Galeffi e quel giusto compromesso tra pancia e testa

di Chiara Zaccagnino
GALEFFI_foto di Sara Pellegrino x Mine_b

ph. Sara Pellegrino x Mine_b

Abbiamo incontrato Galeffi a un anno dalla fine del fortunato tour di “Scudetto”, il disco che ha segnato il successo del suo esordio e che lo ha portato su più di 70 palchi in tutta Italia, dal MiAmi Festival di Milano al concertone del Primo Maggio di Roma. Da poco il cantautore romano ha annunciato l’uscita, in primavera, del suo secondo lavoro e lo ha fatto con tre nuovi singoli che anticipano tutta la sua voglia di sperimentare e stupire, anche questa volta.

Ciao Marco, prima di tutto…come stai? Com’è stato questo ritorno?

Ciao Chiara! Guarda, da una parte non vedevo l’ora, perché comunque l’attesa è sempre un po’ una rottura, soprattutto quando hai lavorato per un anno alle nuove canzoni e non vedi l’ora che la gente le possa ascoltare. Quindi, meno male che sta ricominciando tutto quanto!

Ti sei preso un anno di pausa, che ormai è considerato anche un periodo abbastanza lungo, per scrivere il tuo nuovo disco. Com’è stato lavorare a questo nuovo progetto rispetto al primo?

È stato diverso, perché con il primo non hai la lucidità per capire che forse quel disco ha dei difetti: ti sembra tutto meraviglioso perché è il primo disco che fai uscire e per te è anche l’ultimo. Questa volta invece sapevo di dover fare un “secondo disco”, che la gente aspettava delle canzoni. Poi, da persona un po’ perfezionista, volevo fare una roba migliore di “Scudetto”, quindi c’erano delle ansie, indubbiamente. Però funziono meglio nei momenti di stress, nei momenti di relax non rendo…in tutte le cose, non solo come Galeffi ma proprio come Marco! Alla fine di tutto, devo dire che sono molto contento del lavoro perciò non vedo l’ora che esca il disco e basta!

È dall’uscita dei primi tre singoli successivi a “Scudetto” che la tua produzione si discosta un po’ da ciò che ti ha fatto conoscere e amare, fin da subito, dal pubblico. Gli ultimi tre, che saranno contenuti nell’album, sono un’ulteriore conferma di una strada diversa. Sembra che il cambiamento non ti spaventi ma, anzi, che tu gli stia andando incontro con molto entusiasmo, è così?

Sì, hai detto bene, volevo sperimentare un sacco in questo disco: volevo testare, volevo vedere come potessi rendere io su altri generi e su altri mood. Perché rimanere sempre troppo fedeli a stessi non era una cosa che mi attirava; c’è chi lo fa, ma io volevo rischiarmela un pochetto. Se rifaccio sempre la stessa cosa sono il primo a non crederci più, sono una persona molto curiosa quindi chiaramente a ripetere la stessa cosa, l’avrei fatta peggio. Era proprio, ovvio per me, fare una cosa diversa.

GALEFFI_

ph. Mine_b

È anche passato un po’ di tempo da quando hai scritto i tuoi primi pezzi, un’evoluzione è naturale.

Sicuramente: diventi un po’ più bravo, ma non sempre diventando più esperto rendi di più. Certe volte il sapere troppo, in realtà, è una censura: non sapere le cose ti dà più libertà creativa, perché le poche cose che sai le ottimizzi al massimo, mentre, se ne sai tante, sintetizzarle diventa una roba molto più cerebrale…e una cosa più è cerebrale, meno arriva. Bisogna sempre trovare il giusto compromesso tra pancia e testa.

Parliamo di questi tre singoli, da poco usciti: prodotti dai Mamakass, accompagnati dai video di Ground’s Oranges e Luther Blisset. Com’è stato collaborare con loro?

I Ground’s Oranges li avevo contattati io perché sono un loro fan. Mi piacciono molto e quindi non li ho voluti influenzare perché mi fidavo della loro fantasia. Quando mi hanno proposto questa cosa anche un po’ strana, ho detto “Cavolo dai è forte, è una roba che non si vede tutti i giorni”. Ecco, questo dimostra che oltre ad essere un disco coraggioso, anche le scelte fatte non volevano accontentare nessuno, anzi, non dico che sono state fatte per scioccare, ma almeno per non risultare neutre.

