Giulia Lorenzoni presenta “The Monk”

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ph. Giacomo Mearelli

Ciao pubblico di Musica Zero Km, sono Giulia Lorenzoni, cantante e cantautrice e vi parlerò del mio nuovo progetto “The Monk”.

Ciao Giulia, Come nasce questo progetto?

Il libro “The Monk” nasce da uno studio folle su tutto ciò che riguardasse il mondo di Thelonious Monk. Ho letto molti libri sulla sua vita, ma soprattutto l’ho inseguito in tutto il mondo durante i suoi tour ed ho letto e studiato tutti gli articoli che parlassero dei suoi concerti. Inoltre, cosa fondamentale, ho contattato tantissimi storici del jazz per sapere se avessero materiale su Monk da farmi consultare e qui ho avuto la risposta fondamentale del grandissimo Adriano Mazzoletti, che, grazie al suo grandissimo archivio di materiale inedito, mi ha dato una grande mano. Il progetto “The Monk”, quindi nasce dal libro, e il 16 novembre al Load di Roma diventerà uno spettacolo che verrà registrato in un vinile.

Thelonious Monk era un artista molto particolare, cosa volete trasmettere al pubblico “raccontando” la sua musica?

Innanzitutto, Thelonious Monk ha trasmesso molto a me, da questo vorrei partire per trasmettere al pubblico ciò che io ho appreso dalla sua vita, dalla sua storia. Proprio da questo è nata l’esigenza di una comunicazione totale fatta di parole, teatro e musica. Lo spettacolo è una serie di spot, di piccoli aneddoti, di una serie di interpretazioni della realtà, inventati sì da me, ma comunque fedeli al suo pensiero, che vorrei portassero il pubblico a leggere il mio libro e, soprattutto, ad ascoltare la musica di questo artista.

A proposito di Monk, egli era un fenomeno imprevedibile, ci sarà spazio per l’improvvisazione anche nello show?

Assolutamente sì! La musica jazz dà ampio spazio all’improvvisazione. Nello show troverete sul palco me e il pianista Tobias Nicoletti, con il quale si creerà un dibattito artistico più unico che raro.

È cambiato qualcosa nel tuo modo di fare musica dopo che hai approfondito lo studio del jazz per scrivere “The Monk”?

In realtà nasco dal jazz e ho sempre approfondito questo mondo. Monk è l’artista che, da sempre, più mi ha colpita: mi ha comunicato una grande forza soprattutto dal punto di vista della scrittura, che trovo tutt’ora visionaria.

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ph. Giacomo Mearelli

Musica, scrittura e recitazione: 3 passioni distinte che sei riuscita, già anche altre volte, a racchiudere in un solo progetto, è questo il tuo “sogno d’artista”?

Sì, il mio sogno d’artista è questo. Innanzitutto, vorrei vivere della mia musica e sono contento che la strada si stia finalmente aprendo e stia riuscendo in questo mio intento. Tornando a “The Monk”, mi piace dirvi che questo, in realtà, era il primo progetto di teatro-musica che io volevo portare già l’anno scorso, solo che nel frattempo, per esigenze emotive, è andato in scena prima un altro progetto che si chiama “La Valigia”, nato dal mio libro “Una valigia di perplessità”, che stato in tour per più di un annetto, e da questo progetto inaspettato è nato il vinile “La Valigia”. “The Monk”, in realtà quindi, era già pronto da tempo…

Perché a detta di molti il vinile è l’unico formato degno di ospitare dei lavori jazz?

Credo che sia più un’esigenza economica che di genere. La musica è da sempre vittima di pirateria e “piratare” un vinile è una cosa strana perché questo supporto è prima di tutto un oggetto che porta con sé una miriade di significati prima che un disco. Di fatto, nel 2019 il vinile è quasi un’esigenza artistica. Anche il mio “La Valigia”, per mia decisione, non è stato caricato su alcuna piattaforma di streaming. Per ascoltarlo devi venire a teatro e, se poi ti sarà piaciuto, allora comprerai il vinile. A mio parere, è un ottimo metodo per riportare gente ad ascoltare musica dal vivo.

