Andrea Febo: “Oggi abbiamo perso il contatto umano con le persone”

Di Francesco Nuccitelli

COVER - Rivoluzione off-lineRivoluzione Off-line è il nuovo singolo che vede protagonista Andrea Febo con un featuring molto interessante e azzeccato come quello con il Piotta. Questo è un brano che vede una fusione alquanto particolare e che potremmo rinominare cantautorap, con una parte musicale che si amalgama alla perfezione con un testo dal tema attuale, quale l’uso spasmodico della tecnologia e dei cellulari. Noi di MZKnews-MusicaZeroKm, abbiamo raggiunto Andrea Febo per una bella chiacchierata:

Rivoluzione Off-Line è il tuo singolo realizzato in collaborazione con il Piotta. Che tipo di brano è?

Rivoluzione Off-Line, è un brano che nasce dall’esigenza di mettere a fuoco un tema oggi molto in voga e che come tutte le cose che prendono una forma molto prepotente, possono diventare  un’arma rischiosa. Oggi abbiamo perso il contatto umano, quello fisico con le persone, con le amicizie e con i parenti. Siamo troppo iperconnessi. Ovviamente nella canzone, quello che voglio esprimere, non è l’andare contro la tecnologia, anzi… bisogna sempre andare avanti, però bisogna anche mantenere un rapporto reale con la vita.

Com’è nata questa atipica collaborazione?

La nostra è un’accoppiata molto particolare, originale e quasi comica. Con Tommaso ci conosciamo da tanti anni, abbiamo fatto diverse cose e calcato molti palchi. Non avevo mai considerato una possibile collaborazione tra di noi. Tuttavia, avevo questa idea, questo brano e ho pensato: “chissà, questa potrebbe essere la volta giusta per fare qualcosa insieme”. Così ci siamo visti e ho fatto sentire il brano a Tommaso… a lui è piaciuto molto e ci abbiamo lavorato sopra.

Leggevo i vari dati sull’uso dei cellulari da parte di grandi e bambini. Tu fai una critica molto dura su questo nuovo stile di vita. Qual è la tua soluzione?

Io posso sollevare un tema o un’idea… pensare ad una soluzione è un po’ più complicato. L’unica cosa che mi viene da dire, è di spegnere un po’ il telefono e capire se questa è una droga o no. A me è successo di stare senza il telefono e di andare nel panico…

Quindi, questa la possiamo considerare come la dipendenza del 21° secolo…

Sicuramente!

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Possiamo dire che sei un cantautore molto impegnato. Sempre belle canzoni con tematiche importanti e attuali. Ma come nasce in te il bisogno di fare musica?

Perché mi annoio (ride ndr.). Fondamentalmente sono uno che si annoia molto facilmente e quindi per combattere la noia sento l’esigenza di scrivere.

Un tour estivo?

Pensavo più ad un tour invernale, anche perché l’estate è più legata ad eventi o festival. Invece a me piace girare l’Italia e andare nei club. Insomma, un qualcosa di più intimo.

Ripartendo dall’uomo romantico, il paleolitico, suono dal ritmo cardiaco”. Uno sguardo al passato per guardare al futuro. Com’è nata questa frase?

Onestamente non so come sia nata la frase… anche perché quando si scrive una canzone le parole ti vengono fuori da sole. Però, posso dire che il “battito cardiaco” che cito nella frase rappresenta la vita. Il battito cardiaco non sta dentro uno smartphone, ma sta dentro una persona.

Il tuo futuro come lo vedi?

Al momento non so come sarà, perché ogni giorno è un nuovo film da vivere. Però posso dire che farò di tutto per fare sempre meglio, per essere un uomo migliore e cercare di raggiungere o quantomeno sfiorare la felicità

La Rappresentate di Lista al Primo Maggio di Roma

Di Francesco Nuccitelli

Tra i protagonisti del pomeriggio del Primo Maggio a Roma troviamo La Rappresentante di Lista, band che si è esibita – per la gioia dei fan – sopra lo storico palco di Piazza San Giovanni con due brani: “Questo corpo” e “Maledetta tenerezza”. Durante il concertone, noi di MZKnews, lì abbiamo raggiunti nel backstage per una veloce chiacchierata:

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Vi siete esibiti sul palco del primo maggio, tra la pioggia e il pubblico festante. Ma qual è stato il tocco queer che avete portato su questo palco?

Sicuramente il mio rossetto… questo mi sembra abbastanza queer. Ma aldilà di questo, se intendiamo queer come fuori da ogni schema o fuori da ogni genere e categorizzazione, potremmo dire che ciò lo già è la nostra musica.

