Poker di concerti (e di grandi artisti) per l’Arena Derthona 2019

Inizia oggi 11 e durerà fino al 14 luglio la decima edizione dell’Arena Derthona a Tortona (AL).

Quattro i nomi scelti quest’anno per festeggiare al meglio questo decimo compleanno.

Si parte stasera (11 luglio, n.d.r.) con Fiorella Mannoia e il suo “Personale tour”.

Fiorella Mannoia_DSF9035 foto di Francesco Scipioni

Il 12 luglio, invece, sarà la volta dei Subsonica in tour per celebrare il loro ultimo lavoro discografico “8”.

subsonica_foto chiara mirelli 7

Il 13 toccherà invece ai liguri Ex-Otago, pronti ad illuminare il sabato sera con il loro “La notte chiama tour”.

ex-otago_@Martina Panaerese2

Infine, a chiusura delle quattro giornate, si eisibirà la super band americana Snarky Puppy (vincitrice di tre Grammy Awards), attesa domenica 14 luglio per l’unica data nel nord-ovest italiano del tour di presentazione del nuovo album “Immigrance”.

Copy of SP_Press2018_Filter_Web

Una programmazione variegata e d’alto livello, che conferma l’importanza che, da dieci anni a questa parte, il festival ha sempre dato allo show e, naturalmente, alla musica.

Di seguito le parole di Charly Bergaglio, Direttore Artistico di Arena Derthona, pronunciate a presentazione dell’edizione della kermesse di quest’anno: “Questa decima edizione è un punto di passaggio. Nelle prime dieci abbiamo delineato quella che è stata – e lo sarà ancora di più in futuro – la caratteristica del nostro festival: la condivisione; del territorio, dei generi musicali, dei luoghi di spettacolo, delle esperienze culturali. Abbiamo avuto l’onore di ospitare sul nostro palco personaggi di altissimo livello come Chick Corea, Stefano Bollani, Pat Metheny, Burt Bacharach, Francesco De Gregori, Gino Paoli con Danilo Rea, Franco Battiato, Cesare Cremonini, Antonello Venditti, Cory Henry, Caparezza, che hanno attirato un pubblico eterogeneo, da quello più maturo e consolidato a quello più giovane, alla ricerca di nuovi suoni e nuovi protagonisti della scena. Il ringraziamento va a tutti coloro i quali hanno reso possibile negli anni Arena Derthona sia per la parte istituzionale – Comune di Tortona, Regione Piemonte, Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona – sia le decine di sponsor privati, motore economico dal 2010 ad oggi e che sempre di più lo sarà in futuro. E soprattutto grazie alla nostra comunità, sempre pronta a recepire con curiosità le novità che abbiamo proposto negli anni.”

Per altre informazioni: www.arenaderthona.com

Arena Derthona InfoPoint: Via Emilia, 130 Tortona (AL)

Oscar: “Quando il sentimento è estremo diventa travolgente”

di Francesco Nuccitelli

Oscar_foto di Andrea Gallina bDopo una carriera dedicata interamente alla band mod più famosa d’Italia, ovvero gli Statuto… Oscar si è preso una piccola pausa dal gruppo per dedicarsi ad un lavoro in solitaria. “Sentimenti travolgenti” è infatti il titolo del suo primo album da solista. Un album che vede 8 brani tra inediti e brani già presenti nella discografia della band torinese. Eleganza e raffinatezza sono l’obiettivo di questo progetto cantautorale. Noi di Musica Zero Km lo abbiamo raggiunto per una chiacchierata telefonica:

Come nasce l’esigenza di fare un album da solista, dopo più di trent’anni di carriera vissuti con gli Statuto?

Perché con il tempo ho maturato una capacità e un’attenzione particolare nel voler comporre delle canzoni emozionali. Per rendere il tutto efficace, sentivo la necessità di farlo da solo, in modo cantautorale, utilizzando quindi liriche e sonorità diverse dal solito.  Nell’ultimo anno/anno e mezzo, mi sono accorto che c’erano degli aspetti artistici ai quali non avevo mai dato il giusto peso. Così ho ritenuto che in questo momento era giusto far emergere, ma anche riemergere, canzoni che prima forse non erano state capite.

