Giulia Penna: “La musica è il diario dei miei giorni. La romanità, la mia verità”

Di Alessio Boccali

Immagine

Giulia Penna, cantautrice e web performer romana, dopo un passato da artista di strada e una gavetta piena di kilometri percorsi e partecipazioni a diversi concorsi canori, ha trovato la sua dimensione ideale nel mondo della rete dove è seguitissima grazie alla sua genuinità e alla sua schiettezza. Il suo progetto musicale, concretizzatosi in un lavoro indipendente, ha ricevuto già diversi riconoscimenti dal pubblico e arriva oggi alla pagina di diario dedicata all’estate. Un’estate decisamente particolare durante la quale, scrivendo sul suo diario musicale, Giulia ha deciso di raccogliere i frutti di quel “Bacio a distanza”, questo il titolo del brano, che noi tutti abbiamo mandato, durante il lockdown, a chi poteva starci vicino soltanto col pensiero. Qualche mattina fa i kilometri che separano Roma, la nostra mamma comune, e Milano, la sede attuale di Giulia, sono stati cancellati da una piacevole chiacchierata telefonica:

Ciao Giulia! Per giocare un po’ col nome del tuo nuovo singolo, ti chiedo: come stai vivendo questo ritorno all’accorciamento parziale delle “distanze”?

Ciao Alessio! Bene dai, è stata dura e sarà sicuramente un’estate particolare, ma voglio viverla come una ripartenza, proprio come il mio singolo “Bacio a distanza”, che vuole raccontare la stagione calda cercando di dare un messaggio di rinascita. Secondo me, in questo periodo abbiamo imparato a dare più valore alle persone e alle relazioni e, con questo brano, canto che è giunto il momento di andarmi a “riprendere” tutti coloro che mi sono mancati perché l’estate, e la vita in generale, sono belle solo con loro.

È stato difficile concepire un pezzo fresco come “Bacio a distanza” in una situazione così critica o questo ha rappresentato una sorta di liberazione, di evasione per te?

Durante la quarantena è uscito anche un altro mio singolo, “Soli anche insieme”, che raccontava proprio un momento di solitudine, un momento buio. Non era nulla di premeditato, ma è successo e, in parte, ha anche rappresentato il mio stato d’animo iniziale. Non ti nascondo che nelle prime settimane di lockdown ero molto spaesata e impaurita per il futuro, tuttavia, nella mia vita ho imparato sempre che dai momenti bui posso sempre trovare la forza per far nascere delle cose belle e quindi bisogna sempre rialzarsi. Ce l’ho messa tutta, mi sono ricaricata e ho scritto “Bacio a distanza”.

Tutte le copertine dei tuoi ultimi singoli sono pensate come delle pagine di un diario…

Sì, il 2020 lo avevo immaginato come l’anno per raccontarmi nelle mie diverse sfaccettature, nelle mie tante e variegate esperienze. Naturalmente, ci saranno altre pagine di diario, non mi fermerò a causa di questi mesi che abbiamo trascorso, anzi, avrò tante nuove emozioni da raccontare. La musica è il diario dei miei giorni.

gpCattura

È sempre stato così viscerale il tuo rapporto con la musica, come la vivevi prima della notorietà?

Sì, la musica è sempre stato il carburante della mia vita. Sono stata artista di strada, ho partecipato a diversi concorsi come, ad esempio, il Festival di Castrocaro, e ora eccomi qui a capo del mio progetto musicale indipendente e con un occhio speciale per le collaborazioni sul web. Internet, devo e voglio riconoscerlo, mi ha dato veramente tante opportunità.

A proposito del web, oltre a sottolineare il potenziale che la rete in generale, e soprattutto i social, hanno, vorrei chiederti qualcosa sulla responsabilità che una star del web deve nutrire nei confronti del pubblico…

Assolutamente, è davvero importante fare attenzione a ciò che si comunica. Io ho sempre cercato di trasmettere messaggi positivi, di mostrarmi nella mia genuinità. Poi certo, siamo esseri umani, si sbaglia e si sbaglierà sempre, però cerco sempre di stare attenta e di fare il mio meglio. Ci sono ormai intere generazioni che stanno crescendo con la rete, è davvero essenziale per noi creatori di contenuti di qualsiasi natura responsabilizzarci.

IMG_4672

Con il video ufficiale del singolo hai coinvolto tanti amici del mondo del web e del mondo dello spettacolo in generale. Dai loro contributi video a distanza, è nata poi la Challenge che hai sottoposto ai tuoi fan…

Esatto, avevo tanta voglia far ballare le persone. Sentivo, soprattutto in questo momento, la necessità che le persone, ascoltando il mio brano, si staccassero dalla realtà e iniziassero a muoversi. Per il video, poi, ringrazio tutti gli amici che mi hanno inviato i loro contributi filmando la loro quotidianità. Volevo una cosa che fosse il più naturale possibile; non avrebbe avuto senso fare un video su una barca o in spiaggia insieme a tante persone. Ho voluto essere vera fino in fondo e ho raccontato la mia quotidianità fondendola con quella dei miei amici.

A proposito di genuinità. Nei tuoi brani, soprattutto in quelli più intimi c’è tanta Roma, c’è il tuo accento che non hai mai nascosto, ci sono quei vocaboli che a noi romani risultano più familiari…

Sì, il romano è la mia lingua, rispecchia me stessa. È il mio marchio di fabbrica che non vorrò mai perdere. Scrivo e canto come parlo, fa parte del mio mostrarmi senza filtri. La mia romanità è la mia verità. Poi certo, ci sono pezzi che si prestano di più a questo e pezzi che si prestano meno, ma chi mi conosce, anche attraverso i social, sa che se non mi mostrassi in questo modo, se non conservassi il mio accento anche nel cantato, non sarei io.

