Gaia: “Sono felice che la mia musica possa star vicino a molti in questo momento”

Di Alessio BoccaliGaia_cover

Gaia Gozzi è una giovanissima cantautrice che ha conquistato pubblico e critica durante il suo vittorio percorso nell’ultima edizione di Amici di Maria De Filippi. Artista versatile e col sangue fifty-fifty, mezzo brasiliano e mezzo italiano, ha da poco donato al pubblico il suo album “Genesi”, un pieno di ritmi latini contraddistinti non solo dalla voglia di ballare che trasmettono, ma anche da una forte componente comunicativa che rispecchia pienamente la necessità espressiva di Gaia. 

Ciao Gaia, come stai? Com’è stato il ritorno alla normalità che, purtroppo, non è tanto normalità?

Ciao Alessio, sì, stiamo vivendo una normalità apparente, strana. Io sto bene, sono veramente felice. Questo è un momento molto fortunato per me. Poi ovviamente c’è anche quella parte di me che è intristita dalla situazione, un po’ preoccupata… però cerco di concentrare i miei pensieri e le mie energie in qualcosa di positivo mentre aspetto che tutto passi.

Genesi ha esordito con il botto, non potrai cantarlo subito nei live magari, ma molti pezzi sono già delle hit radiofoniche e altri lo saranno. In un periodo come questo arriverai ad ancor più persone e aiuterai “a distrarli” con i tuoi ritmi da club mixati al sound brasiliano… la vivi come una responsabilità?

Sì, è una grande opportunità, ma anche una grossa responsabilità. In questo momento la musica è fondamentale: tutte le persone che fanno musica o un qualsiasi cosa di artistico hanno il dovere di tirare su gli animi, di far pensare a un futuro più luminoso dei giorni che stiamo vivendo. Per i risultati sono molto contenta, ma soprattutto se raggiungono questo obiettivo di far star meglio le persone in questo momento. Non riuscirei ad esultare per dei numeri se la mia musica non avesse un’utilità “sociale”.

Torno alle virgolette di prima, i brani sono tutti “allegri” dal punto di vista sonoro, ritmati, ma in realtà tratti di temi neint’affatto leggeri come “Chega” che può esser letto anche come un inno femminista o comunque un augurio alle donne ferite di rialzarsi…

Ho sempre difeso a spada tratta la musica che ti fa ballare. Se lavori con quel genere di suoni non significa che non puoi scrivere di un qualcosa che non sia muovere il sedere o far festa. La mia esigenza è quella di portare i beat che fanno parte delle mie origini brasiliane; ho portato della bossa nova, ho composto su ritmi incalzanti, però con dei testi che rappresentassero la mia esigenza comunicativa. Come hai detto tu, “Chega” ha un tema di sorellanza rosa che si concretizza in un invito ad uscire da quella zona di limbo che non ti fa star bene per cercare la serenità. E questo può avvenire in una relazione, come nel lavoro o anche con noi stessi.

Per quanto riguarda il sound di Genesi, come dici tu questi ritmi li hai nel sangue nel vero senso della parola, ma ti sei dimostrata pienamente a tuo agio anche in cover di pezzi dal mood decisamente differente. Quanto studio c’è dietro a questa versatilità?

In realtà, ho iniziato a studiare canto all’interno della scuola di Amici (ride, n.d.r.). Ho sempre fatto da me, scrivevo le mie cose in cameretta e solo nel post XFactor ho cominciato a scrivere tantissimo. Da sola, ma soprattutto con altri autori, che, con le loro collaborazioni, mi hanno aiutata a comprendere la mia identità artistica. Per quanto riguarda la versatilità, innanzitutto ti ringrazio per il complimento. Credo che possa essere frutto del fatto che non mi spaventa camminare fuori dal tracciato ed interpretare le cose a modo mio. Ho cantato capolavori di Dalla, Celentano o Tenco certamente lontani da me, ma la cosa bella è stata riarrangiarli e cantarli con il mio approccio vocale. Se li avessi cantati alla loro maniera non avrebbe avuto senso e non avrei rispettato la storia di quei brani.

