16Gang: “La nostra trap dance è come un film dal finale aperto”

Di Alessio Boccali
16Gang_ph. credits Luca D'Amelio

ph. Credit: Luca D’Amelio

La 16Gang è composta da Pasquale Bello in arte “Skelotto” e Antonio Santarcangelo in arte “Weegly”, e di recente dal produttore, anche lui giovanissimo, ROX.  I ragazzi del collettivo, scoperti da Angelo Calculli di Mk3 e da Giuliano Saglia di Red Music, hanno le idee ben chiare in testa e ora che hanno da poco firmato con la Elektra Records, del direttore artistico Achille Lauro, sono pronti a “spaccare” con il loro flow senza filtri. “SnitchDance”, il loro ultimo singolo sta spopolando ovunque, specie tra  più giovani; a riconferma dello stretto legame tra questi ultimi e la trap.

 Ciao ragazzi, parlatemi di come nasce “SnitchDance”. È il vostro biglietto da visita?

Ciao! Il brano “SnitchDance” è frutto della sperimentazione di diversi sound da parte del nostro producer Rox ed è arrivato nel momento giusto, in quanto si inserisce perfettamente nell’ondata di successo della trap dance. Quando Rox ci ha presentato per la prima volta il beat dal quale è nata poi “SnitchDance”, non lo abbiamo subito apprezzato per via del sound davvero nuovo per noi. Successivamente, lavorandoci tutti insieme siamo riusciti a ricavarne una traccia perfetta. Più l’ascoltavamo, più iniziavamo a intuire che questo sound, così all’avanguardia, avrebbe potuto funzionare. “SnitchDance” non è ancora il nostro biglietto da visita: come detto, ha un sound totalmente nuovo, molto distante rispetto ai nostri brani precedenti. Trattandosi di una novità, siamo certi che i nostri ascoltatori non riusciranno facilmente a prevedere la nostra prossima mossa (sorridono, n.d.r.).

La vostra gang, la vostra traphouse sembra quasi un Fight Club, con le stesse regole d’onore per farne parte. Me ne parlate un po’ (per quello che potete…)? Come nasce, cosa significa per voi, quali sono i requisiti per avvicinarsi alla gang…

La prima regola della traphouse è non parlare della traphouse (ride). Noi veniamo da una zona dove le persone sulle quali puoi davvero contare e di cui puoi fidarti sono poche. Siamo cresciuti con una cerchia ristretta di amici e ancora oggi sono gli stessi. Nella traphouse entra solo chi fa parte della squadra; è il nostro luogo di culto (e studio di registrazione), dove nasce la nostra musica (dalla scrittura all’incisione), dove siamo liberi di esprimere la nostra arte e creatività. Per poter entrare, il requisito fondamentale è far parte della squad, e, attualmente, la squad non ha bisogno di nuovi personaggi.

Cover Snitchdance

Da film a film, il video di “SnitchDance” è ispirato a Pulp Fiction e in particolare all’episodio con la “ventiquattrore misteriosa”, che è diventato iconico nella storia del cinema e non solo. Come mai questo rimando e qual è il collegamento che avevate in mente con la vostra musica?

Il video di “SnitchDance” ha preso spunto da capolavori della storia del cinema, come “Pulp Fiction” e non solo. Infatti, nel video troviamo chiari riferimenti anche ai film “Paura e delirio a Las Vegas”, “Scarface” e “Prova a prendermi”. Il rimando all’episodio di “Pulp Fiction” con la “ventiquattrore misteriosa” è frutto della creatività del videomaker Davide Masciandaro, che ha curato concept creativo e realizzazione del video. Nello specifico, la valigetta è il motore del video, l’elemento che crea la narrazione e la porta avanti, collega le varie scene e contribuisce a creare suspance e un alone di mistero nello spettatore, che viene quindi invogliato a proseguire la visione. La ventiquattrore nel film “Pulp Fiction” ha una potenza enorme, è il motore fittizio della trama del film, in quanto dimostra la forza del linguaggio cinematografico, che può mostrarci determinate cose, ma può anche decidere di nascondercele, facendo lavorare la nostra immaginazione. La nostra musica contiene elementi che lasciano libera interpretazione all’ascoltatore, pensa in “SnitchDance” al discorso creato attorno alla traphouse, di cui ti abbiamo appena parlato. Quindi, disseminiamo nella nostra musica e nella nostra comunicazione tanti elementi (la traphouse, la gang…) che hanno potenza comunicativa equivalente alla valigetta misteriosa di “Pulp Fiction”.

