Emanuele Bianco: “La mia terra” è stabilità affettivo-riflessiva

Di Alessio Boccali
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ph. Alessandro Boggi

Emanuele Bianco, all’anagrafe Emanuele Maracchioni, classe ’93 è un cantautore, musicista e producer romano con un passato da rapper col nome Chabani. Nella sua musica c’è la sua vita, le esperienze che l’hanno formato e continuano a farlo, gli affetti che lo hanno aiutato a crescere personalmente e artisticamente e quella vena rap che non smette mai di pulsare nella fase di scrittura. A circa un mese dall’uscita del suo ultimo singolo “La mia terra”, abbiamo scambiato due chiacchiere per tirare le somme ritrovandoci a parlare di stabilità, di insegnamenti, di ricordi e di tutto ciò che, in fondo, è vita.

Ciao Emanuele, innanzitutto come stai, com’è stato “fare” musica da casa in questi mesi?

Ciao! Sto bene dai, grazie. Diciamo che io vivevo in quarantena già da prima perché stavo sempre chiuso in studio. Per la produzione, soprattutto, ho sempre lavorato molto da remoto. Ti dico la verità: son sempre stato un fan della digitalizzazione. Secondo me, se non pensiamo alla bellezza del “contatto fisico”, lavorare da remoto ha tantissimi lati positivi. Anche perché a Roma per spostarti da una parte della città all’altra butti sempre mezza giornata. In fin dei conti, tralasciando la tragedia dell’emergenza sanitaria, questa situazione ha accelerato un processo che, volenti o nolenti, ci avrebbe prima o poi coinvolti tutti.

Il tuo ultimo singolo “La mia terra” è uscito durante il lockdown; hai sentito ancora di più la responsabilità di dover essere vicino a chi ascoltava questo nuovo brano?

Sì, hai detto una parola molto importante: responsabilità. Io credo che tutti coloro che hanno un pubblico che li segue, più o meno numeroso che sia, debbano tenerne conto. È bellissimo avere un rapporto con chi ti segue, ma è altrettanto importante rispettare queste persone perché l’artista può avere una grande influenza. Soprattutto quando hai a che fare con i ragazzi più giovani, devi essere consapevole che la musica può salvare le persone, ma può anche distruggerle. È importante avere la fiducia delle persone che ti ascoltano e fare musica, fare film, fare un quadro… non è mai un procedimento fine a sé stesso, ma ha sempre un’influenza su chi godrà di quell’arte. Tutti noi siamo stati influenzati dall’arte nella nostra vita, nelle nostre scelte. A maggior ragione oggi che la fruizione dell’arte, in primis della musica e del cinema è veramente immediata grazie a internet.

Mi aggancio a questo per parlare di musica live e concerti in streaming. Abbiamo letto che con le nuove norme a breve sarà possibile, durante questo periodo di emergenza, fare concerti per un massimo di mille persone e sempre a seconda della capienza dei teatri/locali naturalmente e con le dovute distanze. Tanti hanno rinunciato a quest’idea, altri hanno continuato a sostenere la via della digitalizzazione. Immagino sarai d’accordo con questi ultimi…

Il mondo è cambiato, inutile nascondercelo. Stiamo cambiando stili di vita e inserendo nella vita quotidiana nuove abitudini. Il mercato della musica non fa eccezione. Prima si diceva che il pesce grande mangi sempre il pesce piccolo, nell’industria musicale così come negli altri mercati. Oggi penso che sia il pesce veloce a sovrastare il pesce lento. Chi si adatta prima ha la meglio. Credo che questo discorso possa valere anche per il discorso dei live in streaming, che tra l’altro in America tra gli artisti un po’ meno conosciuti è pratica comune. Forse parlo da “malato” di digitalizzazione, ma credo che tra un po’ di anni riusciremo a godere dei concerti con l’audio in 3D e grazie ai visori sfruttando la realtà virtuale. Logicamente la dimensione del concerto dal vivo sarà sempre un’altra cosa e il contro più grande di un evento in digitale è sicuramente, per l’artista, quello di non sentire il calore del pubblico che canta insieme a te e, per il pubblico, quello di non vivere un’esperienza e di condividerla con altri fan nello stesso luogo, nello stesso momento. Un beneficio importante, tuttavia, potrà esserci per gli artisti emergenti. Anche chi non ha un booking o non ha la capacità/possibilità di investire sui propri live, può investire una volta per tutte nell’attrezzatura per i concerti in streaming e può esibirsi praticamente quando vuole. La musica è passata attraverso tantissime rivoluzioni, credo sia fisiologico; bisogna sempre vedere il lato positivo del cambiamento e darsi da fare.

Torniamo a “La mia terra”; L’amore ha una grande importanza nella tua vita e dopo “Tu sei”, che ha superato il milione di views su YouTube, questo brano è l’ennesimo riconoscimento dell’amore per la ragazza che ami, ma è anche la consapevolezza di aver raggiunto un obiettivo nella stabilità affettiva.

“Tu sei” il fuoco di passione che divampa all’inizio di un amore, mentre “La mia terra” è il consolidamento del rapporto, un’acquisizione di maturità. La persona amata è il tuo mondo, la tua quotidianità, la tua stabilità. Ne “La mia terra” racconto di aver raggiunto un equilibrio tra mente e cuore; quando ti trovi in questa condizione riesci a visualizzare tutto il tuo trascorso. Ringrazi le cose che ti son successe, positive o negative che siano state, perché tutte ti hanno formato. È un tirare le somme sulla mia testa calda, sugli obiettivi raggiunti o meno e su tante altre cose per poi mettere tutto questo da parte e pensare con tanta gratitudine solo a quello che ho. Ho imparato che a tutto ciò che succede bisogna dare un significato e, grazie a questo significato, imparare la lezione.

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ph. Alessandro Boggi

Questa grande riflessività è evidente in tutti i tuoi brani, anche i tuoi testi sono molto “lunghi” per il pop; è questo un retaggio del rap, vista la tua esperienza con questo genere?

Sì, sono d’accordissimo. Nella mia musica, nei miei testi c’è molto del mio passato rap. Questa cosa di mescolare il rap al pop mi piace moltissimo, nonostante in alcuni momenti cerco quasi di ammonirmi dicendomi di fare più pause nel cantato; ma è una cosa che mi viene naturale, amo il rap e la sua capacità di poter dire mille cose in un solo pezzo e di poterle dire in un milione di modi differenti. Nel pop questo non è impossibile, è solo più difficile perché inevitabilmente hai meno parole. Io ci sto provando e sono consapevole che devo migliorare ancora tanto. D’altronde il mio motto è sempre stato “O ti formi o ti fermi”.

A proposito di riflessività e di rap, la tua “Manchi” dedicata a Cranio Randagio è da spezzare il fiato; cosa ti legava di più a Vittorio?

