Gaia: “Sono felice che la mia musica possa star vicino a molti in questo momento”

Di Alessio BoccaliGaia_cover

Gaia Gozzi è una giovanissima cantautrice che ha conquistato pubblico e critica durante il suo vittorio percorso nell’ultima edizione di Amici di Maria De Filippi. Artista versatile e col sangue fifty-fifty, mezzo brasiliano e mezzo italiano, ha da poco donato al pubblico il suo album “Genesi”, un pieno di ritmi latini contraddistinti non solo dalla voglia di ballare che trasmettono, ma anche da una forte componente comunicativa che rispecchia pienamente la necessità espressiva di Gaia. 

Ciao Gaia, come stai? Com’è stato il ritorno alla normalità che, purtroppo, non è tanto normalità?

Ciao Alessio, sì, stiamo vivendo una normalità apparente, strana. Io sto bene, sono veramente felice. Questo è un momento molto fortunato per me. Poi ovviamente c’è anche quella parte di me che è intristita dalla situazione, un po’ preoccupata… però cerco di concentrare i miei pensieri e le mie energie in qualcosa di positivo mentre aspetto che tutto passi.

Genesi ha esordito con il botto, non potrai cantarlo subito nei live magari, ma molti pezzi sono già delle hit radiofoniche e altri lo saranno. In un periodo come questo arriverai ad ancor più persone e aiuterai “a distrarli” con i tuoi ritmi da club mixati al sound brasiliano… la vivi come una responsabilità?

Sì, è una grande opportunità, ma anche una grossa responsabilità. In questo momento la musica è fondamentale: tutte le persone che fanno musica o un qualsiasi cosa di artistico hanno il dovere di tirare su gli animi, di far pensare a un futuro più luminoso dei giorni che stiamo vivendo. Per i risultati sono molto contenta, ma soprattutto se raggiungono questo obiettivo di far star meglio le persone in questo momento. Non riuscirei ad esultare per dei numeri se la mia musica non avesse un’utilità “sociale”.

Torno alle virgolette di prima, i brani sono tutti “allegri” dal punto di vista sonoro, ritmati, ma in realtà tratti di temi neint’affatto leggeri come “Chega” che può esser letto anche come un inno femminista o comunque un augurio alle donne ferite di rialzarsi…

Ho sempre difeso a spada tratta la musica che ti fa ballare. Se lavori con quel genere di suoni non significa che non puoi scrivere di un qualcosa che non sia muovere il sedere o far festa. La mia esigenza è quella di portare i beat che fanno parte delle mie origini brasiliane; ho portato della bossa nova, ho composto su ritmi incalzanti, però con dei testi che rappresentassero la mia esigenza comunicativa. Come hai detto tu, “Chega” ha un tema di sorellanza rosa che si concretizza in un invito ad uscire da quella zona di limbo che non ti fa star bene per cercare la serenità. E questo può avvenire in una relazione, come nel lavoro o anche con noi stessi.

Per quanto riguarda il sound di Genesi, come dici tu questi ritmi li hai nel sangue nel vero senso della parola, ma ti sei dimostrata pienamente a tuo agio anche in cover di pezzi dal mood decisamente differente. Quanto studio c’è dietro a questa versatilità?

In realtà, ho iniziato a studiare canto all’interno della scuola di Amici (ride, n.d.r.). Ho sempre fatto da me, scrivevo le mie cose in cameretta e solo nel post XFactor ho cominciato a scrivere tantissimo. Da sola, ma soprattutto con altri autori, che, con le loro collaborazioni, mi hanno aiutata a comprendere la mia identità artistica. Per quanto riguarda la versatilità, innanzitutto ti ringrazio per il complimento. Credo che possa essere frutto del fatto che non mi spaventa camminare fuori dal tracciato ed interpretare le cose a modo mio. Ho cantato capolavori di Dalla, Celentano o Tenco certamente lontani da me, ma la cosa bella è stata riarrangiarli e cantarli con il mio approccio vocale. Se li avessi cantati alla loro maniera non avrebbe avuto senso e non avrei rispettato la storia di quei brani.

Vista questa risposta e visto che nel disco ci sono anche pezzi in italiano, possiamo dire che la paura del cantare in italiano è quindi definitivamente superata?

