Emanuele Bianco: “La mia terra” è stabilità affettivo-riflessiva

Di Alessio Boccali
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ph. Alessandro Boggi

Emanuele Bianco, all’anagrafe Emanuele Maracchioni, classe ’93 è un cantautore, musicista e producer romano con un passato da rapper col nome Chabani. Nella sua musica c’è la sua vita, le esperienze che l’hanno formato e continuano a farlo, gli affetti che lo hanno aiutato a crescere personalmente e artisticamente e quella vena rap che non smette mai di pulsare nella fase di scrittura. A circa un mese dall’uscita del suo ultimo singolo “La mia terra”, abbiamo scambiato due chiacchiere per tirare le somme ritrovandoci a parlare di stabilità, di insegnamenti, di ricordi e di tutto ciò che, in fondo, è vita.

Ciao Emanuele, innanzitutto come stai, com’è stato “fare” musica da casa in questi mesi?

Ciao! Sto bene dai, grazie. Diciamo che io vivevo in quarantena già da prima perché stavo sempre chiuso in studio. Per la produzione, soprattutto, ho sempre lavorato molto da remoto. Ti dico la verità: son sempre stato un fan della digitalizzazione. Secondo me, se non pensiamo alla bellezza del “contatto fisico”, lavorare da remoto ha tantissimi lati positivi. Anche perché a Roma per spostarti da una parte della città all’altra butti sempre mezza giornata. In fin dei conti, tralasciando la tragedia dell’emergenza sanitaria, questa situazione ha accelerato un processo che, volenti o nolenti, ci avrebbe prima o poi coinvolti tutti.

Il tuo ultimo singolo “La mia terra” è uscito durante il lockdown; hai sentito ancora di più la responsabilità di dover essere vicino a chi ascoltava questo nuovo brano?

Sì, hai detto una parola molto importante: responsabilità. Io credo che tutti coloro che hanno un pubblico che li segue, più o meno numeroso che sia, debbano tenerne conto. È bellissimo avere un rapporto con chi ti segue, ma è altrettanto importante rispettare queste persone perché l’artista può avere una grande influenza. Soprattutto quando hai a che fare con i ragazzi più giovani, devi essere consapevole che la musica può salvare le persone, ma può anche distruggerle. È importante avere la fiducia delle persone che ti ascoltano e fare musica, fare film, fare un quadro… non è mai un procedimento fine a sé stesso, ma ha sempre un’influenza su chi godrà di quell’arte. Tutti noi siamo stati influenzati dall’arte nella nostra vita, nelle nostre scelte. A maggior ragione oggi che la fruizione dell’arte, in primis della musica e del cinema è veramente immediata grazie a internet.

Mi aggancio a questo per parlare di musica live e concerti in streaming. Abbiamo letto che con le nuove norme a breve sarà possibile, durante questo periodo di emergenza, fare concerti per un massimo di mille persone e sempre a seconda della capienza dei teatri/locali naturalmente e con le dovute distanze. Tanti hanno rinunciato a quest’idea, altri hanno continuato a sostenere la via della digitalizzazione. Immagino sarai d’accordo con questi ultimi…

Il mondo è cambiato, inutile nascondercelo. Stiamo cambiando stili di vita e inserendo nella vita quotidiana nuove abitudini. Il mercato della musica non fa eccezione. Prima si diceva che il pesce grande mangi sempre il pesce piccolo, nell’industria musicale così come negli altri mercati. Oggi penso che sia il pesce veloce a sovrastare il pesce lento. Chi si adatta prima ha la meglio. Credo che questo discorso possa valere anche per il discorso dei live in streaming, che tra l’altro in America tra gli artisti un po’ meno conosciuti è pratica comune. Forse parlo da “malato” di digitalizzazione, ma credo che tra un po’ di anni riusciremo a godere dei concerti con l’audio in 3D e grazie ai visori sfruttando la realtà virtuale. Logicamente la dimensione del concerto dal vivo sarà sempre un’altra cosa e il contro più grande di un evento in digitale è sicuramente, per l’artista, quello di non sentire il calore del pubblico che canta insieme a te e, per il pubblico, quello di non vivere un’esperienza e di condividerla con altri fan nello stesso luogo, nello stesso momento. Un beneficio importante, tuttavia, potrà esserci per gli artisti emergenti. Anche chi non ha un booking o non ha la capacità/possibilità di investire sui propri live, può investire una volta per tutte nell’attrezzatura per i concerti in streaming e può esibirsi praticamente quando vuole. La musica è passata attraverso tantissime rivoluzioni, credo sia fisiologico; bisogna sempre vedere il lato positivo del cambiamento e darsi da fare.

Torniamo a “La mia terra”; L’amore ha una grande importanza nella tua vita e dopo “Tu sei”, che ha superato il milione di views su YouTube, questo brano è l’ennesimo riconoscimento dell’amore per la ragazza che ami, ma è anche la consapevolezza di aver raggiunto un obiettivo nella stabilità affettiva.

“Tu sei” il fuoco di passione che divampa all’inizio di un amore, mentre “La mia terra” è il consolidamento del rapporto, un’acquisizione di maturità. La persona amata è il tuo mondo, la tua quotidianità, la tua stabilità. Ne “La mia terra” racconto di aver raggiunto un equilibrio tra mente e cuore; quando ti trovi in questa condizione riesci a visualizzare tutto il tuo trascorso. Ringrazi le cose che ti son successe, positive o negative che siano state, perché tutte ti hanno formato. È un tirare le somme sulla mia testa calda, sugli obiettivi raggiunti o meno e su tante altre cose per poi mettere tutto questo da parte e pensare con tanta gratitudine solo a quello che ho. Ho imparato che a tutto ciò che succede bisogna dare un significato e, grazie a questo significato, imparare la lezione.