L’essenza dell’artista trap passa anche dalla moda; quant’è importante per voi il vostro vestire? Rappresenta una sorta di marchio di appartenenza?

Nella trap, molto più che nel rap l’immagine ha acquistato un valore immenso. Quando parliamo di potenza dell’immagine, intendiamo soprattutto la moda, intesa come il modo di vestire e di indossare determinati marchi importanti. Noi siamo sempre stati appassionati di marche, vestiti e quant’altro e la trap è proprio il mondo ideale dove poter sfoggiare il nostro outfit. Senza dubbio è la musica che parla, sempre e comunque, ma la moda e gli outfit sono parte della nostra comunicazione quindi più che marchio di appartenenza, sono il nostro marchio. Ci piace avere uno stile tutto nostro ed essere riconoscibili per questo.

16Gang

Siete nel team di Elektra Records, sotto la direzione artistica di un’artista come Achille Lauro, tra i protagonisti di una vera e propria rivoluzione moderna nella nostra musica, rivoluzione che ha dato più spazio anche al vostro genere musicale. Bella responsabilità?

Assolutamente, enorme responsabilità! Siamo contentissimi e molto orgogliosi della chiamata ricevuta da Elektra Records. Crediamo davvero in quello che facciamo, dal primo giorno. Per noi, non si tratta solo di fare musica trap, bensì di avere un determinato stile di vita. Non potevamo chiedere di meglio che avere Achille Lauro come direttore artistico: l’artista più rivoluzionario degli ultimi anni, che ha cambiato in molti il pensiero e il modo di vedere questo tipo di Musica. Ed è riuscito a portarla a livelli mai raggiunti prima. A lui, sentiamo di dovere tanto.

Il beat del pezzo spopolerà su Tik Tok, che rapporto avete coi social?

Prima del lancio di “SnitchDance” non avevamo mai usato Tik Tok, ma usavamo molto Instagram, sia i nostri profili personali, sia il profilo 16gang, per raccontare la nostra musica e la nostra quotidianità (ci piace mostrare ai nostri follower la nostra vita fuori dallo studio di registrazione). Poi abbiamo capito il potenziale della piattaforma, anche per dialogare con un pubblico giovanissimo, quindi siamo approdati anche su Tik Tok. Siamo davvero felici che il sound di “SnitchDance” stia spopolando su Tik Tok, è un successo inaspettato. Guardiamo i video dei vari creators, che ci divertono molto, e ci teniamo a condividerli sul nostro account Instagram per avere un dialogo diretto coi nostri fan. Quindi ragazzi, seguite 16gang su Tik Tok e continuate a usare il sound di “SnitchDance” nei vostri video.

Progetti futuri: singoli, disco…?

Stiamo sempre nella traphouse, al lavoro, alla ricerca di nuovi sound, alla sperimentazione continua. Potremmo riempirvi le casse di musica per un giorno intero da quanto produciamo, ma la prossima mossa ve la facciamo solo immaginare (ridono, n.d.r.).  Un bacio a tutti i lettori di Musica Zero Km!

 

NIGHT SKINNY

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Storia di “Mattoni” e di un documentario, che bisognerebbe girare, sulla nascita di un disco

di Alessio Boccali

Un ritorno atteso celebrato dalle strofe dei “migliori sulla piazza” rap nostrana. NIGHT SKINNY, all’anagrafe Luca Pace, ha messo su un progetto “artigianale” molto personale, destinato a diventare un prodotto di culto. Nonostante, già dal primo ascolto, sia ben chiara l’attenzione alla qualità del progetto e non ai numeri che potrà collezionare – come confermato dall’artista stesso durante l’intervista –, nella prima settimana di uscita l’album si è stabilito al primo posto delle classifiche ufficiali FIMI/GfK top album e vinili.

 Ciao Luca, possiamo considerare “Mattoni” un ideale sequel del tuo precedente lavoro “Pezzi”?
Esatto. “Pezzi” era una raccolta di brani creati nel tempo e quando decisi di pubblicarlo l’avevo immaginato come una mia compilation. “Mattoni”, più o meno, è lo stesso: è un “best of” di tutti i pezzi che avevo pensato; i 16 che sono in tracklist sono quelli più solidi, proprio come dei mattoni.

