LEGION: episodio 01×04 – La recensione

Legion-Chapter-4-2

Il tratto distintivo della serie televisiva ideata da Noah Hawley è principalmente uno: se ne frega. Se ne frega di spiegare allo spettatore qualsiasi cosa, lasciandolo a ricomporre i pezzi che gli sono stati dati. Se ne frega della storia, preferendo mantenere una narrazione sconnessa ed esteticamente unica. Se ne frega dei collegamenti con il materiale originale, intraprendendo una visione slegata dall’universo cinematografico degli X-Men. Se ne frega persino di ribadire tramite una sigla iniziale la propria identità, tanto che in questa quarta puntata il logo “Legion” dura meno di un secondo. Tuttavia, Legion può permettersi tutto questo senza stonare, perché la sua estetica continua ad essere così immediatamente riconoscibile e originale da rendere questa serie diversa da qualsiasi altra che abbiate mai avuto modo di vedere.

oliver-bird-maxw-654

La quarta puntata si apre con un uomo vestito di bianco che parla direttamente alla telecamera: scopriremo più avanti che si tratta del marito di Melanie Bird, Oliver, intrappolato in un piano astrale e che qui ci introduce all’episodio con un monologo che parla della dualità della natura umana, tra empatia e paura.

La dualità è anche il tema di fondo di tutto questo episodio, come anche forse dell’intera serie: è presente nei personaggi di Cary/Kerry, che condividono lo stesso corpo e che provano allo stesso tempo le stesse sensazioni; è presente nella psiche frammentata di David, che confonde realtà e allucinazione;  emerge infine più che mai, soprattutto, nella narrazione di questo episodio, in cui è evidente il contrasto tra quello che avviene nel mondo reale e quello che invece è solo una proiezione illusoria. Per buona parte della puntata, infatti, siamo nel mondo reale, dove seguiamo Syd, Ptonomy e Kerry indagare su cosa sia successo realmente a David prima del suo arrivo al Clockworks, in una ricerca che li condurrà fino al dr.Poole, psichiatra che aveva in cura il ragazzo: David, nel frattempo, si ritrova ancora addormentato dopo gli eventi dello scorso episodio, immerso nel tentativo di scappare dal labirinto autoimposto dalla sua stessa mente e dalle visioni che lo perseguitano.

legion-670x376

Dopo alcune puntate dove le location erano restate abbastanza statiche, concentrandosi sulla mente del giovane mutante, la narrazione di questo “Chapter 4” si fa infatti molto più dinamica e corale, con alcune sequenze di azione decisamente inaspettate. In aggiunta, arrivano anche i primi chiarimenti: scopriremo nel corso dell’episodio che il cane che compare nei ricordi di David in realtà non è mai esistito, così come che Lenny (l’amica di droghe di David) in realtà era un uomo grassoccio, Benny. Sono allora proprio queste le cose che fanno arrivare la conferma di quello che gli spettatori più attenti avevano già subodorato: quasi tutto quello che abbiamo avuto modo di vedere nei ricordi del ragazzo è finto, o perlomeno totalmente distorto.

Ma allora quanto di quello che abbiamo visto è vero, e quanto è invece una proiezione mentale o una modificazione operata dalla mente di David? Ancora non lo sappiamo, e nemmeno è detto che ci verrà data una risposta. Legion se ne frega anche di darne una e tutto quello che abbiamo, invece, sono delle idee e delle immagini da incastrare tra piani astrali, temporali, mentali diversi. Per adesso però è tutto talmente divertente che c’è da dire che alla fine, delle risposte, ce ne freghiamo un po’ anche noi.

legion

Ligabue: Il Made in Italy fa tappa a Livorno, la recensione

Dopo esser stato costretto a rimandare la partenza del Tour a causa di alcuni problemi di salute alle corde vocali, Liga arriva finalmente al Modigliani forum, per il primo dei due appuntamenti livornesi programmati per venerdì 10 e sabato 11 Marzo, sono solo due delle oltre 50 date previste dal Made in Italy Tour 2017 che lo terranno occupato fino a fine maggio.