C’è stato un processo. Quando mi chiedevano di cantare in italiano, io quasi per ribellione non lo facevo. Quando invece è partita da me questa esigenza, ho capito che il cantare in italiano non è assolutamente una paura. Ora sto continuando a scrivere in portoghese e in italiano. Come sono io, 50 e 50, così è la mia musica. L’italiano doveva solo avere il suo tempo.

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A proposito di questo, immagino che lavorare con un pool di autori come Di Martino, Pulli, Romitelli e altri… ti abbia aiutato.

Sicuramente, è stato bellissimo collaborare con tutti loro. Si è creata una vera e propria sintonia relazionale e questo ha portato ad un progetto come “Genesi” che è figlio di persone che vogliono fare musica con il cuore.

Nella spiegazione dei tuoi brani ho trovato tante volte la parola deserto riferita alla città di Milano, ma forse anche un po’ a determinati momenti della tua vita, e anche una sensazione di solitudine per esempio in “What I say”, mentre poi per “Stanza 309” parli di aver scoperto l’energia della condivisione e in “Chega” canti che non vale niente avere soldi per vivere soli, senza pace e senza amore. È questa ora la chiave della tua felicità?

Assolutamente sì. Nella mia giovane adolescenza son stata una ragazza molto timida, spesso sulle mie. Non penso però che quello fosse il mio modo di essere, piuttosto credo che fosse il timore di essere giudicata come persona e non solo come artista a frenarmi. Questa cosa è cambiata tantissimo quando ho iniziato a relazionarmi con più persone, ad uscire dalla mia zona di comfort, a viaggiare… A diciassette anni ho vissuto un anno e mezzo negli Stati Uniti e quello mi ha aiutato tantissimo ad aprirmi e a trovare chi fossi veramente a livello caratteriale. La condivisione è diventata ed è tutt’ora fondamentale per me.

E questa voglia di condivisione è quella che ti ha anche aiutata a riprovarci, a rimetterti in gioco dopo X Factor?

Sì, ho fatto X Factor a diciotto anni. Uscivo dalla mia cameretta, tanti miei amici non sapevano nemmeno che cantassi. Non c’era stato il momento “gavetta”. La gavetta l’ho fatta dopo e mi è servita tantissimo. Senza quel periodo di scrittura e ricerca non sarei quella che sono oggi. Anche con “Genesi” non voglio dire che riparto da zero dimenticando il passato. Non sono arrabbiata per il mio periodo di pausa, non rinnego il mio primo percorso televisivo, anzi, sono grata a tutto quello che mi è successo perché mi ha dato la possibilità di esperire e scrivere i miei pezzi.

Giochino molto in voga in questi giorni che abbiamo chiamato prima di “normalità apparente”. Tre brani che consigli di ascoltare per riempire le giornate:

Ultimamente sto ascoltando tanto “Giornate Vuote” di FRENETIK & ORANG3 e Gemitaiz, poi “Cellophane” di FKA twigs e “Slow Up” di Jacob Banks.

Perfetto, grazie Gaia. Vuoi aggiungere qualcosa?

Innanzitutto, ti ringrazio, mi hai fatto domande interessanti, mi hai messo a mio agio nel risponderti – e per questo ti ringrazio ancor di più – voglio solo aggiungere che questa situazione non è facile per nessuno, che dobbiamo stare a casa per tornare alla normalità il prima possibile e per tornare anche a fare concerti. Non vedo l’ora di portare la mia musica nei live! STAY HOME! Mi raccomando.

 

SERENA BRANCALE

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Una vita d’artista per raccogliere le esperienze vissute

di Francesco Nuccitelli

Serena Brancale è un’artista a 360° dotata di grande ironia e grande talento. Giovane, eppure già con diverse collaborazioni importanti alle spalle come quelle con il Volo e Mario Biondi. “Vita d’artista” è il suo ultimo progetto all’attivo, ma già molto bolle in pentola.

Ciao Serena, “Vita d’artista” è il tuo ultimo impegno discografico. Cosa ci puoi raccontare di questo progetto?
“Vita d’artista” nasce in realtà tre anni fa. Anche perché ci sono delle canzoni che ho scritto prima di pensare all’album. Nasce dall’esigenza di cogliere le esperienze di vita che ho vissuto. Un progetto diverso dal mio penultimo lavoro “Galleggiare”. Insomma, una vera scommessa.

