La Rappresentate di Lista al Primo Maggio di Roma

Di Francesco Nuccitelli

Tra i protagonisti del pomeriggio del Primo Maggio a Roma troviamo La Rappresentante di Lista, band che si è esibita – per la gioia dei fan – sopra lo storico palco di Piazza San Giovanni con due brani: “Questo corpo” e “Maledetta tenerezza”. Durante il concertone, noi di MZKnews, lì abbiamo raggiunti nel backstage per una veloce chiacchierata:

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Vi siete esibiti sul palco del primo maggio, tra la pioggia e il pubblico festante. Ma qual è stato il tocco queer che avete portato su questo palco?

Sicuramente il mio rossetto… questo mi sembra abbastanza queer. Ma aldilà di questo, se intendiamo queer come fuori da ogni schema o fuori da ogni genere e categorizzazione, potremmo dire che ciò lo già è la nostra musica.

Per quello che facciamo, grazie ad un lessico nuovo e all’utilizzo di codici diversi, ma anche per il fatto di non metterci dentro delle gabbie di generi musicali… né pop e né rock. Ecco, in questo senso noi portiamo questo tipo di esibizione.

Per voi cos’è oggi il primo maggio?

Ora sarà un modo per ricordare questa esperienza, questa possibilità di trovare un bellissimo pubblico, ma anche di trovare e ri-trovare dei fantastici colleghi e compagni di lavoro con cui ragionare anche sui temi delicati, come appunto il tema del lavoro. Anche perché questo è sicuramente l’argomento più importante di questa giornata.

Sì, questi sono quei momenti dove c’è la necessità di riaccendere il fuoco del dibattito, sui temi caldi e si spera che vengano protratti oltre la giornata del primo maggio.

Cosa potete dirci del lavoro del musicista, che ancora oggi, in Italia non è considerato tale…

Che effettivamente il lavoro del musicista diventa lavoro e diventa professione solo in un secondo momento, anche per noi è stato così. Basta pensare a tutte le giovani band, i giovani cantautori che si approcciano al mondo del lavoro come musicisti, spesso devono fare tantissima gavetta prima di considerarlo un vero lavoro.

È un investimento continuo nei primi tempi e si fa veramente fatica a far valere i propri diritti sul lavoro. Però, dal momento in cui ci si inserisce in un team di persone che ti stanno accanto e che riescono anche a tutelarti, cambiano molti aspetti. Anche la nostra serenità è cambiata in questo mestiere. Noi oggi lo sentiamo più libero, ma per gli artisti in generale è un mondo impossibile.

Federico Baroni: Non pensarci? È un disco molto vero e molto personale

 

Di Francesco Nuccitelli

FEDERICO BARONI_cover_NON PENSARCI“Non pensarci” (Artist First) è il primo album del cantautore e busker romagnolo Federico Baroni. Il disco, che al suo interno presenta 9 brani è il riassunto della sua vita. Un progetto personale che vede Baroni raccontarsi e raccontarci tutte le sfaccettature della sua giovane vita. In attesa del suo street tour e dei vari impegni estivi, noi di MZKnews – Musica ZeroKm lo abbiamo raggiunto per una bella chiacchierata:

Ciao Federico, grazie per questa intervista. “Non pensarci” è il titolo del tuo progetto, ma cosa ci puoi raccontare di questo tuo album d’esordio?

Sì, questo è il mio primissimo disco e farlo è stata un’emozione pazzesca. Sicuramente verranno altri dischi e altre canzoni, ma è il primo progetto e non me lo dimenticherò mai. È un disco che al suo interno contiene 9 pezzi che ho scritto in questi 5/6 anni, il tema predominante è l’amore in tutte le sue declinazioni e in tutte le sue sfaccettature (come l’amore per un’altra persona, per il viaggio, per la famiglia ecc.), è un disco molto vero e molto personale. Il mio obiettivo è quello di far arrivare a tutti le emozioni di questo disco.

Quanto è personale per te questo album?

Sono tutti brani autobiografici. Tutte esperienze che ho vissuto in prima persona. Anche il titolo “Non pensarci” è legato ad una storia importante e così anche le altre canzoni. Come ad esempio “Spiegami”, “Profumo” o anche “Mamma tutto ok” in particolare questa, è una canzone che ho scritto nel periodo di transito tra lo studio e la musica, una canzone che può sembrare leggera, ma che invece nasconde un aspetto nostalgico per me importante. Poi c’è il brano “Londra” che racconta la tematica del viaggio e che può dare l’impressione di una canzone d’amore, poiché ho descritto Londra come una donna che cambia e non sa mai cosa vuole, poiché Londra è una città imprevedibile. C’è una canzone all’interno del disco che si chiama “Diverso”, in questo brano ho affrontato una tematica importante come quella dell’omosessualità e anche lì la storia è molto personale perché ho raccontato lo sfogo di un amico che si è confidato con me. L’album è molto personale, perché queste 9 canzoni scelte erano tutte collegate tra loro per il percorso, le tematiche, ma anche per il sound.

Se non sbaglio ti sei approcciato tardi alla musica. Quando è nato in te il bisogno di comunicare con la musica?

Sì, mi sono approcciato molto tardi alla musica, ho iniziato a suonare a vent’anni circa. Prima lavoravo nelle discoteche e quindi ero molto lontano dal mondo musicale. Quando sono arrivato a Roma per studiare non ascoltavo niente, ero proprio ignorante da quel punto di vista. Una volta però, un mio amico per gioco mi ha detto: “guarda dovresti prendere delle lezioni di canto”. Così ho iniziato a fare canto e a suonare. Ho dovuto recuperare tanto tempo e ho potuto farlo grazie al fatto di suonare per strada, dove ogni giorno avevo un palco per migliorarmi e per farmi conoscere. Ho finito gli studi e mi sono laureato sia nella triennale, in economia e management e sia nel master per diventare manager musicale. Perché mi è sempre piaciuto gestirmi tutto da solo. Oggi che sono arrivati dei numeri importanti (Per quanto riguarda le vendite e per i social ndr.) posso vivere di sola musica. Confesso che fino a qualche mese fa era molto difficile.