Valentina Parisse: “Ogni bene è un lavoro su se stessi”

Di Francesco Nuccitelli

Valentina Parisse è un’Artista con la A maiuscola ed è tornata con “Ogni bene”, un singolo di grande impatto, dalla grande interpretazione e che mette in mostra tutto il suo grande talento. Un brano, o meglio un augurio per una fine sana, quando per terminare una storia d’amore non c’è bisogno dell’odio, ma solo di tanta ironia. Un singolo che vede al suo interno tantissime grandi collaborazioni, in primis quella con il rapper Space One, ma anche con Chris Lord-Alge (vincitore di 5 Grammy), Antonio Baglio (vincitore di 2 Grammy e 12 Latin Grammy), Alfredo Rapetti Mogol in arte “Cheope”Davide NapoleoneFrancesco “Katoo” Catitti produttore del brano. Di “Ogni bene” e dei progetti futuri, ne abbiamo parlato direttamente con Valentina:

1 - Valentina Parisse - cover OGNI BENE feat. Space One - grafica di Valerio Bulla, foto di Luz Gallardo

 Valentina Parisse – cover “OGNI BENE” feat. Space One – grafica di Valerio Bulla e foto di Luz Gallardo

Ciao Valentina, innanzitutto come sta andando questo ritorno alla normalità?

Proprio in questi giorni mi domandavo cosa è normale e cosa non lo è; certo non è normale passeggiare o scendere al mare e portare una mascherina, però dobbiamo ancora fare attenzione. Io ad esempio ho ripreso a viaggiare di recente, ma ci sono delle difficoltà che un po’ inquietano. Però è bello poter uscire di casa e riassaporare un po’ di libertà.

Sei una giramondo, quanto ha influenzato questo tuo girovagare per tua musica?

I miei viaggi mi hanno influenzato e mi hanno lasciato sempre un qualcosa di diverso. Spesso sono stati viaggi avventurosi, come quando sono partita per il Canada per dare vita al mio primo album. Avevo pochi soldi e non avevo mai fatto un viaggio oltreoceano da sola, una bella pazzia, però i sogni ci danno il coraggio per andare avanti.

“Ogni bene” è il tuo ultimo singolo, cosa ci puoi raccontare?

Raccontare un brano per chi lo scrive e per chi lo vive è molto complicato. È come un figlio, lo vedi nascere lo vedi crescere ed è difficile non sembrare un po’ autocelebrativi nel raccontarlo. Posso però dire che è stato un percorso veramente importante per me, anche per le collaborazioni. Questa canzone racconta la voglia di non restare fermi o bloccati in qualcosa, ma di cercare di riderci un po’ su e in questo Space One mi ha dato una grandissima mano.

Nel brano troviamo per l’appunto Space One, tu cantautrice romana e lui rapper milanese. Com’è stata questa collaborazione?

Sono veramente super contenta del suo contributo nel brano. Space One è un rapper che ascoltavo e ho avuto la fortuna di conoscerlo nel programma All Together Now, dove entrambi facevamo parte del muro. Io provo una grandissima stima nei suoi confronti, ma come la provo anche per tutti quelli che hanno contribuito. La sua partecipazione è stata il massimo, ha portato ironia al brano e, nonostante le diversità musicali, si sente che è un feat genuino. Collaborare con lui e con tutti loro è stato bellissimo, mi hanno aiutato molto.

Nel brano troviamo un team di tutto rispetto, di cui fa parte anche Chris Lord-Alge, come è stato lavorare con un personaggio così importante del panorama internazionale?

Sono riuscita a instaurare un ottimo rapporto con Chris. Sono dell’idea che una delle forme più alte di rispetto sia fare musica insieme, con lui c’è stato un incontro fortunato e da questo incontro è nata un’occasione importante per me. Quando capitano certe occasioni è giusto mettersi subito a lavoro e dimostrare qualcosa. Verso Chris e verso gli altri (Cheope, Space One ecc ndr.) ho un enorme rispetto, per il loro percorso e per quello che hanno fatto.

Il singolo ti sta regalando tante soddisfazioni, ma dell’album ci puoi dire già qualcosa?

Ce la stiamo mettendo tutta. La squadra sta lavorando al massimo anche se siamo tutti in posti diversi. Posso dire che sarà un album completamente in italiano e ci saranno tante collaborazioni pazzesche, alcune delle quali saranno delle conferme bellissime. Ci saranno tanti temi importanti all’interno di questo album. Ovviamente, anche la situazione attuale ha influenzato la mia tracklist, ci sono delle cose che stiamo ultimando, perché non si può restare ad occhi chiusi con tutto quello che sta accadendo intorno a noi.

La canzone tratta la fine di un rapporto d’amore: ma è veramente possibile augurare ogni bene?

Non è automatico e non lo è stato per me. Ogni bene è più un lavoro su se stessi, molto grande e che non finisce mai. È più che altro un augurio, non c’è dell’odio, anche perché se hai amato una persona non puoi cancellare di punto in bianco, l’amore o l’affetto per quella persona.

Il 14 luglio andrà in onda una puntata speciale di All together now, ci puoi già raccontare qualcosa?

La puntata sarà fighissima e dietro c’è un’idea bellissima. Ci saranno tantissime canzoni cantate dai migliori artisti delle due edizioni. Sarà un grande spettacolo per chi ama la bella musica. Il pubblico, anche se da casa potrà cantare insieme a noi. Ci sarà poi una grande sorpresa, ma non posso dire di più.