Ho tanti bei ricordi di e con Vittorio. Innanzitutto, ogni volta che registravo Cranio imparavo un nuovo termine. Lui scriveva con un registro stilistico troppo alto per l’Italia. Era troppo. Vittorio, poi, era una persona di spessore oltreché un artista con la A maiuscola. E ogni volta che parlo di lui è questo che mi piace ricordare e raccontare a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo. Nella sua arte era libero, spesso utilizzava delle parole, delle metafore, che potevi starci a pensare per ore; non puoi capire quante volte gli dicevo di alleggerire un po’ la scrittura per arrivare a tutti o di fare un ritornello cantato. Un compromesso lo trovammo in “A Selfish Selfie”, che infatti “contaminò” più persone pur non snaturando l’anima di Cranio Randagio.

Non sarò il primo che te lo chiede e non vuole essere un giudizio, ma più una curiosità. Da cosa nasce quel “Keep it secret” tatuato sul viso? Da quello che ci siamo detti, sono certo che abbia un senso profondo.

Innanzitutto, ti dico che quando me lo son tatuato, mia madre non mi ha parlato per tre mesi (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, a me piacciono tanto i tatuaggi e quella scritta ha dei significati. Innanzitutto, mi ritengo una persona della quale ti puoi fidare, e questo è il significato più “accessibile”, l’altro senso riguarda il mio essere abbastanza introverso. Con la musica questa chiusura viene meno e riesco a parlare di ciò che ho visto e sentito. Quindi diciamo che è anche un po’ una garanzia sulla mia veridicità.

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ph. Alessandro Boggi

Tornando ai tuoi pezzi. Prima abbiamo parlato di stabilità riflessiva raggiunta grazie alla stabilità affettiva raccontata ne “La mia terra”, in “Sotto la Torre Eiffel” parli di amore a distanza. Così è più difficile raggiungere quelle stabilità, non trovi?

Io penso che quando ti impegni in un rapporto scegli di vivere delle esperienze rinunciando ad altre. Tra le cose che scegli di vivere ci sono la stabilità della quotidianità, la sicurezza di avere una persona sempre vicina, il rapporto fisico e tante altre cose. Con un amore a distanza non è che sia impossibile portare avanti tutti questi aspetti, ma è molto difficile prendersene cura. Vivere una persona tutti i giorni, vederla, parlarci e confrontartici rende più semplice le cose e ti permette anche di capire meglio ciò che provi. La lontananza da “La mia terra”, dalla persona che amo, renderebbe inevitabilmente instabile anche la mia vita e penso anche quella della mia lei.

Finiamo parlando del disco che, se non erro, dovrebbe uscire dopo l’estate. Giusto?

Sì, diciamo che siamo in fase di finalizzazione. Ho contato molto come sempre sulla mia produzione perché mi piace molto dar forma alla mia musica anche se non disdegno le coproduzioni con chi naviga sulla mia stessa lunghezza d’onda. Le canzoni uscite finora sono molto eterogenee e vengono da diversi periodi della mia vita, col disco è arrivato il momento di dare l’imprinting giusto al mio percorso. La via scelta sarà quella dell’acustico, che dà quel mood che trovi al massimo in “Tu sei”.

Finiamo parlando del disco che, se non erro, dovrebbe uscire dopo l’estate. Giusto?

Sì, diciamo che siamo in fase di finalizzazione. Ho contato molto come sempre sulla mia produzione perché mi piace molto dar forma alla mia musica anche se non disdegno le coproduzioni con chi naviga sulla mia stessa lunghezza d’onda. Le canzoni uscite finora sono molto eterogenee e vengono da diversi periodi della mia vita, col disco è arrivato il momento di dare l’imprinting giusto al mio percorso. La via scelta sarà quella dell’acustico, che dà quel mood che trovi al massimo in “Tu sei”.

Matteo Alieno, tra “La luce dentro di te” e le sue altre sfumature

Di Alessio Boccali

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Da quando Matteo Alieno ha fatto capolino nel panorama musicale nostrano con la sua “Non mi ricordo” di tempo non ne è passato moltissimo. Eppure, il ventunenne romano di strada ne ha già fatta molta pubblicando diversi singoli che andranno a comporre il disco di prossima uscita e risultando, addirtittura, tra i quattro vincitori del contest #1MNEXT ideato dal Primo Maggio Roma. Matteo ci sta pian piano facendo entrare nel suo mondo e con la sua ultima canzone “La luce contro di te” si mostra completamente a nudo puntando su suoni puri, fuori dal tempo, e sui sentimenti. Di seguito il resoconto di una nostra Skype Call con un omaggio finale ai lettori di MZK news – Musica Zero Km.

Ciao Matteo, come stai? Com’è andato questo periodo di quarantena?

Ciao Alessio! Sto bene dai, questi giorni sono stati abbastanza difficile, ma per fortuna sono “abituato” a star fermo. Lo scorso anno ho firmato il mio primo contratto discografico e, come spesso accade in questi casi, capita che si passi un intero anno chiuso a scrivere, a studiare pezzi, in attesa di andare in studio per poi chiuderti lì a lavorare sulla tua musica. Mi è sembrato quindi di rivivere un po’ lo scorso anno, poi, certo, tutto il contesto che ci circonda e la tragica situazione di questo virus appesantiscono la situazione e per questo non è stata semplice.

Ci siamo conosciuti a dicembre con l’uscita del tuo primo singolo “Non mi ricordo”; allora ti trovai innamorato pazzo della musica, oggi a distanza di pochi mesi ti scopro anche innamoratissimo di una ragazza alla quale hai fatto una dedica d’amore fuori dal tempo, nei suoni e nelle parole, con questa “La luce dentro di te”.

Eh, sì (ride, n.d.r.). Due anni fa circa ho conosciuto questa ragazza e come spesso accade in una relazione ci vuole un po’ di tempo prima di fidarsi e affidarsi all’altro/a. C’è tutto un processo iniziale di conoscenza in cui si cerca di creare l’atmosfera giusta affinché questo “affidarsi all’altro” avvenga. Con “La luce dentro di te” ho voluto raccontare quei momenti lì, con le loro difficoltà, ma soprattutto con la loro bellezza. Tra l’altro in quello stesso periodo producevo musica per altri artisti e solitamente facevo elettronica. Quell’anno, però, uscì “Oh, vita!” di Jovanotti e quel disco mi colpì molto per la sua semplicità. Mi ricordo che la prima volta che ascoltai “Chiaro di Luna”, un pezzo contenuto in quell’album, ero sull’autobus per andare a scuola e ho pensato che per un pezzo come “La luce dentro di te”, che in forma scritta già esisteva, avevo bisogno di quel mondo musicale per parlare d’amore. Si può dire che ho imparato da quel brano di Jovanotti a seguire soltanto il cuore, lasciando da parte ragionamenti troppo tecnici per cercare di rendere il pezzo musicalmente più “moderno”.

Sei un tipo che viaggia molto con la mente. Non a caso il tuo nome d’arte è Alieno e il termine fantasia lo hai usato proprio come titolo di una tua canzone. Questo bisogno di fantasticare, di immaginare un qualcosa al di là della realtà, ti ha aiutato a confrontarti con il mondo della musica e dell’arte in generale?