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ph. Alessandro Boggi

Questa grande riflessività è evidente in tutti i tuoi brani, anche i tuoi testi sono molto “lunghi” per il pop; è questo un retaggio del rap, vista la tua esperienza con questo genere?

Sì, sono d’accordissimo. Nella mia musica, nei miei testi c’è molto del mio passato rap. Questa cosa di mescolare il rap al pop mi piace moltissimo, nonostante in alcuni momenti cerco quasi di ammonirmi dicendomi di fare più pause nel cantato; ma è una cosa che mi viene naturale, amo il rap e la sua capacità di poter dire mille cose in un solo pezzo e di poterle dire in un milione di modi differenti. Nel pop questo non è impossibile, è solo più difficile perché inevitabilmente hai meno parole. Io ci sto provando e sono consapevole che devo migliorare ancora tanto. D’altronde il mio motto è sempre stato “O ti formi o ti fermi”.

A proposito di riflessività e di rap, la tua “Manchi” dedicata a Cranio Randagio è da spezzare il fiato; cosa ti legava di più a Vittorio?

Ho tanti bei ricordi di e con Vittorio. Innanzitutto, ogni volta che registravo Cranio imparavo un nuovo termine. Lui scriveva con un registro stilistico troppo alto per l’Italia. Era troppo. Vittorio, poi, era una persona di spessore oltreché un artista con la A maiuscola. E ogni volta che parlo di lui è questo che mi piace ricordare e raccontare a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo. Nella sua arte era libero, spesso utilizzava delle parole, delle metafore, che potevi starci a pensare per ore; non puoi capire quante volte gli dicevo di alleggerire un po’ la scrittura per arrivare a tutti o di fare un ritornello cantato. Un compromesso lo trovammo in “A Selfish Selfie”, che infatti “contaminò” più persone pur non snaturando l’anima di Cranio Randagio.

Non sarò il primo che te lo chiede e non vuole essere un giudizio, ma più una curiosità. Da cosa nasce quel “Keep it secret” tatuato sul viso? Da quello che ci siamo detti, sono certo che abbia un senso profondo.

Innanzitutto, ti dico che quando me lo son tatuato, mia madre non mi ha parlato per tre mesi (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, a me piacciono tanto i tatuaggi e quella scritta ha dei significati. Innanzitutto, mi ritengo una persona della quale ti puoi fidare, e questo è il significato più “accessibile”, l’altro senso riguarda il mio essere abbastanza introverso. Con la musica questa chiusura viene meno e riesco a parlare di ciò che ho visto e sentito. Quindi diciamo che è anche un po’ una garanzia sulla mia veridicità.

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ph. Alessandro Boggi

Tornando ai tuoi pezzi. Prima abbiamo parlato di stabilità riflessiva raggiunta grazie alla stabilità affettiva raccontata ne “La mia terra”, in “Sotto la Torre Eiffel” parli di amore a distanza. Così è più difficile raggiungere quelle stabilità, non trovi?

Io penso che quando ti impegni in un rapporto scegli di vivere delle esperienze rinunciando ad altre. Tra le cose che scegli di vivere ci sono la stabilità della quotidianità, la sicurezza di avere una persona sempre vicina, il rapporto fisico e tante altre cose. Con un amore a distanza non è che sia impossibile portare avanti tutti questi aspetti, ma è molto difficile prendersene cura. Vivere una persona tutti i giorni, vederla, parlarci e confrontartici rende più semplice le cose e ti permette anche di capire meglio ciò che provi. La lontananza da “La mia terra”, dalla persona che amo, renderebbe inevitabilmente instabile anche la mia vita e penso anche quella della mia lei.

Finiamo parlando del disco che, se non erro, dovrebbe uscire dopo l’estate. Giusto?

Sì, diciamo che siamo in fase di finalizzazione. Ho contato molto come sempre sulla mia produzione perché mi piace molto dar forma alla mia musica anche se non disdegno le coproduzioni con chi naviga sulla mia stessa lunghezza d’onda. Le canzoni uscite finora sono molto eterogenee e vengono da diversi periodi della mia vita, col disco è arrivato il momento di dare l’imprinting giusto al mio percorso. La via scelta sarà quella dell’acustico, che dà quel mood che trovi al massimo in “Tu sei”.

Finiamo parlando del disco che, se non erro, dovrebbe uscire dopo l’estate. Giusto?

Sì, diciamo che siamo in fase di finalizzazione. Ho contato molto come sempre sulla mia produzione perché mi piace molto dar forma alla mia musica anche se non disdegno le coproduzioni con chi naviga sulla mia stessa lunghezza d’onda. Le canzoni uscite finora sono molto eterogenee e vengono da diversi periodi della mia vita, col disco è arrivato il momento di dare l’imprinting giusto al mio percorso. La via scelta sarà quella dell’acustico, che dà quel mood che trovi al massimo in “Tu sei”.

Lucio Leoni, dialogo sui “massimi sistemi” tra due logorroici

Di Alessio Boccali

 

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Ph. Cecchetti

“Dove sei coincide con dove vorresti essere?” È questa la domanda che ha chiuso la mia chiacchierata con Lucio Leoni, reduce dall’uscita del suo ultimo lavoro “Dove sei pt.1”. La sua risposta, però, racchiude a pieno il contenuto dell’intera intervista, quindi ve la metto qui prima di lasciarvi al botta e risposta tra due logorroici come me e Lucio: Dove sei non coincide quasi mai con dove vorresti essere; semplicemente perché è difficilissimo rendersi conto di voler essere in un determinato punto in un determinato tempo. Penso che se ci accorgessimo di questo, ci accorgeremmo immediatamente anche di essere felici.

