeva accogliere la bellezza anche nelle tragedie e questo mi ha sempre molto colpita. Sicuramente quel mood è un po’ anche il mio modo di vedere le cose e, per quanto riguarda le copertine dei singoli, l’aver disegnato una ragazza con i capelli rossi come me, probabilmente è solo un caso, perché poi quei disgni fanno parte di una serie che si chiama “Tette Sulle Spalle” e in realtà gli elementi che compongono i disegni sono simili in tutte le cover, ma anche molto diversi. Come per la musica, anche quando dipingo, non ho ben chiaro quello che voglio disegnare, sicuramente ho sempre a cuore il mettere su quel foglio tutto quello che mi sembra necessario nella mia vita.

 

Certo, è come un flusso di coscienza, ti fai guidare da quello e basta, nessun retropensiero, nessun ragionamento lungo…

Sì, assolutamente. Anche quando scrivo una canzone,in realtà, non lo so di cosa voglio parlare o scrivere, cioè per me è importante ciò che avviene, il movimento, quando mi alzo e mi siedo davanti al pianoforte e inizio a suonare, è questo che mi preme, anche perché con la canzone io decodifico le cose che mi accadono.

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Prima abbiamo parlato un po’ dei colori. Questi sono molto presenti nella tua vita, anche tra le tue foto è difficile trovare un bianco e un nero. Mi chiedevo da cosa derivasse, se c’è un legame un po’ con quello che mi hai raccontato fino ad adesso, cioè sull’apprezzare le piccole cose e quindi vedere sempre un po’ tutto a colori…

Tutto sempre a colori. Sono estremamente legata ai colori, sarà anche un po’ per contrapposizione con il colore nero, la lentezza del colore nero, che corrisponde spesso alle cose brutte. Io intendo distaccarmi da quella cosa lì. Mi è sempre piaciuto vestirmi colorata, un po’ anche grazie alla mia mamma, perché ho questa immagine di lei con i capelli lunghi, rossi, ondulati, vestita sempre colorata, con le gonne a vita alta che mi riporta a un concetto di delicatezza, benessere, felicità… Quella per me è sempre stata un’immagine sacra a cui ho voluto sempre attingere per sentirmi meglio.

E a proposito di stare bene, com’è stato uscire dalla “comfort zone” dello scrivere in inglese per passare all’italiano?

Finito il tour con i Moseek, avevo tempo per poter fare anche cose che non avevo mai fatto. Sicuramente, come per ogni cosa nuova, c’è il timore di sbagliare o di fare un cosa che non ti piace ed è oggettivamente brutta, ma soprattutto di fare qualche cosa che non mi rappresentasse, e invece quando poi ci ho preso gusto, ho assolutamente percepito che era totalmente una cosa che mi stava rappresentando; paradossalmente era una nuova scoperta, una nuova dimensione perché quando scrivevo in inglese per i Moseek ero molto legata ad un approccio estetico, se vogliamo anche molto ludico, ma non andavo ad addentrarmi in cose assolutamente personali anche perché avevo bisogno di fare una media con i pensieri dei miei colleghi di band, mentre in italiano ho quasi sentito l’obbligo di mettermi nero su bianco totalmente. Quando ho fatto leggere a Dario e Fabio (gli altri componenti dei Moosek, n.d.r.) questi brani, abbiamo subito detto “Beh, queste canzoni devono far parte di un altro progetto” e così si è delineato il mio progetto solista che è qualcosa di parallelo alla band.

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Prima mi hai parlato di Frida Kahlo, una donna eccezionale, perché spesso oggi, soprattutto per le donne, c’è il dovere di essere fuori dal comune per essere prese un po’ in considerazione anche nel mondo lavorativo. Ad esempio, leggevo in una tua intervista che, secondo te, è più facile oggi che ad un’anteprima di un film ci si accalchi più vicino all’attore uomo piuttosto che alla donna…

