LE VIBRAZIONI

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Siamo tornati e la nostra “Vieni da me”
oggi suona come un pezzo degli Aerosmith in versione pugliese.

di Alessio Boccali

Una reunion attesa che ha riportato un po’ di sano rock’n’roll nelle classi che e nelle orecchie del pubblico italiano. Il progetto de Le Vibrazioni, in realtà, non si è mai fermato, si era soltanto preso una pausa laboriosa per poi tornare in grande stile, perchè, come canta Venditti, “Certi amori non niscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano…”. Durante il loro interminabile tour, che li sta portando in giro per tutta Italia, sono riuscito a scambiare due chiacchiere con lo storico frontman della band: Francesco Sàrcina, di seguito quello che ci siamo detti:

Ciao Francesco, come procede il vostro tour? Quest’anno non vi siete fermati un attimo…
Hola! E’ vero, il nostro è un never ending tour! E’ dal post Sanremo a febbraio, che non ci fermiamo; abbiamo fatto instore, club, festival, concerti estivi senza nemmeno un break, ma è stata un’estate molto grati cante. Ci sono tanti nuovi fan giovani che cantano le nostre canzoni e questo ci fa ancora più piacere. Pensa che il nostro singolo “Vieni da me”, dopo 15 anni, è nuovamente disco d’oro: una figata!

A proposito di quella grande hit, so che avete composto un pezzo, in uscita proprio in questi giorni, che si intitola “Pensami così” e che sotto forma di jingle è la sigla del programma di Caterina Balivo su Rai1 che si chiama proprio “Vieni da me”…

Si, quello del jingle è stato un giochino molto simpatico. La Balivo è un’amica e mi faceva piacere comporre la sigla del suo nuovo programma. Non mi andava di riproporle una versione speciale di quella “Vieni da me”, che dopo anni ha situazioni e vincoli con entità e burocrazie complicate. Ho pensato allora ad una cosa nuova e l’ho fatto durante il tour sapendo che avrei dovuto inserire quel “vieni da me…” che è il titolo del programma. La sorte ha voluto che sia venuta fuori una bomba atomica e, di conseguenza, insieme ai ragazzi abbiamo deciso di inciderla e di farla uscire.

 

La vostra reunion ha scatenato una bella ed importante reazione da parte del pubblico, ve l’aspettavate?

 

No non ce l’aspettavamo, soprattutto perchè di questi tempi ne accadono di tutti i colori; tutto è diventato così veloce ed improvviso: spesso situazioni semi-sconosciute, quasi casalinghe, iniziano a girare e fanno successo, mentre artisti o band storiche spariscono. Era un po’ un terno a lotto questo ritorno. Per fortuna l’abbiamo vinto ed è stato molto bello vedere come fosse ancora vivo un bel ricordo de Le Vibrazioni. Poi sai, quando vai in giro per i vari festival organizzati da Radio Deejay, RTL, Wind ecc. e stai sul palco a suonare la “chitarrona”, ti accorgi che non è più una cosa comune fare rock oggi e “Vieni da me” sembra quasi “Living on the edge” degli Aerosmith. Oggi è come se noi fossimo gli Aerosmith… in versione pugliese, ma stiamo lì dai (ride, n.d.r.). Certo, abbiamo anche beccato un bel disco eh…

A proposito proprio di quest’ultimo disco, “V”, hai sempre detto che per voi ha rappresentato una rinascita, ma visto il titolo possiamo pensare anche ad una “v” che sta per vendetta contro tutte quelle logiche che avevano portato al vostro scioglimento?

No, perchè la vendetta non ti porta mai niente; magari ti dà una soddisfazione momentanea, ma non crea una buona onda dato che nella vendetta c’è sempre rabbia
e con questa non puoi portare avanti un grande progetto come il nostro. Quindi proprio una vendetta no, ma sicuramente ci siamo tolti dalle scarpe un bel po’ di sassolini. In passato sono state fatte e dette delle cose sbagliate da parte di “grandi” magnati della musica che non avevano capito proprio niente di noi; d’altra parte questi sono i risultati di un lavoro che non prevede più il talent scouting e, a loro, credere in un progetto come il nostro, che richiede anni di attenzioni, non conviene. Questo che stiamo facendo oggi noi da indipendenti è un lavoro che va avanti da parecchio tempo; anche quando ero in giro come solista già pensavo al ritorno de Le Vibrazioni. Poi, insomma, la band era un fuoco e non vedeva l’ora di tornare in pista, i nostri collaboratori sono stati fantastici e, quindi, tutto un lavoro di squadra ha dato nuova vita al progetto. Non era facile trovare un clima del genere. Poi che te lo dico a fare? La passione e la voglia di raggiungere l’obiettivo prefissato ti danno una carica incredibile.