Ciao Lucio! Siamo qui per parlare del tuo nuovo disco “Dove sei pt.1”. Prima domanda, banalissima, come mai questa divisione del tuo progetto in pt.1, uscita ora, e pt.2 che uscirà in autunno?

Ciao Alessio, ti dirò: la questione è semplice. Io ho un approccio molto verboso alla musica, non conosco bene il dono della sintesi (ride, n.d.r.). Nella sezione di registrazione sono nati 16 brani e metterli tutti insieme in un disco sarebbe stato pericoloso, antipatico. Io e i miei collaboratori abbiamo cercato di andare incontro all’ascoltatore per dargli un po’ di respiro per metabolizzare i brani.

Questo “Dove sei”, rigorosamente senza punto interrogativo, ha un legame con i tuoi precedenti dischi “Lorem Ipsum” e “Il Lupo Cattivo”?

Sì, c’è una sorta di fil rouge che li lega. “Lorem Ipsum” ruotava attorno alla comunicazione con tutto ciò che è esterno al sé, mentre “Il Lupo Cattivo” è una riflessione sulla comunicazione interna a noi stessi, all’interno del bosco; ora con questo nuovo lavoro c’è una sintesi di tutte e due le forme di comunicazione, sono uscito dal bosco, ma continuano ad esserci dubbi, bivi e strade tortuose.

 

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Ph. Cecchetti

A proposito di dubbi e di bivi, mi collego subito al primo pezzo in tracklist, ovvero “Il fraintendimento di John Cage”. Ho apprezzato molto non solo la riflessione fatta, appunto, sul dubbio e quindi sulle scelte, ma anche il tuo continuo rivolgere il pensiero al concetto di felicità. Tra il serio e il faceto canti “Guarda che tu sei felice solo quando decidi di esserlo…”; ti chiedo, è più facile essere felici o rendersene conto?

Wow, cacchio che domandone! (ride, n.d.r.) Eh… è più facile essere felici, rendersene conto è più difficile, è un passaggio in più; per rendersi conto della felicità bisogna lasciar cadere un po’ di schermi, un po’ di maschere che ci mettiamo davanti. Probabilmente siamo molto più felici di quanto pensiamo di esserlo.

Sai che ho notato questa cosa anche nel tuo disco… ti ho sentito più ottimista del solito.

Non sei il primo che me lo fa notare e mi incuriosisce molto questa cosa. Ogni volta che termino di scrivere un disco mi rimprovero di essere stato un’altra volta pesante, un’altra volta depresso… e invece anche tu mi dici che questo disco ha uno sguardo ottimista. Ti dirò che mi fa molto piacere e allo stesso tempo mi stupisce. Vedi? Torniamo a quello che dicevamo prima, significa che non me ne rendo conto quando sono felice o comunque sto un attimo meglio (ride, n.d.r.).

Provo a giustificarti la mia teoria sull’ottimismo di “Dove sei pt.1”. Ne “Il sorpasso” feat. C.U.B.A, Cabbal, ad esempio, parli di un progresso che l’arte e la gente comune hanno realizzato, mentre le istituzioni ancora no, oppure non se ne sono accorte. C’è una parte del brano che riassume benissimo questo concetto ed è quando canti “Siamo già arrivati. Che facciamo, bussiamo?”. Il senso della mia constatazione è questo: la società, in quanto insieme di cittadini, sta davvero già avanti rispetto a varie problematiche sociali come l’omofobia o il razzismo, mentre le istituzioni continuano ad enfatizzare l’esistenza di queste problematicità?

Sì, ho la sensazione che tutta una serie di questioni che tuttora sono il fulcro delle discussioni politiche contemporanee e vengono identificati come dei problemi: “il problema dell’immigrazione”, “il problema della sessualità liquida”, ecc. siano in realtà, per fortuna, in grande scala superati. Viviamo fianco a fianco con persone dal colore della pelle diverso dal nostro, con culture e tradizioni differenti, eppure mi sembra che nella realtà dei fatti ce la caviamo benissimo. Sono speranzoso nel pensare che noi questi noiosi paradigmi li abbiamo superati e chi non l’ha ancora fatto, deve svegliarsi. Non esiste il clandestino, siamo tutti parte dello stesso mondo e questa pandemia dovrebbe avercelo ancora una volta dimostrato. Eppure, c’è sempre chi deve parlare, ad esempio, della conversione di Silvia Romano all’Islam, ma di cosa stiamo parlando? Discorsi senza senso. Nonostante questo, te lo ripeto, sarà anche perché la speranza è da sempre una dote peculiare di chi scrive, ma penso che siamo molto più evoluti di quanto si possa pensare.

Siamo più felici, più evoluti di quanto possiamo pensare e ascoltando il tuo brano “San Gennaro”, rilancio con un “anche più spirituali” nella nostra continua ricerca di un senso. Cosa rappresenta per te indagare su te stesso e su ciò che ti circonda, guardare al di là dell’oggettività delle cose?

Bella domanda. Sicuramente la risposta migliore che posso darti è questa: mettermi continuamente in discussione. Quando credi di essere arrivato al punto più “giusto”, quando riesci a darti una definizione, è proprio quello il momento in cui devi fare un passo in più. “Cercare” è un processo ininterrotto; è necessario non stare mai troppo attaccati all’idea che ci si fa di noi stessi e, soprattutto, stare sempre all’ascolto delle opinioni degli altri, del racconto delle vite altrui… la vita non può essere filtrata solo attraverso la tua esperienza; è necessario mettersi in contatto con tutte quelle situazioni diverse dalla propria, che ti danno una visione più ampia della complessità del mondo.