Vista questa risposta e visto che nel disco ci sono anche pezzi in italiano, possiamo dire che la paura del cantare in italiano è quindi definitivamente superata?

C’è stato un processo. Quando mi chiedevano di cantare in italiano, io quasi per ribellione non lo facevo. Quando invece è partita da me questa esigenza, ho capito che il cantare in italiano non è assolutamente una paura. Ora sto continuando a scrivere in portoghese e in italiano. Come sono io, 50 e 50, così è la mia musica. L’italiano doveva solo avere il suo tempo.

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A proposito di questo, immagino che lavorare con un pool di autori come Di Martino, Pulli, Romitelli e altri… ti abbia aiutato.

Sicuramente, è stato bellissimo collaborare con tutti loro. Si è creata una vera e propria sintonia relazionale e questo ha portato ad un progetto come “Genesi” che è figlio di persone che vogliono fare musica con il cuore.

Nella spiegazione dei tuoi brani ho trovato tante volte la parola deserto riferita alla città di Milano, ma forse anche un po’ a determinati momenti della tua vita, e anche una sensazione di solitudine per esempio in “What I say”, mentre poi per “Stanza 309” parli di aver scoperto l’energia della condivisione e in “Chega” canti che non vale niente avere soldi per vivere soli, senza pace e senza amore. È questa ora la chiave della tua felicità?

Assolutamente sì. Nella mia giovane adolescenza son stata una ragazza molto timida, spesso sulle mie. Non penso però che quello fosse il mio modo di essere, piuttosto credo che fosse il timore di essere giudicata come persona e non solo come artista a frenarmi. Questa cosa è cambiata tantissimo quando ho iniziato a relazionarmi con più persone, ad uscire dalla mia zona di comfort, a viaggiare… A diciassette anni ho vissuto un anno e mezzo negli Stati Uniti e quello mi ha aiutato tantissimo ad aprirmi e a trovare chi fossi veramente a livello caratteriale. La condivisione è diventata ed è tutt’ora fondamentale per me.

E questa voglia di condivisione è quella che ti ha anche aiutata a riprovarci, a rimetterti in gioco dopo X Factor?

Sì, ho fatto X Factor a diciotto anni. Uscivo dalla mia cameretta, tanti miei amici non sapevano nemmeno che cantassi. Non c’era stato il momento “gavetta”. La gavetta l’ho fatta dopo e mi è servita tantissimo. Senza quel periodo di scrittura e ricerca non sarei quella che sono oggi. Anche con “Genesi” non voglio dire che riparto da zero dimenticando il passato. Non sono arrabbiata per il mio periodo di pausa, non rinnego il mio primo percorso televisivo, anzi, sono grata a tutto quello che mi è successo perché mi ha dato la possibilità di esperire e scrivere i miei pezzi.

Giochino molto in voga in questi giorni che abbiamo chiamato prima di “normalità apparente”. Tre brani che consigli di ascoltare per riempire le giornate:

Ultimamente sto ascoltando tanto “Giornate Vuote” di FRENETIK & ORANG3 e Gemitaiz, poi “Cellophane” di FKA twigs e “Slow Up” di Jacob Banks.

Perfetto, grazie Gaia. Vuoi aggiungere qualcosa?

Innanzitutto, ti ringrazio, mi hai fatto domande interessanti, mi hai messo a mio agio nel risponderti – e per questo ti ringrazio ancor di più – voglio solo aggiungere che questa situazione non è facile per nessuno, che dobbiamo stare a casa per tornare alla normalità il prima possibile e per tornare anche a fare concerti. Non vedo l’ora di portare la mia musica nei live! STAY HOME! Mi raccomando.