Vedendo i tuoi social ami molto giocare con i tuoi followers e raccontare i tuoi vari backstage. Quanto pensi siano utili i social per un cantante?
Io trovo fondamentale l’uso dei social. Nei primi anni mi sono divertita a far emergere la mia parte più ironica. Ora li sto utilizzando in maniera più seria. La gente vuole vedere anche il dietro le quinte, è curiosa del comportamento di un artista nel backstage. L’importante è essere sempre naturali, questo è davvero importante.

L’illusione del controllo in ambito musicale può essere un problema per un cantante?
Bisogna essere sicuri di quello che si sta proponendo. Perché poi devi essere anche capace di non offenderti e non indurirti quando le cose non vanno bene. È una domanda molto delicata. Ci sono nei momenti in cui l’artista non riesce a dare 100, ma è normale che arrivi anche questo momento. È una sorta di altalena.

Cosa ne pensi degli artisti che si sono reinventati seguendo la moda o il genere musicale del momento?
Anche questa è una domanda delicata. Io certo seguo la moda, però poi, quando mi metto al pianoforte canto quello che mi viene meglio da raccontare. Io “amo l’amore”, amo il gusto, amo la musica in tutte le sue forme. Non mi creo problemi, penso alla cosa migliore che posso fare e la faccio al 100%.

In conclusione, nel nuovo festival di Sanremo ci sarà il ritorno della categoria nuove proposte. Cosa ne pensi di questa scelta visto che ci sei passata?
Nel mio caso sono stata fortunata perché ho cantato anche se non ho vinto. Però, se devo essere onesta preferivo la formula che ha visto vincere Mahmood. Perché spesso ci troviamo dei cantanti che arrivano e non si sa bene perché stiano lì. Anche se quello che dico è un po’ il contrario di quello che è accaduto a me.

Mauràs & Dj Bonnot: la rivoluzione ibrida

Di Cristian Barba

Meno “fotta” e più ironia, il tutto accompagnato da sonorità energiche e ballabili: il nuovo album di Mauràs e Dj Bonnot è un ibrido che riesce a mantenere un’identità. Mauràs, al secolo Mauro Sità, è uno che nella vita non ha mai fatto l’artista di professione, ma da più di vent’anni alimenta la sua passione per la musica come dj, rapper e producer. Nel 2016 si è messo in proprio con un progetto solista, inaugurato dall’album La vita è dura. A 3 anni di distanza è tornato con Dico sempre la verità, lavoro che segna una netta discontinuità rispetto al passato e che può vantare la produzione di Dj Bonnot.

Ciao ragazzi. Partiamo da Mauro. Si parla spesso di maturità artistica. Tu fai musica da tanto, quali consapevolezze porti in questo disco?

Mauràs: Porto questi vent’anni di esperienza, sia dal punto di vista dei live che soprattutto della scrittura. Non riascolto quasi mai quello che ho fatto prima perché so che stilisticamente non rappresenta il mio punto d’arrivo, mentre in quest’album mi ci rivedo alla perfezione. Ho fatto sempre roba hardcore che richiama molto il mio background, poi per fortuna ho incontrato Bonnot e ragionando su un po’ di cose abbiamo scelto la strada da seguire. Il bello è che entrambi volevamo creare qualcosa di nuovo e ci siamo lasciati andare.

Rispetto al tuo precedente lavoro – La vita è dura – hai sviluppato un approccio completamente diverso, meno incazzato e molto più ironico. Ti sei allontanato da quella che definivi working class music?

Mauràs: In realtà non mi ci sono allontanato tanto, ad esempio ho appena finito di produrre un album di Principe che si chiama proprio Working Class Rap. La vita è dura ha rappresentato un nuovo punto di partenza dopo l’esperienza con le band. Ho fatto tutto da solo, volevo buttare fuori il fatto che dopo 15 ore in cantiere tornavo a casa a fare scratch con le mani bendate perché erano spaccate dal lavoro. Andavo dritto, scrivevo strofe di pancia, registravo e via. Adesso è diverso, ho scritto 3 quaderni di strofe per lavorare sul linguaggio e voglio che la musica rispecchi la mia persona in tutto. Ci sono arrivato per gradi e voglio proseguire su questa strada.

Pensate che il risultato sia un disco complessivamente più leggero? È un tentativo di raggiungere più persone?