 

“Siamo arrivati al punto che per ora procediamo così, per singoli. Anche perchè se c’è una cosa che mi ha dato sempre fastidio è che nelle canzoni che ho scritto c’erano sempre più potenziali singoli di quelli che poi e ettivamente uscivano.”

 

Come sono Le Vibrazioni oggi?

Beh, sicuramente abbiamo molto più entusiasmo. Un tempo avevamo la carica della gioventù, di tutto ciò che ci si era creato attorno appena avevamo fatto il “botto”, ma in realtà eravamo anche troppo giovani per soppesare e realizzare ciò che stava accadendo. Oggi siamo più maturi, più consapevoli, ponderiamo tutto ciò che abbiamo realizzato e non ce lo vogliamo far portare via, com’è successo un tempo quando ci perdevamo dietro alle stronzate. Adesso di cavolate ne facciamo meno siamo sempre e comunque degli eterni Peter Pan, eh però lavoriamo con più cervello.

Con un gioco di parole, a 15 anni dalla vostra “Dedicato a te” a chi dedichereste questa rinascita?
A tutti i nostri collaboratori perchè come ti dicevo prima se oggi siamo qua è proprio grazie ad un insieme di cose: belle canzoni, bei produttori, management fantastico, distribuzione e u cio stampa impeccabili… e, perchè no, anche a Claudio Baglioni che ha scommesso su di noi indipendenti facendoci suonare a Sanremo. In generale, Claudio è stato un grande perchè ha preso pezzi forti fregandosene di tante logiche discogra che.

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In estate è arrivata “Amore Zen”, come sarà un vostro ipotetico album futuro?
Guarda, in realtà dopo “V” stiamo lavorando a dei pezzi singoli sempre rock’n’roll da far uscire un po’ alla volta e che poi, chissà, forse un giorno racchiuderemo in un disco. Abbiamo preso esempio dai “giovani”, da quello che stanno facendo i vari rapper, trapper piuttosto che i thegiornalisti o Calcutta. Un album spesso è limitante; succede, infatti, che nel mentre fai uscire i vari singoli del disco cambiano delle mode, cambiano

dei suoni e tu magari non hai una canzone adatta a quel determinato momento. È successo un po’ con “V”, che non conteneva un pezzo per l’estate e per questo motivo abbiamo composto “Amore Zen”. Siamo arrivati al punto che per ora procediamo così, per singoli. Anche perchè se c’è una cosa che mi ha dato sempre fastidio è che tra le canzoni che ho scritto e messo nei vari album c’erano sempre più potenziali singoli di quelli che poi effettivamente uscivano.

In conclusione, voglio fare una domanda al Francesco uomo e non al frontman de Le Vibrazioni: in “Così Sbagliato” canti “Quando mi sento un glio e sono un padre…” e in un altro pezzo dell’album “V”, che si intitola “Voglio una macchina del tempo” ironizzi sulle di coltà di essere un padre, ma com’è essere un papà rock?
Più che altro bisognerebbe chiedere ai gli com’è avere un padre rock, poveri ragazzi (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, in realtà penso che alla ne si divertano. Certo, non abbiamo gli orari canonici, la mia presenza a casa è un po’ random: potrei suonare a Capodanno come la domenica o a Pasqua, però ho anche dei momenti in cui sono in vacanza, non so, magari a novembre, e se mi gira li prendo e li porto in Sud America. Ormai sono rock anche loro. I bambini, di solito, hanno bisogno di metodi e regole, però devo dire che ho capito come dare qualità al tempo trascorso con loro anche se la quantità non è tanta. Tanti genitori stanno sempre in casa con i gli, ma non li considerano perchè distratti dai cellulari, da quei social che ci stanno rovinando. Il bambino che ti vede in quelle condizioni, ti imita e da grande sarà un disadattato pure lui. Almeno io gli do quelle “botte di vita” e mi dedico totalmente a loro. Poi certo ho poche regole, ma ce le ho anche io. Devono ascoltarmi, ri ettere sulle cose e poi possono farmi tutte le domande che vogliono.