Il tuo rapporto con “Love More Nation” di Giampiero Turco e Mariagrazia Finocchi…

L’incontro con Giampiero Turco e “Love More Nation” avviene circa un anno fa ed è abbastanza incredibile pensare che in due anni abbiamo già pubblicato due libri, registrato un disco e il 16 novembre al Load District registreremo il secondo disco.

Quindi ci vediamo il 16 novembre…

Sì, l’appuntamento con me e Tobias Nicoletti è proprio il 16 novembre al Load District di Roma in Via Dei Durantini, 90 con apertura cancelli alle 20 e inizio concerto alle 21. Free entry. Non avete scuse, vi aspettiamo!

Potete guardare l’intera intervista video qui sotto:

IRENE GHIOTTO È “SUPERFLUO”!

Di Manuel Saad

Irene Ghiotto_photo session_02Irene Ghiotto è un vulcano di energia, una bomba all’idrogeno pronta ad esplodere. Nel suo nuovo album, “SuperFluo”, c’è tanta rabbia e tanta voglia di riscatto personale. L’abbiamo raggiunta per farci raccontare com’è riuscita a veicolare quest’energia nel modo giusto.

Ciao Irene, il tuo “SuperFluo” è pieno di venature, di percorsi. Qual è stato, invece, il percorso che hai intrapreso per arrivare ad avere tra le mani quest’album?

Ciao! Questa è stata letteralmente una crescita personale. Una crescita indirizzata verso l’indipendenza dalle persone che amo, difficilissima da ottenere. Mi è servito vivere da sola, sentirmi sola e spostarmi nel mondo da sola. Mi sono resa conto che non mi muovevo senza qualcun altro. Questo è un disco in cui cerco, nella mia età matura, di essere  il più indipendente possibile e di perseguire una felicità, una realizzazione, che sia solo mia e non appoggiata ad altri. Tutto intorno questo discorso c’è tanta rabbia derivata dall’incomprensione della mia complessità. Non sono arrabbiata con il mondo per questo ma con me stessa. L’effetto che ho avuto nella realizzazione del disco, però, non è stato quello di semplificare ma quello di spingere questa complessità.

Come mai questo titolo?

Non sono mai stata brava nella scelta dei titoli, tanto che il mio primo EP non aveva titolo.
Questa volta è stato diverso. Mi sto per laureare in Filologia Moderna e studiando per un esame di letteratura polacca, leggendo degli scritti di analisi critica, mi rendo conto che il tipografo per scrivere “superfluo” era dovuto andare a capo troncando la parola e io lessi “superflùo”. Quell’errore di lettura mi aveva fatto capire che spostando l’accento prendeva tutto un altro sapore. Mi ci sono ritrovata subito.
HO subito pensato ad un discorso di duplicità dell’anima che io sento di avere.

È difficile raccontare l’universo femminile attraverso la musica?

Non è difficile per me, in quanto femmina e quindi ascolto quello che sono. Forse il difficile sta nel rappresentarne la complessità – non che l’universo maschile non lo sia – e, anche, trovare il giusto linguaggio che mi inglobi completamente. Quando faccio un qualcosa, mi ci riconosco nel momento in cui l’ho fatta ma il giorno dopo già sono diversa.

Intendi una sorta di continua crescita?

Sì, esatto. Un’evoluzione continua che però rischia di cambiare la tua visione su quella cosa. Con il passare del tempo ti accorgi che molte cose erano rappresentative per te, prima. Quello che mi piace molto di questo disco è che mi ci rivedo ancora, nonostante mi senta già diversa. Sta “camminando” con me ma, come con tutte le cose, lo dovrò lasciar andare. Ed è anche questo il bello: la caducità.

Qual è stato il brano con il quale hai “lottato” di più e quello che invece è uscito subito, di getto?

“Le cose” è uscito subito. È sintetico, è corto e dice l’essenziale con molta forza.
Il brano che mi ha fatto imbestialire per la costruzione che c’è dietro è stato “Assurdità”. Infatti è assurdo!
Mi ero messa in testa l’idea che volevo definire l’assurdo. Definirlo testualmente ce la si può fare. Musicalmente è stato difficilissimo. Questo perché anche io cerco di riportare tutto al mio orecchio e ai miei canoni, e in questo lavoro che ho fatto, ho cercato di creare un nuovo canone, sempre con modestia (ride, ndr).