Un altro pezzo che mi ha colpito è “Dedica” con Francesco Di Bella. Ti faccio una premessa: al primo ascolto l’intro mi ha ricordato “A mano a mano” di Rino Gaetano e successivamente mi è piaciuto molto la strizzatina d’occhio a “La crisi” dei Bluvertigo. A parte questo però, quello che mi è piaciuto molto è questo pensiero di aver finalmente raggiunto un’affermazione personale senza però non poter guardare con un briciolo di nostalgia al passato…

Innanzitutto, mi piace la premessa: l’omaggio a Rino non era cercato, ma effettivamente ci sta. Per quanto riguarda la domanda, qui l’ottimismo di cui parlavamo prima scema un po’ perché questo pezzo riguarda il mio rapporto col tempo: una relazione particolarmente confusa. Da una parte, infatti, c’è l’ancorarsi alla memoria e all’esperienza, anche se così si rischia di perdere il senso del presente, dall’altra parte invece c’è una chiave di ottimismo nell’essere fuori pericolo dall’avere tutta la vita davanti. Ti spiego meglio. Quando sei giovane e ti dicono che “hai ancora tutta la vita davanti”, ti senti, sì, pieno di speranza, ma allo stesso tempo sei investito da tante aspettative e da tante responsabilità. Ecco, scoprirmi libero da queste attese, mi fa stare meglio. Della serie “Il più l’ho fatto. Com’è andata, è andata…”

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Ph. Cecchetti

Nei tuoi pezzi c’è sempre stata una grandissima attenzione ai testi, ben accordati con la musica. Questa grande ricerca testuale e dunque attenzione al significato delle parole è espressa nel miglior modo dal brano “Atomizzazione”.  Ebbene, attraverso il senso di questo brano voglio collegarmi a ciò che potrebbe essere il futuro prossimo della musica live e quindi la possibilità della nascita dei famosi concerti in streaming. Non c’è il rischio, con questa digitalizzazione, di perdere il senso del concerto, ovvero del suo concepirlo non come banale momento di fruizione musicale, ma anche, e soprattutto, come esperienza?

Secondo me questo rischio non c’è perché non c’è la possibilità di trasferire un concerto nel mondo digitale. Un concerto è uno spettacolo dal vivo, è un’esperienza vissuta assieme, un momento di compresenza, di respiro comune, una relazione tra emittente e ricevente e se quelle parti non sono insieme nello stesso luogo non avviene un concerto. Quello che succederà con la digitalizzazione del live, se così vogliamo chiamarla, sarà un qualcosa di altro. Qualsiasi tipo di forma verrà individuata per portare avanti questo discorso, dovrà essere interpretata come un qualcosa di diverso: non ci possiamo permettere di pensare di poter trasferire la forma di spettacolo dal vivo dentro a un altro vettore. Quindi, quello che possiamo fare e che per un certo senso rappresenta per me anche uno stimolo è immaginare e sviluppare altre forme di intrattenimento. Se siamo separati da uno schermo non possiamo parlare di spettacolo dal vivo.

Per finire, una piccola osservazione sul mondo della radio visto che ne hai fatta. Secondo te, questi giorni che abbiamo trascorso in casa e che ci hanno fatto in qualche modo rallentare e lasciato più spazio alla riflessione, al pensare, cambieranno la nostra attitudine ad ascoltare la musica. C’è una speranza di diventare più propensi all’ascolto di un racconto in musica piuttosto che rimanere spesso ascoltatori passivi?

Mi piacerebbe tanto risponderti di sì. Sinceramente, voglio essere speranzoso, ma non lo so se abbiamo imparato a gustarci le sensazioni di un racconto. La sensazione che ho è che comunque sarà il futuro, durante questo lockdown, la maggior parte delle persone ha riscoperto il valore del tempo e ha imparato a viverlo in una maniera diversa. Pensa solo a quanta gente ha passato tante ore in cucina scoprendo che poi cucinare non è così difficile o noioso. Me lo auguro che questo periodo ci abbia fatto riflettere anche sulle modalità di fruizione dell’arte e ci abbia riavvicinato a tutte le sue forme. Sarebbe molto bello.

LEGNO: Mi “Casa De Papel” es tu “Casa De Papel”

Di Alessio Boccali

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Praticamente in contemporanea con l’uscita in Italia della quarta stagione de “La casa di carta”, i Legno, progetto indipendente formato da due ragazzi toscani – che noi conosciamo solo come Legno Felice e Legno triste – di casa Matilde Dischi, hanno dato alla luce il loro nuovo singolo intitolato proprio “Casa De Papel”. Il brano (una co-produzione Matilde Dischi-Artist First), è entrato da subito nelle playlist editoriali di Spotify “New Music Friday” e “Indie Italia” confermando il grande successo di stream del duo, e anticipa “Titolo EP”, l’album dei Legno in uscita nei prossimi mesi. Ad impreziosire il brano, i due toscani hanno lasciato che, in questi giorni di quarantena, fossero i loro fan i protagonisti del videoclip ufficiale del pezzo.

Ciao ragazzi, come state? Innanzitutto, spero di essere arrivato dopo che avete finito di guardare la nuova stagione de “La Casa De Papel” e che non avete subito degli spoiler. A proposito, da cosa nasce questo titolo per il vostro nuovo singolo?

Ciao! (Ride… solo Legno felice, naturalmente. N.d.r.) “Casa de Papel” è una serie che ha rivoluzionato e scosso le fantasie di milioni di persone. Nel ritornello del pezzo che fa “È bello finché dura anche se non è bello”, si racchiude il senso dell’intero brano: quanto vorremmo che un momento bellissimo possa durare per sempre? Peccato che non sia così.