Come sei cambiato dai talent (“Amici” e “X-Factor”) all’album “Non pensarci”?

Sono cambiato molto perché nella mia prima partecipazione ad un talent ero molto immaturo, non avevo mai arrangiato un pezzo in studio, non avevo mai lavorato con dei professionisti e prima avevo sempre fatto tutto da solo. Queste partecipazioni mi sono state utili perché i “no” che ho ricevuto mi hanno fatto crescere e ho avuto la possibilità di arrivare ad un pubblico più vasto. Anche se certe critiche riguardavano il numero di like nei social o il mio personaggio… certo però che il talent deve essere un punto di partenza e mai un punto di arrivo. Dopo devi continuare con un bel progetto, perché se no duri poco fuori. Proprio per questo la fiducia della mia etichetta, una volta uscito dal talent è stata fondamentale per me.

Sei molto amato sui social, questa cosa la vedi come una responsabilità verso i più giovani?

È una bella responsabilità, tuttavia non è solo del cantante, dell’attore o del vip di turno, ma è di chiunque attraverso i social riesce ad ottenere dei numeri di seguaci o like importanti e quindi arrivare a tante persone. Il messaggio che cerco di mandare lo mando attraverso le canzoni, però sono consapevole che con una storia (su Facebook o Instagram ndr.), una foto o altro, posso influenzare delle persone. Da parte mia c’è la volontà di mandare messaggi positivi e di spensieratezza, un po’ come ho fatto poi con il disco. Però è ovvio che bisogna fare attenzione.

Com’è cambiata la tua vita da busker dopo le tue varie esperienze televisive?

È cambiata molto. Un conto è suonare per strada con qualcuno che si ferma perché gli piaci, un altro conto è perché ti ha visto in tv e quindi chiaramente il riscontro per strada è diverso. Però la cosa che mi ha emozionato maggiormente, è vedere che la gente che si fermava per strada prima, è la stessa che oggi mi segue e compra i dischi. Tutto ciò mi fa molto piacere. Cantare per strada abbatte il muro dei social e ti da la possibilità di instaurare un rapporto diretto con il pubblico.

FEDERICO BARONI 3_photo credit Mattia Greghi.jpg

Per presentare ufficialmente l’album ti sei affidato al brano “Disordine”. Come mai questa scelta?

È l’ultimo brano che ho scritto. Ho scelto il brano per la tematica, poiché riguarda l’ultima storia importante che ho avuto e quindi come tema lo sentivo molto personale. Ma il brano è stato scelto anche per il tipo di arrangiamento che accompagna il brano. È questo il tipo di stile che vorrei portare anche con il secondo disco. Uno stile tra funk, pop, R ‘n’ B, o anche come Charlie Puth ecc. insomma, un insieme di cose che al momento rappresentano la mia musica e che vorrei rappresentassero anche il prossimo disco.

Per quanto riguarda il tour, ci puoi già dire qualcosa?

Per l’estate o comunque a breve, avrà inizio uno street tour come quelli che ho fatto anni fa. Uno street tour per presentare in maniera anomala il disco e portarlo in maniera acustica in giro per l’Italia. Poi proveremo a portare il disco in giro per i vari festival estivi e In seguito, ci sarà un tour vero e proprio nei locali, dove suonerò live con la band e per me questa è una delle cose più importanti.

FEDERICO BARONI_photo credit Lorenzo Silvestri BENDO (2)
Questa la tracklist di “NON PENSARCI”:

  • “Non pensarci”,
  • “Spiegami”,
  • “Domenica”,
  • “Disordine”,
  • “Profumo”,
  • “Mamma è tutto ok”,
  • “Londra”,
  • “Diverso”,
  • “Tutte le cose che”.

MOSTRO, The illest vol.2: tutte le cose belle passano attraverso il dolore.

MOSTRO - THE ILLEST VOL 2

Di Alessio Boccali

Mostro, all’anagrafe Giulio Ferrario, è tornato e l’ha fatto con “The illest vol.2”: un disco che vuole dar il là all’inizio di una saga, ma che allo stesso tempo ci mostra un artista differente, più maturo rispetto al primo “The illest”, pronto a chiudere col passato per proiettarsi, sperimentando, nel futuro. Un disco molto personale in cui la penna schietta e sincera del rapper romano ben si sposa con delle sperimentazioni sonore taglienti e ben ritmate. Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Mostro proprio all’alba dell’usciTa del suo nuovo street-album.

Caro Mostro, “The illest vol.2” è davvero un disco nel quale hai voluto sperimentare nuove direzioni musicali e uscire dalla tua comfort zone…

Sì. Fondamentalmente, la differenza tra un mio disco ufficiale come lo è stato “Ogni maledetto giorno” e quella che si sta manifestando come la saga “The illest” è il mio approccio alla musica; in “Ogni maledetto giorno” ho seguito un percorso guardando davanti a me e seguendo sempre la stessa linea, nel progetto “The illest” e in particolare in questo volume 2, invece, mi metto completamente in gioco perché ho ancora tanto da scoprire di me stesso e sento che l’unico modo per farlo è proprio sperimentare attraverso i miei dischi.  Ho voglia di capire in quali direzioni sonore posso muovermi e di lasciarmi stupire da nuove esperienze.

Ci sono delle specularità tra il primo e il secondo volume di “The illest”, e, soprattutto, quando sono nati i pezzi di questo disco? Dopo “Ogni maledetto giorno” o sono pezzi che avevi già nel cassetto, ma che ancora non ti sentivi pronto di tirar fuori?