Mauràs: Leggero no, direi scorrevole. Abbiamo cercato di non fare robe scollegate dai tempi in cui viviamo, perché – come si dice nel rap – l’underground a volte è una scusa. Vorrei arrivare a tutti perché penso di avere le capacità per farlo. Non vedo perché chi ha la metà delle mie capacità di scrittura possa arrivare a tutti mentre io no.

Bonnot: Abbiamo lavorato insieme sul mood per cercare di renderlo più aperto, non per forza per tutti ma neanche troppo hardcore. Volevo fare una cosa che trasmettesse energia e che rispecchiasse un po’ anche il periodo positivo che sto vivendo.

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Le sonorità di questo album non inseguono il minimalismo imperante nel rap, anzi ci avete messo dentro chitarre, fiati, batterie. Come ci siete arrivati?

Bonnot: Per me è stato continuativo rispetto al lavoro fatto finora, ho utilizzato questo parco strumenti in tutti gli album che ho prodotto dal 2005 con gli Assalti Frontali. Allo stesso tempo, con M1 deadprez ho anche fatto produzioni vicine alla trap e quindi ho sentito cose molto belle anche su quella vibe. Non ho pregiudizi, però sono un bassista/contrabbassista e amo la musica suonata. In questo album spesso i giri di basso creano il groove, sono lo scheletro su cui si poggia tutto il pezzo. Ci sono molti fiati – praticamente in metà album – registrati live da artisti bravissimi. Alle chitarre ho chiamato Ermanno Fabbri, che è un mostro e che considero uno dei più grandi chitarristi italiani viventi. Alle batterie avevamo il Ninja Enrico Matta, che ha fatto la storia con i Subsonica e non ha bisogno di presentazioni. Sono musicisti scelti in maniera meticolosa, perché in base al musicista che scelgo coloro il disco in una certa maniera. Stessa storia per gli strumenti: abbiamo usato un preamplificatore – che ho acquistato da Billie Joe Armstrong – con cui i Green Day hanno registrato 5 album e un microfono utilizzato da Freddie Mercury per 7 album dei Queen. Nel complesso, mi sono soffermato sul tentativo di fare un disco acustico che suonasse da elettronico, come alcuni brani dei Daft Punk o di Bruno Mars.

Com’è nata la collaborazione?

Bonnot: Ci siamo conosciuti ad un concerto nel quale Mauro suonava in apertura agli Assalti Frontali e mi lasciò il suo disco dopo il concerto. La mattina dopo l’ho riascoltato – su questo sono un po’ vecchia scuola, ascolto tutto quello che mi viene dato – e ho trovato una buona padronanza sia tecnica che lessicale per cui ho pensato che ci si potesse lavorare. Tra l’altro mi aveva anche scritto su Facebook due anni prima ma mi ero perso il messaggio.

E non credo che per Mauro sia stato un peso fare un passo indietro e occuparsi solo dei testi…

Mauràs: No anzi, per me è stato bellissimo. Mi piace produrre e fare beat, però concentrarmi sulla scrittura era il mio obiettivo e volevo farlo buttando in mezzo anche il mio lato ironico.

Nell’ultima traccia – In confusione – scrivi “si abbassa la soglia di attenzione, tocca svuotare la forma canzone, lascia suonino canzoni vuote”. Dobbiamo rassegnarci a “canzoni che durano quanto meme” o vedi un’alternativa?

Mauràs: Ovviamente c’è l’alternativa, chiudere il disco in quel modo è una provocazione. La musica “facile” c’è sempre stata e le canzoni che durano quanto meme sono fatte con quello scopo, è una cosa consapevole. Nel disco non dico mai come si deve o non si deve fare, provo solo a fotografare il contesto che viviamo.

 

Ilaria Viola, rompere gli schemi e diventare finalmente DONNA.

Di Lavinia Micheli

Se dovessi descrivere con una parola Ilaria Viola, probabilmente sceglierei empatia. Il suo ultimo album, Se nascevo femmina, uscito il 24 maggio, è un disco pregno di empatia verso un modo di sentire tipicamente femminile e femmineo. È facile rispecchiarsi in quei testi pieni di voglia di rottura rispetto ad un costrutto culturale che relega, anche in maniera inconscia, le donne entro schemi rigidi e limitanti, volti ad una categorizzazione a tutti i costi. Quello di Ilaria è un grido contro il pregiudizio, un’invocazione alla libertà di essere come si vuole in ogni momento, in barba ai precetti e ai manierismi del “come si conviene”. Ma lasciamo che sia lei a raccontarcelo.

