SPAZIO MUSICA: A67

Le recensioni degli artisti e delle nuove produzioni discografiche 2020

 

‘A 67 – “Naples Calling”

(RAP/DANCE)

di Alessio Boccali

La formazione di Scampia si è fatta internazionale e il loro grido di rabbia più melodico. “Naples Calling” è nel titolo un chiaro omaggio ai Clash e negli intenti un’evoluzione dance del suono tipico della band. Il contenuto dei pezzi, rappresentato dal rappato, è rimasto intatto; gli argomenti trattati sono i più disparati e non mancano mai è la passione e la verve tipiche del progetto. Belle e azzeccate le collaborazioni proposte, su tutte quella con l’inconfondibile Caparezza, e davvero interessante la cover di “Tuyo”, sigla della serie “Narcos”, presentata in una veste napoletana che ne mantiene senso e pathos.

SPAZIO MUSICA: Hombree

Le recensioni degli artisti e delle nuove produzioni discografiche 2020

 

Hombree – “Mai senza un se”

(CANTAUTORATO RAP)

di Francesco Nuccitelli

“Mai senza un se” è il nuovo singolo di Cristian Baroni in arte Hombree. Il testo mette in mostra un’ottima propensione alla scrittura e una cura maniacale nella ricerca musicale, non fine a sé stessa, ma che si amalgama alla perfezione con il testo e con la vocalità del giovane artista. Anche l’interpretazione del brano colpisce ed esalta maggiormente la ballad romantica in tutte le sue forme. Una storia d’amore tormentata, esaltata da un testo diretto, dalle chitarre, dalle percussioni e dall’intervento di un pianoforte presente, ma non ingombrante.

WAO FESTIVAL

Musica e politica ambientale: il WAO Festival

Intervista a Lune Magrini

di Valeria De Medio

Il WAO Festival è un evento di musica, arte e discipline olistiche che si svolge ogni anno, ormai da 6 anni, all’interno della splendida cornice del Monte Peglia, in Umbria, patrimonio MAB UNESCO dal 2018.
Il programma conta oltre 100 djs da tutto il mondo, 2 stages e oltre 40 attività tra workshops, laboratori teorico-pratici dedicati alla cura dell’ambiente, della persona e della spiritualità.
L’intero evento viene organizzato secondo le logiche della sostenibilità, del risparmio energetico, del riciclo e del consumo di prodotti biologici e a km0.
Abbiamo intervistato Lune Magrini, organizzazione WAO.

Come e quando nasce il progetto di un festival ecosostenibile?
Il progetto WAO nasce nel 2014 da un’idea di Vero Dall’Aglio, Michelangelo Parolin e Luca Blasi, che hanno proposto il festival al comune di San Venanzo in un momento in cui l’iniziativa privata si scontrava con il concetto e la realizzazione del bene comune. L’intento era quello di diffondere consapevolezza ambientale attraverso l’organizzazione di un festival con un marcato focus sui temi della sostenibilità e della green culture.
WAO vuole ispirare i partecipanti ad abbracciare uno stile di vita consapevole, imparando a gioire dei frutti del nostro pianeta nel rispetto del suo equilibrio e delle creature che lo abitano. Pensiamo che ognuno nel suo settore potrebbe, dovrebbe fare la differenza applicando i principi di sostenibilità. Questo è il significato più profondo di WAO, acronimo delle parole “We Are One”, riassunto di una visione olistica dello stare al mondo.

A chi vi siete ispirati?
Sicuramente al Boom Festival, al Fusion Festival, all’ Envision Festival e ad eventi internazionali che sono fonte di ispirazione sia per la qualità artistica che per i principii di rispetto e cooperazione che li animano.

Chi sono i Partners che vi sostengono nell’impresa?
Tra i Partner storici di WAO ci sono l’Associazione culturale Artemide “Casa laboratorio il Cerquosino”, una realtà locale che è stata fondamentale per l’arrivo del Festival sul Monte Peglia, e Canyaviva Italia che diffonde i principi e le tecniche della bioarchitettura.