Sono pezzi nati sicuramente dopo “Ogni maledetto giorno”, anche se ci sono delle specularità tra questo volume 1 e il volume 2. Ad esempio, il primo pezzo di entrambi gli album esamina il mio percorso artistico a ritroso, quasi a fare un riassunto delle “puntate precedenti”; o ancora, nel primo volume nel brano “Sento” canto tutti i significati della parola “sento” ripetendola più volta e in quest’ultimo volume, in “Non voglio morire” faccio pressocché la stessa cosa. Ciò nonostante, “The illest vol.2” non è propriamente una parte due, è il pezzo di una saga, sì, ma anche un disco a sé stante.

A proposito di “Non voglio morire”, devo dirti che è sicuramente il pezzo che mi ha colpito di più. Mentre in altri brani del disco sei sempre sicuro di te stesso, sicuro di spaccare il mondo e ti paragoni persino al diavolo, qui ti senti insicuro, lasci trasparire le tue paure, le tue fragilità…

Ti rispondo nella maniera più sincera possibile. Ho subito un grave lutto qualche anno fa e vedere la morte così da vicino ti lascia delle impressioni: questa paura, questo timore che da un giorno all’altro tutto possa finire, che tutte quelle piccolezze che nella vita sono quelle che poi fanno la differenza possano non esserci più… tutte queste sensazioni, insomma, ti colpiscono a fondo.

…E questa paura è quella nuvola nera che incombe anche nel brano “Tutto passa”?

Fondamentalmente sì. Questo era un disco che avevo scritto rapidamente e con grande entusiasmo, poi però è arrivata la mia nuvola nera e i pezzi un po’ più “alti”, hanno ceduto il passo a brani più forti e rabbiosi come “Cani bastardi”, che più rispecchiavano la mia persona e il mio sentimento.

Proprio in “Cani bastardi” parli anche del tuo rapporto di amore e dipendenza – quasi patologica – con la musica e il rap, che tuttavia ti ha salvato e che tu stesso, come dici in un altro brano del disco, pensi di aver salvato…

In “Cani bastardi” ho messo in rima la mia frustrazione nei confronti di tutti quegli artisti che ancora fanno finta che non esistiamo; tutti quelli che con noi non vogliono collaborare o che non ci chiamano a suonare. Avevo proprio sviluppato questa sensazione di cane abbandonato. Quando però ti rendi conto di questa cosa riesci a trarne forza. Così in “Tutto passa”, dove ho voluto mettere in evidenza quello che è uno dei cardini del mio modo di pensare, ovvero che tutte le cose più belle devono passare attraverso il dolore; sono certo che al di là del dolore ci sia sempre il tuo premio, devi solo avere il coraggio di andare sempre avanti e resistere.

Affermi spesso, e l’abbiamo anche accennato prima, che per te la solitudine, a volte, ha rappresentato una forza in più…

Io cerco sempre di prendere coscienza della realtà che mi circonda e di non piangermi addosso, quindi se sono solo non esco di casa e mi metto a cercare disperatamente qualcuno che mi faccia compagnia; semplicemente, prendo atto del fatto che in quel momento devo contare esclusivamente su tutte le mie forze.

“L’anno del serpente” è il pezzo che apre questo “The illest vol.2” e come abbiamo già detto è un brano nel quale fai i conti con il tuo passato per poi aprire un nuovo ciclo, mentre nel ritornello de “Le tre di notte”, il pezzo che chiude il disco, affermi a gran voce “Adesso so chi sono”. È davvero così, ti senti più maturo?

Assolutamente sì, anche dal punto di vista lavorativo sono dovuto passare dal fare musica con gli amici in cantina tanto per divertirci, a fare musica per lavoro e questo cambiamento all’inizio mi faceva paura. Adesso però, col passare del tempo, mi accorgo che questo, come altri timori, iniziano a non esserci più. Sono cresciuto e riesco a gestire molto meglio le mie emozioni, mi sento piano piano sempre più padrone di questa situazione e questo “The illest vol.2” è il disco che mi proietta verso il futuro, un futuro che vedrà come prossima mossa un disco molto differente rispetto ai miei lavori passati.

Di seguito le date dell’instore tour con il quale Mostro incontrerà i fan per presentare il nuovo album di inediti “The Illest vol. 2”:
26 Aprile   Torino – Mondadori ore 14.30 / Genova – Mondadori ore 18.30
27 Aprile   Lucca – Sky Stone ore 14.30 /  Firenze – Galleria del Disco ore 17.30 28 Aprile
28  Aprile  Forlì – Mondadori ore 15.00 / Bologna – Mondadori ore 18.00
29 Aprile   Roma – Discoteca Laziale ore 16.00
30 Aprile   Frosinone – Mondadori  ore 15.00 /  Viterbo – Mondadori ore 18.00
1° Maggio Nola –  Mondadori ore 15.00 / Salerno –  Disclan ore 18.00
2 Maggio   Milano – Mondadori ore 15.00 / Varese – Varese Dischi ore 18.00

BLINDUR

BlindurCoverdi Manuel Saad

Blindur, oltre ad essere un grande musicista e un cantautore d’eccellenza, è una persona magnifica in grado di insegnarti molto. Il suo nuovo album, “A”, è un miscuglio di saggezza, poesia, coraggio, paure e delusioni: cadere a terra è importante e necessario per poter avere la forza di rialzarsi e, con il tempo, rinforzarsi sempre di più. Quest’album ci fa capire che esistono varie forme di buio e la cecità è semplicemente un altro modo di intendere la luce.

“There is a crack in everything – That’s how the light gets in” ovvero “C’è una crepa in tutto- È così che penetra la luce”. Questa frase, tratta da “Anthem” di Leonard Cohen, fa capire ancora meglio questo dualismo di cui parli nel disco. Coraggio e paura coesistono ed è necessario avere paura per accendere il coraggio dentro di noi.