L’album si chiude con il brano “Le cose”. Un brano quasi sussurrato che successivamente esplode in una dolcezza orchestrale. Quali sono le cose e le parole che ti fanno star male?

Sicuramente non quelle che non capisco perché mi aiutano a crescere. Le parole che mi fanno stare male sono quelle dette per ferire, che non hanno un principio di evoluzione nella dialettica. Capita di riceverle e anche di dirle. Tutti siamo bestie e un po’ stronzi. Paradossalmente lo siamo con le persone che amiamo di più. Gli schiaffi in faccia più forti li ho ricevuti dalla famiglia. Se mio padre mi dice qualcosa, senza far attenzione, mi offende di più rispetto a qualcun altro.
Le cose che mi hanno fatto più male, invece, sono quelle che ho dovuto lasciare. Ho vissuto per sette anni in una casa in affitto. Mi ci sono affezionata tantissimo. Ogni volta che devo abbandonare qualcosa, mi rendo conto che gli ho messo dentro una storia e quando ho dovuto dire “ciao”, è stata tosta. Più che essermi portata le cose dentro alla mia vita, ho lasciato un po’ di me nelle cose che sono rimaste.
È la cosa più difficile ma questo ti rende libero dentro.

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Personalmente, ho trovato un altro tema in quest’album. L’empatia, l’essere empatici.

Tu mi stai prendendo per quello che sono veramente. È una cosa strana che tu l’abbia colta nei pezzi. Ti ringrazio perché non è scontato. Anche tu sei empatico e questo vuol dire che empatizzi con la mia empatia. Sono così empatica tanto da soffrire per questo. Non credo di aver scritto canzoni come inni all’empatia, ma credo di esserlo io. La parte brutta è che soffri tu, tantissimo, per le situazioni che vedi negli altri. Soprattutto se gli altri non te lo dicono, ma tu lo senti.
La cosa positiva è che l’empatico è apertissimo agli altri e per me la relazione tra gli esseri umani è fondamentale per la mia musica.
Quindi sì, c’hai beccato!

Stai pensando a qualcosa per i live? Come saranno strutturati?

La novità è che sarò totalmente in piedi, come una femmina potente e arrabbiata! Un approccio completamente nuovo in quanto nei miei live ho sempre suonato il piano o, male, la chitarra. Ho sempre avuto uno strumento che mi separava dal pubblico. Non mi sono mai consentita quella sicurezza di potermi muovere col mio corpo. Ho fatto molta danza da bambina ma ho avuto sempre qualche timidezza e l’ho abbandonata proprio perché sentivo di non riuscire ad esprimermi appieno con il corpo.
Mi rendo conto ora che mi trovo nel momento più florido della mia vita, come donna, come essere umano, che è proprio questo a rendermi più sicura a stare sul palco con il mio corpo, con la mia sensualità e con i miei gesti molto maschili. Il femminile e il maschile insieme.

Quanti sarete sul palco?

In questa prima parte del tour che faremo nei club più piccoli, saremo quattro anche se, in realtà, la formazione perfetta sarebbe otto. Ma per via di budget e di spazio fisico, abbiamo ridotto il numero.
All’inizio pensavo sarebbe stato molto difficile suonare il disco bene in quattro, ma mi sono ricreduta.
A tutti noi piace questo disco e lo suoniamo super spinto anche perché c’è davvero tanta chimica tra di noi. C’è molta intesa e ci riconosciamo l’uno nell’altro.

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FLOWING CHORDS

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Un pò di curiosità sul progetto corale nato alla Saint Luis College of Music

di Manuel Saad

“Flowing Chords” è il nome del progetto corale composto da 30 elementi, nato nel 2016 al Saint Louis College of Music e diretto da Margherita Flore. I brani proposti spaziano dall’R&B al cantautorato e all’universo pop, proponendoli in un linguaggio dinamico, moderno e fresco.
L’abbiamo intervistata per farci raccontare cosa vuol dire dirigere ed essere all’interno di un coro.

“Flowing Chords”. Come mai la scelta di questo nome?