Si, io nello specifico ho parlato dello strapparsi i capelli, piangere. I fan sfegatati, quelli che piangono davanti al loro “idolo” per capirci. Sicuramente c’è bisogno anche per gli uomini di essere eccezionali, ma in generale, nella musica specialmente, per emergere bisogna essere eccezionali. Detto questo, c’è sicuramente una differenza anche di percezione del pubblico, è qualcosa di innato che abbiamo, fa parte della nostra abitudine, dei nostri usi e costumi; io sono cresciuta con la famiglia che mi ripeteva “Ma tu il principe azzurro che ti renderà felice non lo trovi?”. Il pensiero di dover trovare una seconda persona che ci renda felici è qualcosa di radicato nelle teste delle bambine perché siamo abituate a pensare che un principe azzurro ci salverà. Sicuramente non è una cosa che io condivido, ma nemmeno la condanno perché è un qualcosa che viene detto sempre con tanta innocenza e tanto amore da parte delle nonne, delle zie, delle mamme. Sicuramente le abitudini possono essere scardinate e il tempo lo può fare, perché stanno cambiando tante cose e sicuramente c’è bisogno di tanto impegno da parte sia degli uomini che delle donne per far notare appunto quelle piccole cose che però fanno la differenza, perché sono proprio le piccole battute, le piccole percezioni e considerazioni nei confronti di una donna che rendono grande la differenza di percezione rispetto ad un’artista, ma anche ad una lavoratrice.

Verissimo, ed è paradossale che ancor’oggi si debba parlare di queste “differenze”. Volevo chiudere chiedendoti qualcosa sul tuo futuro prossimo.

Non ti posso dire tantissimo. Sicuramente curerò la parte grafica, le copertine e tutto ciò che è disegnare qualcosa che riguarda il mio progetto. Posso dire che questa seconda canzone rappresenta un po’ un secondo capitolo di una storia che mi riguarda, la vivo come se fosse un album di fotografie, un libro, perché sono tutte cose vere, non faccio nomi e cognomi per ovvi motivi, però dentro le canzoni che scrivo c’è tutto quello che poi è accaduto realmente nella mia vita.

Quindi, azzardo un po’, magari il prossimo album sarà una sorta di raccolta di come quadri con la loro “spiegazione”, ovvero i brani.

Mmm… Vedrete, ma, più o meno, hai colto (ride, n.d.r.).

 

 

Giulia Penna: “La musica è il diario dei miei giorni. La romanità, la mia verità”

Di Alessio Boccali

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Giulia Penna, cantautrice e web performer romana, dopo un passato da artista di strada e una gavetta piena di kilometri percorsi e partecipazioni a diversi concorsi canori, ha trovato la sua dimensione ideale nel mondo della rete dove è seguitissima grazie alla sua genuinità e alla sua schiettezza. Il suo progetto musicale, concretizzatosi in un lavoro indipendente, ha ricevuto già diversi riconoscimenti dal pubblico e arriva oggi alla pagina di diario dedicata all’estate. Un’estate decisamente particolare durante la quale, scrivendo sul suo diario musicale, Giulia ha deciso di raccogliere i frutti di quel “Bacio a distanza”, questo il titolo del brano, che noi tutti abbiamo mandato, durante il lockdown, a chi poteva starci vicino soltanto col pensiero. Qualche mattina fa i kilometri che separano Roma, la nostra mamma comune, e Milano, la sede attuale di Giulia, sono stati cancellati da una piacevole chiacchierata telefonica:

Ciao Giulia! Per giocare un po’ col nome del tuo nuovo singolo, ti chiedo: come stai vivendo questo ritorno all’accorciamento parziale delle “distanze”?

Ciao Alessio! Bene dai, è stata dura e sarà sicuramente un’estate particolare, ma voglio viverla come una ripartenza, proprio come il mio singolo “Bacio a distanza”, che vuole raccontare la stagione calda cercando di dare un messaggio di rinascita. Secondo me, in questo periodo abbiamo imparato a dare più valore alle persone e alle relazioni e, con questo brano, canto che è giunto il momento di andarmi a “riprendere” tutti coloro che mi sono mancati perché l’estate, e la vita in generale, sono belle solo con loro.

È stato difficile concepire un pezzo fresco come “Bacio a distanza” in una situazione così critica o questo ha rappresentato una sorta di liberazione, di evasione per te?

Durante la quarantena è uscito anche un altro mio singolo, “Soli anche insieme”, che raccontava proprio un momento di solitudine, un momento buio. Non era nulla di premeditato, ma è successo e, in parte, ha anche rappresentato il mio stato d’animo iniziale. Non ti nascondo che nelle prime settimane di lockdown ero molto spaesata e impaurita per il futuro, tuttavia, nella mia vita ho imparato sempre che dai momenti bui posso sempre trovare la forza per far nascere delle cose belle e quindi bisogna sempre rialzarsi. Ce l’ho messa tutta, mi sono ricaricata e ho scritto “Bacio a distanza”.