Proprio così, questa citazione mi è molto cara. Per me sintetizza quella dinamica che c’è nel momento in cui si manifesta un’esperienza negativa che può essere un inciampo, un errore nella vita, una di quelle cose che può capitare a tutti. Puoi scegliere di viverla come esperienza negativa o puoi sfruttare quella rottura per capire cosa c’è dall’altro lato, per passarci attraverso, per intravedere qualcosa di diverso, per sfruttare quell’occasione. Il gioco è tutto qui: sfruttare una sventura come un occasione.
Rispetto al disco precedente, è nato tutto di corsa, in un certo senso: le canzoni sono state scritte in poco tempo, registrato in poco tempo e per quanto riguarda la fase creativa, nel giro di sette mesi era tutto iniziato e finito.

Infatti ho letto che le registrazioni sono iniziate ad ottobre circa…

Sì, in realtà sono state un po’ spezzettate. Una caratteristica dei dischi di Blindur è che vengono registrati nei ritagli di tempo. Svolgendo anche il ruolo di produttore, capita che mi ritrovo a lavorare con una band ed ho due giorni di pausa. In quei due giorni mi metto a registrare il disco. Una roba un po’ folle ma va bene così: questo è Blindur.

“Invisibile agli occhi” e “Futuro presente” sono i due singoli che hanno anticipato il
disco. Qual è il processo creativo seguito da Blindur? Parti dalla musica per poi incastrarci i pensieri o sono proprio loro a dettare le regole musicali?

Domandona questa! Diciamo che c’è un prima intuizione, nel senso che arriva uno spunto melodico e magari anche qualche parola. Possono arrivare quattro parole o addirittura una frase intera che mi colpisce. Prendo un sacco di appunti in prosa che poi riscrivo in metrica. Pensandoci bene, non credo ci sia un metodo fisso, in quanto può capitare che mi trovo particolarmente preso male e la canzone viene giù di botto. Dipende dai casi. “Invisibile agli occhi”, per esempio, è stata quasi
scritta di getto, anche se solitamente sto moltissimo tempo su una canzone. Non credo nel fatto che una canzone possa essere scritta in cinque minuti, o meglio a me non è mai capitato. Amo il lavoro di “limatura” che si fa sui pezzi.

Il tuo nome, “Blindur”, è una parola islandese che significa “cieco”. Nome suggerito da Jònsi dei Sigur Ròs, tra l’altro.

Questa cosa in cartella stampa spacca proprio (ride, n.d.r.). Il suggerimento è trasversale, in realtà. Ci siamo incontrati dopo un loro concerto, qui a Roma, un po’ di anni fa. Lui è non vedente da un occhio e mentre mi stava firmando dei dischi, mi dice: “C’è qualcosa che non va nei tuoi occhi!”. “Eh sì, abbiamo svariate cose in comune”, rispondo io. In quel periodo stavo cominciando a dare forma al progetto, avevo scritto qualche canzone, ma non avevo ancora trovato un nome. Volevo una parola sola che suonasse strana e che mi riguardasse da vicino. Volevo un suono, più che una parola e questo incontro con Jònsi mi ha lasciato sconvolto per svariati giorni a seguire. Ne parlai con Michelangelo, il ragazzo con cui suonavo fino a qualche tempo fa, il quale mi suggerì di
cercare in islandese come si dicesse “cieco”. Solitamente gli islandesi hanno queste parole lunghissime, mentre questa era perfetta: “blindur”. E poi, se cerchi su Google ci sono solo io (ride, n.d.r.)

Quest’album, come anche il precedente, vede la partecipazione di Birgir Birgisson, fonico dei Sigur Ròs, Björk etc. Se ti dovessi chiedere quanta Islanda e quanto “freddo” c’è in quest’album, cosa mi risponderesti?

Quanta Islanda c’è? In maniera didascalica ce n’è meno rispetto al primo disco, ma in maniera sostanziale credo di più in quest’ultimo. Nel primo, queste atmosfere dilatate e i suoni molto “spazializzati” ricordavano molto l’Islanda. In “A”, invece, ho salvato più quell’aspetto “oscuro” della musica nordica, quelle atmosfere più crepuscolari. “A” è più dark, in un certo senso, e credo che questa oscurità sia molto più glaciale. Vuoi o non vuoi, è legato a quel motivo lì.

Ti ho fatto questa domanda perché anche io ci sono stato e difficilmente si dimentica ciò che quel posto di mondo riesce a trasmetterti. Ti rimane dentro per sempre.

Non lo dire a me. Ci sono stato quattro o cinque volte e sono malato di quella terra. Solo chi è stato in Islanda può capire che c’è una desolazione confortante in certi paesaggi. Questa roccia così aspra, queste ambientazioni in cui ti senti ospite e che ti fanno sentire molto piccolo. Tutto il tuo universo è molto ridimensionato rispetto alla natura intorno. Questa cosa permette di guardarti dentro e di aprire più facilmente delle porte nascoste di te stesso. Da questo punto di vista, il disco è pieno di riflessioni così.

Nella tua musica traspare tanta voglia di conoscere e scoprire, magari,
conoscerti e scoprirti attraverso altre culture ed altre persone. Hai aperto numerosi concerti di diversi artisti come i TARM, The Zen Circus, Iosonouncane, Dente etc. Hai duettato con Damien Rice, Johnny Rayge e con “Mozzarella Session” ti sei tuffato in questo crogiolo di diversi mondi musicali. C’è qualcuno con cui ti piacerebbe scrivere un pezzo o, addirittura, un album?