IALS – CENTRO DANZA MUSICA TEATRO

maxresdefaultLo IALSCentro danza musica teatro – nasce con lo scopo di contribuire in modo significativo alla formazione ed al perfezionamento professionale di alcune categorie artistiche, in particolar modo è rivolto ai danzatori e ai coreografi.

“Nel centro si respira aria di arte in tutte le sue forme, camminando per i corridoi, nel vociare delle persone, nei vari stili, fino all’aula di riferimento, dove sparisce tutto il resto, sparisce la confusione e il tutto diventa solo arte in movimento.” 

Tutte le attività a favore dei professionisti sono iniziate nel lontano 1962, con diverse iniziative che lo IALS ha promosso e sviluppato nel corso degli anni, sempre in costante sintonia con le più attuali esigenze di aggiornamento dei professionisti, rispondendo alle domande di una solida formazione di base, sia per i semi-professionisti, che per tutti coloro che desiderano acquisire gli elementi propedeutici per le diverse discipline dello spettacolo.

I corsi sono rivolti non solo ai danzatori, ma anche agli artisti del coro, i solisti e professori di orchestra jazz e si svolgono durante tutto l’anno, sia con le lezioni di training giornaliero, che con seminari complementari. Altre importanti attività, come quelle di studio, ricerca e documentazione, affiancano quelle dei corsi e ne rappresentano un corollario di fondamentale importanza culturale.

Inoltre, il centro è convenzionato con i maggiori teatri romani: Teatro Quirino, Teatro Brancaccio, Teatro Olimpico, Teatro Valle, Auditorium Parco della Musica ecc.

Lo IALS si trova in Via Cesare Fracassini, 60, 00196 Roma

Contatti:

sito internet: www.ials.org

tel: 063236396 063611926

e-mail: segreteria@ials.info

Chi ha inventato le corna nella musica rock?

Di chi è la paternità dell’ormai celebre gesto?

La paternità del celebre gesto è contesa, dato che ne esistono due versioni: una con due dita alzate (indice e mignolo) e l’altra con tre (indice, mignolo e pollice). Quest’ultima, simbolo d’amore nel mondo hippie, venne introdotta dai Beatles nell’album Yellow Submarine del 1968 (fu John Lennon a essere ritratto mentre faceva le corna).

L’immagine tratta dalla copertina dell’LP Yellow Submarine da cui è nato il gesto delle corna.

Nello specifico, la posizione delle tre dita rimandava alla frase “I love you”, mentre la variante con indice e mignolo apparve un anno dopo, in un’immagine di Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls, contestatissimo disco dei Coven, band hard rock americana che la concepì come un’allusione demoniaca.

A far diventare le corna un tratto distintivo dell’iconografia rock e metal fu però James Ronnie Dio, dei Black Sabbath, che si esibì nel noto gesto in un tour del 1980: a ispirarlo, disse, era stata la nonna italiana, che usava spesso “fare le corna” a fini scaramantici.

 

Recensione di “Mårtensdal”, il videoclip del singolo di Donatella Canepa

Il 1° aprile 2017 è prevista l’uscita di “All’Inizio Del Mondo”, il primo album da solista di Donatella Canepa, chitarrista genovese.
Nelle tracce troverete chitarra, basso e batteria, quasi nulla di più. Un concept album strumentale dunque, nel quale la chitarra fa da protagonista assoluta e si rende interprete anche dei suoni meno convenzionali, divenendo di volta in volta acqua, ghiaccio o rotaia.

La prima fermata di questo viaggio all’inizio del mondo è il singolo “Mårtensdal”, dal nome di una fermata del trasporto pubblico a Stoccolma. Proprio nella capitale svedese è ambientato il videoclip del brano, diretto da Plamen Georgiev, che riprende il concetto dell’album per cui “prima o poi tutto si incrocia, come la neve sul mare”. Ecco dunque l’affiancarsi di sequenze che ritraggono la parte urbana di Stoccolma – rubando immagini frenetiche di vita quotidiana tra metropolitane, treni e tram – e scene dell’aspra natura svedese che, nella sua pacata e dura bellezza, riesce a sostenere perfettamente il ritmo forte del video e del brano, senza temere confronti con la dinamicità cittadina.