Per quello che facciamo, grazie ad un lessico nuovo e all’utilizzo di codici diversi, ma anche per il fatto di non metterci dentro delle gabbie di generi musicali… né pop e né rock. Ecco, in questo senso noi portiamo questo tipo di esibizione.

Per voi cos’è oggi il primo maggio?

Ora sarà un modo per ricordare questa esperienza, questa possibilità di trovare un bellissimo pubblico, ma anche di trovare e ri-trovare dei fantastici colleghi e compagni di lavoro con cui ragionare anche sui temi delicati, come appunto il tema del lavoro. Anche perché questo è sicuramente l’argomento più importante di questa giornata.

Sì, questi sono quei momenti dove c’è la necessità di riaccendere il fuoco del dibattito, sui temi caldi e si spera che vengano protratti oltre la giornata del primo maggio.

Cosa potete dirci del lavoro del musicista, che ancora oggi, in Italia non è considerato tale…

Che effettivamente il lavoro del musicista diventa lavoro e diventa professione solo in un secondo momento, anche per noi è stato così. Basta pensare a tutte le giovani band, i giovani cantautori che si approcciano al mondo del lavoro come musicisti, spesso devono fare tantissima gavetta prima di considerarlo un vero lavoro.

È un investimento continuo nei primi tempi e si fa veramente fatica a far valere i propri diritti sul lavoro. Però, dal momento in cui ci si inserisce in un team di persone che ti stanno accanto e che riescono anche a tutelarti, cambiano molti aspetti. Anche la nostra serenità è cambiata in questo mestiere. Noi oggi lo sentiamo più libero, ma per gli artisti in generale è un mondo impossibile.

LE VIBRAZIONI: “Siamo tornati e la nostra “Vieni da me” oggi suona come un pezzo suonato dagli Aerosmith in versione pugliese.”

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di Alessio Boccali

Una reunion attesa che ha riportato un po’ di sano rock’n’roll nelle classifiche e nelle orecchie del pubblico italiano. Il progetto de Le Vibrazioni, in realtà, non si è mai fermato, si era soltanto preso una pausa laboriosa per poi tornare in grande stile, perché, come canta Venditti, “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano…”. Durante il loro interminabile tour, che li sta portando in giro per tutta Italia, sono riuscito a scambiare due chiacchiere con lo storico frontman della band: Francesco Sàrcina. Di seguito quello che ci siamo detti.

Ciao Francesco, come procede il vostro tour? Quest’anno non vi siete davvero fermati un attimo…

Hola! E’ vero, il nostro è un never ending tour! E’ dal post Sanremo a febbraio, che non ci fermiamo; abbiamo fatto instore, club, festival, concerti estivi senza nemmeno un break, ma è stata un’estate molto gratificante. Ci sono tanti nuovi fan giovani che cantano le nostre canzoni e questo ci fa ancora più piacere. Pensa che il nostro singolo “Vieni da me”, dopo 15 anni, è nuovamente disco d’oro: una figata!

A proposito di quella grande hit, so che avete composto un pezzo, uscito il 28 settembre, che si intitola “Pensami così” e che sotto forma di jingle è la sigla del programma di Caterina Balivo su Rai1 che si chiama proprio “Vieni da me”…

Si, quello del jingle è stato un giochino molto simpatico. La Balivo è un’amica e mi faceva piacere comporre la sigla del suo nuovo programma. Non mi andava di riproporle una versione speciale di quella storica “Vieni da me”. Ho pensato allora ad una cosa nuova e l’ho fatto durante il tour sapendo che avrei dovuto inserire quel “vieni da me…” che è il titolo del programma. La sorte ha voluto che sia venuta fuori una bomba atomica e, di conseguenza, insieme ai ragazzi abbiamo deciso di inciderla e di farla uscire.

 

La vostra reunion ha scatenato una bella ed importante reazione da parte del pubblico, ve l’aspettavate?