LEGNO

La frase ricorrente del pezzo l’avete già citata ed “È bello finché dura anche se non è bello”; portandola ai giorni drammatici che stiamo vivendo, e pensando soltanto al tempo che noi cittadini, fortunati perché stiamo bene, dobbiamo passare a casa, può essere un incitamento a trovare il “bello” anche in questa quarantena?

Casualmente questa frase è molto vicina ad ognuno di noi in questo momento. Sapere che possiamo trovare qualcosa di bello e che ci tiene occupati in un contesto del genere è fondamentale. Di solito le piccole cose della quotidianità che riteniamo poco importanti si mostrano fondamentali. Esempio fare una torta, leggere un buon libro, iniziare a fare esercizi fisici ecc.

Sempre parlando di titoli, da dove viene l’idea, a mio modesto parere, geniale di chiamare il vostro prossimo EP “Titolo EP” e cosa ci racconterà?

Volevamo dare un seguito al nostro “Titolo Album”, ci piaceva non dare importanza ad un singolo pezzo o ad una parola frase in particolare, così abbiamo optato per “Titolo Ep”. Toccheremo diversi temi: su tutti, quello sentimentale e quello della nostalgia…

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Legno è il nome del vostro progetto, una scatola, un contenitore quindi, è invece il materiale che nasconde i vostri volti. Se uniamo queste due cose: il legno e il contenitore possiamo pensare ad un cassetto. Cosa c’è nel vostro cassetto di vita: aspirazioni, sogni ecc. ma anche e soprattutto la vostra personalità, il vostro vissuto… Cosa di tutto ciò ci aiuta a conoscervi meglio dell’eventualità di guardarvi negli occhi?

Hai colto perfettamente il senso della questione scatola, un cassetto dove teniamo le nostre cose, lo apriamo e attraverso i nostri brani cerchiamo di far uscire tutti i nostri pensieri, emozioni, ricordi, pezzi di vissuto che volevamo tirare via da questo cassetto. Noi siamo due amici che sentivano l’esigenza di far arrivare prima di tutto le canzoni, così comunichiamo con gli stati d’animo più comuni: Legno Triste e Legno Felice. Tutti noi passiamo dalla felicità alla tristezza senza pensarci, per noi è stato molto importante arrivare a comunicare quello che siamo senza far sapere chi siamo, a volte l’apparenza inganna e con i Legno non ingannerà mai perché tutti noi siamo felici e tristi… 😊 🙁

Legno è un progetto indipendente, ma in questo calderone negli ultimi anni sono stati inseriti tantissimi artisti. Cos’è per voi essere indie e cosa vi distingue nella vostra musica?

Noi facciamo musica per il piacere di farla, non ci piacciono molto le etichette. La musica indie, se così la vogliamo definire come genere, è un qualcosa che ha fatto aprire gli occhi su una realtà che vive e che si sta pian piano affermando. E di questo non possiamo che esserne felici.

Per realizzare il videoclip de “La Casa De Papel” avete chiesto aiuto ai vostri followers, è molto bello il messaggio che date con il video e che ribadite in grafica nel finale: ovvero che uniti ce la si fa sempre.

Siamo molto felici di aver lanciato un messaggio solidale e di sensibilizzazione per il periodo che stiamo passando. Pensiamo che la musica abbia l’obbligo morale di trasmettere qualcosa di buono e di unire le persone che in questo momento si trovano in difficoltà. Noi nel nostro piccolo abbiamo contribuito a lanciare un messaggio, cercando di fare impiegare il tanto tempo libero ai nostri fan per divertirsi e passare un po’ di leggerezza insieme a noi…

Per finire, facciamo un gioco: cinque brani per non sentire troppa nostalgia delle persone che in questo momento non possiamo abbracciare.

“Kurt Cobain” di Brunori Sas, “Al Telefono” di Cesare Cremonini, “At The Door” degli Strokes, “Once” di Liam Gallagher e “Dead Meat” di Sean Ono Lennon.

 

DIAMINE: dopo la “Via del macello” siam pronti all’esordio

Di Alessio Boccali

I DIAMINE, all’anagrafe Andrea Imperi Purpura e Niccolò Cesanelli, sono da poco usciti con “Via del macello”, il terzo singolo estratto dall’album d’esordio per Maciste Dischi/Sony Music Italy, che vedrà la luce il primo maggio e che si intitolerà “Che Diamine”. Poco importa se il disco in questione non potrà essere suonato in breve tempo, c’è altro di più importante cui pensare ora, l’obiettivo del duo elettro-pop romano è arrivare dritti al pubblico ed essere nelle loro teste quando tornerà il tempo di fare festa.

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ph. Sara Pellegrino

Ciao ragazzi, innanzitutto come state? Leggevo dalle vostre bio che siete due strumentisti che hanno deciso di mettersi in gioco in una nuova veste. Com’è nata questa idea?

Ciao, siamo abituati a periodi di auto-isolamento quindi ce la caviamo abbastanza bene. Cerchiamo di impiegare il tempo per rendere le nostre case e le nostre idee un po’ più accoglienti. Il progetto è nato principalmente dall’entusiasmo, qualcosa ci riempie in questo atto di creazione lontano anni luce dalle dinamiche da band e dai virtuosismi del singolo. Volevamo sperimentare nella nostra musica la sensazione bellissima di quando non hai più nessun riferimento a cui aggrapparti e così sei eccitato anche solo nel camminare e lo abbiamo fatto fino in fondo.