Durante la ricerca del nome i ragazzi volevano che al suo interno vi fosse un riferimento alla mia persona, sebbene la cosa mi mettesse un po’ in imbarazzo. Quindi partendo dalla prima parte del mio cognome (Flore – Flo-) abbiamo pensato a qualcosa che fosse comprensibile anche all’estero e che riassumesse il nostro assetto corale, e cioè una ricerca di fluidità nello scambio tra le sezioni.

Come sei diventata direttrice di un coro?

In realtà per necessità perché i Flowing Chords sono nati come un progetto di sperimentazione per la mia iniziale idea di tesi di laurea in Composizione di Musica da Film al Saint Louis College of Music. Presso l’università mi sono avvicinata all’idea di coro frequentando il corso di Coro Pop tenuto al M° Diego Caravano, da lì mi sono appassionata alle sonorità ed alle diverse soluzioni vocali imitative degli strumenti; così ho radunato un po’ di studenti miei colleghi e si è sviluppato un progetto a cui ci siamo appassionati insieme. Mi sono trovata ad essere direttrice perché quelli che cantiamo sono tutti arrangiamenti che scrivo io, ma la direzione spesso ha una natura un po’ scambista almeno tra di noi.

Come si riesce a gestire un’orchestra di voci di circa 30 elementi?

Riusciamo a gestirci perché siamo in tanti a partecipare attivamente. Per ogni sezione c’è un capo che si assicura della gestione interna della pulizia delle parti, delle comunicazioni ed organizzazioni per turni in studio. Abbiamo chi si occupa dei social, dei video e del montaggio del materiale, degli outfit e dell’organizzazione per le trasferte. La suddivisione dei compiti è necessaria per l’avanzamento del progetto: tutti i piani di lavoro vengono affrontati e programmati insieme. Siamo molto coesi anche dal punto di vista personale, questo è molto importante. Tra noi c’è un rapporto molto obliquo, assolutamente non verticale, anche perché molte soluzioni a livello di suono si trovano cercando in prova. Ho molta stima per ognuno di loro, abbiamo fatto tante cose che negli anni ci hanno unito molto: c’è capitato di fare turni di registrazione da 18 ore, di cantare coi geloni ai piedi, di improvvisarsi coreografi per videoclip, di tornare dopo lunghe giornate di lavoro nella tormenta bucando ruote, di dormire in 30 in condizioni estreme (e questo succede spesso). Ma c’è da dire che per noi il Natale non viene soltanto il 25 Dicembre.

Come funziona la collaborazione tra un coro e un artista esterno (Davide Shorty, Ainé, etc.)?

Tutte le collaborazioni che abbiamo fatto fin dall’inizio con gruppi o artisti ci hanno ogni volta migliorato e mostrato una modalità di lavoro diversa. Generalmente, stabilito il primo contatto con l’artista o il programma, mi occupo io dell’arrangiamento producendo un provino da far ascoltare al collaboratore e in un tempo relativamente stretto procediamo poi alla concertazione con il coro per prepararci poi alla registrazione o al concerto. I progetti esterni di solito sono tutti a corto raggio, per questo portano sempre ad un miglioramento immediato.

La scelta dei coristi come avviene? In genere, per far parte di un coro non vengono richieste particolari tecniche vocali. È realmente così?

Per quanto mi riguarda la priorità è l’attitudine all’ascolto, la capacità d’adattamento ritmico, buona lettura e ironia. Non facciamo provini: di solito i nuovi vengono invitati alle prove e sono sentiti dai capisezione. La nostra attività è molto intensa, richiede impegno, presenza e disponibilità. Al momento non stiamo cercando nuovi elementi, ma non si sa mai.

BILLIE EILISH

di Francesco Nuccitelli

Famiglia di artisti e artista precoce

Billie Eilish Pirate Baird O’Connell, o meglio nota come Billie Eilish, è nata e cresciuta ad Highland Park, in una famiglia da sempre devota allo spettacolo in tutte le sue forme. Dalle chiare origini scozzesi e irlandesi, la giovane cantautrice ha iniziato a scrivere canzoni in tenera età (quando aveva 11 anni per la precisione).