 

No non ce l’aspettavamo, soprattutto perché di questi tempi ne accadono di tutti i colori; tutto è diventato così veloce ed improvviso: spesso situazioni semi-sconosciute, quasi casalinghe, iniziano a girare e fanno successo, mentre artisti o band storiche spariscono. Era un po’ un terno a lotto questo ritorno. Per fortuna l’abbiamo vinto ed è stato molto bello vedere come fosse ancora vivo un bel ricordo de Le Vibrazioni. Poi sai, quando vai in giro per i vari festival organizzati da Radio Deejay, RTL, Wind ecc. e stai sul palco a suonare la “chitarrona”, ti accorgi che non è più una cosa comune fare rock oggi e “Vieni da me” sembra quasi “Living on the edge” degli Aerosmith. Oggi è come se noi fossimo gli Aerosmith… in versione pugliese, eh, ma stiamo lì dai (ride, n.d.r.). Certo, abbiamo anche beccato un bel disco…

A proposito proprio di quest’ultimo disco, “V”, hai sempre detto che per voi ha rappresentato una rinascita, ma visto il titolo possiamo pensare anche ad una “v” che sta per vendetta contro tutte quelle logiche che avevano portato al vostro scioglimento?

No, perché la vendetta non ti porta mai niente; magari ti dà una soddisfazione momentanea, ma non crea una buona onda dato che nella vendetta c’è sempre rabbia
e con questa non puoi portare avanti un grande progetto come il nostro. Quindi proprio una vendetta no, ma sicuramente ci siamo tolti dalle scarpe un bel po’ di sassolini. In passato sono state fatte e dette delle cose sbagliate da parte di chi forse aveva capito poco della nostra musica e, probabilmente, credere in un progetto come il nostro, che richiede anni di attenzioni, ad alcuni non conviene. Questo che stiamo facendo oggi noi da indipendenti è un lavoro che va avanti da parecchio tempo; anche quando ero in giro come solista già pensavo al ritorno de Le Vibrazioni. Poi, insomma, la band era un fuoco e non vedeva l’ora di tornare in pista, i nostri collaboratori sono stati fantastici e, quindi, tutto un lavoro di squadra ha dato nuova vita al progetto. Non era facile trovare un clima del genere. Poi che te lo dico a fare? La passione e la voglia di raggiungere l’obiettivo prefissato ti danno una carica incredibile.

 

Come sono Le Vibrazioni oggi?

Beh, sicuramente abbiamo molto più entusiasmo. Un tempo avevamo la carica della gioventù, di tutto ciò che ci si era creato attorno appena avevamo fatto il “botto”, ma in realtà eravamo anche troppo giovani per soppesare e realizzare ciò che stava accadendo. Oggi siamo più maturi, più consapevoli, ponderiamo tutto ciò che abbiamo realizzato e non ce lo vogliamo far portare via, com’è successo un tempo quando ci perdevamo dietro alle stronzate. Adesso di cavolate ne facciamo meno siamo sempre e comunque degli eterni Peter Pan, eh, però lavoriamo con più cervello.

Con un gioco di parole, a 15 anni dalla vostra “Dedicato a te” a chi dedichereste questa rinascita?

A tutti i nostri collaboratori perché come ti dicevo prima se oggi siamo qua è proprio grazie ad un insieme di cose: belle canzoni, bei produttori, management fantastico, distribuzione e ufficio stampa impeccabili… e, perché no, anche a Claudio Baglioni che ha scommesso su di noi indipendenti facendoci suonare a Sanremo. In generale, Claudio è stato un grande perché ha preso pezzi forti fregandosene di tante logiche discografiche.

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In estate è arrivata “Amore Zen”, come sarà un vostro ipotetico album futuro?

Guarda, in realtà dopo “V” stiamo lavorando a dei pezzi singoli sempre rock’n’roll da far uscire un po’ alla volta e che poi, chissà, forse un giorno racchiuderemo in un disco. Abbiamo preso esempio dai “giovani”, da quello che stanno facendo i vari rapper, trapper piuttosto che i thegiornalisti o Calcutta. Un album spesso è limitante; succede, infatti, che nel mentre fai uscire i vari singoli del disco cambiano delle mode, cambiano

dei suoni e tu magari non hai una canzone adatta a quel determinato momento. È successo un po’ con “V”, che non conteneva un pezzo per l’estate e per questo motivo abbiamo composto “Amore Zen”. Siamo arrivati al punto che per ora procediamo così, per singoli. Anche perché se c’è una cosa che mi ha dato sempre fastidio è che tra le canzoni che ho scritto e messo nei vari album c’erano sempre più potenziali singoli di quelli che poi effettivamente uscivano.

In conclusione, voglio fare una domanda al Francesco uomo e non al frontman de Le Vibrazioni: in “Così Sbagliato” canti “Quando mi sento un glio e sono un padre…” e in un altro pezzo dell’album “V”, che si intitola “Voglio una macchina del tempo” ironizzi sulle difficoltà di essere un padre, ma com’è essere un papà rock?