Ciao Ilaria, la prima cosa che ha destato la mia attenzione quando è uscito il singolo Se nascevo femmina, è stata la sua assoluta originalità. Si percepisce una grande volontà di rottura che si trasferisce anche sulla composizione musicale del pezzo. Cosa volevi “rompere”?

Un sacco di cose. Intanto, e questo è un discorso che vale per l’intero disco, il mio essere un’artista un po’ manierista. Volevo rompere la mia patinatura: quel nascondermi sempre sotto lo studio, sotto la bella musica. L’intento era quello di risultare più diretta e la violenza del brano è dettata dall’argomento trattato: quello è un brano che io ho scritto in seguito ad una arrabbiatura reale con la mia famiglia. Eravamo a tavola con tutte le mie cugine ed ero l’unica a non avere ancora figli. Ad un certo punto è arrivata la sentenza fatidica: “Tanto tu dici che non vuoi figli e quindi non sarai mai una donna completa”. A quel punto ero indecisa tra il compiere una strage di massa o riversare tutte le mie sensazioni in una canzone. Ho scelto la seconda opzione (ride n.d.r.). E quindi sicuramente un’altra cosa che voglio rompere sono gli schemi maschilisti della nostra società, che ormai sono insiti anche negli ambienti femminili.

In effetti quest’album è molto femminile e femminista, nel senso più puro del termine. Si sente che parli fuori dai denti e ti senti stretta in qualsiasi tipo di definizione. Ti è mai capitato di sentirti stigmatizzata o costretta in una sorta di “scatola” nel tuo mestiere?

Guarda, io purtroppo sono una cantante e sono una donna. Quindi assolutamente sì. Ma non solo nel mio ambiente. Lasciamo per un attimo perdere il mondo del cantautorato ed entriamo per esempio in quello dell’insegnamento. In questa scuola di musica dove adesso insegno, non c’è neanche una cantante donna che gestisca un laboratorio, perché il senso comune vuole che le cantanti donne non capiscano nulla di musica: non sanno leggere, non conoscono l’armonia, non sanno gestire l’arrangiamento dei brani, non sanno scrivere ecc. Esiste un vero e proprio stigma che a me ha sempre fatto abbastanza imbestialire. All’uscita del mio primo disco, Giochi di parole (2014), avevo paura di dire che avevo arrangiato in prima persona i pezzi insieme a Daniele Borsato (chitarrista di Lucio Leoni n.d.r.): temevo che non appena fosse uscito fuori il suo nome sugli arrangiamenti io sarei improvvisamente passata in secondo piano, musicalmente parlando.

Nel brano Per mezz’ora canti: “Perché io m’innamoro per mezz’ora/ di ogni uomo che profuma un po’ di storia/ e ogni volta m’innamoro per davvero/ senza contegno, senza ritegno, senza rispetto”. Una bellissima ammissione di arrendevolezza e libertà in un mondo che ci vorrebbe sempre cinici e razionali anche rispetto a storie fugaci?

La razionalità è insita nell’innamoramento secondo me. Perché l’innamoramento è una cosa che ti prende a livello mentale e ti coinvolge totalmente. Quindi si tratta di una contingenza qualsiasi- un uomo, una donna, un’amica, qualsiasi cosa- che in quel momento catalizza tutte le tue attenzioni. Questo per me è innamorarsi e quindi ha molto a che fare con l’intelletto e la razionalità. Dopodiché, questo pezzo si collega anche molto a Martini (la quinta traccia dell’album n.d.r.) che invece parla del sesso occasionale che io riesco a fare soltanto se sono innamorata, ma solo per quella mezz’ora lì! Più che di differenza tra razionalità e irrazionalità si tratta di quella che c’è fra essere leggeri ed essere superficiali.

Scorrendo i vari brani dell’album si possono scorgere varie influenze che vanno a comporre quella che è la tua personalità artistica. Mi ha colpito il brano Per la gola, scritto da Leila Bohlouri, che mi ha ricordato una sorta di via di mezzo fra La ballata dell’amore cieco di De André e uno stornello romano. Vuoi raccontarmi come è nata questa canzone?