Bella domanda! Generalmente, tendo molto ad approfondire le conoscenze. Ho sempre fatto in modo che le persone con cui ho avuto a che fare, in un modo o in un altro, si mischiassero a me. Anche quando abbiamo fatto apertura a svariati concerti, si è finito sempre col fare un duetto. Penso al rapporto che ho con Damien Rice che è nato in maniera molto casuale. Con lui è nata una grande amicizia: andiamo a fare le cene di pesce insieme (ride, n.d.r.). Se devo farti il nome di artisti italiani con la quale mi piacerebbe collaborare ti direi Nada. Con questi personaggi un po’ “spigolosi”, come anche Giorgio Canali, potrebbe uscire fuori qualcosa di veramente interessante. Un nome estero? Aaron Dessner dei The National. Per lui farei carte false. Sufjan Stevens invece è inarrivabile. Dicono che lui se li sceglie con la candela quelli con cui collaborare. Dovrò procurarmene una il prima possibile!

“Invisibile agli occhi” ci dice che esistono diverse forme di buio e che la cecità è,
semplicemente, un altro modo di intendere la luce. Quando hai capito che la musica era la tua luce?

La musica ha un qualcosa di strano. Una canzone di una band con cui ho lavorato diceva: “La musica mi ha salvato, ma ora mi vuole morto”. Mi sembra la sintesi perfetta. Sono una persona, per quanto non possa sembrare, a cui piace stare da solo. In qualche modo, la musica mi ha aiutato a lavorare su quest’aspetto di me, facendomi viaggiare e facendomi conoscere tante persone. Credo che non riuscirei mai ad allontanarmi da
lei. Anche se domani decidessi di non suonare più, la musica rimarrebbe comunque nella mia vita. Nella mia famiglia non c’erano appassionati di musica, quindi quando l’ho scoperta la sentivo molto mia e devo dire che per me è stato uno smarcamento totale nella vita, ancor prima della mia condizione di cecità. Questa lascia e lascerà sempre una traccia indelebile nella mia vita.

Progetti futuri? Partirà un tour a breve…

Sì, partiamo il 27 aprile.C’è questa nuova band da mettere in pista: Carla Grimaldi al violino, Luca Stefanelli che suonerà il basso ed altri strumenti e Julie Ant alla batteria. I concerti saranno nuovi rispetto ai precedenti ed il primo giro del tour prenderà in lungo e in largo l’Italia: Vicenza, Messina, Milano, Napoli, Torino e il 7 giugno saremo a Roma al Teatro India, per India Estate. Ci sono moltissime cose che stanno bollendo in pentola, ma che non possiamo ancora svelare perché sono troppo fiche. Usciranno presto comunque.

Fabrizio Moro, tra amore e resilienza noi siamo “Figli di nessuno”

 

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ph. Luisa Carcavale

di Alessio Boccali

«“Figli di Nessuno” è un album benedetto perché arriva in un momento in cui non c’erano né forze fisiche né psichiche a causa di un tour estenuante. Puntualmente, però, ogni volta che mi sedevo davanti al piano arrivavano le ispirazioni giuste; cosa che non era mai successa nemmeno nei periodi migliori. Questo disco presenta due punti di forza: quello detto in precedenza e una produzione durata 7 mesi di studio per curare ogni minimo dettaglio. Per questo, ad oggi, è il mio disco che suona meglio.»

Con queste parole Fabrizio Moro descrive il suo nuovo lavoro. Un album composto perlopiù da strofe serrate e inserti melodici, che fa i conti col Fabrizio del presente e del passato e gli chiede di avere fede, e non solo. Testi non tanto rabbiosi quanto resilienti, un disco pieno d’amore, nella sua accezione più universale, nel quale, anche in fase di produzione, Fabrizio ha dato molta importanza al collettivo chiamando a raccolta tutta la band in un mix di generi e soluzioni che hanno dato vita a undici potenziali singoli.

A proposito dei brani del nuovo disco questo è quanto emerso dal mio incontro con l’artista durante una stimolante round table pomeridiana insieme ad altri colleghi:

Siamo passati dal “Non importa quanto è grande la tua penna, ma come scrivi il tuo nome” di “Seduto a guardare” al “Segnare il tuo passaggio con un coltello” di “Figli di nessuno”. C’è più rabbia nella tua dichiarazione di esistere, di essere?

La rabbia è dovuta a uno sfogo contro tutti coloro i quali hanno sempre voluto giudicarmi senza conoscermi. Ho sempre dato grande valore umano ad ogni mio progetto e spesso mi sono sentito giudicato da persone che non avevano capito niente di me, dei miei sacrifici, di tutta la forza che ci ho messo per arrivare dove sono. Il “pezzo di fango” del pezzo è colui che vorrebbe farti smettere di fare quello che vuoi fare, senza conoscere le tue radici che invece sono fondamentali. Bisogna essere resilienti e credere in se stessi per farcela.

Con questo disco sei arrivato a parlare di amore in una maniera più semplice, forse perché ne parli come un sentimento universale e non come l’amore tra due singoli?

Bravo, in questo disco non sono innamorato di nessuna donna, però sento di avere tanto amore dentro. In pezzi come “#A” o “Come te” – tanto per citarne due – parlando di questo sentimento penso ai miei figli, alla mia prima cotta, alla vita… non c’è amore passionale nei confronti di una donna.

A proposito di “Filo D’erba”, il brano dedicato ai figli…

“Filo D’erba” è il pezzo più ispirato, ma anche quello meno speranzoso. Dopo la separazione con la mia compagna, vedere riflessi negli occhi dei miei figli gli errori che commessi insieme a lei è una cosa che mi devasta dentro perché i figli sono le persone che vorresti proteggere di più al mondo. Eppure in quei momenti ti senti impotente. Mio figlio Libero, poi, mi somiglia anche esteticamente, quindi vedere un piccolo Fabrizio che soffre è come rivedere me, che ero un ragazzino fragile, quasi bullizzato; rivedere quegli occhi che soffrono, mi logora l’anima. Poi, non so se capita ad ogni genitore, ma quando penso ai miei figli, spesso penso a quei vecchietti soli che si vedono per strada; ecco, pensarli da soli, sofferenti, quando io non ci sarò più e non potrò più fare nulla per loro, mi uccide. L’unico consiglio che mi sento di dar loro con questo brano è che, nonostante crescere non sia facile, non bisognerebbe mai aver paura.