Valentina Parisse - Foto di Luz Gallardo

Foto di Luz Gallardo

Junior V: “Questo singolo rappresenta un nuovo inizio”

Di Francesco Nuccitelli

“Odore d’incenso” è l’ultima fatica artistica del giovane cantautore pugliese Junior V. Un singolo indie folk, dal retrogusto pop, in una ballata d’amore, dove il giovane artista mette in mostra tutta la sua maestria nello scrivere di sentimenti così forti ed emozioni contrastanti tra loro. Una rinnovata visione della musica e una maturità artistica che lascia alle spalle il suo recente passato, per un qualcosa di più intimo, personale ed emotivo. In attesa di progetti futuri, si è raccontato a noi; tra il nuovo brano, l’album in preparazione, questa nuova svolta musicale e l’esperienza all’Abbey Road Studios: 

Ciao Junior, come sta andando questo ritorno alla “normalità”?

Ciao Francesco, abbastanza bene grazie! Sono felicissimo per l’uscita di questo nuovo singolo.Sono stato in lockdown a Polignano a mare. All’inizio non sono stato molto ispirato nel comporre nuova musica. Tuttavia, ho registrato qualche bozza che andrò a rivedere presto. Mi piace dedicarmi alla musica come un allenamento costante.

“Odore d’incenso” è il tuo ultimo singolo, come è nato questo brano?

Questo brano è nato nella mia stanza alle 4 di mattina mentre stavo vivendo forti emozioni di incertezza e spaesamento d’amore. L’ho scritto in dieci minuti. Non ho mai scritto una canzone in così poco tempo. Mentre suonavo gli accordi sulla mia 12 corde, bruciava un incensiere sul davanzale della finestra. Credo di aver descritto di getto tutto quello che stessi vivendo e vedendo quella notte di novembre.

Junior V 1

Tristezza o rabbia; cos’è che prevale in questa ballad d’amore atipica?

Direi un mix. È molto difficile provare solo un’emozione. Quando vivo emozioni forti cerco sempre di sfogarmi con la musica. Secondo me un cantautore ha l’obbligo di mettere a nudo i propri sentimenti raccontando la propria vita. Ogni canzone è un piccolo pezzo del puzzle della mia vita.

Questo singolo lo definisci come: il brano della tua maturità. Cosa ci dobbiamo aspettare da Junior V per il futuro?

Sicuramente un nuovo Junior V. Questo singolo rappresenta un nuovo inizio. È un nuovo sound che ho sviluppato e preparato in due anni di silenzio musicale ed è qualcosa che mi rappresenta al 100%. Sono cresciuto con la reggae music, continuo ad ascoltarla ma penso che la musica debba essere diversa da quello che ci piace. Deve essere “tua”.

Invece, per quanto riguarda il tuo prossimo album, ci puoi già dire qualcosa?

Posso solo dire che il sound seguirà la scia indie australiana come Lime Cordiale, Ziggy Alberts, John Butler Trio e Sticky fingers, ma, anche un po’ della scena inglese, quindi Ben Howard, Daughter, Catfish and the Bottlemen, Declan Mckenna e altri.

Come mai la scelta di una rappresentazione animata per il videoclip del brano?

È stata una scelta molto naturale. Il mio team lavora a stretto contatto con Roby il Pettirosso, un famoso illustratore italiano che seguivo già da un paio di anni sui social. A mio parere è riuscito a rappresentare con le sue illustrazioni il vero significato del brano che ho scritto. Sono davvero onorato di aver collaborato con un grande artista come lui.

Questo brano presenta una curiosità affascinante; infatti, è stato masterizzato negli “Abbey Road Studios”. Come ti sei sentito a lavorare in un luogo così importante per la musica mondiale?

Sono ancora sotto shock. È una sensazione stranissima sapere che il mio nuovo singolo sia stato masterizzato nello studio più importante del mondo da un guru del mastering come Christian Wright. “Odore d’incenso” è passato nelle stesse macchine dei grandi dischi della storia della musica e io non posso che essere felice ed emozionato.

Junior V 3

Réclame: “Noi partiamo da una visione della vita sostanzialmente realistica”

Di Francesco Nuccitelli

Giovanissimi, ma già con le idee chiare, sia per i progetti discografici che per i gusti musicali. La band dei Réclame è composta da Marco Fiore e i fratelli Edoardo, Gabriele e Riccardo Roia. Tanta la gavetta alle spalle per la band (tra cui un’esperienza importante come la finale di Sanremo giovani 2019) e un disco d’esordio uscito il 29 maggio dal titolo Voci di corridoio”, dove all’interno è presente anche il pezzo “Il viaggio di ritorno“. Otto i brani totali presenti nell’album, che raccontano otto storie differenti e complementari tra loro, ma tutte dalle atmosfere disilluse e dal sapore malinconico. Abbiamo raggiunto Marco Fiore, membro dei Réclame, per una piacevole chiacchierata:

Reclame

Come nasce il progetto dei Réclame?

Il progetto dei Réclame nasce dall’incontro tra me (Marco Fiore ndr.) e i tre fratelli Roia (Edoardo, Gabriele e Riccardo ndr.). Con due di loro ci conosciamo fin dalle elementari e sin dalla tenera età abbiamo condiviso la passione per la musica. Intorno ai 15/16 anni abbiamo iniziato insieme a scrivere canzoni in inglese imitando quelli che erano i nostri modelli adolescenziali (come gli artisti della new wave anni ’80 ndr.). Successivamente, ci siamo messi a scrivere in italiano emulando invece i grandi cantautori. In seguito, abbiamo avuto la fortuna di conoscere Daniele Sinigallia, con il quale dopo un paio d’anni di lavoro siamo riusciti a portare a termine questo nostro primo disco.

Visto le vostre molteplici influenze e il vostro stile contemporaneo ma attento alla tradizione, dove vi collochereste nel mondo musicale?

Io sono pessimo nell’affibbiare etichette in generale. Noi veniamo da una serie di ascolti eterogenei tra loro. Per noi la musica è un grande melting pot. Comunque, è molto difficile collocare i Réclame poiché non ci sentiamo di far parte di un genere preciso. Forse ci ritroviamo in una sorta di indie, ma quell’indie inteso come indipendenza, e quindi svincolato dalle varie logiche di mercato. A noi piace osare, come abbiamo fatto in questo album.