Sì, innanzitutto credo che questo bisogno di immaginare aiuti proprio a vivere. Mi ha aiutato nel mio impatto col mondo dei grandi, che poi per me è il mondo reale. Bisogna saper dare il giusto spazio a fantasia e realtà, non bisogna mai eccedere in nessuno dei due aspetti; e nel disco che uscirà parlerò anche di questo. Sicuramente l’immaginare delle soluzioni diverse rispetto a come vediamo la realtà mi aiuta molto. Sono convinto che noi essere umani abbiamo il pregio, ma anche il difetto, di voler esplorare sempre di più. Superare i propri confini, i propri limiti è positivo, ma bisogna darsi delle regole anche in questo. Per capirci, non c’è bisogno di andare su un altro pianeta per distruggere anche quello, visto ciò che il nostro sfrenato avanzare noncuranti di ciò che ci circonda ha già combinato parecchi danni al nostro pianeta.

Collegandoci a un tuo pezzo che hai scritto e pubblicato proprio durante questa quarantena, dovremmo imparare a “Rallentare” …

Esatto, tutte le metafore che utilizzo nel pezzo mi hanno aiutato a convivere con questo essere rinchiuso in casa. Ho immaginato un cielo nella stanza, un universo sotto al letto… Tutto questo per dire che con la fantasia possiamo trovare parecchie cose di cui abbiamo bisogno. E la nostra immaginazione, il nostro volare con la fantasia, nella stragrande maggioranza dei casi, non fa male a nessuno. Molti si fermano all’apparenza, a quello che gli viene dato dalla società e non riescono ad immaginare un qualcosa che vada al di là dell’oggettività. Un’altra cosa che la fantasia mi ha insegnato è togliere la funzione dalle cose, pensare a ognuna di loro come a un’entità a sé stante; viviamo in un mondo in cui tutto deve essere funzionale a un qualcosa, altrimenti è inutile, e questo non mi piace. Sembra quasi di vivere in un grosso supermercato che è il nostro mondo in cui tutto – non solo gli oggetti, ma anche le persone, le relazioni – è un prodotto con una sua specifica funzione. Pensa all’arte, a ogni tipo di arte, nella maggior parte dei casi non ha una funzione data, eppure serve, ti scalda dentro.

Torniamo a pochi giorni fa e precisamente al primo maggio. Grazie alla tua “Non mi ricordo” sei risultato uno dei vincitori di #1MNEXT, il contest del Primo Maggio Roma. Purtroppo, non sei potuto salire sul palco di Piazza San Giovanni per i motivi che tutti sappiamo, però immagino sia stata comunque una grossa emozione quella di ricevere questo riconoscimento.

Certo, è stata un’esperienza bellissima, una delle più belle da quando ho firmato il mio contratto discografico. Già vedere il mio nome in mezzo a quello dei grandi artisti presenti in scaletta mi ha fatto un gran bell’effetto. Soprattutto perché quando sono uscito con “Non mi ricordo” ho subito pensato che mi stessi presentando al pubblico mostrando subito i miei difetti. Quindi mi ha fatto molto ridere l’idea di aver vinto un contest del genere semplicemente parlando dei miei difetti. Ho capito che il mondo della musica non ha delle regole stabilite, siamo noi artisti che spesso ci facciamo mille problemi nel porci al pubblico.

Siamo partiti conoscendo i tuoi difetti, poi con i tuoi pezzi abbiamo iniziato a conoscere la tua creatività, le tue emozioni… Il disco che verrà ci presenterà ancora meglio Matteo?

Non so quanto, e se, sono riuscito a raccontarmi bene nel disco, quello starà all’ascoltatore dirlo. Certo è che noi tutti viviamo dei cambiamenti ogni giorno. Nel disco ci sarà di tutto; ci sono io, ma anche e soprattutto quello che mi circonda e mi dà emozioni – come è stato per “La luce dentro di te” –. Poi ti dico un’altra cosa: odio scegliere dei singoli da far uscire prima degli altri brani proprio perché con questo mio progetto ho deciso che consegnerò al pubblico tanti colori, tante sfumature differenti al fine di servire un bell’antipasto di Alieno. Ho la fortuna di condividere la mia musica con la Honiro, la mia etichetta, che mi dà una libertà espressiva incredibile, cosa abbastanza rara al giorno d’oggi, e ne voglio approfittare dando sempre il mio meglio.

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A proposito di questo, una cosa che era emersa anche durante la nostra scorsa chiacchierata è questa tua felicità nel poter condividere la passione per la musica con chi la ama quanto te.

Sicuramente. Sono sempre stato felicissimo e motivatissimo a condividere la mia musica, a parte con i miei genitori che amano la musica più di me e con i miei amici, anche con la mia etichetta e i miei collaboratori. Spesso si dice che la musica è piena di persone pronte ad approfittarsene di te, ma ti posso giurare che fino ad ora, fortunatamente, in questo mondo ho conosciuto solo belle persone spinte dalla passione e dall’amore per l’arte. La musica e l’arte in generale rimangono per sempre nelle nostre vite e le accompagnano ogni giorno, condividerle, che tu sia un artista oppure no, è come condividere un sentimento.

Per festeggiare l’uscita del tuo singolo durante il lockdown hai fatto una diretta instagram per festeggiare con i tuoi followers e hai raggiunto grandi numeri. Ad oggi, questa della musica filtrata da uno schermo digitale potrebbe essere la soluzione adottata per il futuro prossimo del live. Che ne pensi?

Ti dico la verità: questa prospettiva mi spaventa un po’. Ti spiego perché. In ogni mercato i soldi devono girare, non possono star fermi. Se si investe troppo nei concerti in streaming, c’è il rischio che si faccia fatica poi a trovare le risorse per tornare alla normalità. Anche qui spero che si trovi l’equilibrio tra la voglia di fare musica, che si concretizzerà giocoforza nei concerti in streaming, e gli investimenti in questo campo. La cosa che deve essere chiara è che questa digitalizzazione dei concerti può essere soltanto una situazione momentanea perché la musica dal vivo è tutta un’altra esperienza sia per l’artista che per il pubblico.

Oltre a questo, pensiamo a tutti quegli addetti ai lavori che sono l’anima degli spettacoli…

Esatto! Ad esempio, chi costruisce palchi deve rimanere senza lavoro? Come fai a farli lavorare per lo streaming? Poi guarda, sempre per il discorso “concerti”, non so se hai letto la notizia precedente all’emergenza sanitaria riguardante la scelta dei Coldplay di non fare concerti se non ecosostenibili o con un bassissimo impatto ambientale. Spero vivamente che quando si potrà ripartire con la musica dal vivo, non si ripartirà a bomba solo in nome del profitto, ma si terrà invece conto anche dell’ambiente.

Prima di salutarci ci suoni qualcosa?

Certo, con molto piacere.