Come viene accolto il WAO dal territorio circostante?
L’idea motrice di WAO, “We Are One”, è essere parte organica di un ecosistema, e questo viene messo in pratica anche attraverso la relazione con il territorio che ospita il Festival.
Collaboriamo con le realtà sociali ed istituzionali del territorio per portare avanti quello che ci sta a cuore, in un’accezione ampia di sostenibilità che include la cura dell’ambiente ma anche la sostenibilità delle relazioni umane e delle dinamiche sociali.

Chi partecipa al wao si dimostra sensibile alla vostra politica ambientale?
Assolutamente si: nella scorsa edizione abbiamo testato alcune soluzioni per la riduzione dell’impatto ambientale del Festival e la risposta del pubblico è stata di grande attenzione ed entusiasmo.
Dalla raccolta differenziata alle stoviglie solo compostabili, dall’utilizzo di saponi biologici all’incessante lavoro dell’Eco Team. Feedback positivo anche quello di alcuni artisti che frequentano festival internazionali e che erano colpiti dall’attenzione e gli sforzi che abbiamo messo in questo settore.

Quali difficoltà avete trovato, se ne avete trovate, nell’organizzazione del festival?
Le difficoltà più grandi per portare realizzare un evento realmente sostenibile in Italia sono la burocrazia ed i costi elevati. La legge italiana non permette di adottare alcune strategie ecologiche che in altri Paesi sono ammesse senza problemi. Un esempio sono le “compost toilet”, che costituiscono una soluzione ottimale per l’ambiente e che vengono utilizzate in grandissimi eventi internazionali, mentre la normativa italiana non lo permette.

Quali progetti avete per il futuro del WAO?
Affinare la nostra ricerca di soluzioni eco compatibili, arrivare a realizzare un evento a impatto zero, e diffondere la cultura delle sostenibilità nel mondo dello spettacolo e dell’organizzazione eventi.

Samà

Rennes, le 9 décembre 2017. Sama

di Carlo Ferraioli

Samà, musica per resistere

Palestinese, dal 2006 suona techno e diffonde il proprio messaggio di unione e pacificazione da Ramallah al resto del mondo. La prima donna dj della sua terra e pioniere di un genere che comunica anche senza parole, l’elettronica

«La prima volta che ho sentito la techno ero in Libano, ed era la prima volta che lasciavo la Palestina. E’ stata la prima in cui mi sono sentita libera. Non ero più in una situazione di guerra, la musica mi ha estraniata dal presente e mi ha portata in uno spazio tutto mio. Mi sentivo completamente distaccata dalla realtà, non capivo da dove provenissero i suoni», parole significative quelle di Samà Abdulhadi, palestinese, in un’intervista video rilasciata a Repubblica poco meno di un anno fa. Le parole di chi, come Samà, è andata oltre non solo i ruoli di genere, ma anche oltre guerre, conflitti e pregiudizi. Quelli della sua lingua di terra: un luogo capace di vedere represse anche le libertà più elementari, quelle che a noi sembrano scontate.


Fra queste, quella di suonare, di cantare, di ballare al ritmo di un brano, di melodie incalzanti, quelle che Samà sa sprigionare bene tra bassi, frustate, cambi di direzione e sporcature di una musica fatta per raccontare un’esigenza. Nel 2006 ha iniziato a organizzare feste a Ramallah, in Cisgiordania, ma ci sono voluti dieci anni prima che il genere venisse accettato (quasi) del tutto. «La prima volta che ho suonato a Ramallah non è andata bene. Andarono tutti via. Nessuno capiva cosa stavo suonando, eravamo abituati ad ascoltare hip hop in arabo e quello che passava in radio. Mi guardavano tutti come a dire “dove sono le parole? Cos’è questo rumore?”».

Nel 2017, mentre stava per stabilirsi a Parigi, Samà decise di cambiare il nome da Skywalker a SAMÀ, il suo attuale, che in arabo significa “Cielo”.

All’inizio della sua carriera, Samà non viene capita, e sarà solo dopo alcune conoscenze e una formazione acquisita fra Regno Unito ed Egitto che la star palestinese riuscirà ad imporsi come dj sia in Cisgiordania che nel resto d’Europa. A Londra (2011) frequenta la School of Audio Engineering e SAE Technology College: l’esperienza rafforzerà le sue certezze. Esce sotto lo pseudonimo Skywalker con gli EP Life’s Pace e Quantum Morphosis. Nel 2013 inizierà a lavorare a Il Cairo come produttrice di musica per film, e nel 2016 fonderà Awyav, un’agenzia di publishing che rappresenta artisti indipendenti provenienti dal mondo arabo.