Il vostro singolo “Via del macello” è il secondo singolo che esce in periodo di quarantena dopo “Isolamento”, che meglio non poteva descrivere il periodo che stiamo vivendo. Questo nuovo singolo invece è quasi come un sogno, come una voglia di tornare alla normalità e di rivedere il tempo scorrere e con lui sbocciare e morire nuove emozioni…

Questo è un brano pieno di forse eppure risulta liberatorio perché affronta il dubbio con la saggezza perduta di un bambino. Il protagonista si fa delle domande ma quello che arriva di più probabilmente è la sua voglia di vivere, lo dico anche in base a quello che mi stai dicendo tu. Spesso la voce ha già la sua gestualità che risulta molto più efficace dei ragionamenti dietro alle parole.

Il vostro sound elettro-pop si presta molto alla creazione di atmosfere tra il serio e il faceto, tra l’immaginato e la realtà. E anche nei testi si nota bene la stessa ricerca al fine di ottenere il medesimo intento. Come si svolge il processo creativo dietro ai vostri pezzi?

Le modalità sono consolidate: Nico scrive la musica e io il testo, in secondo luogo io critico la musica e lui critica il testo finché non arriviamo ad un entusiasmo comune. Ci troviamo bene così. I rapporti veri hanno sempre bisogno di confronti, non sono mai fermi e non devono essere fermi. Bisogna saper viaggiare nell’insicurezza, l’uomo occidentale è troppo presuntuoso e non accetta zone d’ombra che invece contengono la nostra naturale follia che ci rende irripetibili, il motivo per il quale ci muoviamo e ci innamoriamo. Noi non facciamo affidamento all’immaginazione, anzi, per niente. Tutto l’immaginario che scaturiscono le nostre canzoni nasce da un tuffo nel profondo delle nostre realtà entro ovviamente i limiti del nostro sguardo. Quindi diciamo che tutto il surreale lo si trova già con un attento sguardo al reale, la fisica quantistica moderna ci sta dicendo le stesse cose.

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ph. Sara Pellegrino

Il vostro disco d’esordio “Che diamine” uscirà il primo maggio, probabilmente sempre sotto quarantena o comunque in un periodo storico molto complicato. Avete paura, anche e soprattutto per la prospettiva di non poterlo presentare live nell’immediato?

Probabilmente il disco non verrà suonato per molto tempo, pazienza. Ci sono cose più importanti adesso a cui dobbiamo pensare, la natura ci sta ricordando la sua supremazia su di noi, tornerà il tempo delle feste

Non vi chiedo di progetti futuri, ma di normalità. Quale vorreste che fosse la normalità di DIAMINE una volta usciti da questa grave emergenza sanitaria?

Come diceva Lucio Dalla: “L’impresa eccezionale, dammi retta, è l’essere normale”. Noi abbiamo voglia di scrivere e abbiamo sogni semplici: rivederci, parlare dal vivo, girare in moto, uccidere Gno di Maciste Dischi. Cose normali (ridono, n.d.r.).

Per finire, gioco classico in questi giorni. Qualche brano per sconfiggere l’isolamento.

Allora: “Nightcall” di Kavinsky, “Fluff” dei Black Sabbath, “I can tell” degli Sleaford Mods e “Un uomo che ti ama“ di Lucio Battisti.

 

 

Valentina Polinori: “Trasparenti? Racchiude vari aspetti come l’onestà, la limpidezza…”

Di Francesco Nuccitelli

Valentina Polinori è un’artista romana di grande talento e dopo alcuni anni di studio e di lavoro è tornata con un nuovo progetto discografico di grande interesse. “Trasparenti” è il titolo del nuovo album, un lavoro personale, intrigante e di grande classe, dove la cantautrice mette in mostra tutto il suo talento, il suo repertorio, la sua delicatezza e delle sonorità più ricercate ed elettroniche rispetto al rock del primo album.

cover Trasparenti

Come stai con l’uscita di questo album?

Sto realizzando solo adesso che l’album e i brani sono disponibili all’ascolto di tutti. Sono molto contenta, stanca e rilassata allo stesso tempo. Inoltre, sto già ricevendo delle belle reazioni dagli addetti ai lavori e non solo…

L’album ha avuto un periodo di gestazione piuttosto lungo, ma come è nato?

Ho iniziato questo progetto con tre brani che avevo scritto a marzo. Poi ho avuto un momento naturale di stop e solo durante l’estate ho ricominciato a scrivere e così sono usciti altri due brani quali: “Lontani” e “Lo spazio“. Solo in seguito sono nati tutti gli altri brani e con l’avvento del nuovo anno abbiamo poi registrato il tutto, così è uscito il primo singolo “Bosco” e successivamente l’album per intero (uscito il 21 febbraio 2020, ndr.).

Come è nato il tema della trasparenza, argomento che poi è presente in tutte le tue canzoni?

In realtà è un concetto che è emerso dai brani stessi ed è anche un termine che poi utilizzo in modo più specifico nel brano “Andiamo fuori”. Questo tema racchiude vari aspetti come l’onestà, la limpidezza, la trasparenza nei rapporti, il mostrarsi in tutti i propri aspetti e anche la difficoltà dell’aprirsi con l’altro.

Si può essere trasparenti nel fare musica?

È difficile ed è molto complesso dare una risposta. Soprattutto perché siamo condizionati da tantissime cose: dagli ascolti, da quello che musicalmente sembra funzionare di più, dai tanti stimoli che abbiamo, dai tanti generi che ascoltiamo e poi anche perché passa tanta musica e spesso non sappiamo quale sia il nostro posto.

C’è stata una qualche influenza sul tuo modo di scrivere o di fare musica?

Per quanto riguarda i testi cerco di rimanere più personale possibile, però ci sono delle cose che mi piacciono di più. Tendenzialmente cerco di creare dei testi semplici, di essere essenziale e di non utilizzare tante parole per un concetto. Per il sound poi mi sono allontanata dal rock del mio primo album.