Come mai questo titolo “Sentimenti travolgenti”?

Perché in tutte le canzoni sono narrate storie legate alle questioni sentimentali – non solo d’amore – vissute in maniera estrema e con vera passione. Quando il sentimento è estremo diventa travolgente e quindi non più razionale.

Nella tracklist c’è una canzone particolare, “Lei Canterà” dedicata a Mia Martini. Come è nato questo brano?

OSCAR 4_foto di Andrea Gallina_b (1)Rimanendo sul tema dei sentimenti, il brano rappresenta il mio senso di vergogna per quella che poi è stato l’epilogo della storia di Mia Martini. Questa canzone è la fotografia di un incontro speciale, di quando a Sanremo nel 1992 la conoscemmo (con gli Statuto, n.d.r.). All’epoca era consuetudine da parte dei discografici portare noi giovani delle nuove proposte a conoscere i vari big in gara. Abbiamo fatto il giro di tutti i camerini fino ad arrivare da Mimì. Il camerino era chiuso, ma dopo aver bussato riuscimmo ad incontrarla e a parlare un po’ con lei. Mi fece una bellissima impressione, anche se non riuscivo a capire perché fosse chiuso il suo camerino. Solo in seguito ci raccontarono che era per colpa delle maldicenze nei suoi confronti. Poi nel maggio del 2018, mentre mi trovavo a Sanremo, mi sono accorto che stavano girando la fiction su Mia Martini (poi andata in onda su Rai 1 con Serena Rossi protagonista, n.d.r.). Vedendo quelle riprese, è tornato alla mente quell’incontro. Così visto che stavo completando l’album mi è sembrato giusto ricordarla con una canzone.

Perché la scelta del vinile?

Perché ho voluto mettere l’eleganza al centro di tutto questo progetto. L’eleganza nel comporre la canzone, l’eleganza nel fare i testi, l’eleganza nel supporto e anche l’eleganza nella parte estetica. Il vinile sta riprendendo mercato ed è una bella cosa e ci tenevo a mettere in questo contesto il mio disco.

Qual è stato il criterio per la scelta dei brani?

Avevo già in mente quale tipo di canzoni mettere, realizzare e come trattarle musicalmente. I brani inediti sono 5 e sono quelli che ho composto nell’ultimo anno dove ho scritto musica e testo… mentre le altre 3 canzoni sono state scelte dal repertorio degli Statuto.

C’è una canzone che più di tutte rappresenta questo progetto?

È difficile la scelta, ma forse “Rimani”… un brano sentimentale, ma non banale, con una forte impronta classica. In generale, comunque, vorrei che tutte queste canzoni suonassero fuori dal tempo e fossero ascoltabili ancora tra venti o trenta anni. Questo è il mio obiettivo primario.

Ecco la tracklist di Sentimenti Travolgenti”:

Lato A “Rimani”“Provaci Con Me”“Sentimenti Travolgenti”“Avversaria E Bella”;

Lato B Lei Canterà”“Ti Amo”, “Invisibile”, “Neanche Lei”.

RED BRICKS FOUNDATION, dal quartiere Trionfale a Pete Doherty

_MG_3561

Di Alessio Boccali

Dai mattoncini rossi di Trionfale “verso l’infinito e oltre”, come direbbe Buzz Lightyear. I Red Bricks Foundation (Lorenzo Sutto, Claudio Cossu, Marco Cilo e Jacopo Corbari), nonostante la giovane età dei suoi componenti, hanno già alle spalle una notevole gavetta ed una bella esperienza nel talent show X Factor. Da poco è uscito il loro primo singolo in italiano “Ho perso la testa” e tanta carne è al fuoco per affrontare l’inverno con delle piacevoli sorprese. Nel frattempo, in questa afosa estate di lavoro, venerdì 5 luglio incontreranno uno dei loro idoli, Pete Doherty, e apriranno il suo concerto romano al Social Park.