Tutte le copertine dei tuoi ultimi singoli sono pensate come delle pagine di un diario…

Sì, il 2020 lo avevo immaginato come l’anno per raccontarmi nelle mie diverse sfaccettature, nelle mie tante e variegate esperienze. Naturalmente, ci saranno altre pagine di diario, non mi fermerò a causa di questi mesi che abbiamo trascorso, anzi, avrò tante nuove emozioni da raccontare. La musica è il diario dei miei giorni.

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È sempre stato così viscerale il tuo rapporto con la musica, come la vivevi prima della notorietà?

Sì, la musica è sempre stato il carburante della mia vita. Sono stata artista di strada, ho partecipato a diversi concorsi come, ad esempio, il Festival di Castrocaro, e ora eccomi qui a capo del mio progetto musicale indipendente e con un occhio speciale per le collaborazioni sul web. Internet, devo e voglio riconoscerlo, mi ha dato veramente tante opportunità.

A proposito del web, oltre a sottolineare il potenziale che la rete in generale, e soprattutto i social, hanno, vorrei chiederti qualcosa sulla responsabilità che una star del web deve nutrire nei confronti del pubblico…

Assolutamente, è davvero importante fare attenzione a ciò che si comunica. Io ho sempre cercato di trasmettere messaggi positivi, di mostrarmi nella mia genuinità. Poi certo, siamo esseri umani, si sbaglia e si sbaglierà sempre, però cerco sempre di stare attenta e di fare il mio meglio. Ci sono ormai intere generazioni che stanno crescendo con la rete, è davvero essenziale per noi creatori di contenuti di qualsiasi natura responsabilizzarci.

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Con il video ufficiale del singolo hai coinvolto tanti amici del mondo del web e del mondo dello spettacolo in generale. Dai loro contributi video a distanza, è nata poi la Challenge che hai sottoposto ai tuoi fan…

Esatto, avevo tanta voglia far ballare le persone. Sentivo, soprattutto in questo momento, la necessità che le persone, ascoltando il mio brano, si staccassero dalla realtà e iniziassero a muoversi. Per il video, poi, ringrazio tutti gli amici che mi hanno inviato i loro contributi filmando la loro quotidianità. Volevo una cosa che fosse il più naturale possibile; non avrebbe avuto senso fare un video su una barca o in spiaggia insieme a tante persone. Ho voluto essere vera fino in fondo e ho raccontato la mia quotidianità fondendola con quella dei miei amici.

A proposito di genuinità. Nei tuoi brani, soprattutto in quelli più intimi c’è tanta Roma, c’è il tuo accento che non hai mai nascosto, ci sono quei vocaboli che a noi romani risultano più familiari…

Sì, il romano è la mia lingua, rispecchia me stessa. È il mio marchio di fabbrica che non vorrò mai perdere. Scrivo e canto come parlo, fa parte del mio mostrarmi senza filtri. La mia romanità è la mia verità. Poi certo, ci sono pezzi che si prestano di più a questo e pezzi che si prestano meno, ma chi mi conosce, anche attraverso i social, sa che se non mi mostrassi in questo modo, se non conservassi il mio accento anche nel cantato, non sarei io.

Emanuele Aloia e quel senso di eterno ricercato nell’Arte

Di Alessio Boccali

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Emanuele Aloia, giovanissimo cantautore torinese, sta vivendo un successo immenso grazie al suo “Il bacio di Klimt”, un brano che parla ai giovani (e non solo) con una semplicità e allo stesso tempo una profondità tali da farlo schizzare in vetta alle più note classifiche musicali nostrane e riuscire a conquistare il disco d’oro. Un successo fortemente aiutato dalla piattaforma social Tik Tok, che ha permesso al pubblico di conoscere un ragazzo, un artista, che cerca di imprimere il suo marchio di fabbrica nella musica attraverso originali riferimenti al mondo della storia dell’arte e della letteratura. Questo il resoconto della nostra piacevole chiacchierata:

Ciao Emanuele, innanzitutto, come stai?