 

LEGNO: Mi “Casa De Papel” es tu “Casa De Papel”

Di Alessio Boccali

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Praticamente in contemporanea con l’uscita in Italia della quarta stagione de “La casa di carta”, i Legno, progetto indipendente formato da due ragazzi toscani – che noi conosciamo solo come Legno Felice e Legno triste – di casa Matilde Dischi, hanno dato alla luce il loro nuovo singolo intitolato proprio “Casa De Papel”. Il brano (una co-produzione Matilde Dischi-Artist First), è entrato da subito nelle playlist editoriali di Spotify “New Music Friday” e “Indie Italia” confermando il grande successo di stream del duo, e anticipa “Titolo EP”, l’album dei Legno in uscita nei prossimi mesi. Ad impreziosire il brano, i due toscani hanno lasciato che, in questi giorni di quarantena, fossero i loro fan i protagonisti del videoclip ufficiale del pezzo.

Ciao ragazzi, come state? Innanzitutto, spero di essere arrivato dopo che avete finito di guardare la nuova stagione de “La Casa De Papel” e che non avete subito degli spoiler. A proposito, da cosa nasce questo titolo per il vostro nuovo singolo?

Ciao! (Ride… solo Legno felice, naturalmente. N.d.r.) “Casa de Papel” è una serie che ha rivoluzionato e scosso le fantasie di milioni di persone. Nel ritornello del pezzo che fa “È bello finché dura anche se non è bello”, si racchiude il senso dell’intero brano: quanto vorremmo che un momento bellissimo possa durare per sempre? Peccato che non sia così.

LEGNO

La frase ricorrente del pezzo l’avete già citata ed “È bello finché dura anche se non è bello”; portandola ai giorni drammatici che stiamo vivendo, e pensando soltanto al tempo che noi cittadini, fortunati perché stiamo bene, dobbiamo passare a casa, può essere un incitamento a trovare il “bello” anche in questa quarantena?

Casualmente questa frase è molto vicina ad ognuno di noi in questo momento. Sapere che possiamo trovare qualcosa di bello e che ci tiene occupati in un contesto del genere è fondamentale. Di solito le piccole cose della quotidianità che riteniamo poco importanti si mostrano fondamentali. Esempio fare una torta, leggere un buon libro, iniziare a fare esercizi fisici ecc.

Sempre parlando di titoli, da dove viene l’idea, a mio modesto parere, geniale di chiamare il vostro prossimo EP “Titolo EP” e cosa ci racconterà?

Volevamo dare un seguito al nostro “Titolo Album”, ci piaceva non dare importanza ad un singolo pezzo o ad una parola frase in particolare, così abbiamo optato per “Titolo Ep”. Toccheremo diversi temi: su tutti, quello sentimentale e quello della nostalgia…

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Legno è il nome del vostro progetto, una scatola, un contenitore quindi, è invece il materiale che nasconde i vostri volti. Se uniamo queste due cose: il legno e il contenitore possiamo pensare ad un cassetto. Cosa c’è nel vostro cassetto di vita: aspirazioni, sogni ecc. ma anche e soprattutto la vostra personalità, il vostro vissuto… Cosa di tutto ciò ci aiuta a conoscervi meglio dell’eventualità di guardarvi negli occhi?

Hai colto perfettamente il senso della questione scatola, un cassetto dove teniamo le nostre cose, lo apriamo e attraverso i nostri brani cerchiamo di far uscire tutti i nostri pensieri, emozioni, ricordi, pezzi di vissuto che volevamo tirare via da questo cassetto. Noi siamo due amici che sentivano l’esigenza di far arrivare prima di tutto le canzoni, così comunichiamo con gli stati d’animo più comuni: Legno Triste e Legno Felice. Tutti noi passiamo dalla felicità alla tristezza senza pensarci, per noi è stato molto importante arrivare a comunicare quello che siamo senza far sapere chi siamo, a volte l’apparenza inganna e con i Legno non ingannerà mai perché tutti noi siamo felici e tristi… 😊 🙁

Legno è un progetto indipendente, ma in questo calderone negli ultimi anni sono stati inseriti tantissimi artisti. Cos’è per voi essere indie e cosa vi distingue nella vostra musica?