ligabue livorno 2

Ph. Matteo Gistri

Il tour prende il nome dal suo ultimo album, pubblicato il 18/11/2016 e preceduto dai singoli estratti G come giungla e Made in Italy. Basta scrutare le reazioni del pubblico per capire che probabilmente ancora non è stato metabolizzato come si deve. Tutta via il caro buon vecchio Liga sa come far decollare la festa, ed emozionare le anime dei devoti. Infatti sa benissimo che può contare su tutti quei pezzi che hanno segnato intere generazioni e caratterizzato il panorama musicale italiano. La particolarità di Ligabue sta nel suo modo di rivolgersi al pubblico, con semplicità, quasi come se volesse eliminare tutte quelle barriere che ci sono tra lui e la platea ed andare a far parte di esso; è la sensazione che ti avvolge quando a metà concerto prende Poggipollini e il resto della band, per trasferirsi in cima alla passerella del palco, per cimentarsi in una fantastica versione acustica di Lambrusco e pop corn, unendo tutti nella semplicità della musica e regalando un momento unico e ricco di profondità. In seguito afferra il toro per le corna cantando sulle note ruggenti di Happy hour, fino a traghettarci in dietro nel tempo con le dolci sonorità di Piccola stella senza cielo. Il finale è scontato, ma riesce a toccarti nel profondo con Certe notti e quel vizio che non vuol smettere, smettere mai. Ed è così, che con un vortice di emozioni contrastanti, ma allo stesso tempo che viaggiano in simbiosi tra loro, non poteva e potevamo che concludere Urlando contro il cielo

 

 

La recensione di “Pace” di Fabrizio Moro

copertina-album-Pace_Fabrizio-Moro_b-e1487885110698

GENERE: Cantautorato, Elettrocantautorato, Rock
DATA DI USCITA: 10.03.2017
LABEL: RCA Records Label
ARTISTA: Fabrizio Moro
TITOLO: Pace
TRACCE: 11
VOTO: 4.5 / 5

Fabrizio Moro è un artista coraggioso, un innovatore e canzone dopo canzone, album dopo album lo sta ampiamente dimostrando. Certo, il suo stile è oramai inconfondibile, la sua penna è una delle più mature ed emotivamente potenti del panorama italiano, eppure le sue capacità di giocare con la musica, di mutare genere e sonorità stupiscono sempre.

Il nuovo album Pace è un’ulteriore dimostrazione di questa teoria e Sono anni che ti aspetto, il primo singolo che ha anticipato l’uscita dell’album e che Fabrizio ha già eseguito nell’ultimo tour nei palazzetti, ci aveva già messi sulla buona strada per notare questo mutamento.

Eppure il singolo sanremese Portami via e Pace, anch’essi ascoltabili da prima dell’uscita dell’album, avevano provato ad ingannarci, ricordandoci le classiche e meravigliose ballad del cantautore romano. Da Fabrizio Moro però ci si aspetta sempre di più e le attese di un qualcosa sempre più stupefacente sono state ripagate!

Lo si intuisce subito dalla seconda traccia del disco, che si apre con la già sopracitata Pace. Tutto quello che volevi, la seconda traccia dell’album appunto, è un brano che parla del sempre più forte bisogno di certezze e consapevolezze e che nelle sonorità strizza l’occhio all’elettronica; non semplice pop elettronico, sia ben inteso, bensì un elettrocantautorato con sfumature di rock. Stesso discorso “sonoro” per Giocattoli, un pezzo dedicato alla nostalgia dell’infanzia con un ritornello che fa “Quanti anni hai stasera? Io ne ho tre…” e che vi entrerà immediatamente in testa. Anche Semplice segue la stessa falsariga elettronica, alternando al ritornello un parlato che nelle strofe sembra quasi un rap; un inno super-radiofonico al non complicarsi la vita.