Ciao! Tutto bene, sto ritornando a una lenta normalità; faccio musica, anche se quello non ho mai spesso di farlo, rispondo alle interviste… insomma, si ricomincia.

aloia_il_bacio_di_klimt_640_ori_crop_master__0x0_640x360Il tuo brano “Il bacio di Klimt” sta davvero spopolando. Perché questo titolo e perché, secondo te, il Bacio di Klimt è così iconico?

Il titolo nasce dopo la canzone; quando ho finito di scriverla, ho subito pensato che dovesse chiamarsi così. Questo racchiude a pieno il senso del brano. È difficile dare una risposta, invece, sull’iconicità dell’opera d’arte vera e propria. Nell’arte non c’è mai una spiegazione logica che ti motivi il perché questa arriva alle persone; sicuramente ne “Il bacio” una gran parte del lavoro possiamo dire tranquillamente che la fanno i colori, i quali danno al quadro un senso di eternità, che poi è quello che vorrei trasmettere con il mio brano.

Un altro tema portante del singolo è quello della solitudine; problema sempre di grande attualità e che, ora più che mai, con questo virus e questa digitalizzazione del mondo della scuola, rischia di toccare di più i giovani; sei giovanissimo anche tu e tramite i vari social parli molto con tanti ragazzi; cosa vuoi trasmettergli in questi giorni?

Premetto che il brano nasce prima di tutta questa brutta situazione, tuttavia, sono molto fatalista e questa canzone sembra proprio descrivere un momento come quello dal quale ci stiamo lentamente rialzando. Ciò che mi sento di poter affermare è che le emozioni più negative come la malinconia, o appunto la solitudine, fanno parte della vita e vanno sempre affrontate. Bisogna cercare di essere sempre abbastanza equilibrati: sia nel vivere le gioie che nei momenti di tristezza.

Com’è portare la storia dell’arte, la letteratura…, in un’altra forma d’arte come la musica?

Nonostante abbia solo ventuno anni, ho già vissuto diverse trasformazioni su di me, sul mio essere artista. Non sono un esperto d’arte, sebbene ne sia appassionato; sono un tipo soprattutto curioso e mi affascinano la storia dell’arte, la letteratura – che poi in musica diventa quel cantautorato con il quale sono cresciuto – e sicuramente tutto ciò sta incidendo su quello che è il “marchio di fabbrica” della mia scrittura. Scrivo sicuramente meglio di come facevo qualche anno fa, ma naturalmente c’è sempre tanta strada da fare. Sono arrivato al punto, però, di voler affermare una mia precisa identità per differenziarmi e fare la differenza. Sicuramente, questo è un lavoro lungo che richiederà tanto tempo, ma sono sicuro che avverrà tutto in maniera naturale.

L’influenza della musica sull’ascoltatore è cosa nota, soprattutto per quanto riguarda i più giovani. Tu hai una bella responsabilità perché inviti a percepire la bellezza. Quanto è presente questo pensiero quando scrivi e soprattutto quanto pensi peserà questo nel tuo imminente futuro, visto anche il successo de “Il bacio di Klimt”?

Quando hai un pubblico molto giovane – per quanto con quest’ultimo pezzo l’età media del mio pubblico si sia alzata e questo mi fa molto piacere – la responsabilità è sempre più grande. Devi dosare le parole, devi pensare molto a quello che dici. Sono comunque molto tranquillo perché prendo ispirazione dalla bellezza, come dicevi tu, e quindi è difficile sbagliare. L’unica tensione che posso sentire un po’ più forte in questo momento è proprio quella strettamente collegata al successo de “Il bacio di Klimt”. Certamente, ci sarà un determinato tipo di attenzione sulla mia prossima uscita, ma questa oltre che una tensione è anche, e soprattutto, uno stimolo. Sono un tipo molto competitivo e ritengo gli stimoli esterni molto utili. Per quanto riguarda il mio invito a percepire la bellezza nella cultura, che citi nella domanda, mi fa sempre molto piacere quando ricevo dei messaggi da parte di teenager che mi ringraziano per averli fatti incuriosire a quel quadro piuttosto che a quell’autore letterario…

Hai poco più di vent’anni eppure hai comunque una buona gavetta alle spalle…

Scrivo da quando avevo tredici anni e a quattordici avevo già aperto un canale YouTube dove pubblicavo i miei inediti – naturalmente discutibili (ride. n.d.r) -, non ho mai smesso di crederci.

emanuele-aloia-980x551A proposito di YouTube, hai avuto grande successo “social” grazie alla piattaforma Tik Tok; possiamo considerare quest’app come una sorta di nuovo YouTube, naturalmente con modalità estremamente differenti, che può fungere da rampa di lancio per gli emergenti?