Tre anni di distanza da “Mobili”, hai aspettato per un nuovo album per un’esigenza fisiologica o perché in un mondo musicale liquido è meglio far ascoltare un singolo?

Probabilmente entrambe le cose… ho cercato la soluzione migliore per far uscire i brani, avevo pensato di pubblicare subito qualche singolo, però sono ancora legata al concetto di disco. L’idea di far uscire un brano così senza un progetto dietro non mi convinceva molto.

Nonostante il periodo particolare, stai pensando con le dovute precauzioni ad un live estivo per presentare il progetto?

Sì, certamente! Ci stiamo muovendo per dei live, ma stiamo monitorando la situazione per organizzare più date possibili e per poter cantare dal vivo le canzoni dell’album. Mi piace tantissimo la dimensione del live e mi fa sentire a mio agio.

ValentinaPolinori1_ph.Davide Fracassi

TRACKLIST – “TRASPARENTI”

01) 16 vasche

02) Bosco

03) Lontani

04) Camilla

05) Andiamo Fuori

06) Niente

07) Lo Spazio

08) Io credo che

09) Fa lo stesso

10) Sembra un fiore

Fasma: “Voglio solo che si capisca che Fasma non sono (solo) io, ma una strada che Tiberio ha deciso di intraprendere”

Di Alessio Boccali

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Giorno 2 della kermesse sanremese. Ho incontrato Fasma (all’anagrafe Tiberio Fazioli) all’alba del suo esordio sul palco del Teatro Ariston e in un clima estremamente disteso si è parlato di “Per sentirmi vivo” e del messaggio che la sua musica vuole veicolare.

Ciao Tiberio! Innanzitutto, come stai? Com’è stare qui a Sanremo?

Ciao Alessio, diciamo che sto. Arrivare qua è bello, ma molto ansiogeno. Incontrare per la prima volta un mondo che è fortemente preparato al Festival è un bel banco di prova. Ho tanta voglia di far ascoltare la mia musica, ma c’è anche tutto un intorno che va vissuto e non è facile farlo.

Eppure dalle tue esibizioni, come da quelle dei tuoi colleghi, nel percorso per arrivare sul palco dell’Ariston si è sempre avvertita una grande padronanza…

TI ringrazio. Non devo essere io a sostenerlo, ma mi fa molto piacere sentirmelo dire. Certo, affrontare il palco di Sanremo è tutta un’altra storia rispetto ai “miei” palchi. Sono abituato ad aprire le “cerchie”, a buttarmi tra la gente, a cantare insieme alle persone; qui, naturalmente, c’è una maggiore attenzione alla narrazione artista-pubblico. È una cosa nuova che mi sta rendendo sempre più consapevole del mio status di cantante. Vorrei arrivare al pubblico di Sanremo per come sono quando sto tra la “mia” gente.

Ho visto che hai portato qui anche la tua crew, la WFK…

Sì, il mio socio GG sale anche con me sul palco. Era giusto che questo pezzo fosse presentato al pubblico per come è nato, ovvero come un dialogo tra noi.

Nei tuoi pezzi hai spesso preso in prestito il nome di grandi personaggi del passato per i titoli. Se dovessi associare un personaggio a questa “Per sentirmi vivo” a chi penseresti?

Lo sai che è geniale questa domanda? Ti spiego, ho sempre trovato più semplice associare delle immagini ai miei pezzi per comunicare il loro contenuto; Nel mio ultimo album all’attivo “Moriresti per vivere con me”, infatti, trovi tutti titoli molto particolari, non ho mai pensato a un titolo ad effetto. Se dovessi scegliere un personaggio da associare a questo pezzo probabilmente penserei ad una vita da film e quindi, riprenderei come in passato, i nomi di Marilyn e di Lady D. Mi ha da sempre colpito la loro sensibilità. Ti dirò anche che questo pezzo lo associo pure così tanto a me che avrei pure potuto chiamarlo Fasma o Tiberio.

“Via da me, via da te, via da questa città…” da cosa vorresti scappare? Se è una fuga quella di cui vuoi parlare…

No, non voglio scappare. Sto capendo che a volte non è necessario scappare, ma è meglio andarsene, non perché stando fermi si sbaglia, ma perché muoversi ci aiuta ad accettare il passato. È una fuga per non star fermo ad accettare passivamente tutto ciò che ci viene offerto.

Non amo dare etichette alla musica e so che tu la pensi come me, possiamo riflettere però sul potere che associ alle immagini nella tua musica. Hai anche una passione per qualche forma di arte visiva?

Vedo un sacco di film. Il cinema mi fa impazzire. Quando ero più piccolo andavo al cinema anche due volte al giorno e oggi grazie all’insonnia che mi affligge proseguo questo trend.

Per chiudere, qual è il messaggio principe di “Per sentirmi vivo”?

Questo sono io e questo sei tu. Non voglio costringere nessuno a pensarla come me e non voglio indottrinare nessuno. Voglio solo che tutti quanti possano avere la possibilità di fare un viaggio dentro loro stessi come ho fatto io quando l’ho scritta.

Il tuo nuovo disco uscirà il 28 febbraio e si chiamerà “Io sono Fasma”…

Sì, ma non voglio che abbia un’accezione personale. Voglio solo che si capisca che Fasma non sono io, ma una strada che Tiberio ha deciso di intraprendere. Tutti possono portare a casa il loro Fasma.

Le pagelle della prima serata di Sanremo 2020

Di Alessio Boccali e Francesco Nuccitelli

Prima serata tra alti e bassi, ritmi incalzanti, ma nonostante questo lo spettacolo è andato per le lunghe… forse anche troppo. Come ogni anno, Alessio Boccali e Francesco Nuccitelli, nostri inviati a Sanremo, hanno redatto le loro pagelle.