Fermandomi al solo titolo del brano “Me ‘nnamoravo de te” ho subito pensato a un omaggio a Franco Califano, in realtà leggendo il testo mi sono accorto che è una ricostruzione della storia, spesso sciagurata, del nostro Paese e non solo… che si conclude con un estratto della trasmissione “Onda Pazza” della Radio Aut di Peppino Impastato…

Nessun omaggio al Califfo, no, semplicemente il “Me ‘nnamoravo de te” nel ritornello suonava meglio in dialetto che in italiano e creare questo impasto tra un suono grunge e il dialetto romano mi ha fatto impazzire. Nel testo, poi, mi ha ispirato un po’ il film “La Mafia uccide solo d’estate” di PIF; mi piaceva quel punto di vista di due persone che s’innamorano mentre sullo sfondo si succedono tutti gli avvenimenti tragici di quel periodo. È un modo di vedere la storia sotto un altro punto di vista che mi ha affascinato molto.

In “Quando ti stringo forte” hai collaborato con Marco Marini, tuo amico ed ex chitarrista. Era uno di quei brani nel cassetto che avevi lasciato lì ad aspettare il momento giusto per venir fuori?

Esatto, era uno di quei brani nel cassetto, rivisitato però. Tra l’altro Marini ancora non lo sa, sarà una bella sorpresa.

A proposito di “Non mi sta bene niente”, il pezzo che fa i conti un po’ col Fabrizio del passato…

Nel pezzo parlo dell’oratorio. Per me l’oratorio è stato il centro della bellezza della mia adolescenza. Ci andavamo non per pregare, ma perché tenevamo all’idea della collettività, della condivisione, dello stare insieme. Lì ho passato delle serate magnifiche: solo io, gli amici, una Peroni, magari una chitarra e senza una lira in tasca. Senza parlare delle giornate passate a strimpellare le cover dei Sex Pistols o dei Ramones – perché oggettivamente erano le più facili – o ancora i pezzi di Umberto Tozzi in versione punk e i nostri mini-concertini di paese col prete a dirigere i lavori. Ho ancora i filmini, prima o poi li tirerò fuori.  Adesso, invece, quando mi trovo a passare delle serate con delle rockstar, con lo champagne, ecc. spesso mi annoio e non vedo l’ora di andarmene.

In “Quasi” dai una bella definizione di questa parola. La descrivi come “L’unità di misura per capire la distanza fra le bolle di speranza e il prezzo della resistenza per sopprimere la parte debole, fragile…”. Mi ha colpito molto questo dare importanza al “Quasi” in un mondo cinico nel quale tutti anelano alla certezza…

Il Quasi è la storia della mia vita. Il Quasi è il viaggio, il percorso, l’attesa, la cosa più importante. È la vigilia di ogni grande “evento”, la parte più bella. La vita è fatta di tanti piccoli frammenti di “quasi”. Se penso a me, non ho mai centrato con felicità un obiettivo, ma ho sempre avuto un’enfasi pazzesca nel raggiungerlo. La cosa più bella per me non è tanto riuscire nelle cose, quanto provarci sempre.

A proposito di quale potrebbe essere l’hit estiva del disco…

Ho un cattivo rapporto con quel tipo di canzone e un po’ mi dispiace. L’unica hit estiva che ho scritto forse è stata “Alessandra sarà sempre più bella”, ma non era un pezzo volutamente estivo. Anche perché quando ho provato a scrivere un pezzo volutamente estivo, non ci sono mai riuscito. Questa cosa la invidio un po’ a Luca Carboni, che è un artista che stimo molto e che ha sempre sfornato dei tormentoni fantastici.

Una curiosità sul pezzo “Arresto cardiaco”…

Il pezzo inizialmente si chiamava “Attacco di panico”, ma “Arresto cardiaco” cantato suona decisamente meglio. Poi pensandoci tra le due cose c’è una correlazione: ogni volta che mi è preso un attacco di panico ho pensato subito all’arresto cardiaco. Quando ti riprendi dall’attacco di panico, però, ti accorgi di quanto sia bella la vita. Infatti nel pezzo lo dico: “La vita è un vestito perfetto che spesso però non sappiamo indossare, ma calza a pennello se impari che a un tratto puoi smettere di respirare…”

A proposito del riscontro dei suoi fan…

Dai miei fan mi sento capito e questa sensazione raggiunge il suo apice quando sono sul palco. Nella vita di tutti i giorni, invece, mi incavolo sempre con tutti: con mio padre, con gli amici, con chi incontro per strada… Stare sul palco davanti al mio pubblico è una delle cose che ancora non mi annoiano.

Per chiudere, “Parole, rumori e anni parte 2” sarà il regalo che ci farai l’anno prossimo per i tuoi vent’anni di carriera?

Sicuramente.

 

EUGENIO IN VIA DI GIOIA

di Manuel Saad

Il primo marzo è uscito “Natura Viva”, l’ultimo album di uno dei gruppi più folli, energici e travolgenti che abbiamo in Italia: Eugenio in Via Di Gioia. Un disco che racconta quanto ciò che ci circonda sia vivo e ci trasmetta emozioni. Osservare la realtà, viverla, scomporla e farla propria. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro e abbiamo capito che non si tratta solo di musica.

Ciao ragazzi, partiamo da “La tua vita, il film”. Quel video mette in risalto quella che è la vostra attitudine: stare per strada, osservare tutto ciò che vi circonda e magari fantasticarci anche sopra. C’è una base di tutto questo in “Natura Viva”?

Eugenio: Assolutamente sì! L’ispirazione nasce per strada, dalle persone ed anche dai nostri problemi personali proiettati negli altri.