Mi ricordo che la prima volta che l’ho ascoltata mi trovavo ad un contest di cantautori, eravamo ancora tutti agli inizi. Sentii questo pezzo e mi piacque subito da morire anche perché la storia raccontata è abbastanza tragica (un uomo stufo delle continue lamentele sui pasti preparati per la sua donna che alla fine si vendica divorandola n.d.r.) e fa da contrasto con quest’aria da stornello allegro del pezzo, cantato da questa mia amica con il sorriso sulle labbra. In seguito Leila pubblicò un album di musica elettronica e non era riuscita ad infilarci questo brano meraviglioso, quindi l’ha dato a me. Io mi sono semplicemente limitata ad abbassarlo di tonalità per renderlo ancora più cupo.

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In Bamboombeto, che vede la partecipazione di Lucio Leoni, descrivi i grandi paradossi della società giapponese, a cui ti sei approcciata durante un viaggio in solitaria di circa un mese: il loro essere al contempo razzisti e profondamente ospitali, spirituali e malati di tecnologia. Cosa ti ha lasciato questo viaggio? Perché hai deciso di scrivere questa canzone?

Più che lasciarmi qualcosa, questo viaggio mi ha lasciato andare. Molte persone che mi sono vicine mi hanno fatto notare che in realtà non sono ancora tornata del tutto. È stata un’esperienza fortissima di viaggio, concentrato principalmente nella parte rurale nel sud del Giappone. Ho fatto un intero pellegrinaggio shintoista-buddista che è il Kumano Kodo, pur non essendo buddista né religiosa in generale. Ma credo nella meditazione come recupero delle energie mentali e lì sono riuscita in diverse occasioni a raggiungere la giusta concentrazione: le ore scorrevano come minuti in una serenità totale. Quindi il Giappone mi ha lasciato molta energia mentale. La filosofia buddista è qualcosa di pazzesco, i giapponesi invece sono abbastanza particolari. Fanno una vita assurda, improntata a ritmi frenetici di lavoro, relegando il pochissimo tempo libero a disposizione alla famiglia ristretta, intesa come nucleo famigliare. La vita sociale praticamente non esiste. Chiaramente tutto ciò porta ad una grandissima efficienza: i bambini per esempio già piccolissimi sono in grado di costruire robot! Questa cosa mi ha abbastanza sconvolta.

Il tuo primo album, Giochi di parole è del 2014, ed è radicalmente diverso da Se nascevo femmina. Cos’è cambiato in Ilaria, “nata donna”, in questi cinque anni?

Allora, Ilaria ha avuto una rottura con la musica molto pesante. La vita in questo ambiente è molto dura: la musica ti mangia la vita e a volte è davvero difficile andare avanti, trovare una stabilità. Contestualmente e paradossalmente cominciavo in realtà la scrittura del nuovo disco, con il primo pezzo che era ancora qualcosa di molto costruito, più simile a quelli presenti nel primo album. Un collaboratore di Lucio Leoni, Filippo Rea, che mi ha aperto letteralmente la testa, lo ha ascoltato e mi ha detto: “Ilaria hai stufato con questa storia di nasconderti dietro i tuoi manierismi, dietro lo studio. Nascondi te stessa sotto tutti questi strati e non esci mai! O cambi modo o non vai da nessuna parte e sarebbe un peccato.”. Ho quindi deciso di canalizzare tutta la mia rabbia e la mia energia nella scrittura dei pezzi, ed è uscito fuori il disco che hai sentito.

Romana de Roma. Quanto c’è di questa città nel tuo modo di scrivere e cantare?

Tantissimo. Non posso prescindere dall’accento romano quando sono spontanea, e nel disco, essendo molto spontaneo, si sente abbastanza. Però mi sono contenuta perché volevo che fosse un album che arrivasse a tutti. Io sono stata cresciuta da mia nonna che è una romana de Roma vera, che viveva a Centocelle e parlava a frasi fatte. Inevitabilmente quel modo di fare e di parlare si è insinuato dentro di me, bimba, e non mi ha lasciato più. Roma è una città che si ama e si odia tantissimo, ma è la più bella del mondo!

E cosa ti senti di consigliare alle ragazze che vogliano intraprendere la carriera cantautorale?

Sicuramente di ascoltare tantissima musica di tanti generi musicali diversi. La seconda cosa che consiglio, che può essere anche un’arma a doppio taglio, è di studiare musica e leggere tanti libri. E poi non bisogna smettere mai di prendersi in giro.