Assolutamente sì. Anche se son diversi i tempi di fruizione: su YouTube senti il pezzo intero, su Tik Tok ti entrano in testa delle frasi, degli incisi. L’importante è far capire a tutti è che Tik Tok è solo un mezzo; se un pezzo esplode a caso su quella piattaforma, ma non ha potenzialità per resistere altrove, si ferma là. Tik Tok può lanciarti, ma se poi la tua musica non ha un certo peso specifico, non vai da nessuna parte. Le persone sono molto pigre sui social, se quei pochi secondi di canzone ascoltata in un tik tok ti invogliano ad interessarti di più a quell’artista, significa che qualcosa di quel pezzo gli è rimasto dentro.

Un altro tuo brano che ho apprezzato molto è “Sempre”, uscito anche lui quest’anno, molto interessante anche il video con un altro omaggio letterario…

Son molto contento di parlare di “Sempre” perché quello è un brano molto bello, che però va capito. In un certo senso c’è un filo che lega le mie canzoni più conosciute e lo possiamo racchiudere nel senso di eternità, di cui abbiamo parlato anche prima. “Sempre” non è autobiografica e proprio per il peso che ha questa parola, a ventuno anni non ho scelto di fare un video ufficiale con due ragazzi mano nella mano a rappresentare una promessa d’amore, una scena vista e rivista. Per il videoclip ho scelto invece di prendere in prestito i protagonisti di una saga cinematografica come Harry Potter, che conoscono praticamente tutti, e in particolare provare a raccontare, con la mia canzone, l’amore di Piton per la madre di Harry: un sentimento più forte di tutto, che per proteggere il figlio della donna amata, arriva ad influenzare in negativo il pensiero che le persone hanno di lui. Un amore che si riflette perfettamente nel concetto di eterno.

Progetti futuri? Un album? Hai già le idee chiare su quale sarà il “colore”, il mood dominante di quest’album?

Di album pronti ne avrei veramente tanti per quanto scrivo (ride, n.d.r.). Il mio percorso finora è sempre andato avanti di singolo in singolo, ma “Il bacio di Klimt” ha dato sicuramente un’accelerata che ha portato me e chi mi segue a pensare decisamente a un album. L’obiettivo – non semplice sicuramente – è quello di portare un qualcosa di originale e per farlo c’è bisogno di un po’ di tempo. Uscirà quando, da perfezionista quale sono, sarò convinto al 100% di aver impresso il mio marchio di fabbrica sul lavoro che andrò a presentare.

SPAZIO MUSICA: Nùma

 

Le recensioni degli artisti e delle nuove produzioni discografiche 2020

 

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Nùma – “Narghilè & Babà”

(POP / FOLK)

di Francesco Nuccitelli

Vita quotidiana in musica, l’attualità e la contrapposizione tra nord e sud, Lorenzo Pompili in arte Nùma, in questo nuovo singolo dal nome “Narghile & Babà” si esalta e oltre a mostrare una penna molto raffinata e ironica, mette in evidenza una voce non comune e unica nel suo genere, aiutato dai tipici ritmi della musica folk, ma legati comunque alla modernità dei suoni. La canzone è una gita continua tra culture differenti di uno stesso paese; dal mercato dell’usato che vende i dischi di Concato al porto di Napoli con il suo via vai, passando per i ritardi di Roma Termini e il vento d’Africa.

 

WAO FESTIVAL

Musica e politica ambientale: il WAO Festival

Intervista a Lune Magrini

di Valeria De Medio

Il WAO Festival è un evento di musica, arte e discipline olistiche che si svolge ogni anno, ormai da 6 anni, all’interno della splendida cornice del Monte Peglia, in Umbria, patrimonio MAB UNESCO dal 2018.
Il programma conta oltre 100 djs da tutto il mondo, 2 stages e oltre 40 attività tra workshops, laboratori teorico-pratici dedicati alla cura dell’ambiente, della persona e della spiritualità.
L’intero evento viene organizzato secondo le logiche della sostenibilità, del risparmio energetico, del riciclo e del consumo di prodotti biologici e a km0.
Abbiamo intervistato Lune Magrini, organizzazione WAO.