Il 29 maggio è uscito il vostro disco d’esordio “Voci di corridoio”. Come è nato questo album?

C’è stata una gestazione lunga e travagliata. Quando siamo arrivati da Daniele (Sinigallia ndr.), i pezzi erano praticamente già stati chiusi, mancava solo l’idea di sonorità che avrebbe dovuto avere l’album. Il disco nasce dalla voglia di raccontare otto storie differenti, ma complementari tra loro e di creare otto quadri sonori all’interno di questo corridoio. Fare una carrellata dal punto di vista sonoro e cercare di guardare le otto stanze non solo con l’occhio, ma anche con l’orecchio. Se l’occhio è la narrazione, l’orecchio è la musica. Il percorso diventa poi più rarefatto quando ci si avvicina alla fine di questo corridoio e quindi al brano “Notte d’inverno“. Nell’album abbiamo cercato di mantenere la struttura pop dove occorreva e mantenere una narrazione più semplice dove invece era necessario. Speriamo che questo sia un viaggio di sola andata e non di ritorno.

Quanto c’è di voi, delle vostre vite e delle vostre esperienze in queste otto storie?

C’è tantissimo di noi e delle nostre vite, ma la nostra persona viene sempre mediata all’interno dei brani. In questo progetto cerchiamo di andare oltre quell’io imperante presente nell’indie italiano. Il nostro tentativo è quello di far arrivare la narrazione a tutti, cercando di riprendere ciò che facevano i grandi cantautori. Quella facilità di prendere un personaggio e di far travasare all’interno di esso quelle esperienze di vita e di prestargli la voce per dire ciò che si pensava realmente. Questa mediazione rende poetica la musica.

In questi brani è presente questa sorta di disillusione della vita, come mai questa visione cupa?

Noi partiamo da una visione della vita sostanzialmente realistica, e se si parte da un certo realismo è ovvio che sia più naturale narrare la realtà che vedi per ciò che è, e non per ciò che vorresti che fosse. Tuttavia, c’è anche lo spazio per una “salvezza” all’interno del disco. Una flebile speranza proiettata però sugli altri e mai su se stessi. In fin dei conti, i personaggi trattati sono dei vinti, persone che hanno gettato la spugna, che sono in balia degli eventi o di se stessi; parlano in modo disilluso della vita e delle loro esperienze.

In conclusione, cosa ne pensi di questa via “contingentata” per i live?

Ben venga la promozione online, quella televisiva, delle radio ecc., ma la cosa più importante per un musicista, è quella di poter presentare dei progetti live. La musica è nata live e morirà live. La situazione attuale è al limite, però posso dire che cercare di fare un’esperienza dal vivo, anche se con numeri ridotti, rimane una buona possibilità nonostante le diverse problematiche. Meglio poco che niente.

reclame_studio2_web

Emanuele Aloia e quel senso di eterno ricercato nell’Arte

Di Alessio Boccali

aloia

Emanuele Aloia, giovanissimo cantautore torinese, sta vivendo un successo immenso grazie al suo “Il bacio di Klimt”, un brano che parla ai giovani (e non solo) con una semplicità e allo stesso tempo una profondità tali da farlo schizzare in vetta alle più note classifiche musicali nostrane e riuscire a conquistare il disco d’oro. Un successo fortemente aiutato dalla piattaforma social Tik Tok, che ha permesso al pubblico di conoscere un ragazzo, un artista, che cerca di imprimere il suo marchio di fabbrica nella musica attraverso originali riferimenti al mondo della storia dell’arte e della letteratura. Questo il resoconto della nostra piacevole chiacchierata:

Ciao Emanuele, innanzitutto, come stai?

Ciao! Tutto bene, sto ritornando a una lenta normalità; faccio musica, anche se quello non ho mai spesso di farlo, rispondo alle interviste… insomma, si ricomincia.

aloia_il_bacio_di_klimt_640_ori_crop_master__0x0_640x360Il tuo brano “Il bacio di Klimt” sta davvero spopolando. Perché questo titolo e perché, secondo te, il Bacio di Klimt è così iconico?

Il titolo nasce dopo la canzone; quando ho finito di scriverla, ho subito pensato che dovesse chiamarsi così. Questo racchiude a pieno il senso del brano. È difficile dare una risposta, invece, sull’iconicità dell’opera d’arte vera e propria. Nell’arte non c’è mai una spiegazione logica che ti motivi il perché questa arriva alle persone; sicuramente ne “Il bacio” una gran parte del lavoro possiamo dire tranquillamente che la fanno i colori, i quali danno al quadro un senso di eternità, che poi è quello che vorrei trasmettere con il mio brano.

Un altro tema portante del singolo è quello della solitudine; problema sempre di grande attualità e che, ora più che mai, con questo virus e questa digitalizzazione del mondo della scuola, rischia di toccare di più i giovani; sei giovanissimo anche tu e tramite i vari social parli molto con tanti ragazzi; cosa vuoi trasmettergli in questi giorni?

Premetto che il brano nasce prima di tutta questa brutta situazione, tuttavia, sono molto fatalista e questa canzone sembra proprio descrivere un momento come quello dal quale ci stiamo lentamente rialzando. Ciò che mi sento di poter affermare è che le emozioni più negative come la malinconia, o appunto la solitudine, fanno parte della vita e vanno sempre affrontate. Bisogna cercare di essere sempre abbastanza equilibrati: sia nel vivere le gioie che nei momenti di tristezza.

Com’è portare la storia dell’arte, la letteratura…, in un’altra forma d’arte come la musica?