I due pezzi successivi, ovvero il brano sanremese Portami via e La felicità, sono due meravigliose ballad in pieno stile Moro. La sua voce graffiante ed emozionante è inconfondibile e rende ancora più efficace la potenza comunicativa dei suoi testi.

L’essenza, la settima traccia dell’album, è il pezzo più rock di Pace, mentre con la successiva Sono anni che ti aspetto si torna di nuovo sulla strada dell’elettrocantautorato. Percorso seguito alla grande anche dalla più “leggera” Andiamo (impossibile non ballarla).

Gli ultimi due pezzi infine, ci riportano allo stile cantautorale puro. In particolare È più forte l’amore è una bellissima dedica all’amore universale, quel sentimento che non conosce ostacoli di nessuna natura (sesso, razza o religione); un duetto con Bianca Guaccero, che vuole testimoniare la grandezza del sentimento più bello e, fortunatamente, ancora più diffuso al mondo. Intanto, l’ultima traccia di Pace, invece, è un invito a non farsi travolgere dalla fugacità del tempo approfittando, in ogni momento, della bellezza di tutto ciò che avviene nel “frattempo”, nell’attesa di qualcos’altro.

Un album fortemente radiofonico, che ascolteremo e riascolteremo con grande piacere.

La luce sugli oceani – La recensione in anteprima (senza spoiler)

La luce sugli oceani (The light between the oceans) di Derek Cianfrance. Con Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz. Prodotto da Heyday Films, Reliance Entertainment, DreamWorks SKG, Participant Media. Distribuito da Eagle Pictures. Uscita in Italia: 8 Marzo

la-luce-sugli-oceani-michael-fassbender-alicia-vikander-trailer-italiano-ufficiale-2-hd-1200x630

Il melodramma è un territorio estremamente rischioso, ma ciò poco importa a Derek Cianfrance, 41enne regista americano, che torna a raccontare per la terza volta una storia di una coppia posta di fronte a duri eventi da superare: dopo l’apprezzato Blue Valentine (2010) e The place beyond the pines, in Italia Come un tuono (2012), La luce sugli oceani è invece un dramma storico di cui già le premesse non sono estremamente incoraggianti.

Tratto dal romanzo di M.L. Stedman, “The light between the oceans” è una storia strappalacrime che si ambienta dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, su un’isola australiana apparentemente dimenticata da Dio e dagli uomini. Qui Tom (Michael Fassbender), eroe di guerra, sarà il nuovo custode del faro e, nonostante abbia deciso di vivere questa vita di isolamento forzato per sfuggire dal doloroso ricordo della guerra, troverà inaspettatamente anche l’amore negli occhi della dolce Alicia Vikander.

La-Luce-sugli-oceani

Accolto abbastanza freddamente dopo la presentazione allo scorso Festival di Venezia, se questa storia dovrebbe cercare nell’alchimia e nell’empatia per i due protagonisti il suo punto di forza si trova invece proprio qui il primo problema: da una parte il camaleontico Fassbender è in evidente disagio per tutta la pellicola, e dall’altra anche il personaggio interpretato dalla Vikander risulta più antipatico che altro, schermando qualsiasi possibilità di commiserazione da parte dello spettatore per il dolore della donna.

Il problema più grande della pellicola si trova però soprattutto nella generale messa in scena: le onde del mare, i primi piani sui protagonisti addolorati e sui loro pensosi e languidi sguardi, la colonna sonora da drammone composta da un poco ispirato Alexander Desplat, sono tutti fattori che creano un prodotto così classico e prevedibile da risultare anacronistico sia nella storia che nello stile. In aggiunta anche la durata della pellicola non aiuta, dando la sensazione di trascinarsi stancamente per tutta la sua parte centrale, per poi avere una soluzione finale inspiegabilmente frettolosa.

La-luce-sugli-oceani-3-650x300

Forse l’unica cosa che si salva sono le location, già di per sé incredibili ma dietro le quali il regista si scherma un po’: le condizioni atmosferiche tempestose rispecchiano abbastanza bene il tormento emotivo dei protagonisti, ma finiscono per essere più efficaci delle interpretazioni stesse.