Ma questi mattoni sono più una costruzione o una costrizione, quasi un peso che volevi toglierti?
Voglio essere molto sincero, ho iniziato a lavorare seriamente a questo album un anno e mezzo fa. Dopo quattro mesi di lavoro mi sono accorto che stava venendo fuori un disco trap e la cosa non mi andava bene: in giro è pieno di lavori trap fatti da produttori più giovani e più sul pezzo di me, io volevo fare altro. Volevo fare un disco rap e me ne resi conto durante un viaggio a New York con Noyz e Luchè. Fare un disco del genere in questo momento è mandare un messaggio ai più giovani che si stanno avvicinando allo stile urban negli ultimi anni. Non ho nulla contro la trap, ci sono anche nel disco degli episodi e degli artisti trap, ma sentivo l’esigenza di correre dei rischi e di inserire nel disco, ad esempio, dei sample, cosa che in un disco di una multinazionale è molto difficile fare. Eppure, ci sono riuscito e nel disco puoi trovare dai sample di EDM anni ’90 a sample di musica soul: insomma roba importante. In definitiva, “Mattoni” è stato sicuramente una costruzione ideale fortemente voluta.

All’interno del disco le strofe di Noyz Narcos, Marracash, Capo Plaza, Guè Pequeno, Fabri Fibra, Rkomi, Luchè, Ernia, Quentin40, Tedua, Lazza, Ketama126, Side Baby, Speranza, Shiva, Franco126, Izi, Jake La Furia, Taxi B, Madame, Vale Lambo, Lele Blade, CoCo, Geolier, Chadia Rodriguez e Achille Lauro.

Quindi è come se tu abbia voluto porre delle nuove fondamenta per il rap nostrano: ti ha aiutato la ritrovata importanza data al ruolo del producer nella scena musicale italiana di oggi?
Beh, di sicuro la situazione del producer in Italia è di gran lunga migliorata. Da quando sono comparsi sulle scene artisti come Sfera, Ghali, Tedua, Izi… ognuno ha cercato di portarsi dietro il proprio producer dando di fatto risalto anche alla figura di questi professionisti. Riconosco che è stata una rivoluzione molto importante, nonostante a me non piaccia molto stare sotto ai riflettori. Nasco come ingegnere del suono per poi diventare producer e nonostante stia comunque sempre in giro con Rkomi, con Noyz… questo momento di “celebrità”, tutta questa attesa che si è creata con l’uscita di questo album, mi han messo un po’ di ansia.

Attesa fomentata anche dalla fiducia che gli artisti che hai coinvolto in questo progetto ti hanno dimostrato sui social…
Sì, su Instagram è successo il bordello e questo mi carica e allo stesso tempo mi mette ancora più agitazione. Ho portato sul mio “tappeto” artisti come Guè Pequeno, Fabri Fibra, Achille Lauro, Luchè, Noyz… e vorrei citarli tutti, che tra di loro non avevano mai collaborato o da chissà quanto tempo che non lo facevano più, ho coinvolto una ragazza giovane come Chadia Rodriguez che apparentemente sposa un immaginario diverso dal mio eppure è venuto fuori un gran connubio. Poi dei numeri non mi è mai interessato sinceramente, sono convinto di aver fatto un disco che potrà diventare di culto. Un disco di grande qualità, il frutto di una ricerca continua. Non ho pensato a questo album come un insieme di potenziali singoli/hit, Il vero successo di “Mattoni” sarà regalare delle emozioni nel tempo.

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Eppure, oggi sembra che tanti artisti vivano più di singoli…
Se fai un disco pensando di fare 10, 20 singoli… fai una schifezza. Io ho sempre pensato di mettere su un progetto che fosse simile agli album che più amo. Non ho avuto imposizioni, ho scelto io chi coinvolgere nel progetto, ho invitato tutti gli artisti nel mio studio. Non mi piacciono i singoli, soffro il fatto che una possibile uscita anticipata di un mio pezzo possa dare un’idea sbagliata dell’album che poi lo conterrà. Ho preferito continuare a curare ogni brano come un prodotto artigianale. Poi certo, sarà molto difficile replicare un lavoro del genere e al 99% “Mattoni” non avrà un seguito, perché dietro di sé ha un lavoro davvero enorme; pensa solo alla fatica di contattare tutti gli artisti coinvolti, mantenere il rapporto con loro e con le varie etichette e i vari management: in situazioni del genere basta davvero un niente, un cambio di etichetta ad esempio, per rischiare di mandare al diavolo mesi e, a volte anni, di lavoro. Oggi sono in sintonia con tutti, evidentemente si sono allineati dei pianeti per far nascere questo progetto, ma le cose sono sempre in continuo cambiamento. Tanti non la capiscono questa cosa: mi chiedono perché non ho inserito quello piuttosto che quell’altro artista in “Mattoni”. Ma il disco è mio e bisognerebbe girare un documentario su come nascono i dischi, sul lavoro certosino del producer.