Più che altro bisognerebbe chiedere ai figli com’è avere un padre rock, poveri ragazzi (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, in realtà penso che alla fine si divertano. Certo, non abbiamo gli orari canonici, la mia presenza a casa è un po’ random: potrei suonare a Capodanno come la domenica o a Pasqua, però ho anche dei momenti in cui sono in vacanza, non so, magari a novembre, e se mi gira li prendo e li porto in Sud America. Ormai sono rock anche loro. I bambini, di solito, hanno bisogno di metodi e regole, però devo dire che ho capito come dare qualità al tempo trascorso con loro anche se la quantità non è tanta. Tanti genitori stanno sempre in casa con i figli, ma non li considerano perché distratti dai cellulari, da quei social che ci stanno rovinando. Il bambino che ti vede in quelle condizioni, ti imita e da grande sarà un disadattato pure lui. Almeno io gli do quelle “botte di vita” e mi dedico totalmente a loro. Poi certo ho poche regole, ma ce le ho anche io. Devono ascoltarmi, riflettere sulle cose e poi possono farmi tutte le domande che vogliono.

Caparezza: «Abbiamo la pretesa di essere veri in un mondo dove in fondo non c’è niente di vero.»

Caparezza-Prisoner-709Roma, giovedì 21 settembre 2017. In occasione del meet & greet di Michele Salvemini aka Caparezza alla Discoteca Laziale di Roma, ho scambiato quattro chiacchiere con lui a proposito del suo nuovo album “Prisoner 709”. Un disco molto introspettivo…

Ciao Michele, partiamo subito dal titolo del nuovo album: “Prisoner 709”. Hai spiegato che quel numero per te rappresenta la dicotomia tra libertà (7 lettere) e prigionia (9 lettere), nella quale in mezzo c’è proprio questo disco (0 dalla forma a cerchio del CD). Possiamo dire che anche Michele (sempre 7 lettere) e Caparezza (sempre 9 lettere) sono per te libertà e prigionia?

Sì, anche se non si sa chi rappresenti la libertà e chi la prigionia. Sono due ruoli diversi che rispecchiano un rapporto conflittuale; ognuno ha un ruolo nella vita con il quale ha un rapporto un po’ conflittuale. Stesso discorso per quanto riguarda la musica, per la quale nutro un rapporto conflittuale appunto: odio e amore. La musica certe volte la detesto, però la amo anche immensamente.

Nel brano “Infinto” canti che “Solo accettando la finzione noi ritroveremo l’umanità…”. Cosa vuoi dire con questa frase?

Voglio dire che il mondo virtuale in fondo non è così male; la finzione restituisce umanità a questo mondo, ti mette in pace col mondo. Non amo molto le persone sincere quando devono dirti una cosa brutta. A volte bisogna capire che se ti fanno un regalo di compleanno che non ti piace e tu gli rispondi “Ah, che bello…” nella tua finzione stai regalando a chi ti ha fatto quel regalo un po’ di umanità. Poi l’arte in generale è finzione ed io ne sono innamorato. Pensaci, abbiamo la pretesa di essere veri in un mondo dove in fondo non c’è niente di vero.

I tuoi brani sono da sempre pieni di riferimenti e citazioni a personaggi e situazioni molto “popular”. Perché?

È la mia maniera per rendere più chiaro un concetto. Mi piace anche quando lo fanno gli altri; ad esempio mi piace che un film viva anche dopo la sua proiezione, ovvero che il film “ricominci” quando faccio le ricerche sui suoi personaggi ed interpreti, sul periodo storico nel quale è ambientato… così mi piace l’idea che ciò possa accadere anche per una canzone: non ho capito quella parola, non conosco quel personaggio e allora vado a cercarmeli. La canzone non rimane più dentro lo stereo, ma comincia a perdere rivoli.

Ultimamente sto leggendo “Come funziona la musica” di David Byrne e mi ha incuriosito molto la grande attenzione che il leader dei Talking Heads riserva al rapporto tra ambienti e musica. Per questo ti chiedo: quali sono i luoghi e i momenti adatti per ascoltare questo tuo nuovo album?

Ce l’ho anch’io quel libro, ma non sono ancora riuscito a leggerlo perché un po’ mi spaventa: mi sembra un libro di ragioneria (ride, ndr). Comunque, come faccio a non dirti “la cella”? No, a parte gli scherzi, in una cella metaforica, in una condizione di claustrofobia. In una situazione così acquisisce maggiore significato anche il pezzo sull’ora d’aria “Ti fa stare bene”. Questo per arrivare ad una malinconica accettazione e, magari, a quel passetto successivo, che purtroppo però potrebbe anche non arrivare mai: la liberazione.