Di tutto questo e di tanto altro ho parlato con Claudio, il chitarrista del gruppo.

Ciao Claudio, partiamo dagli inizi. Come sono nati i Red Bricks Foundation e qual è stata la gavetta affrontata fino ad ora?

Un abbozzo dei Red Bricks Foundation nasce nel 2011 grazie a Lorenzo (il frontman attuale della band) e ad una bassista con la quale lui suonava all’epoca. Il progetto prende questo nome da una strada costeggiata da mattoni rossi qui a Trionfale (nell’area ovest di Roma), il nostro quartiere. A dire il vero, inizialmente, Lorenzo voleva soltanto scrivere una canzone su questi mattoni, poi però, nel frattempo, la sua band dell’epoca si scioglie ed allora questi mattoni rossi, questi red bricks, diventano parte del nome di quella che ora è anche la mia band (io sono entrato nella “famiglia Red Bricks” circa due mesi dopo la fondazione “ufficiale”). Da allora ci sono stati un po’ di cambiamenti di formazione, fino a stabilizzarci circa un anno e mezzo fa. Per quanto riguarda la gavetta, ne ricordo davvero tanta: penso di aver suonato in più dell’80% dei locali romani e in qualsiasi condizione. Fuori la Capitale, inizialmente, non abbiamo fatto granché, ma c’è da considerare che i primi tempi avevamo anche 15/16 anni e quindi era un bel po’ complicato spostarci.

Dopo questa gavetta, è arrivata anche una grande occasione televisiva con X Factor… com’è stata?

Eravamo partiti molto tranquilli, non ci aspettavamo nulla di che, forse l’avevamo presa anche un po’ sottogamba, ma ben presto ci siamo accorti che avremmo dovuta prenderla più seriamente. L’impatto, infatti, è stato impressionante. Abbiamo immediatamente notato un grosso salto di qualità soprattutto a livello tecnico. Tutti ci han trattato fin da subito come dei professionisti della musica. Abbiamo avuto modo di capire e apprendere i tempi e i modi di approcciarsi alla musica di chi di musica vive e ci siamo resi conto sempre di più di quanto sia necessario impegnarsi al 100% per essere musicisti nella vita.

Vi ispirate ad artisti internazionali di spessore come Arctic Monkeys, The Strokes, Kasabian… gente che fa generi che in Italia (ahinoi, n.d.r.) non hanno attecchito molto. Quanto è difficile fare musica con quei mood in Italia e addirittura, come nel vostro ultimo singolo, in italiano?

Combattiamo con questa cosa fin dagli inizi e un po’ di anni fa la situazione era ancora più difficile perché eravamo davvero in pochi ad ascoltare questi artisti. Il bello, però, è che tanta gente cominciava (e comincia) ad ascoltarci proprio perché facciamo musica nuova per l’Italia. L’idea di portare quei generi in italiano nasce proprio dalla volontà di fare una cosa che nessuno aveva fatto prima oltre che dall’esigenza di esprimerci nella nostra lingua. “Ho perso la testa”, il singolo uscito da poco, ed altri pezzi, sempre in italiano, li abbiamo composti prima del nostro percorso televisivo, quindi alla base non c’è alcuna esigenza/richiesta discografica. Anzi, abbiamo osato, ci siamo presi un rischio e ci è piaciuto molto farlo perché abbiamo seguito, senza filtri, l’evoluzione del nostro pensiero sulla musica e anche le nostre nuove influenze (King Krule e Cosmo Pyke, tanto per citarne due…).