Con “America”, invece, hai partecipato in prima persona anche alla sceneggiatura del video.

Sì, ero a casa di un mio amico a Milano e, parlando degli step che avrei dovuto affrontare, confesso che la sceneggiatura che mi avevano proposto per il nuovo video non mi convinceva e che avrei voluto scriverla io. Così, partendo da quello che avevo immaginato io nella canzone, siamo arrivati alla conclusione che il video perfetto sarebbe stato quello che poi è uscito, ispirato a LaLaLand: quando ho avuto quest’idea l’ho comunicata alla mia equipe, loro erano entusiasti e l’abbiamo girato.

Mi sembra di capire che “America” sia una canzone abbastanza importante per te.

“America” è una canzone importante, ma non solo per me. Mi auguro, anzi ne sono sicuro, che tra vent’anni sarà uno dei capisaldi della mia carriera.

Dunque, ti sei occupato anche delle immagini che la accompagnavano: quanto conta per te questo aspetto in generale?

In generale non troppo, mi piacciono le canzoni e i video mi fanno perdere un po’ la concentrazione. Ovviamente, quando poi fai le cose per te, un’importanza cerchi di dargliela e in qualche modo ci sono stato dietro. Però la canzone è più importante. Per questo non amo Spotify: perché, pur essendo intelligente come concetto di base, ovvero mettere la musica prima di tutto, è diventato troppo “usa e getta”. Ci vorrebbe più spiritualità nell’approcciare la musica ma chiaramente non è da tutti.

Tornando alle canzoni, le prime due sono molto diverse tra loro: l’una leggera, rock, sguaiata, l’altra quasi jazz, più raffinata e che risente di influenze importanti. Quindi, cosa dobbiamo aspettarci dall’album in arrivo?

Sì, “Cercasi amore” e “America” sono un po’ due poli opposti del disco, che è proprio ciò che sta a metà strada, ha più facce. Queste due canzoni sono state scelte come prime consapevolmente: nel disco ci saranno anche canzoni che ricordano il vecchio Galeffi, però ci interessava che la gente, a quello, ci arrivasse da sola. Abbiamo voluto far vedere il lato che non ci si aspettava, un po’ per creare del panico, un po’ per complicarci la vita…quindi va bene così. È una scelta fatta per stuzzicare e pure per dare fastidio: voi vi aspettate quella canzone, noi ve ne facciamo sentire un’altra!

Infatti nell’ultimo singolo, “Dove non batte il sole”, mi è sembrato non solo di scorgere il nuovo Galeffi, ma anche, soprattutto, di ritrovare il mood e le tematiche che ti contraddistinguono. In questo caso, cos’è il “freddo” che senti nella canzone?

Beh, penso che a tutti capitino quelle giornate in cui ti guardi dentro e non vedi niente…alla fine parla di quello. Poi la canzone era nata anche un po’ per scherzo, perché io e Gigi (amico e chitarrista, n.d.r.) lo diciamo sempre, che la vita non è facile e che “domani andrà soltanto peggio”. Da questo concetto, quasi scherzando, è uscita la prima parte della canzone: rileggendola mi piaceva e ho continuato.

Il ritornello prosegue dicendo “Non resteremo da soli nel letto, questa notte no”: allora una soluzione c’è, per non morire di freddo?

La speranza è un concetto importante nella vita: alla fine, questa canzone elenca in maniera poetica i problemi di tutti i ragazzi che, se hanno un minimo di sensibilità, non possono non avere un po’ di inquietudine nel vivere, nel farsi delle domande. La speranza è fondamentale, se no uno non si alza dal letto. Perciò mi piaceva chiudere il ritornello della canzone con “io una cosa la so, stanotte non moriamo di freddo”. Abbracciamoci, facciamo l’amore e poi, chi vivrà vedrà. In realtà è anche una sorta di carpe diem, perché è inutile che ci fasciamo troppo la testa, pensiamo a vivere le cose, che la vita è una e prima o poi tocca a tutti: godiamoci la vita, anche se è dura.