 

Cannella: “Oggi ciò che scrivo mi fa stare a mio agio con quello che sono e con quello che ero”

Di Alessio Boccali
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ph. Piermattei

Enrico Fiore, in arte Canella, nasce a Roma venticinque anni fa e da venticinque anni ne è follemente innamorato. Il 21 aprile 2020, giorno del compleanno della Capitale, è uscito per Honiro Ent il nuovo singolo“Foro Italico”, un omaggio sicuramente alla città, ma anche – e soprattutto  – un invito a dare il giusto valore alle situazioni e alle persone che per noi contano veramente. Ho parlato con Cannella del suo futuro musicale al quale “Foro Italico” farà da apripista e della nostra città, poche ore dopo l’inizio della famosa fase due dell’emergenza COVID-19, che lentamente, ci auguriamo, possa riportarci alla “normalità”.

Ciao Enrico, innanzitutto, come stai?

Sto bene, dai, stamattina, poi, ho iniziato la giornata col sorriso perché aprendo il giornale ho letto un articolo su di me (ride, n.d.r.). In questi giorni si prova a tornare a un briciolo di normalità: per fortuna, sono riuscito a ricongiungermi con la mia fidanzata e a tornare in studio a lavorare un po’ sulla mia musica. Son stati due mesi durissimi per me, come per tutti, fortunatamente c’è sempre stata la musica, ma è stato duro anche trovare l’ispirazione in una situazione del genere.

Il 21 aprile, però, è uscito il tuo brano “Foro italico”? Com’è nato, cosa rappresenta?

Questo brano, come tutta la mia musica, nasce dalle mie esperienze, soprattutto dai momenti un po’ più bui della mia vita. “Foro Italico” è la prima canzone che ho scritto dopo l’uscita del mio ultimo album “Siamo stati l’America” a maggio 2019. Quello è stato un periodo molto pieno per me, stavo ricevendo parecchie soddisfazioni dai miei lavori e la musica, da quello che era un sogno, stava divenendo un qualcosa di veramente concreto; a livello personale, però, mi stavo perdendo qualcosa, stavo trascurando un rapporto dimenticandone il giusto valore. A causa di quella distrazione, mi son ritrovato da solo, a scrivere questa canzone e a rendermi conto di aver bisogno di quella persona che cerco tra le note del brano. “Foro italico” ha per me un grande valore proprio perché mi ha aiutato a fare un passo verso ciò che stavo perdendo. Il disco che verrà partirà quindi “male” per poi raccontare questa mia risalita personale.

E proprio ascoltando “Foro italico” è evidente che questo anticipi un nuovo cammino sonoro, e non solo personale, per te…

Assolutamente. Questi, poi, sono processi che avvengono in maniera totalmente spontanea. Sono maturato nella scrittura e, grazie anche alla mia producer Marta Venturini, sono arrivato a una chiave sonora del tutto nuova, riconoscibile, diversa dal mio passato, ma anche da quello che si sente nel nuovo pop italiano.

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Scendendo nel dettaglio, ho letto che identifichi questo nuovo percorso sonoro in un mix tra rap e melodia. Tu hai già un bagaglio rap sulle tue spalle, non ti scopriamo rapper oggi, è stato comunque difficile arrivare a questa commistione?

Le radici non si abbandonano mai del tutto. Vengo dal rap, più o meno puro, e poi crescendo mi sono avvicinato molto al pop cantautorale; nel nuovo disco, però, ho notato effettivamente quanto quella ricerca di ritmo, quel rap che mi scorre da sempre nelle vene sia riemerso in superficie. Si è quindi creato questo mix che sembra funzionare e che mi piace molto.

Restiamo su questo mix. Anche il tuo nome d’arte CANNELLA nasce dalla riflessione tua e del tuo amico Niccolò (Ultimo) su quel mix tra dolce e salato caratteristico dell’omonima spezia e che sembra perfetto per identificare il tuo mood di artista. È stato difficile mantenere il tuo essere CANNELLA nella transizione di cui parlavamo prima?

Questo è proprio uno di quei problemi che si pone sempre un artista quando passa dal fare un genere di musica ad un altro. È un incubo che ha tormentato anche me durante la stesura del mio primo disco proprio perché venivo da un altro mondo musicale e mi stavo accingendo a conoscere un mio nuovo ego artistico. Adesso, però, è stato tutto più facile. Semplicemente non mi sono posto tante domande. In questo modo mischiare questi miei due lati artistici è stato totalmente naturale. Oggi ciò che scrivo mi fa stare a mio agio con quello che sono e con quello che ero.

Da buon romano come me, sei molto attaccato alla nostra città. Quanto conta Roma per la tua arte? E che effetto ti ha fatto, in questi giorni terribili, vedere le immagini della nostra città vuota?

Prima che da artista, il vedere Roma soffrire in questo modo mi ha fatto male da cittadino. Poi, per carità, il fascino della nostra città è sempre immenso. Diciamo che insieme al sentire le notizie collegate all’emergenza sanitaria, il vedere una Roma vuota è stato un colpo al cuore. L’artista, poi, ha sentito la nostalgia delle storie che Roma sa donarti: dai luoghi della città, alle persone che la popolano da mattina a sera. Come artista sono una spugna e non assorbire più questi pezzi di vita, ma essere costretto tra le quattro mura di una casa, è stato come non trovarsi più a Roma, come abbandonare quella che rappresenta, e sempre rappresenterà, lo scenario musicale di ogni mio brano.

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ph. Piermattei

Anche la musica è stata duramente colpita da questa situazione di emergenza e il futuro dei live è più che mai incerto. La trasmissione di concerti in streaming potrebbe essere una soluzione momentanea anche per quegli artisti che non sono ancora né Vasco Rossi né Jovanotti?

Più che una soluzione, al momento sembra l’unica alternativa possibile. L’artista vive di live, di sinergia con il pubblico. Lo streaming attualmente è ciò che sta mandando avanti la musica e ci sta permettendo di uscire con nuovi lavori anche in questo periodo. Probabilmente lo stato di emergenza ha solo acuito l’importanza del digitale nella nostra epoca e sono certo che anche noi giovani artisti potremmo continuare a giovare di questa “digitalizzazione” sfruttando i vari canali a nostra disposizione per far conoscere la nostra musica.

L’estate si avvicina, anche se sarà una stagione decisamente particolare, il tuo prossimo singolo si candida ad essere una hit radiofonica, magari, per esorcizzare?

Beh, nel disco che uscirà probabilmente con l’anno nuovo ci saranno dei pezzi radiofonici. Già il prossimo singolo, che uscirà a giugno, però, sarà una hit anti-estiva molto radiofonica, che ha rappresentato una sfida particolare per me. Vedrete… anzi, ascolterete.

Per chiudere, qual è la prima canzone che canterai quando potrai salire nuovamente sul palco e perché?