_MG_3672

Raccontami qualcosa su com’è nata “Ho perso la testa”…

Sì. Lorenzo l’ha scritta d’estate, in uno di quei periodi in cui sei un po’ giù e non hai molta voglia di fare qualcosa. Allora ripensi alla scuola, alle esperienze passate e dai sfogo alla tua noia mettendola in musica. La noia e la nostalgia sono, senza dubbio, le parole chiave che stanno alla base della genesi del brano.

Il vostro futuro, che poi sa anche un po’ di passato visto che tanti brani ce li avete già pronti da tempo, quale direzione seguirà?

Considereremo ancora sia l’inglese che l’italiano: scrivere in inglese spesso ci viene più naturale, ma l’italiano è la nostra lingua e ci affascina proprio perché è così difficile lavorarci per fare il nostro genere di musica.

Se ti parlo di Libertines, Babyshambles, Pete Doherty…

Eh… venerdì al Social Park a Roma canteremo prima di Pete Doherty & The Puta Madres. È un sogno. Doherty è uno dei nostri miti fin dall’adolescenza. Per ora ce la stiamo vivendo abbastanza serenamente; siamo contentissimi, naturalmente, perché è la prima volta che ci capita di aprire il concerto di un artista così grande e che ci ha influenzato così tanto. Io e Lorenzo, nel 2015, partimmo il giorno stesso del suo orale della Maturità e ci facemmo dodici ore di pullman per andare ad ascoltare i Libertines. Quel giorno riuscimmo anche a parlare rapidamente con Pete. Venerdì, però sarà diverso: ci parleremo da colleghi e condivideremo lo stesso palco e lo stesso backstage. Ripeto, un sogno.

…Oltre a Pete Doherty ritroverete Roma con una notevole cornice di pubblico…

Suonare davanti ad un bel po’ di gente per fortuna non ci fa più paura, però, naturalmente, è sempre un’emozione nuova. Certo che esibirsi a Roma, poi, è uno sprone in più. Il nostro obiettivo nei live è quello di far trasparire sempre le nostre origini: ok, ci piace la scena inglese, ma noi non siamo solo quello; vogliamo dare il nostro personale contributo alla musica.

L’appuntamento con Pete Doherty & The Puta Madres, Red Bricks Foundation, VANBASTEN, White Def e altre possibili sorprese è venerdì 5 luglio al Social Park di Roma in via del Baiardo, 25.

Corrado Rustici, FOR THE BEAUTY OF THIS WICKED WORLD – Quando bellezza e malvagità si intersecano.

Di Manuel Saad
Corrado e Peppino_foto di Joe Messina_b

ph. Joe Messina

“Fra la melodia più sublime e la libertà da tutte le melodie, c’è un abisso che ogni musicista serio deve attraversare. Per me, questa è stata la direttiva alla base del progetto. Una delle nostre premesse è stata quella di non basare il lavoro su quello che già apparteneva al nostro lessico musicale, ma di usare quest’occasione per aprirci ad orizzonti che non appartenevano necessariamente a nessuno dei due”Corrado Rustici.

 
Abbiamo fatto una splendida chiacchierata con Corrado Rustici, noto chitarrista e produttore musicale di fama internazionale. Ha lavorato con Herbie Hancock, George Benson, Elton John, Aretha Franklin, Whitney Houston, Zucchero, Andrea Bocelli, De Gregori, etc. Un curriculum ricco e pregno di cultura musicale importante che ha deciso, insieme ad un altro chitarrista d’eccezione, Peppino D’Agostino, entrato nel 2017 nella classifica dei 50 chitarristi più importanti mai esistiti, di forgiare un album strumentale dove la riflessione introspettiva incontra la sperimentazione.

Cover_b“FOR THE BEAUTY OF THIS WICKED WORLD”. Quale aspetto della malvagità e della
bellezza avete voluto “sonorizzare” con quest’album?