Noi facciamo musica per il piacere di farla, non ci piacciono molto le etichette. La musica indie, se così la vogliamo definire come genere, è un qualcosa che ha fatto aprire gli occhi su una realtà che vive e che si sta pian piano affermando. E di questo non possiamo che esserne felici.

Per realizzare il videoclip de “La Casa De Papel” avete chiesto aiuto ai vostri followers, è molto bello il messaggio che date con il video e che ribadite in grafica nel finale: ovvero che uniti ce la si fa sempre.

Siamo molto felici di aver lanciato un messaggio solidale e di sensibilizzazione per il periodo che stiamo passando. Pensiamo che la musica abbia l’obbligo morale di trasmettere qualcosa di buono e di unire le persone che in questo momento si trovano in difficoltà. Noi nel nostro piccolo abbiamo contribuito a lanciare un messaggio, cercando di fare impiegare il tanto tempo libero ai nostri fan per divertirsi e passare un po’ di leggerezza insieme a noi…

Per finire, facciamo un gioco: cinque brani per non sentire troppa nostalgia delle persone che in questo momento non possiamo abbracciare.

“Kurt Cobain” di Brunori Sas, “Al Telefono” di Cesare Cremonini, “At The Door” degli Strokes, “Once” di Liam Gallagher e “Dead Meat” di Sean Ono Lennon.

 

Musica e il virus scompare (?)

Di Alessio Boccali
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La mappa atomica 3D della proteina spike del Covid-19

Non solo la scienza, ma anche la musica – sempre grazie alla ricerca naturalmente – potrebbero aiutarci nella terribile lotta al Covid-19. Nei giorni scorsi, infatti, i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit) hanno trovato un modo per tradurre in musica la struttura della sua famosa proteina spike, l’artiglio che sporge dalla superficie del virus e lo aiuta ad agganciarsi alle cellule. Il tutto, naturalmente, non è finalizzato alla semplice soddisfazione di una curiosità, ma è uno dei tanti tentativi che scienziati di tutto il mondo stanno mettendo in pratica per trovare quanti più possibili punti deboli nella struttura del SarsCov2.

Il risultato di questa trasposizione in musica, già pubblicato sul sito Science, è un concerto per flauti e strumenti a corde; in particolare, i suoni emersi da questi strumenti rappresentano tutti aspetti differenti della proteina “artiglio” spike. Per realizzare questo processo, i ricercatori hanno assegnato a ciascun amminoacido, di cui la proteina è composta, una nota, convertendo l’intera struttura in uno spartito musicale eseguito dagli strumenti scelti dagli esperti del Mit.

Questo speciale studio musicale della proteina, secondo i ricercatori americani, potrebbe aiutare a trovare sulla proteina gli “spazi” dove gli anticorpi o i farmaci sarebbero più avvezzi a legarsi, il tutto cercando le sequenze musicali corrispondenti a questi specifici siti. Oltre a ciò, altro obiettivo dichiarato della ricerca è quello di confrontare la partitura musicale del “nostro” coronavirus con un ampio database di altre proteine tradotte in musica in passato, cosicché, un giorno – speriamo nemmeno troppo lontano -, si riesca a trovarne una che si attacchi a spike, impedendo al virus di infettare una cellula.

“Musica e il virus scompare.” Ce la faremo…

DIAMINE: dopo la “Via del macello” siam pronti all’esordio

Di Alessio Boccali

I DIAMINE, all’anagrafe Andrea Imperi Purpura e Niccolò Cesanelli, sono da poco usciti con “Via del macello”, il terzo singolo estratto dall’album d’esordio per Maciste Dischi/Sony Music Italy, che vedrà la luce il primo maggio e che si intitolerà “Che Diamine”. Poco importa se il disco in questione non potrà essere suonato in breve tempo, c’è altro di più importante cui pensare ora, l’obiettivo del duo elettro-pop romano è arrivare dritti al pubblico ed essere nelle loro teste quando tornerà il tempo di fare festa.