Note stonate del videoclip sono le inquadrature di Donatella Canepa e del porto di Stoccolma. La prima, con la sua immagine statica e il look indefinito – forse grunge, forse RnB, forse semplicemente un casual/sciatto che viene direttamente dagli anni ’90 – risulta non rock, non attiva, semplicemente non all’altezza della sua stessa arte. Il secondo, probabilmente utilizzato per rappresentare un metaforico punto di incontro tra la suddetta realtà urbana e la natura incontaminata, pecca nello spezzare il ritmo del racconto visivo. Si interrompe così l’incantesimo che si crea nei (pochi) momenti di sinergia tra immagini e musica. Da non escludere l’opzione di ascoltare il brano senza soffermarsi sul video.

Il sito dell’artiste: donatellacanepa.it
La sua pagina facebok: facebook.com/donatellacanepa
Il suo profilo twitter: twitter.com/donatellacanepa
Il suo canale youtube: youtube.com/donatellacanepa

Studiare musica da piccoli favorisce lo sviluppo del cervello

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Stando a una ricerca canadese, pubblicata sul Journal of Neuroscience, studiare musica fa bene al cervello. In particolare, imparare a suonare uno strumento tra i sei e gli otto anni di vita migliora le connessioni cerebrali, contribuisce a un miglior sviluppo del cervello e rende più abili in compiti che richiedono destrezza nei movimenti. Lo studio ha coinvolto 36 musicisti adulti, sottoposti a un test motorio mentre il loro cervello veniva analizzato con una speciale tecnica di risonanza magnetica, l’imaging con tensore di diffusione, che permette di valutare le connessioni nervose. Metà dei partecipanti aveva iniziato a studiare musica prima degli otto anni, l’altra metà in seguito, ma tutti vi si erano applicati per lo stesso numero di anni; tutti i dati sono stati poi confrontati con quelli ottenuti, sottoponendo agli stessi test persone che non avevano mai studiato seriamente musica.

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Gli strumenti preferiti dai bambini
I maschietti sembrano preferire la batteria e la chitarra, mentre le femmine sono più attratte dal pianoforte. Ma, crescendo, i gusti cambiano. Molti bambini si appassionano agli strumenti a fiato, come il sax e la tromba, altri si avvicinano allo studio del violino.

I risultati dello studio

Dai dati emersi, parrebbe proprio che studiare musica faccia bene: chi aveva iniziato prima dei sette anni ha mostrato infatti una maggiore abilità motoria e in queste stesse persone si è rivelata più abbondante la sostanza bianca nel corpo calloso, il fascio di fibre che connette le regioni motorie dei due emisferi. “Quanto prima i soggetti avevano iniziato ad applicarsi allo studio della musica, tanto più risultavano abbondanti le connessioni cerebrali” hanno spiegato gli autori. “Con i test di risonanza, inoltre, non si sono viste differenze fra chi non era un musicista e chi aveva iniziato a studiare uno strumento dopo l’infanzia: evidentemente lo sviluppo cerebrale viene potenziato se, e solo se, si inizia presto”. Secondo i ricercatori, dunque, fra i sei e gli otto anni ci sarebbe infatti una sorta di “finestra sensibile”, durante la quale un “allenamento musicale” riesce a interagire con il normale sviluppo cerebrale, modificandolo in positivo e producendo cambiamenti vantaggiosi per le abilità motorie. In altre parole, imparare a suonare uno strumento richiede un buon coordinamento fra le mani e gli stimoli visivi e uditivi. Probabilmente iniziare intorno a sette anni richiede la “costruzione” di una struttura cerebrale adeguata, ottenuta potenziando le connessioni fra aree motorie e sensoriali del cervello in un’età in cui l’anatomia è ancora sensibile ai possibili cambiamenti di struttura. Attenzione però a non pensare – concludono gli studiosi – che basti iniziare a suonare da piccoli per diventare ottimi musicisti…

Arriva una piacevole sorpresa per gli studenti di musica!

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Finalmente arrivano segnali incoraggianti da parte dello Stato per i giovani, in particolare per quelli impegnati sul fronte artistico. Infatti è stato aggiunto nella legge di Bilancio 2017 un contributo per gli studiosi di musica, affinché possano avere un aiuto per esprimere il loro talento.