FRENETIK

Frenetik e l’artigianato musicale.

di Manuel Saad

Daniele Mungai, in arte Frenetik, del duo Frenetik&Orang3, è un produttore romano, polistrumentista e da poco è diventato il direttore artistico dell’etichetta Asian Fake che sta prendendo piede nel panorama discografico italiano.
Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare cosa c’è dietro le quinte.

Cosa vuol dire essere produttori e come ci si diventa?

Per noi, essere un produttore è come essere un sarto. Mettere le tue capacità musicali a servizio di un progetto, per farlo sembrare più bello possibile. Questa è, sicuramente, la sfida che ti porta avanti.
Io nasco come batterista e suono la chitarra da quando sono piccolo. Suonare uno strumento non mi ha mai dato soddisfazione rispetto ad un qualcosa di finito e arrangiato. La voglia di sentire un prodotto creato da me, o con Orang3, è sempre stata più forte di tutto. È un po’ come chi modella la creta: un artigiano.

Attraverso Internet, tutti possono cimentarsi in svariati settori. In campo musicale, ti è capitato di riscontrare una sorta di “prepotenza” da parte di chi non ha un background corposo?

Succede molto spesso questa cosa. Molto probabilmente è successo anche a me, sai?
È giusto accorgersene, perché quando vedi che qualcuno fa qualcosa molto meglio di te e pensi di essere “arrivato”, ritorni con i piedi per terra. Se continui tutta la vita a fare finta di saper fare una cosa, arrivi al punto in cui la gente se ne accorge.

Cosa può farti capire, realmente, che stai andando nella giusta direzione?

Diciamo che una connessione tra riscontri oggettivi e uno studio continuo di quello che si fa, in generale nella vita, deve esserci. In questo mondo, oltre che essere umile, devi sapere cosa sai fare, cosa non sai fare e cosa sei bravo a delegare.
In ambito musicale, questa “prepotenza” di cui parli c’è eccome.
Prima per fare un disco, se non avevi un certo numero di soldi per poter andare in uno studio, non potevi fare nulla. Ora con un computer, una scheda audio e un microfono puoi registrartelo direttamente a casa.

Intervista Frenetik 1

Insieme ad Orang3, vi siete espansi a macchia d’olio nella scena rap romana e non, per arrivare poi a Sanremo con un pezzo “rivoluzionario”, se vogliamo.

Rivoluzionario se vogliamo esagerare, ma sicuramente non è stata la classica sanremata.
Solitamente nel periodo di produzioni per il festival c’è sempre la rincorsa alla hit sanremese, ma in questo caso, il direttore artistico ha scelto un brano che esisteva già da un anno e mezzo e questo ci ha reso molto felici.

Com’è nata “Rolls Royce”?

Circa un paio di anni fa. Prendemmo una villa al Circeo in cui abbiamo passato circa due mesi, allestendo due, tre studi, per vivere un’esperienza immersiva di scrittura e composizione.
“Rolls Royce” è una sorta di inno a ciò che si ambisce di più nella vita, “una rivalsa sociale” di ragazzi che provengono da quartieri disagiati e che si ritrovano a fare soldi grazie al loro talento.

Il vostro album, “Zerosei”, è un gioco inverso: gli artisti si sono adattati alle vostre regole.

Sì, in un certo senso, l’ago della bilancia l’abbiamo fatto pendere verso di noi. Ci piace molto fare musica e quando ti ritrovi a farla con i tuoi amici, riesci a condividere tutti quei momenti magici che poi ti portano a bei risultati. Siamo molto di più per una session in studio, stare insieme e capire insieme.  La musica è condivisione, no?

Tu ed Orang3 state lavorando a qualcosa?

Ci siamo fermati un attimo a livello di produzioni. Stiamo lavorando in studio a tante cose. C’è stato uno “Zerosei”, ci sarà sicuramente un seguito.