Ultime battute: sei pronto a tornare sui palchi?

Sì, sono pronto! A livello pratico no, perché dobbiamo ancora fare le prove…ma con la testa sì, perché ‘ste canzoni ora le vorrei anche suonare!

Sicuramente tornerai anche ai festival, che sono un’occasione di confronto con tanti altri artisti: c’è qualcuno di questi che stimi e che ti ispira particolarmente?

Più di tutti Andrea Laszlo de Simone, è la mia fissa dell’anno: lo ritengo essere davvero un campione, che meriterebbe molto di più e sono convinto che in altre nazioni europee avrebbe dieci volte il successo che ha qui. L’Italia purtroppo è un paese molto fanatico a livello musicale, come nel calcio. Poi chiaramente c’è Cesare Cremonini che è sempre un compagno di viaggio: è l’unico artista italiano che non ho mai lasciato da quando l’ho scoperto con “…Squérez?” che ero piccolino, andavo alle elementari. È dal primo disco da solista che vado a sentirlo live.

E anche lui ha quest’abitudine di sparire per un po’ e non tornare mai uguale a sé stesso.

Sì, infatti è per quello che lui è un esempio, non ha mai fatto un disco uguale a quello di prima, ha sempre rischiato, ha sempre fatto roba di qualità. Non mi piacciono gli artisti che fanno un disco ogni anno: non mi dici niente, non mi dici la verità. Puoi essere anche uno che scrive molto, quello è soggettivo, però al di là di quanto tu possa scrivere, se devi fare un lavoro certosino ti serve un po’ di tempo, anche per accumulare le idee, metabolizzare i concetti, i pensieri. Un disco ogni anno fa male alla musica.

Ancora a proposito di colleghi: ultimamente molti artisti si uniscono per collaborazioni e featuring, ma a te finora non è successo. Hai in programma qualcosa del genere?

Secondo me queste cose a volte accadono per motivi di forza maggiore; altre volte, invece, due artisti si conoscono, si crea un’amicizia, nasce fuori una canzone ed è tutto naturale. Per quanto riguarda la prima opzione, quando mi è stata presentata, ho sempre rifiutato perché le canzoni sono molto intime, condividerle con uno che non conosci non porta a nulla. Sto aspettando che nasca una collaborazione in maniera molto naturale e magica: qualora accadesse, volentieri. Però non le puoi forzare queste cose, no? Quindi vediamo, sicuramente in futuro capiterà…però, insomma, per ora va bene anche da solo!

EUGENIO IN VIA DI GIOIA

di Manuel Saad

Il primo marzo è uscito “Natura Viva”, l’ultimo album di uno dei gruppi più folli, energici e travolgenti che abbiamo in Italia: Eugenio in Via Di Gioia. Un disco che racconta quanto ciò che ci circonda sia vivo e ci trasmetta emozioni. Osservare la realtà, viverla, scomporla e farla propria. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro e abbiamo capito che non si tratta solo di musica.

Ciao ragazzi, partiamo da “La tua vita, il film”. Quel video mette in risalto quella che è la vostra attitudine: stare per strada, osservare tutto ciò che vi circonda e magari fantasticarci anche sopra. C’è una base di tutto questo in “Natura Viva”?

Eugenio: Assolutamente sì! L’ispirazione nasce per strada, dalle persone ed anche dai nostri problemi personali proiettati negli altri.

Lorenzo: Questo perché nell’arco della giornata siamo sempre soggetti a stimoli e ogni giorno esci e noti piccole contraddizioni o paradossi.

Eugenio: E sono proprio loro a caratterizzare le abitudini delle persone. Noi non facciamo altro che rivederci in questi paradossi e smontarli. Nei vecchi dischi in modo più ironico, in “Natura Viva” in maniera diretta, e forse cruda per certi aspetti, ma necessaria. L’ironia può essere un’arma a doppio taglio: se da una parte ti permette di affrontare alcuni temi con leggerezza, altre volte snellisce troppo e rende privi di profondità concetti che, in realtà, andrebbero approfonditi più nel dettaglio.