Giovane donna dal cuore d’oro

Billie Eilish, oltre ad essere una giovane artista di grande talento, ha dimostrato di avere un cuore grande e generoso. Recentemente, infatti, la ragazza ha donato i proventi di un suo concerto ad una associazione legata alla difesa dei diritti delle donne.

“Ocean Eyes”: il primo grande successo “condiviso”

Il primo e incredibile grande successo è arrivato prestissimo. Già nel 2016 la giovane Eilish ha iniziato a scalare le classifiche con la canzone “Ocean Eyes”, brano scritto dal fratello.
Il singolo, in poco tempom ha superato traguardi molto importanti tra stream e views sulle varie piattaforme online. Parliamo di più di 80 milioni di views su YouTube ed oltre 200 milioni di stream su Spotify.

Grandi influenze musicali

Diverse sono le influenze musicali per la giovane cantautrice, tra quelle più citate troviamo la cantante Lana del Ray, i Beatles e i Green Day. La sua fonte di ispirazione primaria, però, rimane sempre il fratello maggiore.

Tredici ragioni per due belle canzoni

Il connubio musica e cinema è sempre molto interessante e ha già interessato anche la carriera della giovane artista. Infatti, due tra i suoi brani, sono stati scelti come colonna sonora delle prime stagioni di “13 reasons why”, una delle serie targate Netflix. Le canzoni in questione sono: “Bored” e “Lovely” (quest’ultima feat. Khalid).

SICK LUKE & MECNA

Visitate la nostra “Neverland”, non vedrete l’ora di tornarci!

di Alessio Boccali

Un incontro che ha dato vita a un’altra dimensione: l’isola che non c’è – la Neverland da cui il titolo dell’album – dal punto di vista geografico, ma che Sick Luke e Mecna sono riusciti a edificare unendo i loro stili e le loro peculiarità artistiche. Una collaborazione interessante nata tra uno dei più prolifici producer italiani e una delle voci più riconoscibili del “cantautorap” italiano e che si è sublimata in un album impreziosito da due storici collaboratori e amici di Luke e Mecna, ovvero, rispettivamente, Valerio Bulla e Alessandro Cianci.

Ciao ragazzi, com’è nata questa collaborazione?

(Mecna) Ci siamo scritti su Instagram a fine 2018 e ci siamo subito trovati; avevo chiesto a Luke di inviarmi dei beat per poter collaborare in un pezzo e, infatti, tra quei beat c’era quello di “Akureyri” il nostro primo singolo insieme. Un esperimento andato molto bene. Quando poi ci siamo visti dal vivo, abbiamo portato io il mio musicista (Alessandro Cianci) e Luke il suo (Valerio Bulla) e abbiamo lavorato assieme a questo progetto.
(Sick Luke) Sì, ai tempi di “Akureyri” non c’era ancora l’idea di fare un disco insieme; quel pezzo nasceva perché entrambi avevamo voglia di sperimentare. Posso dire che Mecna è stato il primo artista, che fa roba totalmente diversa dalla mia, con cui ho collaborato (poi sono arrivati gli PSICOLOGI, Marïna, ecc.). Poi, dai, un aneddoto posso raccontartelo: per i beat gli ho chiesto 10k, lui non ce li aveva e allora adesso è costretto a farmi grafiche per tutta la vita (ride, n.d.r.).

Di questo titolo “Neverland” che cosa mi raccontate?

(M.) “Neverland” è l’isola che non c’è, o meglio non c’era finora. Questo disco è una cosa diversa da tutto quello che c’è in giro: un’isola che ora, grazie a noi, c’è.
(S.L.) “Neverland” è frutto della voglia di creare una dimensione diversa, che poi è quello che cerco in ogni mio lavoro. Con Mecna ho intrapreso un viaggio verso una mèta utopica, che appena visitata (ovvero alla fine dell’ascolto), non vedi l’ora di rivedere.