Lorenzo: Questo perché nell’arco della giornata siamo sempre soggetti a stimoli e ogni giorno esci e noti piccole contraddizioni o paradossi.

Eugenio: E sono proprio loro a caratterizzare le abitudini delle persone. Noi non facciamo altro che rivederci in questi paradossi e smontarli. Nei vecchi dischi in modo più ironico, in “Natura Viva” in maniera diretta, e forse cruda per certi aspetti, ma necessaria. L’ironia può essere un’arma a doppio taglio: se da una parte ti permette di affrontare alcuni temi con leggerezza, altre volte snellisce troppo e rende privi di profondità concetti che, in realtà, andrebbero approfonditi più nel dettaglio.

Il disco, a livello sonoro, risulta veramente interessante. Il trasformare suoni acustici in elettronici fa pensare, sempre per rimanere in tema con la natura, ai rami di un albero che crescendo, si allontanano dal tronco, rimanendo sempre attaccati. Voi venite dal busking e anche se avete deciso di portare suoni elettronici, la fonte (il tronco) rimane sempre quella.

Eugenio: Esatto! Ci piace molto questa metafora che hai usato.

Emanuele: Sì. Ci piaceva utilizzare suoni acustici, provenendo comunque dal mondo del busking, non siamo amanti dei suoni elettronici puri.

Eugenio: Ci piace l’idea di agire su ogni singolo parametro della canzone. Partire da un suono già definito, ci infastidisce.

Lorenzo: Più che altro mescolare dei vecchi suoni analogici al digitale, oppure suoni lo-fi che sono “sporchi” con dei suoni che hanno qualità maggiore.

Emanuele: Gli unici suoni elettronici, presenti nel disco, provengono da una tastierina da venti euro di un discount, che magari sono veramente di bassissima qualità, però sono super espressivi e si amalgamano perfettamente ai suoni acustici e a quelli perfettamente elettronici che sono puliti ma freddi.

Ne approfitto, subito, per chiedervi di raccontarci il momento in cui avete deciso di acquistare questa tastiera e quando avete deciso di dare “voce” a della frutta.

Emanuele: Era da un po’ che cercavo una tastierina con le casse incorporate che risultasse comoda per scrivere dei pezzi nei tempi morti e quando si è in viaggio. Un giorno sono andato a fare la spesa perché dovevo comprare mezzo chilo di patate e dei pomodori…

Paolo: Questo è importante! (ride)

Emanuele: …e c’era il reparto dedicato alle cianfrusaglie. C’era questa tastierina, edizione limitata, e l’ho presa. Non ho più preso le patate e i pomodori. (ridono)

Eugenio: La frutta, di cui parlavi tu, è un escamotage per raccontare a chi non sa cosa siano dei campioni musicali. Da un parte traduce il senso di “Natura Viva”, e quindi fa cantare la frutta, mentre dall’altra parte ci aiutava ad inserire dei suoni all’interno del tour che è, praticamente, acustico. Questa scheda bare conductive ha dei pin che si inseriscono nella frutta ed essendo la frutta conduttrice, trasmette il segnale. Quindi, se qualcuno tocca la frutta, fa arrivare il segnale alla scheda che fa partire il suono, scelto da noi, dalla cassa. Diventa divertente perché la gente, proprio come i bambini, capisce il significato del campione ed è esteticamente interessante.

Questo è stato un mood, se vogliamo, che è andato a “rinfrescare” il rapporto che avete con il pubblico, che è già solido da tempo. Oltre ai concerti, fate raduni in strada, organizzate pranzi/cene collettive.

Emanuele: Diciamo che ci viene naturale parlare con le persone che vengono a sentirti. Per farti un paragone: ad un instore abbiamo firmato per circa 80 persone e abbiamo impiegato circa due ore e mezza. L’organizzatrice ci ha spiegato che l’artista prima di noi, molto più famoso, ha firmato per 1200 persone in un’ora.

Paolo: A noi piace stare con la gente che viene a sentirci, anche per il tempo di una battuta.

Eugenio: Finché possiamo, cerchiamo di restituire in parte ciò che riceviamo. A noi non costa nulla e, anzi, è il motivo per cui lo facciamo.

La scrittura di questo disco, ma anche dei dischi precedenti, è una scrittura diversa da quella a cui siamo abituati da quello che ci viene offerto dal mercato musicale di oggi. E’ anche una scrittura difficile ma che riesce a catturare in quanto non noiosa. Magari vengono trattati temi già visti ma da un punto di vista diverso e particolare.

(ringraziano in coro)

Eugenio: Ti ringraziamo. I testi li scrivo io, generalmente, ma in questo disco “Altrove” e “Camera Mia” li ha scritto Lorenzo. Per quanto mi riguarda,  al liceo andavo veramente male in italiano. I miei voti oscillavano tra i 4 e i 5. Probabilmente già scrivevo canzoni quando facevo i temi in classe. Era venuto uno scrittore, nella nostra scuola, a parlare con noi ed io ne ero rimasto veramente affascinato. Dovevamo fare un tema su questo incontro ed io conclusi il tema con una frase ad effetto che mi faceva sentire un genio: “Conobbi un uomo che divenne scrittore, uno scrittore che conobbi uomo”. La prof mi mise 4 e scrisse “Ma cosa ti sei fumato?”

(ridono)

Eugenio: Questo, secondo me, fa capire l’importanza che io do alle cose che mi succedono e trasmettendola con le parole che uso, ingigantendole.

Credo siate l’unica band, con il nome composto dai cognomi dei membri, ad aver fatto uscire il loro primo album con il nome di Lorenzo (“Lorenzo Federici”); avete ottenuto numerosi premi e riconoscimenti; avete improvvisato un concerto per le carrozze di un treno Torino – Roma che portava un ritardo di 6 ore; il videoclip di “Giovani Illuminati” è stato il primo videoclip in Italia ad essere stato realizzato con la tecnica dell’hyperlapse; avete fatto parlare della frutta… Cosa dobbiamo aspettarci in futuro, da voi? E come saranno strutturati i live?