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ph. Sara Pellegrino

Ciao ragazzi, innanzitutto come state? Leggevo dalle vostre bio che siete due strumentisti che hanno deciso di mettersi in gioco in una nuova veste. Com’è nata questa idea?

Ciao, siamo abituati a periodi di auto-isolamento quindi ce la caviamo abbastanza bene. Cerchiamo di impiegare il tempo per rendere le nostre case e le nostre idee un po’ più accoglienti. Il progetto è nato principalmente dall’entusiasmo, qualcosa ci riempie in questo atto di creazione lontano anni luce dalle dinamiche da band e dai virtuosismi del singolo. Volevamo sperimentare nella nostra musica la sensazione bellissima di quando non hai più nessun riferimento a cui aggrapparti e così sei eccitato anche solo nel camminare e lo abbiamo fatto fino in fondo.

Il vostro singolo “Via del macello” è il secondo singolo che esce in periodo di quarantena dopo “Isolamento”, che meglio non poteva descrivere il periodo che stiamo vivendo. Questo nuovo singolo invece è quasi come un sogno, come una voglia di tornare alla normalità e di rivedere il tempo scorrere e con lui sbocciare e morire nuove emozioni…

Questo è un brano pieno di forse eppure risulta liberatorio perché affronta il dubbio con la saggezza perduta di un bambino. Il protagonista si fa delle domande ma quello che arriva di più probabilmente è la sua voglia di vivere, lo dico anche in base a quello che mi stai dicendo tu. Spesso la voce ha già la sua gestualità che risulta molto più efficace dei ragionamenti dietro alle parole.

Il vostro sound elettro-pop si presta molto alla creazione di atmosfere tra il serio e il faceto, tra l’immaginato e la realtà. E anche nei testi si nota bene la stessa ricerca al fine di ottenere il medesimo intento. Come si svolge il processo creativo dietro ai vostri pezzi?

Le modalità sono consolidate: Nico scrive la musica e io il testo, in secondo luogo io critico la musica e lui critica il testo finché non arriviamo ad un entusiasmo comune. Ci troviamo bene così. I rapporti veri hanno sempre bisogno di confronti, non sono mai fermi e non devono essere fermi. Bisogna saper viaggiare nell’insicurezza, l’uomo occidentale è troppo presuntuoso e non accetta zone d’ombra che invece contengono la nostra naturale follia che ci rende irripetibili, il motivo per il quale ci muoviamo e ci innamoriamo. Noi non facciamo affidamento all’immaginazione, anzi, per niente. Tutto l’immaginario che scaturiscono le nostre canzoni nasce da un tuffo nel profondo delle nostre realtà entro ovviamente i limiti del nostro sguardo. Quindi diciamo che tutto il surreale lo si trova già con un attento sguardo al reale, la fisica quantistica moderna ci sta dicendo le stesse cose.

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ph. Sara Pellegrino

Il vostro disco d’esordio “Che diamine” uscirà il primo maggio, probabilmente sempre sotto quarantena o comunque in un periodo storico molto complicato. Avete paura, anche e soprattutto per la prospettiva di non poterlo presentare live nell’immediato?

Probabilmente il disco non verrà suonato per molto tempo, pazienza. Ci sono cose più importanti adesso a cui dobbiamo pensare, la natura ci sta ricordando la sua supremazia su di noi, tornerà il tempo delle feste

Non vi chiedo di progetti futuri, ma di normalità. Quale vorreste che fosse la normalità di DIAMINE una volta usciti da questa grave emergenza sanitaria?

Come diceva Lucio Dalla: “L’impresa eccezionale, dammi retta, è l’essere normale”. Noi abbiamo voglia di scrivere e abbiamo sogni semplici: rivederci, parlare dal vivo, girare in moto, uccidere Gno di Maciste Dischi. Cose normali (ridono, n.d.r.).

Per finire, gioco classico in questi giorni. Qualche brano per sconfiggere l’isolamento.

Allora: “Nightcall” di Kavinsky, “Fluff” dei Black Sabbath, “I can tell” degli Sleaford Mods e “Un uomo che ti ama“ di Lucio Battisti.

