WILLIE PEYOTE

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di Alessio Boccali

Willie Peyote, pseudonimo di Gugliel- mo Bruno, nasce a Torino nel 1985. Il suo ultimo lavoro Sindrome di Tôret prende il nome proprio da una parti- colarità della sua città natia: le fon- tane pubbliche con la testa di toro che popolano la città e che non smettono mai di sputare acqua proprio come le persone affette dalla sindrome Tou- rette non riescono a controllare i loro tic.

Ciao Guglielmo, il tuo “Sindrome di Tôret” è un disco schietto, molto punk e la metafora con la patolo- gia di Tourette rispecchia proprio questa incapacità di controllarsi e, nella fattispe- cie del disco, di star zitti; non pensi però che sia proprio lo stare troppo zitti a subi- re uno dei più grandi problemi di questa società?

In realtà, la gente parla, anche troppo, sen- za mai però reagire. Parlare per non dire niente non è comunicare ed incazzarsi e sparare cazzate non è ribellarsi, anzi, es- sere schiavi dell’idea di dover dire sempre la propria per forza è essere soggiogati da come funzionano le cose senza rendersene conto.

Se le persone non riescono a ribellarsi all’essere incluse nel calderone di chi par- la a vanvera come possono ribellarsi al sistema? È difficile fare musica per quello che in “Avanvera” definisci un popolo di Alberto Angela?

Non è difficile fare musica oggi, è difficile farla durare nel tempo senza che sia con- siderata soltanto un mero mezzo d’intrat- tenimento. Oggi poi con le nuove tecnolo- gie è anche più facile diffondere le proprie opere.

I testi del disco racchiudono molte stilet- tate crude e disamine della realtà, ma sono anche pieni di domande.

La mancanza di certezze è uno sprono a fare arte? Senza dubbio, se hai delle certezze certamente non produrrai nulla di artistico perché queste non ti por- tano a farti delle domande, a guar- dare le cose sotto un punto di vista che non sia quello della sicurezza. Non credo si possa produrre arte se si è sicuri di sapere e capire tutto. Il motore di tutto quello che ho fatto è sempre stato proprio il dubbio; dall’analisi di ciò che avevo intorno

è sempre nato qualcosa di interes- sante. In “giusto la metà di me” con la frase “sapessimo il tempo che resta sapremmo davvero usarlo meglio?”

ti domandi se davvero stiamo sfrut- tando al meglio il nostro futuro.

Sei riuscito a capire quale sia il modo per sfruttare al meglio il tuo futuro? Non so quanto mi resta e non credo di volerlo sapere (ride, n.d.r.), per ora sono determinato a pormi nei confronti del futuro in una maniera più consapevole rispetto a tempo fa, consapevole di quello che posso e devo fare e che è sempre necessario migliorare sé stessi per migliorare il futuro.

Non ti chiederò se sei più rap, più indie o più cazzone come dici ne “I

cani”, ma ti chiedo cosa ne pensi dell’attenzione attirata sul pubblico da questi nuovi artisti che partono dal basso e rappresentano ormai il nuovo pop italiano?

Era ora. A prescindere dai gusti, è meglio avere primi in classifica gen- te come thegiornalisti, Levante o Coez piuttosto che i vari Ramazzot- ti, Renga o Pausini, che hanno stan- cato. Sono contento che i primi ci- tati siano persone della mia età, che io e la mia generazione possiamo comprendere. Mi sta benissimo che il nuovo pop italiano venga dal bas- so, che sia indie o quello che volete; è un buon momento per la musica italiana proprio per questo motivo.

Meglio Tommaso Paradiso che Ra- mazzotti… tutta la vita!

Sei nel pieno di un tour per l’in- tera Penisola che si concluderà a gennaio, qual è la situazione dei club italiani, siamo ritornati ad una situazione in cui il pubblico smette di stare davanti alla tv ed esce ad ascoltare nuova musica? Sì e a questo si associa la morte dei talent.

Le persone da qualche anno vanno a vedere gente che fa musica sul serio e non solo prodotti commer- ciali, ci si è resi conti che quella dei talent e della tv era solo fuffa. An- dare a un talent non serve a niente, serve ai giudici per fare i giudici, ai musicisti non serve a niente. Per rimanere in tema tv ho apprezzato invece un programma come MTV Spit, che comunque non era pre- parato e, pur dovendo rispettare i tempi televisivi, era abbastanza ve- ritiero. L’ho vissuto da vicino quan- do ha vinto il mio amico Shade e posso assicurarti che era tutto vero.