I (VERI) SEGRETI DELLA FONIA IN PRESA DIRETTA

bruno glisberghL’intervista solerte al fonico Bruno Glisbergh che ci racconta la sua esperienza come fonico cinematografico.

Come ben sappiamo, nell’industria cinematografica prefigurano moltissimi ruoli dietro la macchina da presa, ma rivendicano un ruolo primario per il risultato finale. Uno tra questi è il fonico, colui che cura il suono in una determinata fase del prodotto (presa diretta, mixaggio o doppiaggio). Noi di MZK News ci siamo immersi nel fascino dell’improvvisazione, nella purezza del momento della registrazione, attraverso un giovane ragazzo chiamato Bruno Glisbergh, che nei suoi 6 anni di attività ha già incasellato parecchi successi tra programmi TV, documentari e film.

In cosa consiste essenzialmente il tuo lavoro?

“Fonico di presa diretta di cinema e televisione, sono il capo reparto sul set del suono quindi mi occupo della fase di produzione. È un lavoro sicuramente complicato dove si ha un margine di errore molto vicino allo zero, anche perché alcuni rumori esterni non si possono eliminare a differenza della fotografia e quindi è di vitale importanza un sopralluogo iniziale e un’interfaccia diretta con le altre parti. Purtroppo in Italia solo le super-produzioni ti coinvolgono in questa fase per evitare problemi come per esempio trovarsi un cantiere vicino al set”.

Quindi il cantiere è uno degli imprevisti che ti è capitato…

“Il cantiere è dietro l’angolo, appare sempre un frullino poco prima di registrare(ride, ndr). Quelli comunque ci sono sempre, l’importante è provare ad individuarli e cercare una soluzione in tempi rapidi”.

Quali sono invece le soddisfazioni nel tuo mestiere?

“Sicuramente rivedere un tuo film al cinema e vedere che hai fatto un buon lavoro é la più grande soddisfazione. Ora più che mai visto che il cinema è stato invaso dall’uso dei radiomicrofoni, qualitativamente inferiori, per ridurre i tempi di ripresa. Fortunatamente però ci sono ancora quei registi che ti permettono di lavorare anche con il boom”.

Quale strada hai percorso per diventare un fonico?

Ho cominciato con la scuola a Cinecittà nel 2010 dove ho avuto ‘signori’ professori da Tullio Morganti a Gilberto Martinelli che ci hanno insegnato tutto in due anni di frequenza obbligatoria giornaliera! All’inizio abbiamo studiato la teoria, poi al secondo anno la post-produzione e messo in pratica il tutto. Ciò ti fa iniziare la ‘gavetta’ dove si accetta ogni cosa. Poi, piano piano, si alza l’asticella della qualità e di conseguenza di tutto il resto, è pur sempre un lavoro di esperienza, non solo tecnico!”

 

Rettifica della pag. 38 N° 2 Maggio/Giugno 2017 di Luca Vincenzo Fortunato

Bouchra incanta allo showcase romano e annuncia una piacevole novità (INTERVISTA)

Un sorriso in mezzo alle nuvole. E’ questo lo scenario che si è presentato ieri pomeriggio, 27 Aprile, a Discoteca Laziale, durante il primo mini-live di Bouchra. Una performance impeccabile di circa 20 minuti, limitata solamente dalle pessime condizioni meteorologiche che hanno sicuramente influenzato l’affluenza dei fan.

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Attraverso l’esecuzione di ‘Blanc Ou Noir’, le 3 cover ‘Fast Car’ (suonata anche durante la visita degli scorsi giorni al Bambin Gesù), ‘Mercy’ e ‘Cold Water‘, ed infine l’ultima hit ‘Yallah’, l’artista italo-marocchina si è dimostrata una potenza canora da non sottovalutare, con vista rosea per il futuro, come testimonia il prossimo showcase a Milano (il 4 Maggio) e le novità che ci ha annunciato nell’intervista esclusiva al margine dell’evento.