Nonostante abbia solo ventuno anni, ho già vissuto diverse trasformazioni su di me, sul mio essere artista. Non sono un esperto d’arte, sebbene ne sia appassionato; sono un tipo soprattutto curioso e mi affascinano la storia dell’arte, la letteratura – che poi in musica diventa quel cantautorato con il quale sono cresciuto – e sicuramente tutto ciò sta incidendo su quello che è il “marchio di fabbrica” della mia scrittura. Scrivo sicuramente meglio di come facevo qualche anno fa, ma naturalmente c’è sempre tanta strada da fare. Sono arrivato al punto, però, di voler affermare una mia precisa identità per differenziarmi e fare la differenza. Sicuramente, questo è un lavoro lungo che richiederà tanto tempo, ma sono sicuro che avverrà tutto in maniera naturale.

L’influenza della musica sull’ascoltatore è cosa nota, soprattutto per quanto riguarda i più giovani. Tu hai una bella responsabilità perché inviti a percepire la bellezza. Quanto è presente questo pensiero quando scrivi e soprattutto quanto pensi peserà questo nel tuo imminente futuro, visto anche il successo de “Il bacio di Klimt”?

Quando hai un pubblico molto giovane – per quanto con quest’ultimo pezzo l’età media del mio pubblico si sia alzata e questo mi fa molto piacere – la responsabilità è sempre più grande. Devi dosare le parole, devi pensare molto a quello che dici. Sono comunque molto tranquillo perché prendo ispirazione dalla bellezza, come dicevi tu, e quindi è difficile sbagliare. L’unica tensione che posso sentire un po’ più forte in questo momento è proprio quella strettamente collegata al successo de “Il bacio di Klimt”. Certamente, ci sarà un determinato tipo di attenzione sulla mia prossima uscita, ma questa oltre che una tensione è anche, e soprattutto, uno stimolo. Sono un tipo molto competitivo e ritengo gli stimoli esterni molto utili. Per quanto riguarda il mio invito a percepire la bellezza nella cultura, che citi nella domanda, mi fa sempre molto piacere quando ricevo dei messaggi da parte di teenager che mi ringraziano per averli fatti incuriosire a quel quadro piuttosto che a quell’autore letterario…

Hai poco più di vent’anni eppure hai comunque una buona gavetta alle spalle…

Scrivo da quando avevo tredici anni e a quattordici avevo già aperto un canale YouTube dove pubblicavo i miei inediti – naturalmente discutibili (ride. n.d.r) -, non ho mai smesso di crederci.

emanuele-aloia-980x551A proposito di YouTube, hai avuto grande successo “social” grazie alla piattaforma Tik Tok; possiamo considerare quest’app come una sorta di nuovo YouTube, naturalmente con modalità estremamente differenti, che può fungere da rampa di lancio per gli emergenti?

Assolutamente sì. Anche se son diversi i tempi di fruizione: su YouTube senti il pezzo intero, su Tik Tok ti entrano in testa delle frasi, degli incisi. L’importante è far capire a tutti è che Tik Tok è solo un mezzo; se un pezzo esplode a caso su quella piattaforma, ma non ha potenzialità per resistere altrove, si ferma là. Tik Tok può lanciarti, ma se poi la tua musica non ha un certo peso specifico, non vai da nessuna parte. Le persone sono molto pigre sui social, se quei pochi secondi di canzone ascoltata in un tik tok ti invogliano ad interessarti di più a quell’artista, significa che qualcosa di quel pezzo gli è rimasto dentro.

Un altro tuo brano che ho apprezzato molto è “Sempre”, uscito anche lui quest’anno, molto interessante anche il video con un altro omaggio letterario…

Son molto contento di parlare di “Sempre” perché quello è un brano molto bello, che però va capito. In un certo senso c’è un filo che lega le mie canzoni più conosciute e lo possiamo racchiudere nel senso di eternità, di cui abbiamo parlato anche prima. “Sempre” non è autobiografica e proprio per il peso che ha questa parola, a ventuno anni non ho scelto di fare un video ufficiale con due ragazzi mano nella mano a rappresentare una promessa d’amore, una scena vista e rivista. Per il videoclip ho scelto invece di prendere in prestito i protagonisti di una saga cinematografica come Harry Potter, che conoscono praticamente tutti, e in particolare provare a raccontare, con la mia canzone, l’amore di Piton per la madre di Harry: un sentimento più forte di tutto, che per proteggere il figlio della donna amata, arriva ad influenzare in negativo il pensiero che le persone hanno di lui. Un amore che si riflette perfettamente nel concetto di eterno.

Progetti futuri? Un album? Hai già le idee chiare su quale sarà il “colore”, il mood dominante di quest’album?

Di album pronti ne avrei veramente tanti per quanto scrivo (ride, n.d.r.). Il mio percorso finora è sempre andato avanti di singolo in singolo, ma “Il bacio di Klimt” ha dato sicuramente un’accelerata che ha portato me e chi mi segue a pensare decisamente a un album. L’obiettivo – non semplice sicuramente – è quello di portare un qualcosa di originale e per farlo c’è bisogno di un po’ di tempo. Uscirà quando, da perfezionista quale sono, sarò convinto al 100% di aver impresso il mio marchio di fabbrica sul lavoro che andrò a presentare.

Giulia Molino, una scugnizza fragile e passionale

Di Alessio Boccali

Immagine

Vivere tante belle emozioni durante un periodo universalmente triste non è mai facile. Giulia Molino, cantautrice e finalista nell’ultima edizione di “Amici di Maria De Filippi”, sta vivendo il suo successo in un turbinio di emozioni, ma in mezzo a questo caos, la sua anima da scugnizza fragile e passionale è riuscita poco tempo fa a dar vita a un bel brano omaggio al personale sanitario – composto da “eroi” che son prima di tutto “persone” -, che segue il suo album “Va tutto bene”, un lavoro tra il pop e il rap che ben la rappresenta. Ci siamo sentiti pochi giorni fa e questo è quello che è emerso dalla nostra chiacchierata:

Ciao Giulia, innanzitutto come stai?