(Per Mecna) Nelle tue canzoni emerge sempre un perfetto mix tra atmosfere raffinate, studiate e testi mai banali, che spesso hanno bisogno più di un ascolto per essere compresi fino in fondo. Anche in questo ultimo lavoro c’è questo tuo marchio di fabbrica, ma la cornice sembra essere molto più popular…

(S.L.) Posso rispondere anch’io? (ride, n.d.r.) Da quando Mecna si è messo a collaborare con me, la gente pensa che sia diventato commerciale. In realtà, che cosa vuol dire “commerciale” oggi? Io faccio musica popolare, che arriva alla gente, pur non facendo pop e questo lavoro con Mecna è popular proprio in questo senso.
(M.) Non sono mai stato paladino dell’hip hop o del rap a tutti i costi, anzi fin dai miei primi demo ho sempre cantato quando volevo cantare e usato basi molto melodiche. Per quanto riguarda i testi, ho imparato nel tempo a non farmi tanti problemi riguardo al mio stile perché, in fin dei conti, scrivendo stavo parlando di me, stavo raccontando la mia vita. Creare questo cortocircuito con Luke poi mi ha fatto impazzire: abbiamo creato un nostro micromondo, che non si può definire con un genere, in cui entrambi siamo rimasti gli stessi.

Le etichette sono inutili. […] Le cose spesso sono molto meno studiate di quanto si pensi, semplicemente nascono da quello che hai voglia di suonare in quel momento.

(Per Sick Luke) Possiamo dire che sei stato quello che ha portato la trap in Italia?

(S.L.) La trap già c’era in Italia, la faceva Bello Figo Gu. Scherzo, è solo un bufu (ride, n.d.r.). Seriamente io mi sono ritrovato con i ragazzi della Dark Polo Gang a fare della musica che prima in Italia non si ascoltava; inizialmente provavo ad imitare i beat di Gucci Mane, ma non ci riuscivo e allora ho inventato qualcosa di mio, che in realtà è un mix di dark, di vapor… ma non voglio dargli un’etichetta perché poi i miei beat e i pezzi che ne sono nati sono tutte cose differenti, creano tutti atmosfere diverse. Le etichette sono inutili. Mecna spesso lo definiscono indie…
(M.) Esatto! Anch’io odio le etichette. Le cose spesso sono molto meno studiate di quanto si pensi, semplicemente nascono da quello che hai voglia di suonare in quel momento.

(Per Mecna) Non a caso non ti senti un rapper e in un pezzo del disco lo canti “Io più che un rapper sono particolare, dentro le mie parole voglio farti nuotare…” e poi aggiungi, in un altro brano, “Non fare un disco se non stai soffrendo…”… ok, non mettiamo etichette, ma tutto ciò, soprattutto l’ultima frase molto alla Tenco, ti avvicina al cantautorato…

(M.) Sì, è da un po’ che mi dicono questa cosa del cantautorato e dalla famosa citazione di Tenco nasce proprio il pezzo che mi hai segnalato. Probabilmente sono più un cantautore, è vero, ma vado pazzo per i suoni urban e per le atmosfere che creano. Poi, certo, nella scrittura sono sempre molto introspettivo e questo mi riporta al cantautorato.

(Per Sick Luke) Come mi commenti questa nuova importanza riconosciuta – finalmente – ai producer?

(S.L) Era una situazione vergognosa quella del producer in Italia, io ho fatto me stesso, non ho creato un personaggio, eppure da me e da chi come me ha cominciato a fare un certo tipo di musica è partita la rivalutazione di questa figura. Da noi il producer era visto come il nerd che lavorava nell’angolo muffoso di una saletta, ora invece io sono una star.
(M.) Io ho sempre cercato di dare importanza ai miei producer, ma non è mai stata una cosa scontata. È vero quello che dice Luke, io da ascoltatore e da artista molto nerd mi vado sempre a cercare chi ha prodotto cosa, ma nell’ascoltatore medio questo meccanismo non si attiva quasi mai. Oggi, grazie a questa nuova importanza data ai producer, si creano delle connessioni super-stimolanti.

YUMAN

YUMAN PRESENTA IL SUO “NAKED THOUGHTS”

di Alessio Boccali

“Run, run, run” e non arrenderti mai…

Yuman, all’anagrafe Yuri Santos, è un talento in rampa di lancio; il suo album d’esordio è una ventata d’aria fresca – cantata però da una voce calda – che sembra provenire da lontano e che si candida a ritagliarsi il suo spazio nel panorama musicale nostrano.

Ciao Yuri, com’è stato il percorso che ti ha portato alla nascita di “Naked Thoughts”?