È tosta, ma, per quello che sento oggi, penso proprio a “Foro Italico”. Non ho mai potuto suonarla dal vivo e sono molto curioso di vedere l’effetto che fa se suonata dal vivo, con l’arrangiamento adatto al live.

LEGNO: Mi “Casa De Papel” es tu “Casa De Papel”

Di Alessio Boccali

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Praticamente in contemporanea con l’uscita in Italia della quarta stagione de “La casa di carta”, i Legno, progetto indipendente formato da due ragazzi toscani – che noi conosciamo solo come Legno Felice e Legno triste – di casa Matilde Dischi, hanno dato alla luce il loro nuovo singolo intitolato proprio “Casa De Papel”. Il brano (una co-produzione Matilde Dischi-Artist First), è entrato da subito nelle playlist editoriali di Spotify “New Music Friday” e “Indie Italia” confermando il grande successo di stream del duo, e anticipa “Titolo EP”, l’album dei Legno in uscita nei prossimi mesi. Ad impreziosire il brano, i due toscani hanno lasciato che, in questi giorni di quarantena, fossero i loro fan i protagonisti del videoclip ufficiale del pezzo.

Ciao ragazzi, come state? Innanzitutto, spero di essere arrivato dopo che avete finito di guardare la nuova stagione de “La Casa De Papel” e che non avete subito degli spoiler. A proposito, da cosa nasce questo titolo per il vostro nuovo singolo?

Ciao! (Ride… solo Legno felice, naturalmente. N.d.r.) “Casa de Papel” è una serie che ha rivoluzionato e scosso le fantasie di milioni di persone. Nel ritornello del pezzo che fa “È bello finché dura anche se non è bello”, si racchiude il senso dell’intero brano: quanto vorremmo che un momento bellissimo possa durare per sempre? Peccato che non sia così.

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La frase ricorrente del pezzo l’avete già citata ed “È bello finché dura anche se non è bello”; portandola ai giorni drammatici che stiamo vivendo, e pensando soltanto al tempo che noi cittadini, fortunati perché stiamo bene, dobbiamo passare a casa, può essere un incitamento a trovare il “bello” anche in questa quarantena?

Casualmente questa frase è molto vicina ad ognuno di noi in questo momento. Sapere che possiamo trovare qualcosa di bello e che ci tiene occupati in un contesto del genere è fondamentale. Di solito le piccole cose della quotidianità che riteniamo poco importanti si mostrano fondamentali. Esempio fare una torta, leggere un buon libro, iniziare a fare esercizi fisici ecc.

Sempre parlando di titoli, da dove viene l’idea, a mio modesto parere, geniale di chiamare il vostro prossimo EP “Titolo EP” e cosa ci racconterà?

Volevamo dare un seguito al nostro “Titolo Album”, ci piaceva non dare importanza ad un singolo pezzo o ad una parola frase in particolare, così abbiamo optato per “Titolo Ep”. Toccheremo diversi temi: su tutti, quello sentimentale e quello della nostalgia…

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Legno è il nome del vostro progetto, una scatola, un contenitore quindi, è invece il materiale che nasconde i vostri volti. Se uniamo queste due cose: il legno e il contenitore possiamo pensare ad un cassetto. Cosa c’è nel vostro cassetto di vita: aspirazioni, sogni ecc. ma anche e soprattutto la vostra personalità, il vostro vissuto… Cosa di tutto ciò ci aiuta a conoscervi meglio dell’eventualità di guardarvi negli occhi?

Hai colto perfettamente il senso della questione scatola, un cassetto dove teniamo le nostre cose, lo apriamo e attraverso i nostri brani cerchiamo di far uscire tutti i nostri pensieri, emozioni, ricordi, pezzi di vissuto che volevamo tirare via da questo cassetto. Noi siamo due amici che sentivano l’esigenza di far arrivare prima di tutto le canzoni, così comunichiamo con gli stati d’animo più comuni: Legno Triste e Legno Felice. Tutti noi passiamo dalla felicità alla tristezza senza pensarci, per noi è stato molto importante arrivare a comunicare quello che siamo senza far sapere chi siamo, a volte l’apparenza inganna e con i Legno non ingannerà mai perché tutti noi siamo felici e tristi… 😊 🙁

Legno è un progetto indipendente, ma in questo calderone negli ultimi anni sono stati inseriti tantissimi artisti. Cos’è per voi essere indie e cosa vi distingue nella vostra musica?

Noi facciamo musica per il piacere di farla, non ci piacciono molto le etichette. La musica indie, se così la vogliamo definire come genere, è un qualcosa che ha fatto aprire gli occhi su una realtà che vive e che si sta pian piano affermando. E di questo non possiamo che esserne felici.

Per realizzare il videoclip de “La Casa De Papel” avete chiesto aiuto ai vostri followers, è molto bello il messaggio che date con il video e che ribadite in grafica nel finale: ovvero che uniti ce la si fa sempre.

Siamo molto felici di aver lanciato un messaggio solidale e di sensibilizzazione per il periodo che stiamo passando. Pensiamo che la musica abbia l’obbligo morale di trasmettere qualcosa di buono e di unire le persone che in questo momento si trovano in difficoltà. Noi nel nostro piccolo abbiamo contribuito a lanciare un messaggio, cercando di fare impiegare il tanto tempo libero ai nostri fan per divertirsi e passare un po’ di leggerezza insieme a noi…

Per finire, facciamo un gioco: cinque brani per non sentire troppa nostalgia delle persone che in questo momento non possiamo abbracciare.

“Kurt Cobain” di Brunori Sas, “Al Telefono” di Cesare Cremonini, “At The Door” degli Strokes, “Once” di Liam Gallagher e “Dead Meat” di Sean Ono Lennon.

 

DIAMINE: dopo la “Via del macello” siam pronti all’esordio

Di Alessio Boccali

I DIAMINE, all’anagrafe Andrea Imperi Purpura e Niccolò Cesanelli, sono da poco usciti con “Via del macello”, il terzo singolo estratto dall’album d’esordio per Maciste Dischi/Sony Music Italy, che vedrà la luce il primo maggio e che si intitolerà “Che Diamine”. Poco importa se il disco in questione non potrà essere suonato in breve tempo, c’è altro di più importante cui pensare ora, l’obiettivo del duo elettro-pop romano è arrivare dritti al pubblico ed essere nelle loro teste quando tornerà il tempo di fare festa.

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ph. Sara Pellegrino

Ciao ragazzi, innanzitutto come state? Leggevo dalle vostre bio che siete due strumentisti che hanno deciso di mettersi in gioco in una nuova veste. Com’è nata questa idea?

Ciao, siamo abituati a periodi di auto-isolamento quindi ce la caviamo abbastanza bene. Cerchiamo di impiegare il tempo per rendere le nostre case e le nostre idee un po’ più accoglienti. Il progetto è nato principalmente dall’entusiasmo, qualcosa ci riempie in questo atto di creazione lontano anni luce dalle dinamiche da band e dai virtuosismi del singolo. Volevamo sperimentare nella nostra musica la sensazione bellissima di quando non hai più nessun riferimento a cui aggrapparti e così sei eccitato anche solo nel camminare e lo abbiamo fatto fino in fondo.