Ad oggi, Samà gira il mondo e rappresenta ancora – e in modo nitido – ciò per cui la techno – e la musica elettronica – sono nate: cambiamento, rottura, discussione. Anarchia. Se la Palestina, per qualcuno nel mondo, è un esempio di resistenza, questo è anche merito suo.

Francesco Guccini e il suo politicar cantando

Ma se io avessi previsto tutto questo?

di Lavinia Micheli

La prima volta che Francesco Guccini entrò nella mia vita avevo quindici o sedici anni. L’adolescenza si sa è un periodo turbolento, fucina della personalità, dove si mescolano numerosi input ed output generando una confusione produttiva che genera la necessità di trovare un appiglio sicuro, in cui riconoscersi. Fu questo che per me accadde quando mi imbattei nell’ascolto di Eskimo, contenuta nell’album Amerigo del 1978. Apparentemente una canzone d’amore, un amore lontano nel tempo cronologico e mai dimenticato nella mente dell’artista, ma che conteneva qualcosa in più, che la rendeva per il mio cuore unica nel suo genere. Era una canzone che mi parlava per la prima volta di un amore globale, superiore, un amore che partiva dalla persona amata per andare a comprendere un ideale, un sentimento generale rivolto alla società in cui Francesco Guccini viveva e scriveva.
Alla fine degli anni ’70 il bolognese “Guccio” sognava l’America, come molti dei giovani di quella generazione: basti pensare ai movimenti giovanili di contestazione partiti dagli Stati Uniti e arrivati a diffondersi in tutto il mondo, agli strascichi di quel sogno americano cominciato tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 che aveva spinto milioni di italiani ad emigrare in cerca di una vita migliore, alla cultura, alla letteratura e alla musica del “Nuovo Mondo” che, seguendo gli umori delle masse giovanili in fermento, avevano cominciato a rompere muri e barriere.

Lo dice Francesco stesso in Eskimo che “contro il sistema anch’io mi ribellavo, cioè, sognando Dylan e i Provos”. Nell’album Amerigo però è racchiuso anche il disincanto, la distanza tra l’America sognata e l’America vissuta dallo zio emigrante, raccontata proprio nella traccia che dà il nome all’album: “L’America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata, l’America era Atlantide, l’America era il cuore, era il destino, l’America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata, l’America era il mondo sognante e misterioso di Paperino” confrontata con “L’America era un angolo, l’America era un’ombra, nebbia sottile, l’America era un’ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita, e dire boss per capo e ton per tonnellata, “raif” per fucile”, vissuta e poi raccontata dallo zio.
Un paroliere nato, un poeta, un cantastorie il Guccio, capace di racchiudere nelle sue strofe storie personali e atti politici e di formarne un connubio di sublime fascino per chi ama parole pregnanti di significato e di vita. Le canzoni di Francesco Guccini sono canzoni che vanno ascoltate nel vero senso della parola: come quelle di ogni grande cantautore devono avere la libertà di scavare dentro poco a poco, di essere assimilate e comprese con il tempo. Un ascolto superficiale non basta. Bisogna avere la pazienza di ascoltare quelle dodici-tredici (solo nel caso de La Locomotiva) strofe senza ritornello, lasciandosi trasportare dall’incanto di composizioni di altri tempi, perché quelle gucciniane sono vere e proprie ballate che raccontano la quotidianità e i sogni di un uomo che non ha mai rinunciato alla sincerità e alla schiettezza, che non si è mai preoccupato di piacere al pubblico né di ricavare chissà quale compenso. Ce lo spiega bene ne L’Avvelenata: “Voi critici, voi personaggi austeri/ militanti severi, chiedo scusa a vossìa/ però non ho mai detto che a canzoni/ si fan rivoluzioni, si possa far poesia/ io canto quando posso, come posso/ quando ne ho voglia senza applausi o fischi/ vendere o no non passa fra i miei rischi/ non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”.
Si è sempre guardato a Francesco Guccini come ad un cantante schierato politicamente, proprio perché nelle sue canzoni si scorgevano riferimenti a quanto accadeva al di fuori del mondo della musica, nelle piazze, tra i ragazzi della sua generazione, nelle occasioni storiche e politiche di decenni cruciali in cui Guccini ha vissuto e scritto.