Come e quando nasce il progetto di un festival ecosostenibile?
Il progetto WAO nasce nel 2014 da un’idea di Vero Dall’Aglio, Michelangelo Parolin e Luca Blasi, che hanno proposto il festival al comune di San Venanzo in un momento in cui l’iniziativa privata si scontrava con il concetto e la realizzazione del bene comune. L’intento era quello di diffondere consapevolezza ambientale attraverso l’organizzazione di un festival con un marcato focus sui temi della sostenibilità e della green culture.
WAO vuole ispirare i partecipanti ad abbracciare uno stile di vita consapevole, imparando a gioire dei frutti del nostro pianeta nel rispetto del suo equilibrio e delle creature che lo abitano. Pensiamo che ognuno nel suo settore potrebbe, dovrebbe fare la differenza applicando i principi di sostenibilità. Questo è il significato più profondo di WAO, acronimo delle parole “We Are One”, riassunto di una visione olistica dello stare al mondo.

A chi vi siete ispirati?
Sicuramente al Boom Festival, al Fusion Festival, all’ Envision Festival e ad eventi internazionali che sono fonte di ispirazione sia per la qualità artistica che per i principii di rispetto e cooperazione che li animano.

Chi sono i Partners che vi sostengono nell’impresa?
Tra i Partner storici di WAO ci sono l’Associazione culturale Artemide “Casa laboratorio il Cerquosino”, una realtà locale che è stata fondamentale per l’arrivo del Festival sul Monte Peglia, e Canyaviva Italia che diffonde i principi e le tecniche della bioarchitettura.

Come viene accolto il WAO dal territorio circostante?
L’idea motrice di WAO, “We Are One”, è essere parte organica di un ecosistema, e questo viene messo in pratica anche attraverso la relazione con il territorio che ospita il Festival.
Collaboriamo con le realtà sociali ed istituzionali del territorio per portare avanti quello che ci sta a cuore, in un’accezione ampia di sostenibilità che include la cura dell’ambiente ma anche la sostenibilità delle relazioni umane e delle dinamiche sociali.

Chi partecipa al wao si dimostra sensibile alla vostra politica ambientale?
Assolutamente si: nella scorsa edizione abbiamo testato alcune soluzioni per la riduzione dell’impatto ambientale del Festival e la risposta del pubblico è stata di grande attenzione ed entusiasmo.
Dalla raccolta differenziata alle stoviglie solo compostabili, dall’utilizzo di saponi biologici all’incessante lavoro dell’Eco Team. Feedback positivo anche quello di alcuni artisti che frequentano festival internazionali e che erano colpiti dall’attenzione e gli sforzi che abbiamo messo in questo settore.

Quali difficoltà avete trovato, se ne avete trovate, nell’organizzazione del festival?
Le difficoltà più grandi per portare realizzare un evento realmente sostenibile in Italia sono la burocrazia ed i costi elevati. La legge italiana non permette di adottare alcune strategie ecologiche che in altri Paesi sono ammesse senza problemi. Un esempio sono le “compost toilet”, che costituiscono una soluzione ottimale per l’ambiente e che vengono utilizzate in grandissimi eventi internazionali, mentre la normativa italiana non lo permette.

Quali progetti avete per il futuro del WAO?
Affinare la nostra ricerca di soluzioni eco compatibili, arrivare a realizzare un evento a impatto zero, e diffondere la cultura delle sostenibilità nel mondo dello spettacolo e dell’organizzazione eventi.

Francesco Guccini e il suo politicar cantando

Ma se io avessi previsto tutto questo?