Il vostro singolo “Via del macello” è il secondo singolo che esce in periodo di quarantena dopo “Isolamento”, che meglio non poteva descrivere il periodo che stiamo vivendo. Questo nuovo singolo invece è quasi come un sogno, come una voglia di tornare alla normalità e di rivedere il tempo scorrere e con lui sbocciare e morire nuove emozioni…

Questo è un brano pieno di forse eppure risulta liberatorio perché affronta il dubbio con la saggezza perduta di un bambino. Il protagonista si fa delle domande ma quello che arriva di più probabilmente è la sua voglia di vivere, lo dico anche in base a quello che mi stai dicendo tu. Spesso la voce ha già la sua gestualità che risulta molto più efficace dei ragionamenti dietro alle parole.

Il vostro sound elettro-pop si presta molto alla creazione di atmosfere tra il serio e il faceto, tra l’immaginato e la realtà. E anche nei testi si nota bene la stessa ricerca al fine di ottenere il medesimo intento. Come si svolge il processo creativo dietro ai vostri pezzi?

Le modalità sono consolidate: Nico scrive la musica e io il testo, in secondo luogo io critico la musica e lui critica il testo finché non arriviamo ad un entusiasmo comune. Ci troviamo bene così. I rapporti veri hanno sempre bisogno di confronti, non sono mai fermi e non devono essere fermi. Bisogna saper viaggiare nell’insicurezza, l’uomo occidentale è troppo presuntuoso e non accetta zone d’ombra che invece contengono la nostra naturale follia che ci rende irripetibili, il motivo per il quale ci muoviamo e ci innamoriamo. Noi non facciamo affidamento all’immaginazione, anzi, per niente. Tutto l’immaginario che scaturiscono le nostre canzoni nasce da un tuffo nel profondo delle nostre realtà entro ovviamente i limiti del nostro sguardo. Quindi diciamo che tutto il surreale lo si trova già con un attento sguardo al reale, la fisica quantistica moderna ci sta dicendo le stesse cose.

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ph. Sara Pellegrino

Il vostro disco d’esordio “Che diamine” uscirà il primo maggio, probabilmente sempre sotto quarantena o comunque in un periodo storico molto complicato. Avete paura, anche e soprattutto per la prospettiva di non poterlo presentare live nell’immediato?

Probabilmente il disco non verrà suonato per molto tempo, pazienza. Ci sono cose più importanti adesso a cui dobbiamo pensare, la natura ci sta ricordando la sua supremazia su di noi, tornerà il tempo delle feste

Non vi chiedo di progetti futuri, ma di normalità. Quale vorreste che fosse la normalità di DIAMINE una volta usciti da questa grave emergenza sanitaria?

Come diceva Lucio Dalla: “L’impresa eccezionale, dammi retta, è l’essere normale”. Noi abbiamo voglia di scrivere e abbiamo sogni semplici: rivederci, parlare dal vivo, girare in moto, uccidere Gno di Maciste Dischi. Cose normali (ridono, n.d.r.).

Per finire, gioco classico in questi giorni. Qualche brano per sconfiggere l’isolamento.

Allora: “Nightcall” di Kavinsky, “Fluff” dei Black Sabbath, “I can tell” degli Sleaford Mods e “Un uomo che ti ama“ di Lucio Battisti.

 

 

Sun Meeter Fest: figli di Roma sotto ai riflettori

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ph. Francesca Romana Abbonato

Di Manuel Saad

Domenica 21 luglio, si è concretizzato a Largo Venue il tanto atteso festival di Sound Meeter: il Sun Meeter Fest.
Nonostante l’improvviso contrattempo che ha minacciato la realizzazione della serata, lo staff di Sound Meeter si è fin da subito attivato per evitare che l’evento fosse rimandato o, addirittura, cancellato.
Fortunatamente, il cambio di location ha permesso al Sun Meeter Fest di aprire gli occhi e rendere una calda serata romana diversa dalle altre.
Una serata in cui la musica, protagonista indiscussa della serata, si è unita al mondo audiovisivo palesando, quindi, il vero spirito del progetto Sound Meeter.
Sound Meeter è la prima Music Web Series italiana, ideata da Giacomo Latorrata e Arianna Bureca, che ha come missione quella di raccontare e mostrare, soprattutto, tutto quello che c’è dietro alla musica, dietro a una canzone, dietro a un artista.
I protagonisti camminando per le strade dei quartieri dove sono cresciuti, si immergono, e immergono lo spettatore, nei ricordi passati di quando erano più piccoli, delle giornate passate a scrivere su una panchina o più semplicemente una partita di pallone dalla quale è nata una canzone.
Oltre a questo, Sound Meeter segue gli artisti producendoli, promuovendoli e creando contenuti inediti, aiutandoli nella ricerca della propria identità.

Durante la serata, abbiamo chiesto ad Arianna Bureca, co-fondatrice del progetto, di raccontarci com’è nato e cosa li ha spinti nel realizzare tutto questo.

“È nato tutto per gioco. Abbiamo cominciato a sentire gli artisti romani che ci piacevano di più e gli abbiamo chiesto il proprio tempo, il loro quartiere di riferimento e una chitarra, partendo dal loro background, dai loro aneddoti, per riuscire a raccontarli meglio. Eravamo io e Giacomo: una telecamera e un’intervista spartana, e se vedi le prime puntate si nota molto questa cosa. Successivamente, abbiamo inserito una seconda camera, una persona in produzione, una fotografa di scena, una terza camera, un montatore, un colorist e abbiamo creato questo team di otto persone. Da parte dei musicisti c’è stata una risposta super positiva, in quanto potevano raccontarsi come volevano loro attraverso i luoghi dov’erano cresciuti. Ad un certo punto, poi, ci siamo resi conto che potevamo creare un business attraverso tutto questo, visto che gli artisti, dopo le puntate, ci chiedevano i videoclip per i loro singoli. Anche per le puntate, che fino a poco tempo fa ci autofinanziavamo, potevamo trovare degli accordi con l’artista promuovendolo a 360° e curando gli aspetti non solo video, ma anche live e stampa per poterlo aiutare a crescere. Sound Meeter è in continua evoluzione e la gente sta rispondendo bene a questo tipo di format. Abbiamo ricevuto proposte importanti per far diventare Sound Meeter qualcosa di più grande ma ancora non posso dire nulla a riguardo, dato che ci sono delle trattative in corso, se non che c’è la voglia di farlo diventare nazionale e di farlo approdare in tv. Posso dirti che è un sogno che piano piano si sta realizzando e ne siamo veramente orgogliosi.”

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ph. Francesca Romana Abbonato

Abbiamo intervistato anche gli artisti partecipanti, chiedendogli come sono entrati in contatto con il mondo di Sound Meeter e cosa li ha spinti a raccontarsi attraverso i luoghi dove sono cresciuti.