In realtà, per dichiarazione dello stesso cantante e come si legge sul suo sito internet ufficiale: “L’impegno politico di Guccini consiste nel suo modo di raccontare storie particolari elevandole a significati generali, per non dire universali. Politico è Guccini anche nel suo perenne invito al dubbio, alla possibilità di osservare la realtà e il mondo da un altro punto di vista, come rivela anche il ricorso frequente all’ironia e all’autoironia, che sono fra le caratteristiche più costitutive e interessanti della sua fisionomia d’artista”. Ironia che traspare benissimo nei ruoli d’attore in cui è stato coinvolto, uno fra tutti il burbero barista di Radiofreccia, film del 1998 di Luciano Ligabue, amico e fan appassionato.
Ironia che devo aver colto fra i versi malinconici e romantici di Eskimo quel giorno di primavera in cui cominciai ad aprire lo scrigno dei capolavori gucciniani: da La Locomotiva a Farewell, da Due Anni Dopo ad Incontro, dallo sfogo de L’Avvelenata alle lacrime versate su Cirano. Siamo diventati amici, senza che lui lo sapesse nei suoi testi trovavo conforto ed ammirazione con quell’attenzione e quella profondità che si ha solo a sedici anni, quando si sceglie la musica fidata che ci accompagnerà per la vita. Dev’essere stato lo stesso sentimento che ha accompagnato la schiera di artisti che ha partecipato all’album tributo Note di Viaggio-Capitolo 1: Venite avanti…a cura di Mauro Pagani, uscito nel novembre 2019. Manuel Agnelli, Malika Ayane, Samuele Bersani, Brunori Sas, Luca Carboni, Carmen Consoli, Elisa, Francesco Gabbani, Luciano Ligabue, Giuliano Sangiorgi, Margherita Vicario e Nina Zilli hanno reinterpretato alcuni dei migliori classici di Guccini riarrangiati dallo stesso Mauro Pagani.
Francesco Guccini è un caposaldo, un uomo di un’altra epoca che racconta sogni, aspirazioni, problematiche universali senza tempo, e forse è proprio questa sua aurea sacrale sprigionata da una figura semplice e riservata che ce lo fa amare come se fosse un membro della nostra famiglia. “Come si porta un maglione sformato su un paio di jeans”.

Woody Allen e la politica nei film

Woody Allen

“I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale.”

di Manuel Saad

Questa è una delle citazioni più famose del regista americano Woody Allen. 
Il commediografo statunitense è, da sempre, tra i più celebri umoristi della nostra epoca contemporanea.
 Dagli esordi fino ad oggi, lo stile di Allen si è plasmato con il tempo, diventando unico e facilmente riconoscibile.

Uno stile che è stato in grado di spaziare su numerosi temi in cui la critica e la satira sono stati gli unici strumenti in grado di sviscerare le dinamiche più curiose e complesse dell’essere umano.
 La borghesia, il capitalismo e la politica stessa, infatti, si sono ritrovate sotto i ferri di un Wood Allen sempre pronto a smascherare e mettere in ridicolo alcuni meccanismi e comportamenti, servendoli al pubblico con dei colori grotteschi.