(ridono)

Paolo: è sempre più difficile. O regrediamo…

Eugenio: Per i live abbiamo tante idee: alcune eccentriche come quella della frutta ed altre minimali. Porteremo 4 schermi led sul palco, che non hanno una qualità eccelsa, ma ai quali faremmo fare delle cose cercando di stimolare il pubblico.

Lorenzo: Come nel disco, mescolare analogico e digitale con contenuti lo-fi.

Che poi la grafica è un altro contenuto importante del disco.

Eugenio: Sì, esattamente. La copertina del disco è stata realizzata da BR1, uno street Artist torinese, che realizza queste opere gigantesche, creando un effetto straniante in quanto si crea questo contrasto tra i contorni frastagliati della città e quello delle figure disegnate che sono invece netti, colorate con colori accesi e campiture piatte. L’idea sarebbe proprio quella di portare questi disegni ai live, appenderli ai muri del locale e lasciare che la gente li colori.

Come ultima domanda, vi chiedo: cosa direbbero gli Eugenio in Via Di Gioia, di “Natura Viva”, agli Eugenio in Via Di Gioia, di “Ep Urrà”?

GRAZIE! (in coro)

Emanuele: Grazie per averci creduto fino in fondo!

Eugenio: Grazie che ci avete creduto. Quando parti dall’inizio, devi essere un folle per crederci. Vedevamo gli artisti, che erano ad un passo da noi, farcela e pensavamo “cavolo, ci sono riusciti. Ora vivono di questo!”

Emanuele: E non si arriva mai!

Paolo: Dobbiamo ancora lavorare tanto. Bellissima domanda, comunque, veramente.

Emanuele: Ad “Ep Urrà” ci siamo proprio affezionati. Registrato in tre giorni ma è comunque super potente.

Paolo: E quei brani li portiamo ancora sul palco perché fanno parte della nostra storia.

 

 

 

Enrico Nigiotti: “Nonno Hollywood” è una pagina del diario della mia vita.

Enrico Nigiotti, livornese classe ’87, ha ben figurato nell’ultimo Festival di Sanremo portando sul palco un pezzo struggente dedicato al nonno scomparso e ad un mondo e un modo di vivere che non ci sono più. Al di là del buon decimo posto ottenuto, nonostante le sue esibizioni siano state forse penalizzate dall’esibirsi sempre in tarda serata, l’avventura sanremese di Enrico è stata piena di soddisfazioni per i riconoscimenti ottenuti dal pubblico e dalla critica.

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Di seguito le chiacchiere che abbiamo scambiato la mattina prima dell’esordio sanremese:

Ciao Enrico, tu inizi questo Festival con già un riconoscimento in bacheca: il Premio Lunezia per il testo di “Nonno Hollywood”. Te l’aspettavi?

In realtà non me l’aspettavo. Un po’ per il pregiudizio che si ha per chi viene da un talent – che poi io vengo da Livorno, mica dai programmi televisivi (ride, n.d.r.) – e un po’ perché in gara c’erano altri pezzi ben scritti come quelli di Silvestri o di Cristicchi, tanto per citarne due. Son contento che il messaggio del brano sia arrivato, nonostante sia una canzone molto personale, anche se poi già in molti, dopo aver letto il testo, mi hanno detto di rispecchiarcisi. Poi, oh, non ho mai vinto niente in vita mia, quindi sono ancora più felice di aver vinto ‘sto premio!

Hai calcato per la prima volta il palco dell’Ariston tra i giovani (Sanremo 2015, n.d.r.), com’è ora calcarlo nuovamente nella gara dei “grandi”?

A prescindere dalla categoria, Sanremo è sempre Sanremo. Che lo si faccia tra i giovani o tra i big. Guarda Ultimo che, da giovane che era l’anno scorso, già fa numeri da superbig. Salire sul palco dell’Ariston, da cantautori poi, è una cosa molto prestigiosa perché porti la tua musica, porti quello che scrivi su un palco che celebra l’evento musicale più importante dell’anno.

Come sarà duettare con Paolo Jannacci?

Son contento e onorato che abbia accettato. Non volevo fare un duetto cantato perché non ci stava col pezzo e perché volevo dare a questa canzone una veste ancora più intima. Ho scelto Paolo perché è una persona e un musicista eccezionale. Poi nel duetto c’è anche una chicca: un’artista che si chiama Massimo Ottoni. Lui è un sand-artist, che durante l’esibizione, modellerà la sabbia per dare un’immagine alle mie parole.

Una delle artiste che stimi di più è Gianna Nannini, anche lei però è in gara come autrice per Il Volo…

Sì sì, ma tifa per me, lo so già… (ride, n.d.r.).

Finito Sanremo, ti “riposerai” un po’ e poi partirai ad aprile con un tour teatrale. Come mai hai scelto i teatri per portare la tua musica al pubblico?

È una scelta partita a dicembre con tre date di anteprima del tour a Livorno, Milano e Roma, che sono andate molto bene. Per questo abbiamo deciso di perseverare nella scelta del teatro, un ambiente potenzialmente anche molto pericoloso vista la grandezza di questi spazi, che però ti dà la possibilità di godere al meglio di un rapporto più diretto col pubblico e della sovranità dei silenzi. Sì, a teatro e nella musica son belli anche i silenzi.

Tornando a bomba sul pezzo sanremese. “Nonno Hollywood” è un pezzo che hai sempre definito molto intimo, ma se dovessi definirlo con altri aggettivi, come lo definiresti?

Sicuramente lo definirei “vero”. “Nonno Hollywood” è una pagina del diario della mia vita.