Il disco, a livello sonoro, risulta veramente interessante. Il trasformare suoni acustici in elettronici fa pensare, sempre per rimanere in tema con la natura, ai rami di un albero che crescendo, si allontanano dal tronco, rimanendo sempre attaccati. Voi venite dal busking e anche se avete deciso di portare suoni elettronici, la fonte (il tronco) rimane sempre quella.

Eugenio: Esatto! Ci piace molto questa metafora che hai usato.

Emanuele: Sì. Ci piaceva utilizzare suoni acustici, provenendo comunque dal mondo del busking, non siamo amanti dei suoni elettronici puri.

Eugenio: Ci piace l’idea di agire su ogni singolo parametro della canzone. Partire da un suono già definito, ci infastidisce.

Lorenzo: Più che altro mescolare dei vecchi suoni analogici al digitale, oppure suoni lo-fi che sono “sporchi” con dei suoni che hanno qualità maggiore.

Emanuele: Gli unici suoni elettronici, presenti nel disco, provengono da una tastierina da venti euro di un discount, che magari sono veramente di bassissima qualità, però sono super espressivi e si amalgamano perfettamente ai suoni acustici e a quelli perfettamente elettronici che sono puliti ma freddi.

Ne approfitto, subito, per chiedervi di raccontarci il momento in cui avete deciso di acquistare questa tastiera e quando avete deciso di dare “voce” a della frutta.

Emanuele: Era da un po’ che cercavo una tastierina con le casse incorporate che risultasse comoda per scrivere dei pezzi nei tempi morti e quando si è in viaggio. Un giorno sono andato a fare la spesa perché dovevo comprare mezzo chilo di patate e dei pomodori…

Paolo: Questo è importante! (ride)

Emanuele: …e c’era il reparto dedicato alle cianfrusaglie. C’era questa tastierina, edizione limitata, e l’ho presa. Non ho più preso le patate e i pomodori. (ridono)

Eugenio: La frutta, di cui parlavi tu, è un escamotage per raccontare a chi non sa cosa siano dei campioni musicali. Da un parte traduce il senso di “Natura Viva”, e quindi fa cantare la frutta, mentre dall’altra parte ci aiutava ad inserire dei suoni all’interno del tour che è, praticamente, acustico. Questa scheda bare conductive ha dei pin che si inseriscono nella frutta ed essendo la frutta conduttrice, trasmette il segnale. Quindi, se qualcuno tocca la frutta, fa arrivare il segnale alla scheda che fa partire il suono, scelto da noi, dalla cassa. Diventa divertente perché la gente, proprio come i bambini, capisce il significato del campione ed è esteticamente interessante.

Questo è stato un mood, se vogliamo, che è andato a “rinfrescare” il rapporto che avete con il pubblico, che è già solido da tempo. Oltre ai concerti, fate raduni in strada, organizzate pranzi/cene collettive.

Emanuele: Diciamo che ci viene naturale parlare con le persone che vengono a sentirti. Per farti un paragone: ad un instore abbiamo firmato per circa 80 persone e abbiamo impiegato circa due ore e mezza. L’organizzatrice ci ha spiegato che l’artista prima di noi, molto più famoso, ha firmato per 1200 persone in un’ora.

Paolo: A noi piace stare con la gente che viene a sentirci, anche per il tempo di una battuta.

Eugenio: Finché possiamo, cerchiamo di restituire in parte ciò che riceviamo. A noi non costa nulla e, anzi, è il motivo per cui lo facciamo.

La scrittura di questo disco, ma anche dei dischi precedenti, è una scrittura diversa da quella a cui siamo abituati da quello che ci viene offerto dal mercato musicale di oggi. E’ anche una scrittura difficile ma che riesce a catturare in quanto non noiosa. Magari vengono trattati temi già visti ma da un punto di vista diverso e particolare.