È stato un percorso molto lungo, un vero e proprio parto (ride, n.d.r.). Sono stati due anni intensissimi: dalle prime bozze fino alla loro finalizzazione, dalla scrittura dei testi alla scrittura della musica. È stato un continuo reinterpretare le canzoni in un percorso quasi spirituale.

Cosa rappresentano questi “pensieri messi a nudo” da cui il titolo del disco?

Rappresentano tutto ciò che mi è passato in mente in questi ultimi due anni. Da qui il risultato e la grande varietà dei brani dell’album.

Hai suonato già su palchi importanti, come, ad esempio, quello dell’Indiegeno; quanto ti ha fatto crescere l’adrenalina donata da queste esperienze live?

Tantissimo. Il live mi fa impazzire: vedere tutta la gente che ti apprezza, naturalmente, ti carica, ti dà la spinta.

Un grido di battaglia, di rivoluzione per questo caos generazionale…

Credo che la vera rivoluzione sia lottare per essere se stessi, non abbiamo altro di più importante da fare al momento!

Quali sono stati i punti fermi che hanno guidato questo tuo esordio?

Sicuramente il producer Francesco Cataldo, con il quale abbiamo vissuto in simbiosi per parecchio tempo, e poi soprattutto gli amici, che mi hanno dato un grandissimo supporto. A volte è dura resistere, quindi devo sicuramente ringraziare tutti quanti loro.

Qual è la frase che ti sei ripetuto più volte durante la tua gavetta prima di arrivare a questo traguardo di un album? Forse quel “Run, run, run” che canti in uno dei pezzi del disco?

Esatto, poi sicuramente il “Ce la puoi fare” non è mai mancato; ci ho sempre creduto indipendentemente da spazio, tempo, età… non bisogna accontentarsi mai né adagiarsi. Questo non significa diventare maniacali, ma semplicemente saper tenere duro, lottare per i propri obiettivi e allo stesso tempo non arrendersi mai.

In conclusione, qual è la canzone di questo disco che canteresti con il tuo idolo?
Beh, il mio idolo vivente è Anderson Paak e ti dico che ci canterei molto volentieri “Love Ain’t Relaxing” o “Oh My!”.

NIGHT SKINNY

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Storia di “Mattoni” e di un documentario, che bisognerebbe girare, sulla nascita di un disco

di Alessio Boccali

Un ritorno atteso celebrato dalle strofe dei “migliori sulla piazza” rap nostrana. NIGHT SKINNY, all’anagrafe Luca Pace, ha messo su un progetto “artigianale” molto personale, destinato a diventare un prodotto di culto. Nonostante, già dal primo ascolto, sia ben chiara l’attenzione alla qualità del progetto e non ai numeri che potrà collezionare – come confermato dall’artista stesso durante l’intervista –, nella prima settimana di uscita l’album si è stabilito al primo posto delle classifiche ufficiali FIMI/GfK top album e vinili.

 Ciao Luca, possiamo considerare “Mattoni” un ideale sequel del tuo precedente lavoro “Pezzi”?
Esatto. “Pezzi” era una raccolta di brani creati nel tempo e quando decisi di pubblicarlo l’avevo immaginato come una mia compilation. “Mattoni”, più o meno, è lo stesso: è un “best of” di tutti i pezzi che avevo pensato; i 16 che sono in tracklist sono quelli più solidi, proprio come dei mattoni.

Ma questi mattoni sono più una costruzione o una costrizione, quasi un peso che volevi toglierti?
Voglio essere molto sincero, ho iniziato a lavorare seriamente a questo album un anno e mezzo fa. Dopo quattro mesi di lavoro mi sono accorto che stava venendo fuori un disco trap e la cosa non mi andava bene: in giro è pieno di lavori trap fatti da produttori più giovani e più sul pezzo di me, io volevo fare altro. Volevo fare un disco rap e me ne resi conto durante un viaggio a New York con Noyz e Luchè. Fare un disco del genere in questo momento è mandare un messaggio ai più giovani che si stanno avvicinando allo stile urban negli ultimi anni. Non ho nulla contro la trap, ci sono anche nel disco degli episodi e degli artisti trap, ma sentivo l’esigenza di correre dei rischi e di inserire nel disco, ad esempio, dei sample, cosa che in un disco di una multinazionale è molto difficile fare. Eppure, ci sono riuscito e nel disco puoi trovare dai sample di EDM anni ’90 a sample di musica soul: insomma roba importante. In definitiva, “Mattoni” è stato sicuramente una costruzione ideale fortemente voluta.