Dal valore di ben 2500 euro, questo aiuto sottoscritto dall’Agenzia delle Entrate giunge a favore di tutti gli studenti iscritti ai licei musicali, corsi pre-accademici, corsi del precedente ordinamento e corsi di diploma di I e di II livello dei conservatori di musica, degli istituti superiori di studi musicali e delle istituzioni di formazione musicale e coreutica autorizzate a rilasciare titoli di alta formazione”. Ovviamente in pari con i pagamenti delle tasse, ma questi problemi non capitano spesso in questa fetta di popolazione…

Tornando proprio all’esercizio di questo bonus, basterà presentarsi nei negozi musicali dopo aver ottenuto un certificato dall’istituto (dove viene segnato cognome, nome, codice fiscale, corso e anno di iscrizione) e si potrà usufruire di uno sconto sullo strumento “coerente e/o complementare al corso di studio” fino al 65% di sconto, con un massimo appunto di 2500 euro. E per il negoziante? Il rimborso si trasformerà in un credito d’imposta da ritirare più avanti.

Mossa strategica per rilanciare il mercato musicale oppure un nuovo welfare music state ? Qualsiasi sia la risposta, finalmente siamo di fronte ad un contributo costruttivo, pronto a dare un sostegno valido alla passione per la musica.

Perché la musica ti fa cambiare l’umore?

Il 2016 è stato l’annus horribilis della musica pop mondiale. Star del calibro di David Bowie, Prince e, ultimo della lista, George Michael, ci hanno detto addio, ma le loro hit – da ‘Last Christmas’ a ‘Life on Mars?’ – resteranno nei cuori dei loro fan per sempre. La scienza spiega perché la musica ha un effetto su umore ed emozioni variabile da persona a persona: è una questione di Dna. L’impronta delle note è nei geni dopaminergici, quelli che regolano la produzione di dopamina – l’ormone del piacere e della felicità – nel cervello.

Un nuovo studio di imaging genetico ad altissima partecipazione tricolore fornisce la prima prova di un ‘fil rouge’ che collega questi geni alla musica, evidenziando che gli effetti della musica – e del rumore – sul comportamento affettivo e la fisiologia del cervello sono associati a una funzionalità della dopamina determinata geneticamente. La ricerca è stata diretta da Elvira Brattico della Aarhus University (Danimarca) e condotta in due ospedali italiani in collaborazione con l’università di Helsinki (Finlandia). I suoni, spiegano gli autori del lavoro, sono in grado di incidere sugli stati d’animo e sulle emozioni delle persone, probabilmente regolando proprio la dopamina cerebrale, neurotrasmettitore fortemente coinvolto nel comportamento emotivo e nella regolazione dell’umore.

Tuttavia, fanno notare gli scienziati, il rapporto tra ambienti sonori e stati d’animo-emozioni è molto variabile da persona a persona. E una fonte putativa di variabilità è il background genetico. Lo studio pubblicato su ‘Neuroscience’ mostra che una variazione funzionale del gene del recettore D2 della dopamina modula l’impatto della musica, all’opposto del rumore, sull’attività cerebrale prefrontale e dello striato correlata a stati d’animo ed emozioni, evidenziando una suscettibilità differenziale per gli effetti modulatori di musica e rumore sui genotipi GG e GT. Nel dettaglio, si è osservato per esempio nei soggetti GG un miglioramento dell’umore dopo l’esposizione alla musica e nei soggetti GT un deterioramento dell’umore dopo l’esposizione al rumore.

I risultati dello studio identificano una fonte biologica di variabilità dell’impatto dei suoni sulle risposte emotive. “Il nostro approccio ha permesso di osservare il legame tra geni e fenotipi tramite un vero e proprio percorso biologico che va dalle variazioni genetiche funzionali alla fisiologia del cervello che sottende al comportamento”, commenta Tiziana Quarto, studentessa dell’università di Helsinki e primo autore dello studio.

E’ la prima volta, aggiunge Brattico, che si utilizza “il metodo dell’imaging genetico nel campo della musica e dei suoni in generale. Siamo entusiasti dei risultati perché suggeriscono che anche un intervento non farmacologico come la musica potrebbe regolare l’umore e le risposte emotive sia a livello comportamentale che neuronale“. Ma, “ancora più importante – conclude – incoraggiano la ricerca di interventi personalizzati basati sulla musica per trattare disturbi cerebrali associati ad aberrazioni della neurotrasmissione dopaminergica così come all’attività cerebrale correlata ad umore ed emozioni anormali“.