Ciao Alessio! Sto bene, sono anche rientrata a casa mia da un paio di settimane, quindi ora posso dirti che, finalmente, va tutto bene.

Partiamo dal tuo ultimo singolo “Camice Bianco”: una dedica al personale sanitario che lotta tutti i giorni per la nostra salute e che in questo periodo è stato messo ancor più a dura prova dal coronavirus. Parli di loro come di eroi, ma anche e soprattutto come di persone…

Ho vissuto un periodo di grande angoscia. Durante il lockdown, nei due mesi in cui la pandemia si è fatta sentire con più forza, ero “protetta” dallo stare all’interno del programma “Amici”, ero quindi come schermata dalla realtà. Ricevevo notizie, sentivo i miei parenti, ma non vivevo la quotidianità. Una volta finito il programma, ho vissuto a Roma un paio di mesi e mi sono resa conto che davvero c’era stato un problema molto grande che non avevo vissuto appieno. In quei momenti ho visto e sentito addosso tutte quelle angosce che gli altri già stavano sopportando da tempo. Ho iniziato allora a documentarmi su com’era la situazione dal punto di vista sanitario e, durante le ricerche, mi sono imbattuta nell’intervista a un medico, il quale lamentava la mancanza di posti negli ospedali e affermava piangendo che, nonostante il grande impegno di tutto il mondo della medicina, questo virus stava portando via tantissime persone. In maniera particolare mi ha colpito la parte di quest’intervista nella quale il medico diceva che la domanda che riceva più spesso era “Quanto tempo mi rimane?”. A quel punto ho stoppato il video perché mi erano venuti i brividi. Quella domanda lì, però, me l’ero appuntata; mi ha fatto da subito pensare all’enorme fatica emotiva, oltre che fisica, alla quale sono sottoposti medici, infermieri e soccorritori. Da lì è nata “Camice Bianco”.

Il tuo album si intitola “Va tutto bene”, un’espressione che, soprattutto in momenti come questi, può fungere da incoraggiamento a tante persone, ma che spesso nasconde anche delle bugie. Che significato ha avuto nella tua vita questa espressione?

“Va tutto bene” è una frase che mi sono ritrovata a dire tante volte nella vita, anche quando ho fatto finta di star bene, ma non era così. Naturalmente, e per fortuna, ci sono tanti momenti in cui realmente stai bene e vivi la vita alla grande, ti senti al sicuro, al posto giusto nel momento giusto. Per questo mi ci ritrovo a 360° in questa espressione. Non mi è dispiaciuto, poi, che in questo periodo drammatico il mio “Va tutto bene” sia diventato per tante persone, che mi hanno anche contattata sui social, un incoraggiamento. Mi piace l’idea di essere riuscita ad abbracciare e a consolare tante persone con la mia musica.

A proposito di social e di seguito. Hai una fanbase di tutto rispetto che chiami “Scugnizzi”; ora non hai l’opportunità di incontrarli nei live o negli instore, però grazie al web riesci comunque a star loro vicina… come la vivi questa che comunque è una responsabilità?

All’inizio non era facile perché non ero abituata. Poi ho capito che se nella vita voglio fare musica e trasmettere dei messaggi è giusto che mi prenda tutte le responsabilità del caso. È capitato che alcuni ragazzi mi abbiano raccontato aspetti molto privati della loro vita e io non mi sia sentita all’altezza; mi vedono come un punto di riferimento, ma io sono la prima ad essere una persona fragile. Da “Amici”, però, ho imparato a credere un po’ di più in me stessa, e vedere che tante persone mi vedono come una persona forte con la quale confidarsi è una bella sensazione. Poi certo, non vedo l’ora di vederli e abbracciarli portando in giro la mia musica. “Chell’ è tutta ‘n’ata cosa…” e già da luglio potrebbero esserci delle sorprese…

dfdfd

In tutti i testi dell’album c’è un TU al quale ti rivolgi. Ti sei mai sentita in dovere di dimostrare qualcosa a un qualsivoglia TU?

Più che un dovere, ho sentito forte il bisogno di liberarmi da tante cose. Una necessità tutta mia di parlare e di condividere delle emozioni che quel TU, bene o male che sia andato il rapporto con lui, mi ha fatto maturare. Scriverne, cantarne, mi ha fatto tanto bene.

Come dicevi prima, non è mai facile dire “Va tutto bene”. A tal proposito volevo parlare un po’ del tuo brano “Nietzsche”, un flusso di coscienza nel quale spieghi, appunto, quante volte è stato difficile dire che andava tutto bene…

Inizialmente ho pensato che questo brano potesse quasi stonare con il disco, però poi ho capito che non è così. Da quando mi sono aperta di più con il pubblico, ho ammesso che c’è una fragilità di base in me. Ho quindi voluto presentare me stessa al 100%, parlando a chi mi sta accanto e a chi mi ascolta con estrema sincerità. Sono molto emotiva, nella vita e di conseguenza nella musica, mi ha sempre contraddistinto la passionalità, il coinvolgimento con cui vivo ogni emozione.

Nella tua musica c’è una forte impronta rap che riesci a mixare bene al pop. Da dove nasce questo incontro?

Fortunatamente con la musica non è mai impossibile creare tantissimi incroci di generi; quello che sto cercando di fare è proprio unire i miei studi pop, R’n’B, soul che da sempre mettono in luce la mia passionalità, alla forza e alla schiettezza che riesco a dimostrare quando faccio rap. L’obiettivo che ho ben chiaro nella mente è preservare e alimentare continuamente una forza comunicativa. Spero di riuscirci sempre.