PIETRO SERAFINI
“Online. Ho visto che lavoravano sia con artisti affermati che con emergenti come me, e ho chiesto se potevano inserirmi in questo progetto. Mi hanno accolto e abbiamo deciso di partire con la registrazione di un brano, “Washington”, ed è stato fatto anche il videoclip.”

CHIARA MONALDI
“Partecipai alla prima puntata che fecero. Mi contattò Arianna, tramite delle amicizie in comune, sapendo che sono di Roma, in particolare di Garbatella, e di quanto fossi radicata nel mio quartiere. Mi contattò dicendomi che stavano creando un format sugli artisti e sui quartieri dove sono cresciuti. L’idea mi entusiasmò molto e accettai subito.”

THE ROYAL STATE
“Conosco Arianna da quando avevamo 13 anni. Io ho sempre suonato, in precedenza anche in band pop punk e successivamente come solista. In contemporanea, Arianna e Giacomo hanno tirato su questa realtà chiamata Sound Meeter e così ho deciso di fargli ascoltare alcuni miei brani. A loro son piaciuti molto e così è nata questa collaborazione per la realizzazione dei video.”

MATTEO GABBIANELLI – KUTSO
“Mi hanno proposto di fare questa cosa bellissima, che era questa intervista/documentario video dal vivo. L’ho trovato un pacchetto comunicativo veramente bello. C’erano tante cose insieme e l’idea di andare in un quartiere, camminare lungo le strade dove sei cresciuto e che hanno significato tanto per te, l’ho trovato fichissimo ed ho accettato subito la loro proposta. Se fossi pubblico, lo vedrei sicuramente in quanto è interessante vedere cosa c’è dietro un artista. Le domande sono fatte bene e i video sono girati e montati in maniera impeccabile. Spero crescano sempre di più fino ad arrivare a nomi sempre più grandi in modo da poter divulgare quest’iniziativa ad un pubblico ancora più grande.”

CESARE BLANC
“Conoscere Sound Meeter è stato un caso, in realtà. Hanno prodotto un mio video live, al Monk, e da quel momento ci siamo innamorati l’uno dell’altro. È iniziata questa collaborazione che ha portato alla produzione del mio primo EP e alla realizzazione del video di “Collage”, il mio primo singolo. L’idea del video è nata tutta dalla squadra di Sound Meeter, ascoltando il brano.”

LUCA CAROCCI
“Mi chiamarono, in quanto interessati a realizzare una puntata su di me. Li ho portati ad Artena, dove abito, e da lì ci siamo conosciuti ed è nata subito una bella sintonia. Mi è piaciuto molto il loro modo di lavorare e siamo sempre rimasti in contatto anche a livello personale. Hanno girato il mio ultimo video, “L’insuccesso mi ha dato alla testa” con Alessandro Pieravanti, riportando l’idea che mi era venuta in studio, davanti ad una videocamera.”

GIORGIO CAPUTO
“Li ho conosciuti in occasione del concerto con l’Orchestraccia alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica. Ci sono venuti a cercare per questa nostra affinità con Roma e con la romanità, in quanto loro “scavano” molto attraverso questo format sui quartieri di questa città e su quello che significa molto per gli artisti. Non potevano non intervistare l’Orchestraccia! (ride, ndr)
Ci siamo trovati molto bene e mi hanno aiutato molto nella distribuzione del video del mio primo singolo, “Er Principetto”. È stato un “Ciao, piacere, come stai? Ti va di lavorare con me?”. Approccio migliore non poteva esserci. (ride, ndr)”

NEW JERSEY QUAY
“Quando abbiamo visto i video che avevano fatto con The Castaway e Lucio Leoni, ci è piaciuto molto il tipo di format, ovvero il fatto che legasse i gruppi ai posti da cui provengono. Per noi, questa cosa è molto importante anche perché tutto quello che cantiamo, che scriviamo e che suoniamo, viene dal territorio in cui siamo cresciuti, nel nostro caso Guidonia. Quando li abbiamo contattati, proponendoci come band, trovavamo interessante il fatto che una puntata fosse girata nella provincia di Roma anziché nella città. Da lì è nato un amore infinito che ha portato alla realizzazione del nostro videoclip e a collaborare il più possibile.”

ALESSANDRO PIERAVANTI
“Ci siamo conosciuti a ‘Na Cosetta, durante la trasmissione radio che conduco su Radio Sonica, “Raccontami di Te”. Sono venuti a vedere una serata e lì mi hanno proposto di partecipare al progetto. Mi piaceva molto il discorso sui quartieri e sul fatto di localizzare chi fa musica, chi scrive, nelle varie zone di Roma e fargliele raccontare. C’era la possibilità di far uscire anche cose intime legate al posto in cui si è cresciuti. Personalmente, credo molto in quello che una persona fa nel posto in cui è vissuto, anche perché questo influenza molto chi sei. Mi capita spesso di ambientare quello che scrivo nei vicoli, nelle piazze e nei parchi dove sono cresciuto e Sound Meeter permette di far vedere questi posti alle persone che li hanno semplicemente ascoltati attraverso una canzone.”

PAN BELVISI
“Conosco Sound Meeter da tanti anni in quanto loro si occupano da anni di realtà live e mi è capitato spesso di incontrarli e di conoscerli attraverso la realtà di palco. Da lì è nato l’intento di voler fare un’intervista. Io sono di Roma mentre Andrea è di Napoli e ci siamo conosciuti già tramite web in quanto mi aveva contattato per delle produzioni. Da lì abbiamo deciso di unire i nostri due progetti e nel contempo abbiamo realizzato l’intervista insieme con Sound Meeter.”

JACOPO RATINI
“Era uscito il mio disco e loro ascoltandolo hanno contattato il mio ufficio stampa in quanto interessati al mio progetto. Ci siamo conosciuti insieme a tutta la squadra e abbiamo girato la puntata con due estratti live, e da lì è nata una bella amicizia. La cosa che mi ha affascinato molto è stato il fatto di poter creare un punto di contatto con il mio pubblico attraverso il quartiere in cui sono nato e cresciuto, e tutti quei luoghi dove insieme a me è cresciuta anche la mia musica.”

THE CASTAWAY
“Sound Meeter mi ha contattato circa due anni fa. Ci siamo conosciuti durante una mia serata live e hanno trovato interessante il mio progetto musicale. Mi hanno chiesto se fossi interessato a partecipare ad una loro puntata ed ho accettato subito, specificando però che non abitavo a Roma, ma ai Castelli Romani. Loro sono stati molto contenti di questa occasione nel poter raccontare una realtà “stretta” in quanto sono cresciuto in una paese, fondamentalmente, e abbiamo realizzato una puntata di cui andiamo orgogliosi.