di Lavinia Micheli

La prima volta che Francesco Guccini entrò nella mia vita avevo quindici o sedici anni. L’adolescenza si sa è un periodo turbolento, fucina della personalità, dove si mescolano numerosi input ed output generando una confusione produttiva che genera la necessità di trovare un appiglio sicuro, in cui riconoscersi. Fu questo che per me accadde quando mi imbattei nell’ascolto di Eskimo, contenuta nell’album Amerigo del 1978. Apparentemente una canzone d’amore, un amore lontano nel tempo cronologico e mai dimenticato nella mente dell’artista, ma che conteneva qualcosa in più, che la rendeva per il mio cuore unica nel suo genere. Era una canzone che mi parlava per la prima volta di un amore globale, superiore, un amore che partiva dalla persona amata per andare a comprendere un ideale, un sentimento generale rivolto alla società in cui Francesco Guccini viveva e scriveva.
Alla fine degli anni ’70 il bolognese “Guccio” sognava l’America, come molti dei giovani di quella generazione: basti pensare ai movimenti giovanili di contestazione partiti dagli Stati Uniti e arrivati a diffondersi in tutto il mondo, agli strascichi di quel sogno americano cominciato tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 che aveva spinto milioni di italiani ad emigrare in cerca di una vita migliore, alla cultura, alla letteratura e alla musica del “Nuovo Mondo” che, seguendo gli umori delle masse giovanili in fermento, avevano cominciato a rompere muri e barriere.

Lo dice Francesco stesso in Eskimo che “contro il sistema anch’io mi ribellavo, cioè, sognando Dylan e i Provos”. Nell’album Amerigo però è racchiuso anche il disincanto, la distanza tra l’America sognata e l’America vissuta dallo zio emigrante, raccontata proprio nella traccia che dà il nome all’album: “L’America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata, l’America era Atlantide, l’America era il cuore, era il destino, l’America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata, l’America era il mondo sognante e misterioso di Paperino” confrontata con “L’America era un angolo, l’America era un’ombra, nebbia sottile, l’America era un’ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita, e dire boss per capo e ton per tonnellata, “raif” per fucile”, vissuta e poi raccontata dallo zio.
Un paroliere nato, un poeta, un cantastorie il Guccio, capace di racchiudere nelle sue strofe storie personali e atti politici e di formarne un connubio di sublime fascino per chi ama parole pregnanti di significato e di vita. Le canzoni di Francesco Guccini sono canzoni che vanno ascoltate nel vero senso della parola: come quelle di ogni grande cantautore devono avere la libertà di scavare dentro poco a poco, di essere assimilate e comprese con il tempo. Un ascolto superficiale non basta. Bisogna avere la pazienza di ascoltare quelle dodici-tredici (solo nel caso de La Locomotiva) strofe senza ritornello, lasciandosi trasportare dall’incanto di composizioni di altri tempi, perché quelle gucciniane sono vere e proprie ballate che raccontano la quotidianità e i sogni di un uomo che non ha mai rinunciato alla sincerità e alla schiettezza, che non si è mai preoccupato di piacere al pubblico né di ricavare chissà quale compenso. Ce lo spiega bene ne L’Avvelenata: “Voi critici, voi personaggi austeri/ militanti severi, chiedo scusa a vossìa/ però non ho mai detto che a canzoni/ si fan rivoluzioni, si possa far poesia/ io canto quando posso, come posso/ quando ne ho voglia senza applausi o fischi/ vendere o no non passa fra i miei rischi/ non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”.
Si è sempre guardato a Francesco Guccini come ad un cantante schierato politicamente, proprio perché nelle sue canzoni si scorgevano riferimenti a quanto accadeva al di fuori del mondo della musica, nelle piazze, tra i ragazzi della sua generazione, nelle occasioni storiche e politiche di decenni cruciali in cui Guccini ha vissuto e scritto.

In realtà, per dichiarazione dello stesso cantante e come si legge sul suo sito internet ufficiale: “L’impegno politico di Guccini consiste nel suo modo di raccontare storie particolari elevandole a significati generali, per non dire universali. Politico è Guccini anche nel suo perenne invito al dubbio, alla possibilità di osservare la realtà e il mondo da un altro punto di vista, come rivela anche il ricorso frequente all’ironia e all’autoironia, che sono fra le caratteristiche più costitutive e interessanti della sua fisionomia d’artista”. Ironia che traspare benissimo nei ruoli d’attore in cui è stato coinvolto, uno fra tutti il burbero barista di Radiofreccia, film del 1998 di Luciano Ligabue, amico e fan appassionato.
Ironia che devo aver colto fra i versi malinconici e romantici di Eskimo quel giorno di primavera in cui cominciai ad aprire lo scrigno dei capolavori gucciniani: da La Locomotiva a Farewell, da Due Anni Dopo ad Incontro, dallo sfogo de L’Avvelenata alle lacrime versate su Cirano. Siamo diventati amici, senza che lui lo sapesse nei suoi testi trovavo conforto ed ammirazione con quell’attenzione e quella profondità che si ha solo a sedici anni, quando si sceglie la musica fidata che ci accompagnerà per la vita. Dev’essere stato lo stesso sentimento che ha accompagnato la schiera di artisti che ha partecipato all’album tributo Note di Viaggio-Capitolo 1: Venite avanti…a cura di Mauro Pagani, uscito nel novembre 2019. Manuel Agnelli, Malika Ayane, Samuele Bersani, Brunori Sas, Luca Carboni, Carmen Consoli, Elisa, Francesco Gabbani, Luciano Ligabue, Giuliano Sangiorgi, Margherita Vicario e Nina Zilli hanno reinterpretato alcuni dei migliori classici di Guccini riarrangiati dallo stesso Mauro Pagani.
Francesco Guccini è un caposaldo, un uomo di un’altra epoca che racconta sogni, aspirazioni, problematiche universali senza tempo, e forse è proprio questa sua aurea sacrale sprigionata da una figura semplice e riservata che ce lo fa amare come se fosse un membro della nostra famiglia. “Come si porta un maglione sformato su un paio di jeans”.