All’interno del disco le strofe di Noyz Narcos, Marracash, Capo Plaza, Guè Pequeno, Fabri Fibra, Rkomi, Luchè, Ernia, Quentin40, Tedua, Lazza, Ketama126, Side Baby, Speranza, Shiva, Franco126, Izi, Jake La Furia, Taxi B, Madame, Vale Lambo, Lele Blade, CoCo, Geolier, Chadia Rodriguez e Achille Lauro.

Quindi è come se tu abbia voluto porre delle nuove fondamenta per il rap nostrano: ti ha aiutato la ritrovata importanza data al ruolo del producer nella scena musicale italiana di oggi?
Beh, di sicuro la situazione del producer in Italia è di gran lunga migliorata. Da quando sono comparsi sulle scene artisti come Sfera, Ghali, Tedua, Izi… ognuno ha cercato di portarsi dietro il proprio producer dando di fatto risalto anche alla figura di questi professionisti. Riconosco che è stata una rivoluzione molto importante, nonostante a me non piaccia molto stare sotto ai riflettori. Nasco come ingegnere del suono per poi diventare producer e nonostante stia comunque sempre in giro con Rkomi, con Noyz… questo momento di “celebrità”, tutta questa attesa che si è creata con l’uscita di questo album, mi han messo un po’ di ansia.

Attesa fomentata anche dalla fiducia che gli artisti che hai coinvolto in questo progetto ti hanno dimostrato sui social…
Sì, su Instagram è successo il bordello e questo mi carica e allo stesso tempo mi mette ancora più agitazione. Ho portato sul mio “tappeto” artisti come Guè Pequeno, Fabri Fibra, Achille Lauro, Luchè, Noyz… e vorrei citarli tutti, che tra di loro non avevano mai collaborato o da chissà quanto tempo che non lo facevano più, ho coinvolto una ragazza giovane come Chadia Rodriguez che apparentemente sposa un immaginario diverso dal mio eppure è venuto fuori un gran connubio. Poi dei numeri non mi è mai interessato sinceramente, sono convinto di aver fatto un disco che potrà diventare di culto. Un disco di grande qualità, il frutto di una ricerca continua. Non ho pensato a questo album come un insieme di potenziali singoli/hit, Il vero successo di “Mattoni” sarà regalare delle emozioni nel tempo.

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Eppure, oggi sembra che tanti artisti vivano più di singoli…
Se fai un disco pensando di fare 10, 20 singoli… fai una schifezza. Io ho sempre pensato di mettere su un progetto che fosse simile agli album che più amo. Non ho avuto imposizioni, ho scelto io chi coinvolgere nel progetto, ho invitato tutti gli artisti nel mio studio. Non mi piacciono i singoli, soffro il fatto che una possibile uscita anticipata di un mio pezzo possa dare un’idea sbagliata dell’album che poi lo conterrà. Ho preferito continuare a curare ogni brano come un prodotto artigianale. Poi certo, sarà molto difficile replicare un lavoro del genere e al 99% “Mattoni” non avrà un seguito, perché dietro di sé ha un lavoro davvero enorme; pensa solo alla fatica di contattare tutti gli artisti coinvolti, mantenere il rapporto con loro e con le varie etichette e i vari management: in situazioni del genere basta davvero un niente, un cambio di etichetta ad esempio, per rischiare di mandare al diavolo mesi e, a volte anni, di lavoro. Oggi sono in sintonia con tutti, evidentemente si sono allineati dei pianeti per far nascere questo progetto, ma le cose sono sempre in continuo cambiamento. Tanti non la capiscono questa cosa: mi chiedono perché non ho inserito quello piuttosto che quell’altro artista in “Mattoni”. Ma il disco è mio e bisognerebbe girare un documentario su come nascono i dischi, sul lavoro certosino del producer.