GABRIELE AMALFITANO – JOE VICTOR
“Ci hanno contattato loro e abbiamo realizzato una delle loro prime interviste. Ci siamo conosciuti e ci siamo andati a genio fin da subito. Il format è veramente bello ed è stato molto divertente andare in giro per il mio quartiere, Parioli, che è un po’ lontano culturalmente dall’ambiente musicale. Ero molto contento di descriverlo anche se di cose interessante ce n’erano molto poche, ma interessanti (ride, ndr).”

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ph. Francesca Romana Abbonato

RED BRICKS FOUNDATION, dal quartiere Trionfale a Pete Doherty

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Di Alessio Boccali

Dai mattoncini rossi di Trionfale “verso l’infinito e oltre”, come direbbe Buzz Lightyear. I Red Bricks Foundation (Lorenzo Sutto, Claudio Cossu, Marco Cilo e Jacopo Corbari), nonostante la giovane età dei suoi componenti, hanno già alle spalle una notevole gavetta ed una bella esperienza nel talent show X Factor. Da poco è uscito il loro primo singolo in italiano “Ho perso la testa” e tanta carne è al fuoco per affrontare l’inverno con delle piacevoli sorprese. Nel frattempo, in questa afosa estate di lavoro, venerdì 5 luglio incontreranno uno dei loro idoli, Pete Doherty, e apriranno il suo concerto romano al Social Park.

Di tutto questo e di tanto altro ho parlato con Claudio, il chitarrista del gruppo.

Ciao Claudio, partiamo dagli inizi. Come sono nati i Red Bricks Foundation e qual è stata la gavetta affrontata fino ad ora?

Un abbozzo dei Red Bricks Foundation nasce nel 2011 grazie a Lorenzo (il frontman attuale della band) e ad una bassista con la quale lui suonava all’epoca. Il progetto prende questo nome da una strada costeggiata da mattoni rossi qui a Trionfale (nell’area ovest di Roma), il nostro quartiere. A dire il vero, inizialmente, Lorenzo voleva soltanto scrivere una canzone su questi mattoni, poi però, nel frattempo, la sua band dell’epoca si scioglie ed allora questi mattoni rossi, questi red bricks, diventano parte del nome di quella che ora è anche la mia band (io sono entrato nella “famiglia Red Bricks” circa due mesi dopo la fondazione “ufficiale”). Da allora ci sono stati un po’ di cambiamenti di formazione, fino a stabilizzarci circa un anno e mezzo fa. Per quanto riguarda la gavetta, ne ricordo davvero tanta: penso di aver suonato in più dell’80% dei locali romani e in qualsiasi condizione. Fuori la Capitale, inizialmente, non abbiamo fatto granché, ma c’è da considerare che i primi tempi avevamo anche 15/16 anni e quindi era un bel po’ complicato spostarci.

Dopo questa gavetta, è arrivata anche una grande occasione televisiva con X Factor… com’è stata?

Eravamo partiti molto tranquilli, non ci aspettavamo nulla di che, forse l’avevamo presa anche un po’ sottogamba, ma ben presto ci siamo accorti che avremmo dovuta prenderla più seriamente. L’impatto, infatti, è stato impressionante. Abbiamo immediatamente notato un grosso salto di qualità soprattutto a livello tecnico. Tutti ci han trattato fin da subito come dei professionisti della musica. Abbiamo avuto modo di capire e apprendere i tempi e i modi di approcciarsi alla musica di chi di musica vive e ci siamo resi conto sempre di più di quanto sia necessario impegnarsi al 100% per essere musicisti nella vita.

Vi ispirate ad artisti internazionali di spessore come Arctic Monkeys, The Strokes, Kasabian… gente che fa generi che in Italia (ahinoi, n.d.r.) non hanno attecchito molto. Quanto è difficile fare musica con quei mood in Italia e addirittura, come nel vostro ultimo singolo, in italiano?

Combattiamo con questa cosa fin dagli inizi e un po’ di anni fa la situazione era ancora più difficile perché eravamo davvero in pochi ad ascoltare questi artisti. Il bello, però, è che tanta gente cominciava (e comincia) ad ascoltarci proprio perché facciamo musica nuova per l’Italia. L’idea di portare quei generi in italiano nasce proprio dalla volontà di fare una cosa che nessuno aveva fatto prima oltre che dall’esigenza di esprimerci nella nostra lingua. “Ho perso la testa”, il singolo uscito da poco, ed altri pezzi, sempre in italiano, li abbiamo composti prima del nostro percorso televisivo, quindi alla base non c’è alcuna esigenza/richiesta discografica. Anzi, abbiamo osato, ci siamo presi un rischio e ci è piaciuto molto farlo perché abbiamo seguito, senza filtri, l’evoluzione del nostro pensiero sulla musica e anche le nostre nuove influenze (King Krule e Cosmo Pyke, tanto per citarne due…).

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Raccontami qualcosa su com’è nata “Ho perso la testa”…

Sì. Lorenzo l’ha scritta d’estate, in uno di quei periodi in cui sei un po’ giù e non hai molta voglia di fare qualcosa. Allora ripensi alla scuola, alle esperienze passate e dai sfogo alla tua noia mettendola in musica. La noia e la nostalgia sono, senza dubbio, le parole chiave che stanno alla base della genesi del brano.

Il vostro futuro, che poi sa anche un po’ di passato visto che tanti brani ce li avete già pronti da tempo, quale direzione seguirà?

Considereremo ancora sia l’inglese che l’italiano: scrivere in inglese spesso ci viene più naturale, ma l’italiano è la nostra lingua e ci affascina proprio perché è così difficile lavorarci per fare il nostro genere di musica.

Se ti parlo di Libertines, Babyshambles, Pete Doherty…

Eh… venerdì al Social Park a Roma canteremo prima di Pete Doherty & The Puta Madres. È un sogno. Doherty è uno dei nostri miti fin dall’adolescenza. Per ora ce la stiamo vivendo abbastanza serenamente; siamo contentissimi, naturalmente, perché è la prima volta che ci capita di aprire il concerto di un artista così grande e che ci ha influenzato così tanto. Io e Lorenzo, nel 2015, partimmo il giorno stesso del suo orale della Maturità e ci facemmo dodici ore di pullman per andare ad ascoltare i Libertines. Quel giorno riuscimmo anche a parlare rapidamente con Pete. Venerdì, però sarà diverso: ci parleremo da colleghi e condivideremo lo stesso palco e lo stesso backstage. Ripeto, un sogno.

…Oltre a Pete Doherty ritroverete Roma con una notevole cornice di pubblico…

Suonare davanti ad un bel po’ di gente per fortuna non ci fa più paura, però, naturalmente, è sempre un’emozione nuova. Certo che esibirsi a Roma, poi, è uno sprone in più. Il nostro obiettivo nei live è quello di far trasparire sempre le nostre origini: ok, ci piace la scena inglese, ma noi non siamo solo quello; vogliamo dare il nostro personale contributo alla musica.

L’appuntamento con Pete Doherty & The Puta Madres, Red Bricks Foundation, VANBASTEN, White Def e altre possibili sorprese è venerdì 5 luglio al Social Park di Roma in via del Baiardo, 25.