Parlando di passionalità, non possiamo non citare la tua amata terra. Sei nata a Torre Del Greco, hai vissuto tra Scafati e Napoli, insomma in te scorre sangue campano e questo si sente anche nella tua musica…

Sì, lo sento tutto il calore della mia terra e me lo porto sempre sul palco e quando scrivo. Ad “Amici” ho avuto l’onore di cantare pezzi della tradizione partenopea ed è stato molto emozionante. Sono molto fiera delle mie origini, è un regalo grandissimo per me l’essere figlia del Sud e del suo patrimonio artistico.

Ah, se possibile volevo aggiungere un ringraziamento speciale a tutti coloro che mi supportano e, in particolare, alla mia grande famiglia di Isola degli Artisti e a Carlo Avarello, il mio produttore, ma per me anche un padre, un fratello, un confidente e un grande amico.

 

Emanuele Bianco: “La mia terra” è stabilità affettivo-riflessiva

Di Alessio Boccali
bianco4

ph. Alessandro Boggi

Emanuele Bianco, all’anagrafe Emanuele Maracchioni, classe ’93 è un cantautore, musicista e producer romano con un passato da rapper col nome Chabani. Nella sua musica c’è la sua vita, le esperienze che l’hanno formato e continuano a farlo, gli affetti che lo hanno aiutato a crescere personalmente e artisticamente e quella vena rap che non smette mai di pulsare nella fase di scrittura. A circa un mese dall’uscita del suo ultimo singolo “La mia terra”, abbiamo scambiato due chiacchiere per tirare le somme ritrovandoci a parlare di stabilità, di insegnamenti, di ricordi e di tutto ciò che, in fondo, è vita.

Ciao Emanuele, innanzitutto come stai, com’è stato “fare” musica da casa in questi mesi?

Ciao! Sto bene dai, grazie. Diciamo che io vivevo in quarantena già da prima perché stavo sempre chiuso in studio. Per la produzione, soprattutto, ho sempre lavorato molto da remoto. Ti dico la verità: son sempre stato un fan della digitalizzazione. Secondo me, se non pensiamo alla bellezza del “contatto fisico”, lavorare da remoto ha tantissimi lati positivi. Anche perché a Roma per spostarti da una parte della città all’altra butti sempre mezza giornata. In fin dei conti, tralasciando la tragedia dell’emergenza sanitaria, questa situazione ha accelerato un processo che, volenti o nolenti, ci avrebbe prima o poi coinvolti tutti.

Il tuo ultimo singolo “La mia terra” è uscito durante il lockdown; hai sentito ancora di più la responsabilità di dover essere vicino a chi ascoltava questo nuovo brano?

Sì, hai detto una parola molto importante: responsabilità. Io credo che tutti coloro che hanno un pubblico che li segue, più o meno numeroso che sia, debbano tenerne conto. È bellissimo avere un rapporto con chi ti segue, ma è altrettanto importante rispettare queste persone perché l’artista può avere una grande influenza. Soprattutto quando hai a che fare con i ragazzi più giovani, devi essere consapevole che la musica può salvare le persone, ma può anche distruggerle. È importante avere la fiducia delle persone che ti ascoltano e fare musica, fare film, fare un quadro… non è mai un procedimento fine a sé stesso, ma ha sempre un’influenza su chi godrà di quell’arte. Tutti noi siamo stati influenzati dall’arte nella nostra vita, nelle nostre scelte. A maggior ragione oggi che la fruizione dell’arte, in primis della musica e del cinema è veramente immediata grazie a internet.

Mi aggancio a questo per parlare di musica live e concerti in streaming. Abbiamo letto che con le nuove norme a breve sarà possibile, durante questo periodo di emergenza, fare concerti per un massimo di mille persone e sempre a seconda della capienza dei teatri/locali naturalmente e con le dovute distanze. Tanti hanno rinunciato a quest’idea, altri hanno continuato a sostenere la via della digitalizzazione. Immagino sarai d’accordo con questi ultimi…

Il mondo è cambiato, inutile nascondercelo. Stiamo cambiando stili di vita e inserendo nella vita quotidiana nuove abitudini. Il mercato della musica non fa eccezione. Prima si diceva che il pesce grande mangi sempre il pesce piccolo, nell’industria musicale così come negli altri mercati. Oggi penso che sia il pesce veloce a sovrastare il pesce lento. Chi si adatta prima ha la meglio. Credo che questo discorso possa valere anche per il discorso dei live in streaming, che tra l’altro in America tra gli artisti un po’ meno conosciuti è pratica comune. Forse parlo da “malato” di digitalizzazione, ma credo che tra un po’ di anni riusciremo a godere dei concerti con l’audio in 3D e grazie ai visori sfruttando la realtà virtuale. Logicamente la dimensione del concerto dal vivo sarà sempre un’altra cosa e il contro più grande di un evento in digitale è sicuramente, per l’artista, quello di non sentire il calore del pubblico che canta insieme a te e, per il pubblico, quello di non vivere un’esperienza e di condividerla con altri fan nello stesso luogo, nello stesso momento. Un beneficio importante, tuttavia, potrà esserci per gli artisti emergenti. Anche chi non ha un booking o non ha la capacità/possibilità di investire sui propri live, può investire una volta per tutte nell’attrezzatura per i concerti in streaming e può esibirsi praticamente quando vuole. La musica è passata attraverso tantissime rivoluzioni, credo sia fisiologico; bisogna sempre vedere il lato positivo del cambiamento e darsi da fare.

Torniamo a “La mia terra”; L’amore ha una grande importanza nella tua vita e dopo “Tu sei”, che ha superato il milione di views su YouTube, questo brano è l’ennesimo riconoscimento dell’amore per la ragazza che ami, ma è anche la consapevolezza di aver raggiunto un obiettivo nella stabilità affettiva.