Irene Grandi – “Finalmente io”

Alessio Boccali: Pezzo scritto, tra gli altri, da Vasco e musicato, sempre tra gli altri, da Gaetano Curreri, la responsabilità e l’onore erano grandi insomma, ma la Grandi spreca in parte l’occasione pur essendo LEI – su questo non c’è dubbio -. C’è anche da dire che il pezzo non è di certo il migliore pensato dalla coppia sopracitata. Voto 6

Francesco Nuccitelli: Torna sul palco dell’Ariston e lo fa da protagonista. Il pezzo musicalmente è forte e l’interpretazione è da artista navigata, ma che ha ancora delle cose da dire. Finalmente Irene è tornata, Vasco o non Vasco. Voto 7,5

Marco Masini – “Il confronto”

A.B.: Pezzo che è un classicone alla Masini, forse un po’ meno “spinto” del solito. Con la sua esperienza e la sua penna, avrei osato di più. Voto 6

F.N.: Ci si aspettava qualcosa di più da Masini… il cantante toscano si presenta con un buon brano, non uno dei suoi pezzi migliori, ma si difende bene. Voto 6

Rita Pavone – “Niente (resilienza ’74)”

A.B: Rita Pavone versione punkettona, che se ne frega dell’anagrafe e rockeggia sul palco. Il pezzo è giusto. Sorpresa. Voto 6,5

F.N.: La grande rivelazione di questa prima serata del festival. Padroneggia il palco con una sicurezza impressionante… l’anagrafe non conta quando si è così rock, peccato per il pezzo che non le rende giustizia. Voto 7

Achille Lauro – “Me ne frego”

A.B.: Genio e sregolatezza. Penso che ormai sia ben chiaro che dietro a quel personaggio sopra le righe si nasconde un animo poetico e tormentato. Pezzo OK, ma è la performance globale che alza (e di molto) il voto. Voto 8

F.N.: L’ESIBIZIONE di questa prima ondata. Achille Lauro è meraviglioso su quel palco, la sua performance è incredibile e fuori da ogni schema (se non quello artistico). Il pezzo merita un secondo ascolto per un giudizio migliore. Voto 7,5

Diodato – “Fai rumore”

A.B.: Bravo è bravo, porta sul palco un pezzo tra il pop e il cantautorato che non mi convince pienamente. Diodato ci ha abituato bene, molto bene, e questo lo penalizza. Voto 6,5

F.N.: Lui è bravo, il pezzo è bello, però manca ancora qualcosa per la completa maturazione. Ci si aspettava tanto di più da lui. Voto 6,5 

Le Vibrazioni – “Dov’è”

A.B.: Non riuscirò mai a superare la loro fase Modà… spero che loro, invece, lo faranno presto. Pezzo scarico. Voto 5,5

F.N: Dov’è il rock delle Vibrazioni? Il pezzo è interessante, la presenza di Sàrcina si fa sentire, ma manca la spinta rock. Voto 6

Anastasio – “Rosso di rabbia”

A.B.: Carico a bomba; uno sfogo in cui molti si riconosceranno. Una nota molto lieta a metà tra rap e cantautorato. Non è una sorpresa, ma una piacevole conferma. Voto 7,5

F.N.: Un pezzo rap dalle sonorità rock. Grinta, rabbia e presenza scenica, nella performance del giovanissimo Anastasio c’è di tutto e di più. Il palco dell’Ariston è la cornice perfetta per questo pezzo. Voto 8

Elodie – “Andromeda”

A.B.: Rischioso bissare la coppia di platino Mahmood – Dardust; nella testa c’è ancora il pezzo vincitore dello scorso anno ed Elodie ne risente peccando un po’ di personalità. Il pezzo comunque è ben fatto. Un voto di fiducia, sperando emerga di più l’animo della cantante. Voto 6,5

F.N.: Elodie è brava e canta divinamente, ma il pezzo sa di già sentito. Voto 6

Morgan e Bugo – “Sincero”

A.B.: Morgan sì, Bugo no, il pezzo nì. L’avrei vista meglio cantata dai Bluvertigo con Andy a tastiere e synth e Morgan libero di scorrazzare sul palco. Voto 6

F.N.: La strana coppia del festival porta una canzone interessante. Morgan c’è, si sente ed è un grande performer (promosso); Bugo è intimorito dall’esordio e si vede (rimandato). Voto 6

Alberto Urso – “Il sole ad est”

A.B.: Pezzo né carne né pesce: Poco pop/troppo lirico per lui. Lui è molto bravo vocalmente – nonostante l’emozione di ieri sera -, ma ha bisogno ancora di un po’ di esperienza. Voto 4

F.N.: Ok il bel canto, però qui si esagera. Urso è bravo, ma il pezzo non gli rende giustizia. Voto 4,5

Riki – “Lo sappiamo entrambi”

A.B.: Pezzo pop con l’inserimento di un vocoder piuttosto fastidioso. Visibilmente emozionato e per questo ispira anche tenerezza, ma Sanremo è sempre Sanremo e né il pezzo né la performance ne sono all’altezza. Voto 3

F.N.: L’emozione si fa sentire e si vede. Il giovane artista ex Amici forse non era pronto per il Festival della canzone italiana. Il pezzo è dozzinale e banale. Voto 3,5

Raphael Gualazzi – “Carioca”

A.B.: All’una e passa il suo pezzo ci tiene svegli più del caffè. Tanta carica e tanta classe. Performance destinata addirittura a crescere. Voto 7,5

F.N.: L’ora tarda non ha influito, il pezzo di Gualazzi è bello, musicale, ballabile e divertente. Voto 8