woody-allen

In ogni suo film, tra i tanti sketch che Allen ha scritto e recitato, c’è sempre stato un riferimento politico sul quale ha scherzato e usato a suo favore per tradurre determinate sensazioni. 
Ricordiamo “Manhattan”, film in cui si fa riferimento al rapporto tra Hitler ed Eva Braun, con un sottile velo di provocazione e sarcasmo o “Io e Annie”, caratterizzato dal famoso riferimento ad Eisenhower: “Ho avuto solo una relazione con una donna durante l’amministrazione di Eisenhower, e in breve è stata un’ironia per me, perché io cercavo di fare a lei quello che Eisenhower sta facendo al Paese per otto anni!”.
 Ma il film che si prende totalmente gioco della politica, è la pellicola uscita nel 1971 intitolata “Il dittatore dello stato libero di Bananas”, nella quale il giovane Allen, alle prese con il suo terzo film, inventa uno stato fittizio per ironizzare la situazione politica statunitense e le interferenze militari nel Sudamerica.
 Le contraddizioni dell’attivismo giovanile e della politica estera vengono mostrate attraverso dialoghi ben costruiti in cui Allen riesce a muoversi con estrema facilità parlando con un linguaggio pungente e spiccato. 
Anche i mass media non trovano una via di fuga dalla sua macchina da presa: il colpo di stato viene equiparato ad un grande evento sportivo, mettendo così in risalto le crepe presenti nel sistema d’informazione e di come le notizie vengono servite, perdendo di vista il focus. 
Un qualcosa che da una città fittizia, di un film del 1971, non si discosta molto dalla nostra realtà.

È giusto che i cantanti dicano la loro?

Musicazero Km / #Musicology

di Manuel Saad

La figura dell’artista, per molti, è considerata fondamentale all’interno di una società. Ma c’è chi ritiene che debba occuparsi esclusivamente della propria arte e non mettere bocca in dinamiche sociali. 
Tu da che parte stai?
Molte volte, diversi artisti si sono espressi in merito a situazioni politiche e sociali sia attraverso i loro canali social sia attraverso la loro musica.
 Le reazioni del pubblico, spesso, vanno dalla totale indifferenza al compiacimento, per passare poi nella totale indignazione per cui un artista deve preoccuparsi solo di “cantare” o “suonare”.

Ma la musica deve essere soltanto uno strumento ludico o un semplice sottofondo per staccare la spina?
La storia, però, ci dice tutt’altro, come anche i recenti fatti che puntano una luce diversa sul ruolo di un musicista.
 Bob Dylan ricevette il Premio Nobel per la Letteratura nel 2016, Patti Smith una laurea ad honorem all’Università di Padova in lingue e letterature europee e americane, come anche Jack White, sempre nel 2019, in Lettere Classiche “per il suo contributo alle arti e per la sua dedizione alla città di Detroit”.

Riconoscimenti importanti che mandano segnali importanti alla comunità, come successe anche nel caso di Kendrick Lamar, il primo rapper della storia ad essersi aggiudicato il prestigiosissimo Premio Pulitzer della Columbia University di New York, con la motivazione “una virtuosistica raccolta di canzoni caratterizzata da una autenticità del gergo e dalla dinamicità ritmica, capace di offrire immagini che colpiscono e che catturano la complessità della società afro-americana oggi”.
 Il suo quarto album, “Damn”, è stato premiato in quanto è riuscito a raccontare la cruda realtà in cui è costretta a vivere la comunità afroamericana.
Attraverso la musica, Lamar è riuscito a mettere in luce situazioni scomode, raccogliere testimonianze e ricoprire il ruolo di un vero e proprio giornalista d’inchiesta.

Una vera e propria scelta politica in quanto il rapper afroamericano, nato nei bassifondi di Compton, non ha mai nascosto la sua spiccata avversione nei confronti del presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump.
 Pensandoci bene, i musicisti e i cantautori non fanno altro che sonorizzare tutto quello che li circonda, esprimendo attraverso la musica la loro visione del mondo che può coincidere o meno con quella di un ascoltatore. La musica è un strumento comunicativo molto potente in quanto riesce non solo a mandare messaggi importanti ma facendoli rimanere nella testa di chi li ascolta e carpisce il fine ultimo di una canzone.
 Semplificare il tutto con “sei un cantante, occupati di musica e non di politica” evidenzia una lacuna notevole in ambito storico, politico e sociale.

Intendere la musica come un qualcosa di superficiale, come un accessorio, risalta la superficialità di chi sostiene questa tesi.
 Tesi priva di fondamenta e di strutture solide in grado di reggerla e farla valere.
 La musica è sempre stata presente e ha sempre raccontato, come una fotografia, il periodo storico nel quale usciva prepotente e inondava le orecchie delle persone: l’ha sempre fatto e per sempre lo farà.