È giusto che i cantanti dicano la loro?

Musicazero Km / #Musicology

di Manuel Saad

La figura dell’artista, per molti, è considerata fondamentale all’interno di una società. Ma c’è chi ritiene che debba occuparsi esclusivamente della propria arte e non mettere bocca in dinamiche sociali. 
Tu da che parte stai?
Molte volte, diversi artisti si sono espressi in merito a situazioni politiche e sociali sia attraverso i loro canali social sia attraverso la loro musica.
 Le reazioni del pubblico, spesso, vanno dalla totale indifferenza al compiacimento, per passare poi nella totale indignazione per cui un artista deve preoccuparsi solo di “cantare” o “suonare”.

Ma la musica deve essere soltanto uno strumento ludico o un semplice sottofondo per staccare la spina?
La storia, però, ci dice tutt’altro, come anche i recenti fatti che puntano una luce diversa sul ruolo di un musicista.
 Bob Dylan ricevette il Premio Nobel per la Letteratura nel 2016, Patti Smith una laurea ad honorem all’Università di Padova in lingue e letterature europee e americane, come anche Jack White, sempre nel 2019, in Lettere Classiche “per il suo contributo alle arti e per la sua dedizione alla città di Detroit”.

Riconoscimenti importanti che mandano segnali importanti alla comunità, come successe anche nel caso di Kendrick Lamar, il primo rapper della storia ad essersi aggiudicato il prestigiosissimo Premio Pulitzer della Columbia University di New York, con la motivazione “una virtuosistica raccolta di canzoni caratterizzata da una autenticità del gergo e dalla dinamicità ritmica, capace di offrire immagini che colpiscono e che catturano la complessità della società afro-americana oggi”.
 Il suo quarto album, “Damn”, è stato premiato in quanto è riuscito a raccontare la cruda realtà in cui è costretta a vivere la comunità afroamericana.
Attraverso la musica, Lamar è riuscito a mettere in luce situazioni scomode, raccogliere testimonianze e ricoprire il ruolo di un vero e proprio giornalista d’inchiesta.

Una vera e propria scelta politica in quanto il rapper afroamericano, nato nei bassifondi di Compton, non ha mai nascosto la sua spiccata avversione nei confronti del presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump.
 Pensandoci bene, i musicisti e i cantautori non fanno altro che sonorizzare tutto quello che li circonda, esprimendo attraverso la musica la loro visione del mondo che può coincidere o meno con quella di un ascoltatore. La musica è un strumento comunicativo molto potente in quanto riesce non solo a mandare messaggi importanti ma facendoli rimanere nella testa di chi li ascolta e carpisce il fine ultimo di una canzone.
 Semplificare il tutto con “sei un cantante, occupati di musica e non di politica” evidenzia una lacuna notevole in ambito storico, politico e sociale.

Intendere la musica come un qualcosa di superficiale, come un accessorio, risalta la superficialità di chi sostiene questa tesi.
 Tesi priva di fondamenta e di strutture solide in grado di reggerla e farla valere.
 La musica è sempre stata presente e ha sempre raccontato, come una fotografia, il periodo storico nel quale usciva prepotente e inondava le orecchie delle persone: l’ha sempre fatto e per sempre lo farà.