Credits Photo & Video: Alessandro Ruffolo

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Afterhours, il racconto di D’Erasmo: ‘una famiglia in continuo viaggio’

Credit lino brunetti

Credits: Lino Brunetti 

Per avere successo nel campo musicale, ogni piccolo meccanismo è fondamentale. Soprattutto se parliamo di una band che viaggia ‘in lungo e in largo’ per tutto il globo da oltre 30 anni. E allora diventa necessario analizzarlo dagli occhi di un componente, il violinista Rodrigo D’Erasmo che, giunto solamente nel 2008, ha aiutato a mantenere inalterato il successo degli Afterhours fino ad oggi, come testimoniano i locali stracolmi per l’ultimo tour ‘Folfiri o Folfox’.

Ciao Rodrigo, partiamo dagli esordi con gli Afterhours, quando sei arrivato nel 2008 al posto di Dario Ciffo: com’è stato l’impatto con un gruppo consolidato già da un esperienza ultraventennale?

E’ stato un bel salto perché non ero mai arrivato nel mio lungo percorso ad un’esperienza professionale così alta. Aldilà di ciò, la cosa più importante per me è stata quella di trovare una casa musicale, una famiglia, che non avrei mai pensato esistesse.  Grazie allo spazio e alla libertà espressiva concessa dal resto della band ho capito che quella era la mia dimensione. Tra l’altro è stato un inizio col botto perché le prime date sono state a Toronto e New York, poi da lì ho fatto tantissime cose fino ad oggi, ma ricordo in particolare quei 3 anni che sono stati un flusso di cui nemmeno mi rendevo conto di farne parte. Solo dopo quel periodo mi sono risvegliato, capendo di far parte della più grande rock band italiana del momento”. 

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Quindi sei stato agevolato dal resto della band per questo inserimento…
” Si, perché non mi è stato chiesto di assomigliare al predecessore ma di essere solamente me stesso e questo mi ha agevolato l’ingresso sia dal punto di vista umano che artistico”.

 Sin dall’inizio, gli Afterhours hanno sempre rivendicato il loro ruolo indie, ma senza evitare i grandi eventi mainstream come dimostra la partecipazione al Festival di Sanremo e la tua produzione e la veste di giudice di Manuel Agnelli ad X Factor: qual è il segreto per non essere contaminati dal mainstream?
“Sfruttare quel megafono, senza farsi sfruttare, andando con un progetto definitivo e chiaro, come capitò a Sanremo. Poi nel caso specifico di X Factor Manuel ha saputo essere personaggio e non frontman degli Afterhours, anche se il concetto è rimasto lo stesso”.

Purtroppo però in una società che ti etichetta per qualsiasi cosa, rischi di farlo assimilare..
“Ti posso assicurare che non è così. Quando sei in una dimensione dal punto di vista televisivo così grande in veste di personaggio, vieni identificato come tale. Basta vedere l’esperienza precedente di Morgan che era lui stesso e non quello dei Bluvertigo…”

Tornando invece alle performance, avete visitato parecchi posti, da quelli nazionali sino ai palchi d’oltreoceano: che differenze hai trovato a livello di strutture e di pubblico?
“In Europa vivi un’esperienza ibrida, perché chiaramente le capitali sono piene di italiani e sono contenti di avere la propria band preferita ‘sotto casa’ senza dover prendere un aereo. Ad esempio a Londra e Parigi ci sono circa il 70/80% di italiani nei nostri concerti. Noi però abbiamo anche la voglia di conquistarci i posti, ma ciò accade solo negli Stati Uniti quando becchi un pubblico diverso ma attitudinalmente competente avendo il ‘rock ‘n roll’ nel sangue. Infatti lì abbiamo riscontrato che giocavamo lo stesso campionato ad armi pare, soprattutto quando abbiamo fatto le aperture davanti ad un pubblico di 2000/3000 persone che ti reputava uno ‘sconosciuto’. La soddisfazione è stata quella di portare a casa molto gradimento! ”

Concludiamo con l’ultimo tour ‘Folfiri o Folfox’ che è ripartito dal 9 Marzo e vi sta portando in giro per l’Italia e poi per l’Europa: ci sono novità a livello di scaletta oppure state proseguendo il cammino intrapreso nella prima parte e poi interrotto per la suddetta esperienza di X Factor?
Quello ha fatto la differenza.  Stavolta il tour è più incentrato sull’ultimo album come noi abbiamo sempre desiderato e preparato. E’ una sorta di spettacolo in tre atti: nella parte iniziale c’è la parte corposa dell’album più consona a livello tematico, molto compatta e molto scura, per poi aprirsi nelle altre due parti. Anche qui ci sono due colori: più solare ed esplosiva nel secondo atto, mentre il finale è più intimo che va a ricucirsi alla prima parte del tour. Chi parteciperà, lo noterà immediatamente!”