 

 

Valentina Polinori: “Trasparenti? Racchiude vari aspetti come l’onestà, la limpidezza…”

Di Francesco Nuccitelli

Valentina Polinori è un’artista romana di grande talento e dopo alcuni anni di studio e di lavoro è tornata con un nuovo progetto discografico di grande interesse. “Trasparenti” è il titolo del nuovo album, un lavoro personale, intrigante e di grande classe, dove la cantautrice mette in mostra tutto il suo talento, il suo repertorio, la sua delicatezza e delle sonorità più ricercate ed elettroniche rispetto al rock del primo album.

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Come stai con l’uscita di questo album?

Sto realizzando solo adesso che l’album e i brani sono disponibili all’ascolto di tutti. Sono molto contenta, stanca e rilassata allo stesso tempo. Inoltre, sto già ricevendo delle belle reazioni dagli addetti ai lavori e non solo…

L’album ha avuto un periodo di gestazione piuttosto lungo, ma come è nato?

Ho iniziato questo progetto con tre brani che avevo scritto a marzo. Poi ho avuto un momento naturale di stop e solo durante l’estate ho ricominciato a scrivere e così sono usciti altri due brani quali: “Lontani” e “Lo spazio“. Solo in seguito sono nati tutti gli altri brani e con l’avvento del nuovo anno abbiamo poi registrato il tutto, così è uscito il primo singolo “Bosco” e successivamente l’album per intero (uscito il 21 febbraio 2020, ndr.).

Come è nato il tema della trasparenza, argomento che poi è presente in tutte le tue canzoni?

In realtà è un concetto che è emerso dai brani stessi ed è anche un termine che poi utilizzo in modo più specifico nel brano “Andiamo fuori”. Questo tema racchiude vari aspetti come l’onestà, la limpidezza, la trasparenza nei rapporti, il mostrarsi in tutti i propri aspetti e anche la difficoltà dell’aprirsi con l’altro.

Si può essere trasparenti nel fare musica?

È difficile ed è molto complesso dare una risposta. Soprattutto perché siamo condizionati da tantissime cose: dagli ascolti, da quello che musicalmente sembra funzionare di più, dai tanti stimoli che abbiamo, dai tanti generi che ascoltiamo e poi anche perché passa tanta musica e spesso non sappiamo quale sia il nostro posto.

C’è stata una qualche influenza sul tuo modo di scrivere o di fare musica?

Per quanto riguarda i testi cerco di rimanere più personale possibile, però ci sono delle cose che mi piacciono di più. Tendenzialmente cerco di creare dei testi semplici, di essere essenziale e di non utilizzare tante parole per un concetto. Per il sound poi mi sono allontanata dal rock del mio primo album.

Tre anni di distanza da “Mobili”, hai aspettato per un nuovo album per un’esigenza fisiologica o perché in un mondo musicale liquido è meglio far ascoltare un singolo?

Probabilmente entrambe le cose… ho cercato la soluzione migliore per far uscire i brani, avevo pensato di pubblicare subito qualche singolo, però sono ancora legata al concetto di disco. L’idea di far uscire un brano così senza un progetto dietro non mi convinceva molto.

Nonostante il periodo particolare, stai pensando con le dovute precauzioni ad un live estivo per presentare il progetto?

Sì, certamente! Ci stiamo muovendo per dei live, ma stiamo monitorando la situazione per organizzare più date possibili e per poter cantare dal vivo le canzoni dell’album. Mi piace tantissimo la dimensione del live e mi fa sentire a mio agio.