Insomma, viene proprio da chiedersi come sia possibile che si sia sentita l’impellente necessità di adattare su schermo una storia così classica, in una maniera altrettanto canonica: le melassose pose da quadro vittoriano e gli insistenti tramonti sembrano provenire direttamente da un cinema antico, di cui sinceramente non se ne sente più il bisogno. Il risultato finale è quindi una pellicola vecchia come il target a cui si rivolge, composto principalmente da appassionate lettrici di romanzi rosa dal fazzoletto facile.

LEGION: episodio 01×03 – La recensione

legion

La terza puntata di Legion si apre con una scena che vede la dottoressa Melanie Bird, a capo di Summerland, dialogare con una macchina del caffè futuristica che racconta alla donna la storia giapponese della ragazza- gru, Tsuru no Ongaeshi: un taglialegna e la moglie salvano una gru da una trappola e ricevono, subito dopo, la visita di una giovane donna vestita di bianco. La ragazza si ferma dai due coniugi e li convince ad acquistare un telaio, con il quale provvederà a cucire dei vestiti che i due poi potranno vendere, in modo da sdebitarsi della loro ospitalità. La regola da non infrangere è una sola: mentre ella lavora, i due non la dovranno mai guardare. Chiaramente, la promessa fatta verrà presto infranta e la ragazza verrà rivelata per quello che realmente è, ovvero la gru che poco prima i due avevano salvato: a causa della curiosità dei due, ella volerà lontano senza mai più ritornare.

ch_103_0029

La curiosità può essere spesso controproducente, è il chiaro messaggio della storia fornita dalla saggia macchinetta del caffè, e sarà proprio la curiosità nei confronti della mente di David Haller il fattore che metterà in pericolo l’intera combriccola di personaggi di Legion. Anche questa puntata infatti, come la precedente, si svolge interamente con Ptonomy, Melania Bird e la dolce Syd che continuano ad indagare sulla memoria del potentissimo mutante: ad un incremento continuo dei flash che David ha della sorella imprigionata e interrogata, corrisponderà una parallela necessità di capire la portata e l’entità dei suoi poteri prima che essi possano essere controllati.

Come i personaggi continuano imperterriti a voler esplorare la mente di David, fino anche a venirne imprigionati all’interno, così anche lo stile visivo e narrativo della serie cambia poco o niente rispetto alla puntata scorsa: se la struttura di Summerland comincia un po’ a stancare soprattutto a causa della monotonia delle location, quando veniamo catapultati nella mente del mutante la serie mantiene i suoi altissimi standard qualitativi. La trama orizzontale infatti è anche qui praticamente inesistente, lavorando più che altro sul groviglio di sensazioni e riferimenti confusi della labirintica mente del mutante e mantenendo una narrazione estremamente compatta ed efficace: i giochi di montaggio si alternano a continui cambi del taglio d’inquadratura,  con uno stile riconoscibilissimo e unico.

legion-01x03

In aggiunta, in questa puntata la serie viene contaminata anche da con fortissime tinte horror: in attesa di scoprire chi (o cosa) sia il terrificante “Demone dagli occhi gialli” che infesta la mente del povero David, dai suoi ricordi emerge anche un’altra figura a tormentare i tre esploratori della mente. Si tratta di un pupazzo dalla testa gigante (e dai tratti un po’ hitleriani) che sembra essere uscito direttamente dal macabro libro della buonanotte che veniva letto  ogni sera al piccolo David dal padre, la cui identità ci è ancora ignota.

legion-1-03-chapter-3-angry-boy

Se questa inedita svolta horror funziona alla grande, c’è da dire che viene naturale chiedersi quanto ancora la serie ideata da Noah Hawley reggerà questo tipo di narrazione che tanto indaga sul passato del protagonista, quanto fa progredire quasi per nulla la storia principale. David è un teleporta? È un telecineta? Un telepate? Quanto è potente realmente? Cosa è successo nel suo passato? Cosa, di quello che stiamo vedendo su schermo, sta accadendo realmente e cosa invece è solo una sua allucinazione? Ancora sono molte le domande alle quali la serie dovrà rispondere: fatto sta che noi da questo labirinto mentale ancora non riusciamo a uscire.

legion-episode-3-review-angry-boy

Legion è una serie televisiva ideata e prodotta da Noah Hawley, trasmessa negli Stati Uniti dall’emittente via cavo FX dall’8 Febbraio 2017 e che in Italia va in onda ogni lunedì su Fox. Interpreti: Dan Stevens, Rachel Keller, Aubrey Plaza, Bill Irwin, Jeremie Harris, Amber Midthunder, Katie Aselton, Jean Smart. Una produzione Marvel Television, FX Productions, 26 Keys Productions

Kong: Skull Island – La Recensione in anteprima (senza spoiler)

Kong: Skull Island, diretto da Jordan Vogt-Roberts. Cast: Tom Hiddleston, Samuel L. Jackson, Brie Larson, John Goodman, John C. Reilly, Toby Kebbell. Prodotto da Legendary Pictures e distribuito da Warner Bros. Pictures. Uscita nelle sale italiane: 9 Marzo

coverlg_home

È in uscita nelle sale italiane il 9 Marzo il secondo film appartenente all’ormai dichiarato universo condiviso dei mostri giganti, il MonsterVerse, che segue il Godzilla del 2014 diretto da Gareth Edwards.

Come il film del lucertolone, anche questo Kong: Skull Island è stato diretto da un regista semisconosciuto, Jordan Vogt-Roberts, a cui (nonostante avesse alle spalle solo una piccola pellicola indie) è stato affidato il budget stellare di questo reboot: quello a cui tiene Roberts è però mettere subito in chiaro, sin dall’inizio del film, la volontà di intraprendere una strada totalmente diversa rispetto alle varie versioni di King Kong che abbiamo in passato visto su schermo.

Questa grossa differenza si vede già a partire dal setting: dopo un’efficace sequenza di apertura ambientata durante la fine della Seconda Guerra Mondiale, che fa un po’ da prologo al film, veniamo catapultati nell’epoca in cui il resto della pellicola sarà ambientata, gli anni ’70. In questo salto cronologico l’associazione governativa M.O.N.A.R.C.H. (già vista proprio in Godzilla), guidata da John Goodman, decide di andare ad esplorare un’isola incontaminata a sud del Pacifico, l’Isola dei Teschi, da sempre rimasta fuori dalle mappe e ora finalmente trovata grazie a nuove foto satellitari. Gli scienziati saranno accompagnati da un gruppo di soldati guidati da Samuel L. Jackson, un comandante dei marines desideroso di rivincita dopo aver abbandonato la guerra contro i “Charlie”, dal cacciatore britannico Tom Hiddleston (vestito come Nathan Drake di Uncharted) e  da Brie Larson, una fotografa in cerca di nove avventure.

coverlg_home-1

A sostituire la classica ambientazione degli anni ’30, quindi, è proprio la gustosa estetica dei Seventy’s a farla da padrone: oltre ai numerosi rimandi alla guerra del Vietnam e ai suoi soldati in perenne ricerca di un’altra battaglia da combattere (alcune scene sono un chiaro omaggio ad Apocalypse Now), anche la colonna sonora pompa canzoni rock di quell’era, da Down on the Streets dei The Stooges fino a Run Through the Jungle di John Fogerty,  in una maniera che per fortuna ricorda più i Guardiani della Galassia che Suicide Squad (nel quale le canzoni sembravano inserite un po’ forzatamente).

Il tono del film è molto diverso anche dalla pellicola con la quale Kong: Skull Island condivide lo stesso universo: se Godzilla era abbastanza serioso e la sua estetica puntava a toni cupi e a colori tendenti al grigio e al bluastro, qui invece ci troviamo davanti ad un tripudio di rossi, arancioni e colori saturissimi che ricordano molto Mad Max Fury Road, così come non mancano parecchie battute e dialoghi divertenti. In aggiunta, se in Godzilla gli uomini erano protagonisti tanto quanto il lucertolone (comunque al centro di alcune sequenze di distruzione mozzafiato), qui il protagonista indiscusso è Kong, unico vero personaggio della pellicola a cui è riservato anche un po’ di background. I personaggi di cui abbiamo parlato, infatti, rimangono piatti quanto una sottiletta per tutta la durata della pellicola: non verremo a conoscenza di alcun retroscena né vera motivazione di alcuno di loro, nessuno avrà un’evoluzione, non ci interesserà della morte di nessuno, in una vuotezza così marcata che persino il tentativo dell’avventuriero interpretato da Tom Hiddleston di dire qualcosa sul suo passato, a un certo punto del film, ci sembrerà quasi fuori luogo.

kong-skull-island

Ma tutto ciò è necessariamente un difetto? Dipende sicuramente con quale predisposizione e aspettativa state andando a vedere il film: se pensate di trovare approfondimento psicologico e sentimento, se volete commuovervi e meditare sulla differenza tra l’uomo e l’animale come nella versione di King Kong di Peter Jackson, allora state pure a casa. Se volete spegnere il cervello per due ore e lasciarvi trasportare dal divertimento eccessivo più assoluto, invece, siete nel posto giusto. Sì, perché Kong: Skull Island funziona così bene proprio perché non ha paura di dichiararsi apertamente tamarro e sopra le righe in tutto. L’approfondimento è accantonato in favore dell’estetica più assoluta: le location sono meravigliose, il design delle creature fa gioire chiunque da bambino abbia passato pomeriggi a disegnare mostri di ogni genere, lo scimmione e le sue scazzottate lasciano con gli occhi sbarrati dallo stupore. Sorprende soprattutto, infatti, come questo regista sconosciuto sia riuscito a mettere in scena queste sequenze di combattimento dove l’azione è fluida e mai caotica, con la telecamera che segue i bestioni che si cartellano di mazzate dando una chiara idea della loro mastodontica scala.

isurpez

Chiaramente non mancano degli eccessi, e questa grafica fumettosa a tratti richiama troppo un videogioco (per chi ha già visto il film: maschera antigas + katana), così come anche il montaggio frenetico e aggressivo funziona alla grande nelle sequenze d’azione ma forse dà leggermente fastidio in quelle che dovrebbero lasciare un po’ più di respiro allo spettatore. Tuttavia questo non voler essere autori a tutti i costi, questo divertirsi e voler divertire (e fare anche un po’ gli scemi) ci piace da morire, e crea un nuovo canovaccio-tipo da filmone di serie-B tutto made in Hollywood.

Si abbandona la civiltà per buttarsi a capofitto in una natura sconosciuta, in cui tutto è grande e ignoto:  lo scimmione sorge maestoso davanti al sole e gli elicotteri di lamiera, che poco prima hanno superato una tempesta di fulmini, cadono come mosche sotto la collera del mostro. Una delle icone cinematografiche più antiche di sempre è tornata, e stavolta Kong è veramente il Re indiscusso.

P.S.: Restate fino alla fine dei titoli di coda… Ne vale davvero la pena.

Rosso Istanbul – La recensione in Anteprima del nuovo film di Ferzan Ozpetek

Rosso Istanbul è un film diretto da Ferzan Ozpetek, con Halit Ergenç, Tuba Büyüküstün, Nejat İşler, Mehmet Günsür, Serra Yilmaz; Prodotto da Tilde Corsi e Gianni Romoli: R&C Produzioni – Faros Film con Rai Cinema – BKM- Imaj; Distrubuito da 01 Distribution. In tutte le sale dal 2 Marzo 2017.

coverlg_home

Ferzan Ozpetek, regista di lavori come Le fate ignoranti e Allacciate le cinture, torna a descrivere il suo Paese natale, 20 anni dopo Il Bagno turco e Harem Suare, con Rosso Istanbul, un film che è un’aperta lettera d’amore a una città.

Tratto dal suo libro omonimo uscito nel 2013, la trama è incentrata sul ritorno dello scrittore Orhan Sahin a Istanbul dopo quasi 20 anni di assenza: lì dovrà aiutare il suo vecchio amico regista Deniz Soysal a finire la scrittura del suo libro, rimanendo però intrappolato in una città carica di ricordi rimossi. Si ritroverà infatti sempre più coinvolto nei legami di famiglia e di amicizia di Deniz, molti dei quali rispecchiano i personaggi fittizi del libro che il regista deve finire, rimanendo quasi prigioniero nella vita di un altro, ma finendo per indagare soprattutto su se stesso.

9

Se le storie a cui Ozpetek ci ha abituato in questi ultimi anni si concentravano sulle relazioni tra due individui spesso diversi, affrontando ed equilibrando difficili temi come i sentimenti e la morte, qui l’amore è invece quello per una città, una realtà dimenticata e lontana: è infatti l’ambientazione stessa a riuscire ad offuscare i protagonisti, le interpretazioni dei quali restano comunque ottime anche se forse vincolate ad alcuni comportamenti che possono funzionare bene su carta ma un po’ meno se trasposti su schermo. La città di Istanbul invece si illumina di luci al neon soprattutto nei suoi scorci sul Bosforo, dipinta nelle sue atmosfere sospese, quasi come in attesa di un qualcosa che sta per accadere: quella che domina è una lenta aura di inquietudine che permea una città in divenire e il clima di un Paese che sta cambiando velocemente.  Come ha dichiarato anche il regista in conferenza stampa, dove abbiamo avuto modo di venire a conoscenza di alcuni gustosi retroscena: “In Rosso Istanbul i cantieri, il rumore delle fabbriche  e delle trivelle diventano quasi un vero sottofondo musicale” (un plauso va all’incredibile lavoro del sound designer turco Sertal Muldur). Anche se non mancano alcuni graditi rimandi politici come il ricordo del problema curdo e alle “madri del sabato” ( le donne che si riuniscono in piazza Galatasaray con le foto dei loro cari scomparsi sul petto) , la Istanbul che qui vediamo è infatti soprattutto quella più laica e moderna.

istan

Ma quanto c’è di Ferzan Ozpetek stesso in questo film? Tanto, forse più che in tutti i lavori precedenti: è infatti la sua stessa storia e personalità ad essere sottolineata in tutta la pellicola, più o meno esplicitamente. I ricordi d’infanzia (una delle case viste nel film era proprio quella dove viveva il regista da bambino), gli amici lasciati, le strade perdute e l’amore per la madre, scomparsa da poco, una donna che amava il colore rosso e alla quale il film è dedicato. Non è infatti un caso che la data che vediamo all’inizio della pellicola, il 13 Maggio, oltre ad essere una doverosa precisazione che la pellicola è ambientata precedentemente al golpe di Erdogan, era stata anche quella dell’inizio delle riprese di Bagno Turco: questo è il ritorno spirituale e artistico in un Paese lontano di un regista che sente la necessità di raccontare una città attraverso gli occhi di una persona che l’ha lasciata da tanto tempo, e che nel frattempo è diventata quasi uno straniero.

Se tutti questi fattori concorrono a fare di Rosso Istanbul un film  molto intimo e delicato, forse quello che si va un po’ a perdere è una storia che si dipana lentamente senza però lasciare pienamente soddisfatti: la virata verso una specie di thriller-noir non riesce ad essere pienamente efficace, non sviluppando in pieno molte situazioni che rimangono quindi scene un po’ fini a se stesse. Ciò non toglie che la pellicola resta un affascinante dipinto di una realtà lontana, che ci viene mostrata in una maniera molto diversa rispetto all’immagine creata nelle nostre menti dalle numerose notizie politiche: ci si immerge nella quotidianità di un Paese dormiente, come un tuffo nel Bosforo tinto di rosso dal tramonto.