Prossime mosse per il disco?

Il primo luglio c’è la presentazione a ‘Na cosetta Estiva a Roma. Per quest’estate sono previste delle aperture che vanno ancora gestite in quanto l’album è uscito da poco. Il tour vero e proprio partirà in autunno.

 

 

 

 

 

MOSTRO, The illest vol.2: tutte le cose belle passano attraverso il dolore.

MOSTRO - THE ILLEST VOL 2

Di Alessio Boccali

Mostro, all’anagrafe Giulio Ferrario, è tornato e l’ha fatto con “The illest vol.2”: un disco che vuole dar il là all’inizio di una saga, ma che allo stesso tempo ci mostra un artista differente, più maturo rispetto al primo “The illest”, pronto a chiudere col passato per proiettarsi, sperimentando, nel futuro. Un disco molto personale in cui la penna schietta e sincera del rapper romano ben si sposa con delle sperimentazioni sonore taglienti e ben ritmate. Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Mostro proprio all’alba dell’usciTa del suo nuovo street-album.

Caro Mostro, “The illest vol.2” è davvero un disco nel quale hai voluto sperimentare nuove direzioni musicali e uscire dalla tua comfort zone…

Sì. Fondamentalmente, la differenza tra un mio disco ufficiale come lo è stato “Ogni maledetto giorno” e quella che si sta manifestando come la saga “The illest” è il mio approccio alla musica; in “Ogni maledetto giorno” ho seguito un percorso guardando davanti a me e seguendo sempre la stessa linea, nel progetto “The illest” e in particolare in questo volume 2, invece, mi metto completamente in gioco perché ho ancora tanto da scoprire di me stesso e sento che l’unico modo per farlo è proprio sperimentare attraverso i miei dischi.  Ho voglia di capire in quali direzioni sonore posso muovermi e di lasciarmi stupire da nuove esperienze.

Ci sono delle specularità tra il primo e il secondo volume di “The illest”, e, soprattutto, quando sono nati i pezzi di questo disco? Dopo “Ogni maledetto giorno” o sono pezzi che avevi già nel cassetto, ma che ancora non ti sentivi pronto di tirar fuori?

Sono pezzi nati sicuramente dopo “Ogni maledetto giorno”, anche se ci sono delle specularità tra questo volume 1 e il volume 2. Ad esempio, il primo pezzo di entrambi gli album esamina il mio percorso artistico a ritroso, quasi a fare un riassunto delle “puntate precedenti”; o ancora, nel primo volume nel brano “Sento” canto tutti i significati della parola “sento” ripetendola più volta e in quest’ultimo volume, in “Non voglio morire” faccio pressocché la stessa cosa. Ciò nonostante, “The illest vol.2” non è propriamente una parte due, è il pezzo di una saga, sì, ma anche un disco a sé stante.

A proposito di “Non voglio morire”, devo dirti che è sicuramente il pezzo che mi ha colpito di più. Mentre in altri brani del disco sei sempre sicuro di te stesso, sicuro di spaccare il mondo e ti paragoni persino al diavolo, qui ti senti insicuro, lasci trasparire le tue paure, le tue fragilità…

Ti rispondo nella maniera più sincera possibile. Ho subito un grave lutto qualche anno fa e vedere la morte così da vicino ti lascia delle impressioni: questa paura, questo timore che da un giorno all’altro tutto possa finire, che tutte quelle piccolezze che nella vita sono quelle che poi fanno la differenza possano non esserci più… tutte queste sensazioni, insomma, ti colpiscono a fondo.

…E questa paura è quella nuvola nera che incombe anche nel brano “Tutto passa”?

Fondamentalmente sì. Questo era un disco che avevo scritto rapidamente e con grande entusiasmo, poi però è arrivata la mia nuvola nera e i pezzi un po’ più “alti”, hanno ceduto il passo a brani più forti e rabbiosi come “Cani bastardi”, che più rispecchiavano la mia persona e il mio sentimento.