ValentinaPolinori1_ph.Davide Fracassi

TRACKLIST – “TRASPARENTI”

01) 16 vasche

02) Bosco

03) Lontani

04) Camilla

05) Andiamo Fuori

06) Niente

07) Lo Spazio

08) Io credo che

09) Fa lo stesso

10) Sembra un fiore

SPAZIO MUSICA: Nùma

 

Le recensioni degli artisti e delle nuove produzioni discografiche 2020

 

Nùma_Narghilè e Babà 3000x3000

Nùma – “Narghilè & Babà”

(POP / FOLK)

di Francesco Nuccitelli

Vita quotidiana in musica, l’attualità e la contrapposizione tra nord e sud, Lorenzo Pompili in arte Nùma, in questo nuovo singolo dal nome “Narghile & Babà” si esalta e oltre a mostrare una penna molto raffinata e ironica, mette in evidenza una voce non comune e unica nel suo genere, aiutato dai tipici ritmi della musica folk, ma legati comunque alla modernità dei suoni. La canzone è una gita continua tra culture differenti di uno stesso paese; dal mercato dell’usato che vende i dischi di Concato al porto di Napoli con il suo via vai, passando per i ritardi di Roma Termini e il vento d’Africa.

 

Ganoona: “In questo brano ho cercato di fare qualcosa di inedito”

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Di Francesco Nuccitelli

Artista emergente, di personalità e di gran talento. Ganoona è tra i pochi artisti moderni in grado di unire due generi apparentemente distanti come il cantautorato italiano e la musica latina, in un crossover unico e di grande interesse. Tante le influenze in questo brano: tra il racconto di un’amicizia turbolenta, un’identità divisa tra due culture e il romanzo “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. Ganoona si è così raccontato dopo l’uscita di “Cent’anni”.

Come nascono i tuoi brani?

Scrivere una canzone è un modo per conoscermi meglio e per capire ciò che mi accade intorno. Poi una volta che il pezzo esce è quasi una liberazione. È terapeutico per me.

Cosa racconti in “Cent’anni”?

Parlo di un’amicizia tossica che ho sperimentato sulla mia pelle e che ho sentito l’esigenza di raccontare. L’ho fatto per leccarmi un po’ le ferite e per riuscire ad andare avanti. In questo brano ho cercato di fare qualcosa di inedito, quello che oggi possiamo definire come urban pop, indie pop ecc.

Il brano è uscito il 31 gennaio, hai già ricevuto un feedback dal tuo pubblico?

Il brano mi sta dando grandi soddisfazioni e la risposta è molto buona. Tante persone mi hanno scritto sui social, si immedesimano nel brano, in quello che racconto e questa è la cosa più bella per me.

Nel brano citi Gabriel Garcia Marquez e il suo romanzo “Cent’anni di solitudine”,  cosa ti ha ispirato di quel romanzo?

Di questo libro mi ha colpito la corrente letteraria alla quale appartiene, quella sorta di  realismo magico che mi ha sempre affascinato tanto. Anche la mia scrittura è legata alla fusione tra realtà e spiritualità. Ciò che mi è rimasto impresso è quella sorta di spaesamento che deriva dall’incomprensione del lettore verso il romanzo. Tra chi è vivo e chi non lo è…

Sei italo-messicano, quanto è importante per la tua musica unire queste due culture?

Il tentativo è proprio quello di creare una “confusione” unendo due tradizioni così differenti. In passato avere contemporaneamente queste due culture mi dava l’impressione di una frattura, come due pezzi dei lego che non si incastravano. La musica è stata un’occasione per creare un ponte tra queste due realtà così diverse.

Dietro al singolo c’è un progetto più ampio?

Devono uscire ancora un paio di singoli (uno probabilmente già nel mese di marzo, ndr.), che successivamente confluiranno in un album, anche se non so se uscirà prima dell’estate o dopo. Sarà qualcosa di più elaborato e completo per far conoscere tutte le mie sfaccettature musicali.

Per l’estate stai preparando un tour?

Sì sto preparando qualcosa. Ho appena fatto due date zero a Milano, per lavorare con tutti i musicisti. Sarà tutto suonato e non ci sarà nulla di registrato. Posso già dire che il 7 agosto sarò ospite “all’IndiePendenza festival” in provincia di Alessandria, che è un evento musicale molto bello e interessante. Invito poi a seguire tutti i miei social per rimanere aggiornati sulle prossime date.