(ringraziano in coro)

Eugenio: Ti ringraziamo. I testi li scrivo io, generalmente, ma in questo disco “Altrove” e “Camera Mia” li ha scritto Lorenzo. Per quanto mi riguarda,  al liceo andavo veramente male in italiano. I miei voti oscillavano tra i 4 e i 5. Probabilmente già scrivevo canzoni quando facevo i temi in classe. Era venuto uno scrittore, nella nostra scuola, a parlare con noi ed io ne ero rimasto veramente affascinato. Dovevamo fare un tema su questo incontro ed io conclusi il tema con una frase ad effetto che mi faceva sentire un genio: “Conobbi un uomo che divenne scrittore, uno scrittore che conobbi uomo”. La prof mi mise 4 e scrisse “Ma cosa ti sei fumato?”

(ridono)

Eugenio: Questo, secondo me, fa capire l’importanza che io do alle cose che mi succedono e trasmettendola con le parole che uso, ingigantendole.

Credo siate l’unica band, con il nome composto dai cognomi dei membri, ad aver fatto uscire il loro primo album con il nome di Lorenzo (“Lorenzo Federici”); avete ottenuto numerosi premi e riconoscimenti; avete improvvisato un concerto per le carrozze di un treno Torino – Roma che portava un ritardo di 6 ore; il videoclip di “Giovani Illuminati” è stato il primo videoclip in Italia ad essere stato realizzato con la tecnica dell’hyperlapse; avete fatto parlare della frutta… Cosa dobbiamo aspettarci in futuro, da voi? E come saranno strutturati i live?

(ridono)

Paolo: è sempre più difficile. O regrediamo…

Eugenio: Per i live abbiamo tante idee: alcune eccentriche come quella della frutta ed altre minimali. Porteremo 4 schermi led sul palco, che non hanno una qualità eccelsa, ma ai quali faremmo fare delle cose cercando di stimolare il pubblico.

Lorenzo: Come nel disco, mescolare analogico e digitale con contenuti lo-fi.

Che poi la grafica è un altro contenuto importante del disco.

Eugenio: Sì, esattamente. La copertina del disco è stata realizzata da BR1, uno street Artist torinese, che realizza queste opere gigantesche, creando un effetto straniante in quanto si crea questo contrasto tra i contorni frastagliati della città e quello delle figure disegnate che sono invece netti, colorate con colori accesi e campiture piatte. L’idea sarebbe proprio quella di portare questi disegni ai live, appenderli ai muri del locale e lasciare che la gente li colori.

Come ultima domanda, vi chiedo: cosa direbbero gli Eugenio in Via Di Gioia, di “Natura Viva”, agli Eugenio in Via Di Gioia, di “Ep Urrà”?

GRAZIE! (in coro)

Emanuele: Grazie per averci creduto fino in fondo!

Eugenio: Grazie che ci avete creduto. Quando parti dall’inizio, devi essere un folle per crederci. Vedevamo gli artisti, che erano ad un passo da noi, farcela e pensavamo “cavolo, ci sono riusciti. Ora vivono di questo!”

Emanuele: E non si arriva mai!

Paolo: Dobbiamo ancora lavorare tanto. Bellissima domanda, comunque, veramente.

Emanuele: Ad “Ep Urrà” ci siamo proprio affezionati. Registrato in tre giorni ma è comunque super potente.

Paolo: E quei brani li portiamo ancora sul palco perché fanno parte della nostra storia.

 

 

 

Cesare Cremonini sta per tornare con un nuovo album

17156263_10154352560385222_181966765314520509_nA volte ritornano… finalmente ritornano!

A tre anni dal suo ultimo album “Logico”, Cesare Cremonini ha annunciato l’arrivo di un nuovo lavoro, frutto di una lunga esperienza in studio.

Il 24 novembre 2017, infatti, uscirà il sesto attesissimo album del cantautore bolognese. Il disco è stato annunciato dall’artista stesso sui suoi canali social, che lo ha presentato come il più delicato lavoro di scrittura e composizione di tutta la sua carriera. In questi mesi inizierà la fase di registrazione e mixaggio del materiale creato.

Per questo motivo giorno dopo giorno sul profilo Instagram del cantautore appaiono misteriosamente foto, a forma di puzzle, che componendosi andranno a formare la copertina del disco. Il titolo è ancora top secret, ma siamo sicuri che a breve il caro Cremonini ce ne farà sapere di più.

Nell’attesa riascoltiamoci un grande classico del cantautore bolognese: