RED BRICKS FOUNDATION, dal quartiere Trionfale a Pete Doherty

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Di Alessio Boccali

Dai mattoncini rossi di Trionfale “verso l’infinito e oltre”, come direbbe Buzz Lightyear. I Red Bricks Foundation (Lorenzo Sutto, Claudio Cossu, Marco Cilo e Jacopo Corbari), nonostante la giovane età dei suoi componenti, hanno già alle spalle una notevole gavetta ed una bella esperienza nel talent show X Factor. Da poco è uscito il loro primo singolo in italiano “Ho perso la testa” e tanta carne è al fuoco per affrontare l’inverno con delle piacevoli sorprese. Nel frattempo, in questa afosa estate di lavoro, venerdì 5 luglio incontreranno uno dei loro idoli, Pete Doherty, e apriranno il suo concerto romano al Social Park.

Di tutto questo e di tanto altro ho parlato con Claudio, il chitarrista del gruppo.

Ciao Claudio, partiamo dagli inizi. Come sono nati i Red Bricks Foundation e qual è stata la gavetta affrontata fino ad ora?

Un abbozzo dei Red Bricks Foundation nasce nel 2011 grazie a Lorenzo (il frontman attuale della band) e ad una bassista con la quale lui suonava all’epoca. Il progetto prende questo nome da una strada costeggiata da mattoni rossi qui a Trionfale (nell’area ovest di Roma), il nostro quartiere. A dire il vero, inizialmente, Lorenzo voleva soltanto scrivere una canzone su questi mattoni, poi però, nel frattempo, la sua band dell’epoca si scioglie ed allora questi mattoni rossi, questi red bricks, diventano parte del nome di quella che ora è anche la mia band (io sono entrato nella “famiglia Red Bricks” circa due mesi dopo la fondazione “ufficiale”). Da allora ci sono stati un po’ di cambiamenti di formazione, fino a stabilizzarci circa un anno e mezzo fa. Per quanto riguarda la gavetta, ne ricordo davvero tanta: penso di aver suonato in più dell’80% dei locali romani e in qualsiasi condizione. Fuori la Capitale, inizialmente, non abbiamo fatto granché, ma c’è da considerare che i primi tempi avevamo anche 15/16 anni e quindi era un bel po’ complicato spostarci.

Dopo questa gavetta, è arrivata anche una grande occasione televisiva con X Factor… com’è stata?

Eravamo partiti molto tranquilli, non ci aspettavamo nulla di che, forse l’avevamo presa anche un po’ sottogamba, ma ben presto ci siamo accorti che avremmo dovuta prenderla più seriamente. L’impatto, infatti, è stato impressionante. Abbiamo immediatamente notato un grosso salto di qualità soprattutto a livello tecnico. Tutti ci han trattato fin da subito come dei professionisti della musica. Abbiamo avuto modo di capire e apprendere i tempi e i modi di approcciarsi alla musica di chi di musica vive e ci siamo resi conto sempre di più di quanto sia necessario impegnarsi al 100% per essere musicisti nella vita.

Vi ispirate ad artisti internazionali di spessore come Arctic Monkeys, The Strokes, Kasabian… gente che fa generi che in Italia (ahinoi, n.d.r.) non hanno attecchito molto. Quanto è difficile fare musica con quei mood in Italia e addirittura, come nel vostro ultimo singolo, in italiano?

Combattiamo con questa cosa fin dagli inizi e un po’ di anni fa la situazione era ancora più difficile perché eravamo davvero in pochi ad ascoltare questi artisti. Il bello, però, è che tanta gente cominciava (e comincia) ad ascoltarci proprio perché facciamo musica nuova per l’Italia. L’idea di portare quei generi in italiano nasce proprio dalla volontà di fare una cosa che nessuno aveva fatto prima oltre che dall’esigenza di esprimerci nella nostra lingua. “Ho perso la testa”, il singolo uscito da poco, ed altri pezzi, sempre in italiano, li abbiamo composti prima del nostro percorso televisivo, quindi alla base non c’è alcuna esigenza/richiesta discografica. Anzi, abbiamo osato, ci siamo presi un rischio e ci è piaciuto molto farlo perché abbiamo seguito, senza filtri, l’evoluzione del nostro pensiero sulla musica e anche le nostre nuove influenze (King Krule e Cosmo Pyke, tanto per citarne due…).

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Raccontami qualcosa su com’è nata “Ho perso la testa”…

Sì. Lorenzo l’ha scritta d’estate, in uno di quei periodi in cui sei un po’ giù e non hai molta voglia di fare qualcosa. Allora ripensi alla scuola, alle esperienze passate e dai sfogo alla tua noia mettendola in musica. La noia e la nostalgia sono, senza dubbio, le parole chiave che stanno alla base della genesi del brano.

Il vostro futuro, che poi sa anche un po’ di passato visto che tanti brani ce li avete già pronti da tempo, quale direzione seguirà?

Considereremo ancora sia l’inglese che l’italiano: scrivere in inglese spesso ci viene più naturale, ma l’italiano è la nostra lingua e ci affascina proprio perché è così difficile lavorarci per fare il nostro genere di musica.

Se ti parlo di Libertines, Babyshambles, Pete Doherty…

Eh… venerdì al Social Park a Roma canteremo prima di Pete Doherty & The Puta Madres. È un sogno. Doherty è uno dei nostri miti fin dall’adolescenza. Per ora ce la stiamo vivendo abbastanza serenamente; siamo contentissimi, naturalmente, perché è la prima volta che ci capita di aprire il concerto di un artista così grande e che ci ha influenzato così tanto. Io e Lorenzo, nel 2015, partimmo il giorno stesso del suo orale della Maturità e ci facemmo dodici ore di pullman per andare ad ascoltare i Libertines. Quel giorno riuscimmo anche a parlare rapidamente con Pete. Venerdì, però sarà diverso: ci parleremo da colleghi e condivideremo lo stesso palco e lo stesso backstage. Ripeto, un sogno.

…Oltre a Pete Doherty ritroverete Roma con una notevole cornice di pubblico…

Suonare davanti ad un bel po’ di gente per fortuna non ci fa più paura, però, naturalmente, è sempre un’emozione nuova. Certo che esibirsi a Roma, poi, è uno sprone in più. Il nostro obiettivo nei live è quello di far trasparire sempre le nostre origini: ok, ci piace la scena inglese, ma noi non siamo solo quello; vogliamo dare il nostro personale contributo alla musica.

L’appuntamento con Pete Doherty & The Puta Madres, Red Bricks Foundation, VANBASTEN, White Def e altre possibili sorprese è venerdì 5 luglio al Social Park di Roma in via del Baiardo, 25.

Le migliori frasi dei brani di Sanremo 2019

In ordine alfabetico degli artisti, le frasi “salienti” dei 24 brani in gara al Festival di Sanremo 2019.
Achille LauroRolls Royce
“Voglio una vita così, voglio una fine così (C’est la vie). Non è follia, ma è solo vivere. Non sono stato me stesso mai, no, non c’è niente da capire…”
Anna TatangeloLe nostre anime di notte
“E adesso siamo qui e siamo nudi per la prima volta, senza il timore di fare una scelta e poi non scegliere mai…”
ArisaMi sento bene
“Guardo una serie alla tv e mi sento bene, leggo un giornale, mi sdraio al mare e prendo la mia vita come viene. Se non ci penso più mi sento bene…”
BoomdabashPer un milione
“Ti aspetto come i lidi aspettano l’estate, come le mogli dei soldati aspettano i mariti. Ti aspetto come i bimbi aspettano il Natale, come i signori col cartello aspettano agli arrivi e non è mai per me…”
Daniele Silvestri feat. Rancore Argento vivo
“Ho sedici anni ma è già da più di dieci che vivo in un carcere. Nessun reato commesso là fuori, fui condannato ben prima di nascere e il tempo scorre di lato, ma non lo guardo nemmeno, e mi mantengo sedato per non sentire nessuno. Tengo la musica al massimo e volo, che con la musica al massimo rimango solo…”
EinarParole Nuove
“C’è chi dice che il tempo anestetizzi un ricordo, ma qui c’è ancora il tuo odore che ricorda ogni notte il tuo corpo. E cerco ancora una risposta anche quando non c’è, la superficialità dei tuoi sguardi mi uccide…”
Enrico NigiottiNonno Hollywood
“Nonno, sogno sempre prima di dormire, cerco di trovare un modo per capire. Corriamo tra i sorrisi dei colletti «giusti», ma se cadiamo a terra poi son cazzi nostri. La vita adesso è un ponte che ci può crollare, la vita è un nuovo idolo da scaricare. Stasera chiudo gli occhi ma non dormirò…”
Ex-OtagoSolo una canzone
“Resta con me perché da solo non ho fame, poi non è bello cucinare solo per me. È solo una canzone, abbracciami per favore, a te posso dire tutto, tutto ciò che sento. È solo una canzone, abbracciami per favore…”
Federica Carta e ShadeSenza farlo apposta
“Se avessi modo dentro la testa, cancellerei la cronologia. E non so quanto sbagliato sia fingere di essere un bravo attore, è ora che io me ne vada via: scomparirò in un soffio al cuore…”
Francesco RengaAspetto che torni
“Cerco ancora nei miei occhi il sorriso di mia madre. Mi manca da trent’anni e vorrei dirle tante cose. Che mio padre adesso è stanco e forse sta per arrivare, che la ama più di prima ed è l’unica cosa che sa ricordare…”
Ghemon Rose viola
“Lo sguardo segue fiero nello specchio questa linea curva lungo i fianchi. Mi fai sentire nuda ancora prima di spogliarmi, tu sei il pensiero nero che mi culla e anche stanotte scapperai su un taxi. Com’è difficile salvarsi…”
Il VoloMusica che resta
“Stanotte stringimi, baciami l’anima. Siamo musica vera che resta, non siamo un soffio di vento, non siamo un momento. Lo sai che il tuo posto è per sempre qui. Amore abbracciami, voglio proteggerti…”
Irama La ragazza con il cuore di latta
“E se ogni tanto le chiedevo come mai non giochi, diceva siediti qui affianco ed indicava su. Io in quella nuvola ci vedo solo un cuore vero, perché il mio a volte si dimentica e non batte più. Così cercando di salvarla, a sedici anni, il suo papà le regalò un cuore di latta, però rubò il suo vero cuore con freddezza in cambio della vita…”
Loredana BertèCosa ti aspetti da me 
“C’è qualcosa che non va, per essere seduti qui. Per dirsi almeno e dire almeno le cose inutili, che ti sembra vero solo se doveva andare poi così, che vuoi dare tutto, vuoi dare tutto e resti lì…”
MahmoodSoldi
“Penso più veloce per capire se domani tu mi fregherai, non ho tempo per chiarire perché solo ora so cosa sei. È difficile stare al mondo, quando perdi l’orgoglio. Ho capito in un secondo che tu da me volevi solo soldi….”
MottaDov’è l’Italia
“Mentre qualcuno mi guarda e qualcun altro mi consuma, per ogni vita immaginata c’è la mia vita che sfuma, e in un secondo penso a chi mi è stato accanto. In un pensiero lontano, ma nello stesso momento, tu su un tappeto volante, tra chi vince e chi perde e chi non se la sente: dov’è l’Italia, amore mio?”
Negrita I ragazzi stanno bene
“Tengo il passo sul mio tempo concentrato come un pugile, sarà il peso del mio karma o la mia fortitudine. Con in mano una chitarra e un mazzo di fiori distorti, per far pace con il mondo dei confini e passaporti, dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto, come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco, dove camminiamo tutti con la testa ormai piegata e le dita su uno schermo che ci riempie la giornata…”
NekMi farò trovare pronto
“Libri di milioni di parole, ce ne fosse almeno una per essere all’altezza dell’amore. Frasi di chissà quale canzone, ne venisse adesso una per essere all’altezza dell’amore…”
Nino D’Angelo e Livio Cori Un’altra luce
“Na luna ngopp o mare ca t’accumpagna a sera pe te fa ascì a stu scur ca te ten prigiuniero. Te posso da cient’ uocchie che t’appicciano ‘a vita, ma sarà sempe scuro si nun ce crire, si nun ce crire…”
Paola TurciL’ultimo ostacolo
“Fermati, che non è l’ora dei saluti. Vieni qui e abbracciami per due minuti. Guardaci da fuori, siamo la fotografia del giorno di un mio compleanno. Ricordo quando tu mi hai detto «non aver paura di tremare», che siamo fiamme in mezzo al vento, fragili ma sempre in verticale. Magari no non è l’ultimo ostacolo, ma è bellissimo pensare di cadere insieme. Piove però siamo fuori pericolo: riusciremo a respirare nel diluvio universale…”
Patty Pravo e BrigaUn po’ come la vita
“Tu dove vuoi volare? Hai tempo per pensare, ma intanto dimmi almeno dove il cielo va a finire. Ricorda di giocare e di portarti altrove. Io resto qui a capire come illuminarmi il cuore, come illuminarci il cuore…”
Simone CristicchiAbbi cura di me
“Ognuno combatte la propria battaglia, tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia. Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso, perché l’impresa più grande è perdonare sé stesso. Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo, anche se sarà pesante come sollevare il mondo e ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte, e ti basta solo un passo per andare oltre…”
The Zen Circus L’amore è una dittatura
“Il tempo passa lo senti da questo orologio, mentre lavori dentro un bar, ad una pressa o in un ufficio e speri ancora che qualcuno sia lì fuori ad aspettarti, non per chiederti dei soldi, neanche per derubarti, non per venderti la droga e soffiarti il posto di lavoro, ma per urlarti in faccia che sei l’Unica, sei il Solo…”
UltimoI tuoi particolari
“Oh, fa male dirtelo adesso, ma non so più cosa sento. Se solamente Dio inventasse delle nuove parole potrei dirti che siamo soltanto bagagli, viaggiamo in ordini sparsi. Se solamente Dio inventasse delle nuove parole, potrei scrivere per te nuove canzoni d’amore e cantartele qui.”

#TimeOfRock – Back to the rock

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La musica rock (conosciuta, spesso, anche solo come rock) è un genere musicale, nato nel corso degli anni cinquanta e sessanta nel Regno Unito e negli Stati Uniti, che trae le sue origini dalla musica dei decenni precedenti, in particolare dal rock and roll, dal blues, dal rhythm and blues e dal country, con richiami di musica folk. Il suono del rock ruota prevalentemente intorno alla chitarra elettrica, alla quale si aggiungono strumenti ritmici come il basso elettrico, la batteria, una seconda chitarra e strumenti a tastiera come l’organo Hammond, il pianoforte, la tastiera e, alla fine degli anni sessanta, sintetizzatore; altri strumenti come il sassofono e l’armonica a bocca sono usati, perlopiù per assolo. Possono essere inoltre presenti archi (violino e violoncello) ed ottoni (tromba e trombone). 

Tra la metà degli anni sessanta ed i primi anni settanta, la musica rock ha sviluppato diversi sottogeneri; si è mescolata con la musica folclorica creando il folk rock, con il blues per creare blues-rock e con il jazz per creare la fusion. In seguito, il rock ha incorporato influenze soul, funk e della musica latina, sviluppando altri sottogeneri; nei settanta sono nati il soft rock, il rock elettronico, il glam rock, l’heavy metal, l’hard rock, il progressive rock ed il punk rock. Negli ottanta la new wave, l’hardcore punk e l’alternative rock, mentre negli anni novanta il grunge, il Britpop, l’indie rock ed il post rock.
Molti gruppi rock sono composti da quattro elementi, un chitarrista elettrico, un cantante, un bassista ed un batterista, formando un quartetto; talvolta si può omettere un membro, così come il cantante può suonare anch’egli uno strumento e il canto stesso può essere assegnato a più persone.

Wikipedia

Non ho intenzione di mettere becco nella discussione di Wikipedia, però vorrei dare una mia descrizione, perché secondo me, descrivere il rock in questo modo è davvero molto poco rock!
Per spiegarvi questa affermazione però devo spiegarvi come è cambiato il #Rock. La parola Rock assume diversi significati in base alle epoche. Dopo che lo avrò spiegato capirete sia perché la definizione di Wikipedia, a me fa ridere, e anche perché chiamo Rock quello che mi pare, fregandomene della critica e degli opinion leaders. Il #Rock è questo qua:

love11-skinny-divers-i-love-rock-n-roll-zoom1La musica rock (conosciuta, spesso, anche solo come rock) nasce negli anni Cinquanta negli Stati Uniti d’America dalle radici del blues. Al tempo si chiama “Rock and roll”, di cui Rock è una semplice abbreviazione. La musica Rock si basava su cinque fattori fondamentali:
1) il mescolamento delle radici musicali bianche con quelle nere. (Il Rock infatti nasce dall’unione fra il Blues e le ballate popolari, ha radici black, e la prova è che quando è musica troppo “bianca” non la chiamano Rock’n’Roll, bensì Rock-a-Billy)!
2) il ballo come forma di sfogo anzichè di rituale borghese
3) l’uso di nuove tecnologie per creare nuovi suoni. (All’epoca le nuove tecnologie erano l’uso di strumenti ad energia elettrica (chitarre bassi ecc) e i nastri magnetici, con i quali venivano prese e modificate le registrazioni.)
4) Energia positiva! (cosa che un tempo lo differenziava, ad esempio, dal blues)
5) Legame profondo con le rivoluzioni culturali e ribaltamento dei valori precostituiti.

Nient’altro.
Dopodiché questa rivoluzione viene sventrata dai critici musicali e dalle logiche di mercato per cinquant’anni IN QUESTO MODO: buona lettura amici!

Più fonti fanno coincidere la nascita dell’epopea rock, inteso come periodo di produzione musicale, con il 9 settembre 1956, quando un già noto Elvis Presley partecipò all’Ed Sullivan Show. Prima di questa data Bill Haley aveva firmato “Rock around the clock”, hit mondiale e colonna sonora del film “Il seme della violenza” (1954), Little Richard cantava “Tutti Frutti”, Carl Perkins pubblicava la leggendaria “Blue Suede Shoes”. Arrivò poi Jerry Lee Lewis, Il Killer, che con la sua “Whole Lotta Shakin’ Goin’On”, i suoi riccioli biondi e il suo pianoforte incendiario divenne il contendente al trono di Elvis. La sua carriera, che ebbe una rapidissima ascesa e un’altrettanto veloce caduta, fu costellata da numerose tragedie, abusi di alcol ed eccessi. Arrivarono poi i mitici Sixties, i favolosi anni Sessanta, che portarono con sé la nascita di una cultura rock vera e propria.  Bob Dylan ne fu la massima espressione sull’East Coast: musicalmente non portò alcuna innovazione al rock, date le sue radici da folksinger, ma fu il primo a riportare in auge la rabbia e il bisogno di cambiamento che prima di lui Elvis, Chuck Berry e soci avevano cantato, offrendo la possibilità di “pensare” attraverso le parole delle sue canzoni – vere e proprie pietre miliari come “Blowin’ in the Wind” – che lo trasformarono nel messia delle nuove generazioni. Parallelamente nella factory di Andy Warhol nascevano i Velvet Underground, che con Lou Reed, John Cale e la bellissima Nico, diedero una scossa alla scena artistica del tempo con “The Velvet Underground and Nico”, il celebre album della banana, dalle sonorità minimaliste e surreali.  Era il 1967. Ad Ovest la California divenne la frontiera dello spirito più autentico del rock e il surf il simbolo di una nuova condizione giovanile audace e libera dagli obblighi della vita adulta. Nacque così la surf music: il rock’n’roll dei giovani bianchi della classe media americana. I Beach Boys (Brian, Carl e Dennis Wilson con Alan Jardine e Mike Love) furono la realtà che meglio incarnò il clima di quest’epoca. ff
Il lavoro simbolo della band, che rivela lo strepitoso talento di Brian Wilson, è “Pet Sounds”, concept album che contiene la stupenda “God Only Knows”. Gli Stati Uniti furono il regno incontrastato del rock fino alla metà degli anni Sessanta, quando dal Regno Unito emerse una nuova generazione di musicisti e band – Beatles, Rolling Stones, Who, solo per citarne alcuni – che influenzarono in maniera radicale sia la scena musicale britannica, sia quella oltreoceano, tanto che l’apice dell’epoca rock verrebbe fatto risalire al 1967 con la pubblicazione dell’album “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles, capolavoro assoluto di una discografia che non ha bisogno di presentazioni. L’evento che segna il culmine dell’epopea del rock nel 1969 è il Woodstock Arts and Music Fair, dove si esibirono tutti i più grandi artisti del tempo: da Joan Baetz a Jimi Hendrix, passando per i Jefferson Airplane, gli Who, Janis Joplin, Crosby, Stills, Nash e Young, Santana e molti altri, in quella che può essere definita come la prova generale per la realizzazione di un mondo nuovo in cui i giovani avevano la possibilità di liberarsi – in un viaggio chimico e surreale – dalle incombenze della realtà.
Eroe per antonomasia di questa generazione fu Jimi Hendrix, che dovette trasferirsi dal Greenwich Village in Inghilterra per trovare fama e pubblico. L’inizio degli anni Settanta segna il disincanto e vede la tragica morte degli artisti-icona di questa generazione: Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, figure entrate nel mito, nuovi poeti maledetti, simbolo di una creatività pronta a sacrificare tutto. L’epopea del rock giunge così alla sua fine nella seconda metà di questo decennio con l’avvento del Punk.

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Negli anni Settanta il Rock si spoglia del fatto di essere musica da ballo. Tadam! La separazione tra Rock e “ballo” porta la Dance sul versante della cultura nera (vedi Gloria Gaynor) o su altri lidi, come quello italo-francese (Donna Summer, Plastic Bertrand, etc) o come quello della Casablanca, l’etichetta che ha “inventato” la disco music. Il Rock invece, diventa talmente poco “dance” da scimmiottare addirittura il jazz o la musica classica. L’influenza latina citata da Wikipedia ha un solo nome per il grande pubblico: Santana. Dedico una riga all’album del 1978 dei Police: capolavoro, lo puoi ballare, ma non è dance, non fa l’effetto dei dischi di Little Richard. Rimane comunque un caso isolato poichè il Reggae, il genere musicale di Bob Marley a cui Sting & Co si ispira, è musica nera e da ballare. La musica rock progressiva, invece, è l’esempio perfetto di separazione tra Rock e ballo. Sono gli anni della “ricerca”. Il Rock dei bianchi che non si balla è ricerca. Non è un male, e nascono grandi capolavori, ma se pensiamo ai Genesis e ai Rolling Stones stiamo parlando di due mondi diversi. Si incomincia ad usare il termine “pop” per definire tutto ciò che riprende elementi esclusi dal giro come la musica black e dance. I Queen che vanno a riprendere la musica nera e il ballo come in “Another one Bites the Dust”, erano e sono tuttora nelle playlists insieme a Michael Jackson, considerato il “re del Pop” e non del “Rock”. Negli anni Ottanta il Rock abbandona l’uso di nuove tecnologie. Ci si ferma a basso – batteria – chitarra ed eventualmente tastiere. Non si sa perchè. Tutto ciò che viene creato con nuove tecnologie incomincia ad essere definito di altro genere. Fino agli anni Settanta questo non succedeva, come è possibile ascoltare nei synth dei gruppi progressive. Nel frattempo. Italoamericani e neri negli USA hanno appena tirato su in un colpo solo Techno, House e Rap usando solo nuove tecnologie, un po’ di buzzo artistico e chiappe in movimento. Nel frattempo si appropria del termine Rock chi usa i “vecchi strumenti” senza cambiare un cazzo (Guns’n’Roses, una regressione dei Led Zeppelin), mentre L’equazione “no ballo + no nuove tecnologie + no musica black” produce migliaia di gruppi e migliaia di generi musica come ad esempio il Metal e i relativi sottogeneri. Tutta la musica geniale di quegli anni come Simple Minds e Depeche viene catalogata come New Wave e alcuni capolavori come “Every Breath you Take” dei Police non vengono fatti rientrare nel Rock perchè se manca la chitarra elettrica non è Rock. Ma neanche New Wave. Viene invece coniato un nuovo standard, un vero e proprio format, chiamato ancora Rock (ma niente a che vedere con ciò che è stato), contrapposto non tanto al Pop o a qualcos’altro ma…agli Anni Ottanta stessi. E’ l’inizio della fine, e con qualche curiosità: per i fan dei Guns’n’Roses e degli AC/DC, il Rock sono i Guns’n’Roses e gli AC/DC. Non avendo più una connotazione musicale è in questi anni che il Rock incomincia a formarsi come “moda” con precisi canoni estetici. Cosa è rimasto? I lettori più attenti l’avranno già intuito. Negli anni Novanta, che iniziano ufficialmente in un anno imprecisato degli anni Novanta, il Rock abbandona finalmente anche l’energia positiva. La chitarra elettrica è rimasta l’unico segno distintivo dal punto di vista musicale e viene alzata sopra gli altri strumenti, ma evitando l’assolo che “fa anni Ottanta”. Il Rock è ormai spogliato di quasi tutte le sue caratteristiche originarie. Quando negli anni Novanta c’è qualcosa di positivo e divertente, come ad esempio i Blur, è “Brit-Pop”. Se sei felice sei pop. Con i Roxette. O Punk. I Nirvana invece, depressi cronici, “rinascita del Rock”. Questa rinascita è una campagna discografica, in realtà non c’è nessuna rinascita. Perchè il sorriso giallo diventa simbolo della Techno, e mentre i teenager benedicono il successo di Kurt Cobain, un’operazione discografica maestosa con tanto di denominazione di origine controllata (Grunge) che viene preferita dall’alta politica rispetto alla nascente scena Techno londinese, troppo pericolosa per via del sesso libero e delle invasioni notturne di aeroporti e capannoni industriali (L’estate 1992 a Londra venne chiamata “the Second Summer of Love”, lo sapevate?). L’operazione Kurt si compie quando l’annunciato suicidio permette ai media l’accostamento con Jim Morrison, Bob Marley (inspiegabilmente) e …Che Guevara. Bum! Il Rock a questo punto è ufficialmente morto, ma ci pensa la critica a tirarlo su. Basta prendere la Techno (Prodigy etc etc) e chiamarla con il fantomatico nome di “post-Rock”. La Techno, intanto, rimescola le radici nere a quelle bianche, fa ballare, e fa incazzare le mamme borghesi, che si innamorano di Kurt Cobain.

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Negli anni Duemila il quasi defunto Rock abbandona finalmente l’ultima caratteristica che gli era rimasta, sopravvissuta perfino al “post-rock”: il profondo legame con il sovvertimento dei valori, delle mode e dell’estetica. Rock diventa una moda pre-costituita. E’ Rock Virgin Radio, con le sue palestre. E’ Rock il tatuaggio sul culo e forse anche la foto allo specchio. Ma è Rock anche qualsiasi altra cosa: la tipa depressa vestita di nero con tutte le spilline che scrive cazzate sul diario. I primi fenomeni della gente con la maglietta dei Metallica al concerto di Marylin Manson. Musicalmente è una tragedia totale. Quando funziona è Pop. O elettronica. Negli anni Duemila supporre che i Deep Purple siano i pionieri del Metal è fuori contesto perchè non parlano di streghe e di elfi e non vestivano in quel modo lì. Nasce la moda del J-Rock perchè in Europa è moda prima che musica. Occhio che questo aspetto è fondamentale. las-9-mejores-caricaturas-de-famosos_1
Al resto ci pensano gli Slipknot che musicalmente si pongono allo stesso livello dei film horror nell’ambito del cinema, con una differenza sostanziale rispetto agli horror: la critica è dalla loro. Infine si arriva agli Anni 10. Non li vorrei trattare… Ma provo a descriverli. Dispute sui Muse. Rock o non Rock. Il Metal ha ormai 542 sottogeneri che variano a seconda del taglio dei capelli. Nel frattempo che le ragazze si spartiscono i generi musicali in base ai vestiti che portano meglio, ma la sorpresa delle sorprese, discograficamente parlando, è Mick Jagger fa dischi con Will I Am e Jennifer Lopez e frega tutti, dimostrando di essere davvero Rock almeno lui. A livello di concerti, è l’unico settore non in calo dopo la crisi del 2009. Il Gotico, l’industrial, ecc. Molti concerti contengono più membri della band sul palco che pubblico. Il punk fa capolino nella dance e timido timido chiede “posso entrare anche io?”, ma la dance lo manda a fare in culo. Ora noi ci chiediamo, non è che forse il Rock sta rinascendo, e si chiama semplicemente con un altro nome?

Addio Chuck Berry, il Padre del Rock & Roll

La musica di Chuck Berry ha trasceso generazioni, noto anche come “il Padre del Rock & Roll”, ha ottenuto il successo facendo scatenare il proprio pubblico con nuovi ritmi e sound, mettendo il divertimento dei suoi fan “sopra ogni altra cosa”. Per questo motivo, brani come “Johnny B. Goode“, “Maybellene” e “Memphis” sono diventati inni della gioventù, odi alla cultura popolare. Berry era un’icona musicale riuscì a portare il rock and roll ad una nuovo paradigma, congiungendo il mondo bianco e nero nel canto. Portò una così devastante risoluzione nel mondo della musica, capace di fondere il Blues intimo e potente degli afroamericani con il Country estroverso e gioioso degli angloamericani.

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Charles Edward Anderson Berry era di St. Louis, egli ha emulò la voce lisca del suo idolo, Nat King Cole, durante le prime canzoni. Nel 1943 al ballo di fine anno, Berry scelse di cantare una canzone “blues” di sua produzione, mai più riproposta. Il blues all’epoca era ben voluto, ma non ritenuto adeguato per un tale evento. In quell’occasione ottenne uno scrosciante applauso per la sua prestazione sbarazzina e coraggiosa, il palco era il suo pusher e il pubblico la sua droga… (Jay McShann). Genio ribelle, finito spesso in prigione, agli albori difficilmente veniva capito dal pubblico…
Vi ricordate la scena di Ritorno al Futuro dove Marty McFly suona al concerto di fine anno scolastico? Dopo che il padre ha steso Biff Tannen e riconquistato l’amata? Marty, che per chi non avesse visto il film (anche se non capisco come sia possibile) arriva dal futuro. Bene, la canzone che decide di suonare è Johnny B. Goode di Chuck Berry. Ovviamente la canzone ha subito successo, almeno finché Marty non si lascia andare all’entusiasmo in un lungo assolo Power Metal, lasciando perplessi i ragazzi presenti, cosa più che plausibile considerando che il tutto è ambientato negli anni Cinquanta. Al di là della comicità della scena, e  della bellezza del film scritto e diretto da Robert Zemeckis, l’immagine di questa canzone che arriva dal futuro rappresenti in pieno quella che è stata, nella storia della musica, la prima parte di carriera e la rivoluzione portata da Chuck Berry.

Sullo scenario di queste prime performance Chuck coltiva assiduamente la passione per la musica, in particolare per la chitarra (la sua Gibson ES-335 cherry red diventerà parte integrante della sua figura di artista). A metà degli anni Cinquanta, sotto raccomandazione di Muddy Waters (padre indiscusso del blues) Berry si reca a Chicago, per iniziare una collaborazione con la Chess Records, fucina da cui si gettarono le basi per la nascita e lo sviluppo del Blues. Per questi motivi Chuck era convinto che alla Chess Records interessassero i suoi brani blues, difatti si presentò con questi alla casa discografica. Leonard Chess, proprietario dell’etichetta discografica, invece si dimostrò più interessato ad alcuni pezzi in particolare del repertorio di Berry. Delle canzoni che, già suonate nei locali notturni di Saint Louis, fecero prima deridere Chuck dal pubblico, ma che a poco a poco vennero sempre più richieste. Queste canzoni erano il Rock and Roll.

 

 

SUORE ROCK: le “Siervas” e la loro musica

Dopo Fratello Metallo, un frate francescano dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, divenuto famoso negli ultimi anni grazie alla sua musica Rock e Heavy Metal, e la più celebre Suor Cristina, che riuscì ad acquisire fama internazionale con la vittoria della seconda edizione del talent show, The Voice of Italy, sembra proprio che il mondo ecclesiastico sia sempre in fermento artistico. Si chiamano Siervas, e sono un gruppo Pop-Rock composto da 11 suore di diversa nazionalità che si è originato in Perú.

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I numeri parlano chiaro, e il web ha fatto la sua parte.Infatti basta fare una veloce ricerca su YouTube per vedere che il video del loro primo singolo Confía en Dios sfiora le 800.000 visualizzazioni. È proprio in questo video che le Siervas mostrano uno stile che sembra mescolare il video di Where The Streets Have No Name e Vertigo entrambi degli U2, infatti si ritrovano a suonare in cima a un grattacielo al centro di una piattaforma per l’atterraggio degli elicotteri, presentandosi con i classici vestiti da suora che le contraddistinguono in assoluto. Mentre  Hoy Despierto un’altro dei video caricati di recente tocca i 200.000 click, e l ultimo Reencuentro caricato appena 5 giorni fa, ha solo poche migliaia di interazioni, ma visto il successo degli altri probabilmente è solo questione di tempo. L’esperienza che ha contribuito a determinare il loro successo fu il concerto che le Siervas tennero a Febbraio 2016 in una delle città – simbolo del Messico – Ciudad Juárez durante la visita di Papa Francesco. Per la sorella Cindy, bassista del gruppo, è stato un po come un sogno, era già stata in Brasile a vedere il Papa durante uno dei suoi viaggi ma purtroppo era riuscita a vederlo solo dalla papamobile, ma mai si sarebbe sognata di arrivare fino al punto di poter suonare per lui. Le Siervas non si fanno proprio mancare niente, composte da: batteria, chitarre, tastiera, basso, un trio d’archi e quattro cantanti, trasmettono attraverso la loro musica limpidezza e semplicità, caratteristiche fondamentali quando si ha lo scopo di diffondere un messaggio religioso, di qualunque natura esso sia, al maggior numero di persone possibile. Allo stesso tempo riescono comunque a dare una bella impronta al loro stile musicale, e lo portano a un livello tale da poter competere a livello internazionale. Non è un segreto che la musica stessa è un linguaggio universale, e le Siervas hanno scelto il modo migliore per far arrivare il loro messaggio ad un pubblico più ampio.