Proprio in “Cani bastardi” parli anche del tuo rapporto di amore e dipendenza – quasi patologica – con la musica e il rap, che tuttavia ti ha salvato e che tu stesso, come dici in un altro brano del disco, pensi di aver salvato…

In “Cani bastardi” ho messo in rima la mia frustrazione nei confronti di tutti quegli artisti che ancora fanno finta che non esistiamo; tutti quelli che con noi non vogliono collaborare o che non ci chiamano a suonare. Avevo proprio sviluppato questa sensazione di cane abbandonato. Quando però ti rendi conto di questa cosa riesci a trarne forza. Così in “Tutto passa”, dove ho voluto mettere in evidenza quello che è uno dei cardini del mio modo di pensare, ovvero che tutte le cose più belle devono passare attraverso il dolore; sono certo che al di là del dolore ci sia sempre il tuo premio, devi solo avere il coraggio di andare sempre avanti e resistere.

Affermi spesso, e l’abbiamo anche accennato prima, che per te la solitudine, a volte, ha rappresentato una forza in più…

Io cerco sempre di prendere coscienza della realtà che mi circonda e di non piangermi addosso, quindi se sono solo non esco di casa e mi metto a cercare disperatamente qualcuno che mi faccia compagnia; semplicemente, prendo atto del fatto che in quel momento devo contare esclusivamente su tutte le mie forze.

“L’anno del serpente” è il pezzo che apre questo “The illest vol.2” e come abbiamo già detto è un brano nel quale fai i conti con il tuo passato per poi aprire un nuovo ciclo, mentre nel ritornello de “Le tre di notte”, il pezzo che chiude il disco, affermi a gran voce “Adesso so chi sono”. È davvero così, ti senti più maturo?

Assolutamente sì, anche dal punto di vista lavorativo sono dovuto passare dal fare musica con gli amici in cantina tanto per divertirci, a fare musica per lavoro e questo cambiamento all’inizio mi faceva paura. Adesso però, col passare del tempo, mi accorgo che questo, come altri timori, iniziano a non esserci più. Sono cresciuto e riesco a gestire molto meglio le mie emozioni, mi sento piano piano sempre più padrone di questa situazione e questo “The illest vol.2” è il disco che mi proietta verso il futuro, un futuro che vedrà come prossima mossa un disco molto differente rispetto ai miei lavori passati.

Di seguito le date dell’instore tour con il quale Mostro incontrerà i fan per presentare il nuovo album di inediti “The Illest vol. 2”:
26 Aprile   Torino – Mondadori ore 14.30 / Genova – Mondadori ore 18.30
27 Aprile   Lucca – Sky Stone ore 14.30 /  Firenze – Galleria del Disco ore 17.30 28 Aprile
28  Aprile  Forlì – Mondadori ore 15.00 / Bologna – Mondadori ore 18.00
29 Aprile   Roma – Discoteca Laziale ore 16.00
30 Aprile   Frosinone – Mondadori  ore 15.00 /  Viterbo – Mondadori ore 18.00
1° Maggio Nola –  Mondadori ore 15.00 / Salerno –  Disclan ore 18.00
2 Maggio   Milano – Mondadori ore 15.00 / Varese – Varese Dischi ore 18.00

Una novità radiofonica per Facebook

L’insaziabile Mark Zuckerberg ha preparato un nuovo aggiornamento per tutti gli utenti di Facebook. Si tratta del Live Audio, lo streaming in diretta sonoro, per raccontare la nostra vita quotidiana con le parole. Accompagnato da un fermo immagine, esso darà modo di usare la voce rilanciando il valore dell’ascolto rispetto all’esperienza visiva.

Oltre ai vantaggi in termini di connessione  e di grandezza, queste trasmissioni riavvicineranno il concetto di radio ai dispositivi mobili, dal quale sono stati forzatamente allontanati attraverso l’assenza dell’antenna – fino a pochi anni fa elemento imprescindibile dei cellulari.  L’evoluzione maggiore però starà nella creazione individuale di una vera e propria emittente radiofonica con dirette riascoltabili in podcast.

I primi ad usufruire di questo servizio saranno gli editori,  tra cui la BBC, LBC, Adam Grant e Brit Bennett. Dopo la ‘prelazione professionale’, sarà la volta di tutti gli utenti, verso fine Gennaio. L’unico elemento che li distinguerà sarà dettato dalle scelte dei sistemi operativi: iOS richiederà di trattenersi su Facebook, mentre Android darà la possibilità di ascoltarla in background.

Si apre così un mondo virtuale che rivitalizza la retorica e l’importanza della radio su scala globale.