“Tu sei” il fuoco di passione che divampa all’inizio di un amore, mentre “La mia terra” è il consolidamento del rapporto, un’acquisizione di maturità. La persona amata è il tuo mondo, la tua quotidianità, la tua stabilità. Ne “La mia terra” racconto di aver raggiunto un equilibrio tra mente e cuore; quando ti trovi in questa condizione riesci a visualizzare tutto il tuo trascorso. Ringrazi le cose che ti son successe, positive o negative che siano state, perché tutte ti hanno formato. È un tirare le somme sulla mia testa calda, sugli obiettivi raggiunti o meno e su tante altre cose per poi mettere tutto questo da parte e pensare con tanta gratitudine solo a quello che ho. Ho imparato che a tutto ciò che succede bisogna dare un significato e, grazie a questo significato, imparare la lezione.

bianco23

ph. Alessandro Boggi

Questa grande riflessività è evidente in tutti i tuoi brani, anche i tuoi testi sono molto “lunghi” per il pop; è questo un retaggio del rap, vista la tua esperienza con questo genere?

Sì, sono d’accordissimo. Nella mia musica, nei miei testi c’è molto del mio passato rap. Questa cosa di mescolare il rap al pop mi piace moltissimo, nonostante in alcuni momenti cerco quasi di ammonirmi dicendomi di fare più pause nel cantato; ma è una cosa che mi viene naturale, amo il rap e la sua capacità di poter dire mille cose in un solo pezzo e di poterle dire in un milione di modi differenti. Nel pop questo non è impossibile, è solo più difficile perché inevitabilmente hai meno parole. Io ci sto provando e sono consapevole che devo migliorare ancora tanto. D’altronde il mio motto è sempre stato “O ti formi o ti fermi”.

A proposito di riflessività e di rap, la tua “Manchi” dedicata a Cranio Randagio è da spezzare il fiato; cosa ti legava di più a Vittorio?

Ho tanti bei ricordi di e con Vittorio. Innanzitutto, ogni volta che registravo Cranio imparavo un nuovo termine. Lui scriveva con un registro stilistico troppo alto per l’Italia. Era troppo. Vittorio, poi, era una persona di spessore oltreché un artista con la A maiuscola. E ogni volta che parlo di lui è questo che mi piace ricordare e raccontare a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo. Nella sua arte era libero, spesso utilizzava delle parole, delle metafore, che potevi starci a pensare per ore; non puoi capire quante volte gli dicevo di alleggerire un po’ la scrittura per arrivare a tutti o di fare un ritornello cantato. Un compromesso lo trovammo in “A Selfish Selfie”, che infatti “contaminò” più persone pur non snaturando l’anima di Cranio Randagio.

Non sarò il primo che te lo chiede e non vuole essere un giudizio, ma più una curiosità. Da cosa nasce quel “Keep it secret” tatuato sul viso? Da quello che ci siamo detti, sono certo che abbia un senso profondo.

Innanzitutto, ti dico che quando me lo son tatuato, mia madre non mi ha parlato per tre mesi (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, a me piacciono tanto i tatuaggi e quella scritta ha dei significati. Innanzitutto, mi ritengo una persona della quale ti puoi fidare, e questo è il significato più “accessibile”, l’altro senso riguarda il mio essere abbastanza introverso. Con la musica questa chiusura viene meno e riesco a parlare di ciò che ho visto e sentito. Quindi diciamo che è anche un po’ una garanzia sulla mia veridicità.

bianco

ph. Alessandro Boggi

Tornando ai tuoi pezzi. Prima abbiamo parlato di stabilità riflessiva raggiunta grazie alla stabilità affettiva raccontata ne “La mia terra”, in “Sotto la Torre Eiffel” parli di amore a distanza. Così è più difficile raggiungere quelle stabilità, non trovi?

Io penso che quando ti impegni in un rapporto scegli di vivere delle esperienze rinunciando ad altre. Tra le cose che scegli di vivere ci sono la stabilità della quotidianità, la sicurezza di avere una persona sempre vicina, il rapporto fisico e tante altre cose. Con un amore a distanza non è che sia impossibile portare avanti tutti questi aspetti, ma è molto difficile prendersene cura. Vivere una persona tutti i giorni, vederla, parlarci e confrontartici rende più semplice le cose e ti permette anche di capire meglio ciò che provi. La lontananza da “La mia terra”, dalla persona che amo, renderebbe inevitabilmente instabile anche la mia vita e penso anche quella della mia lei.

Finiamo parlando del disco che, se non erro, dovrebbe uscire dopo l’estate. Giusto?

Sì, diciamo che siamo in fase di finalizzazione. Ho contato molto come sempre sulla mia produzione perché mi piace molto dar forma alla mia musica anche se non disdegno le coproduzioni con chi naviga sulla mia stessa lunghezza d’onda. Le canzoni uscite finora sono molto eterogenee e vengono da diversi periodi della mia vita, col disco è arrivato il momento di dare l’imprinting giusto al mio percorso. La via scelta sarà quella dell’acustico, che dà quel mood che trovi al massimo in “Tu sei”.

Finiamo parlando del disco che, se non erro, dovrebbe uscire dopo l’estate. Giusto?

Sì, diciamo che siamo in fase di finalizzazione. Ho contato molto come sempre sulla mia produzione perché mi piace molto dar forma alla mia musica anche se non disdegno le coproduzioni con chi naviga sulla mia stessa lunghezza d’onda. Le canzoni uscite finora sono molto eterogenee e vengono da diversi periodi della mia vita, col disco è arrivato il momento di dare l’imprinting giusto al mio percorso. La via scelta sarà quella dell’acustico, che dà quel mood che trovi al massimo in “Tu sei”.