Bella domanda. Diciamo che non c’era uno scopo in particolare di sonorizzare malvagità e bellezza. Il titolo dell’album viene dal testo di una canzone venuta fuori spontaneamente, che trattava di un qualcosa di molto importante.
Le sonorità del disco sono state caratterizzate, piuttosto, da una premessa che avevamo fatto io e Peppino D’Agostino, ovvero quella di non fare un album da chitarristi. Non ci interessava minimamente far sentire quanto siamo bravi o di lasciare che la nostra tecnica chitarristica influenzasse in maniera preponderante la composizione. Questa cosa ha sicuramente creato il contesto sonoro dell’album e abbiamo seguito le composizioni genuine, che più ci piacevano. A me interessa sempre integrare suoni contemporanei con quello che già c’è arrivando ad un qualcosa che io definisco “trans-moderno”: un qualcosa che non rifiuta ciò sta succedendo. Per me la chitarra sta passando un periodo di oscurità, poiché è uno strumento che è stato relegato ad un
suono inventato 60 anni fa e che per quanto mi riguarda non è più rilevante. Il mio sforzo sta nel far avere alla chitarra nuove voci, in un contesto più contemporaneo.

Mi stavi dicendo che c’è stato un evento che ha portato la nascita di questo disco.

Io e Peppino ci conosciamo da più di vent’anni e anche lui, come me, abita qui a San Francisco. Da tanto tempo avevamo deciso di fare qualcosa insieme. Quattro anni fa, Peppino mi regalò un suo album, “Penumbra”, e all’interno di quest’album c’era una canzone che aveva dedicato a questo grandissimo chitarrista che si chiama Sergìo Assad. A me piacque molto il brano, ma da produttore ho sentito delle cose che potevo cambiare. Ho preso alcune parti di chitarra e ho costruito un brano con melodia e testo. Rimase così entusiasta del risultato da far accendere la scintilla per la scrittura di quest’album. Andando avanti, scrivemmo insieme “For The Beauty of this
Wicked World”, un brano partito da un sogno che avevo fatto, in cui mi immedesimai in una donna migrante. Come nel mediterraneo, anche qui in California c’è una grande crisi di migranti provenienti dal Sud America. Mi venne, quindi, in mente questa donna che voleva andar via da un posto che lei amava, la sua terra, per riuscire letteralmente a sopravvivere.Il testo partì da questo: il riflesso della bellezza e della malvagità di questo mondo. Siamo una specie che ancora non ha imparato a vivere come dovrebbe, che sta massacrando questo pianeta. Tendiamo a circondarci di cose per proteggerci dalla vita stessa.

C’è un grave problema di empatia al giorno d’oggi e un’arroganza nel pensare di
conoscere tutto quando in realtà non sappiamo chi siamo.

Esattamente. La riflessione chiave è “chi siamo?”. Quest’arroganza di cui parli viene proprio dalla paura di cose che possono accaderci e dal desiderio di ripetere episodi positivi che ci sono successi in passato. Ma il piacere è un’oasi in un’esistenza di sofferenza. Siamo alla costante ricerca di piacere perché viviamo una vita che non ci piace, che non ci appaga. Inoltre, da quando nasciamo, siamo bombardati da schemi e sovrastrutture che ci vengono imposti, che servono sicuramente ad ognuno di noi per funzionare bene all’interno di una società, ma che non ci permettono di chiederci chi siamo. Ho realizzato, per esempio, di non essere un musicista, ma di fare il musicista. Cerco di farlo al meglio e sono convinto che la liberazione non è mai per se stessi ma da noi stessi.

Quando si decide di fare un album strumentale come questo, quali sono le difficoltà
maggiori? C’è stato un brano in particolare che è stato complesso da realizzare?

La difficoltà è sempre quella di cercare di fare qualcosa che sia musicalmente accettabile. Vivo un momento della mia vita in cui mi rendo conto di essere stato molto fortunato sia a livello internazionale che a livello nazionale. Ho ricevuto tanto dalla musica e ne sarò sempre grato. Però mi rendo conto che sono arrivato ad un punto che se voglio fare qualcosa, non lo faccio sicuramente per vendere o per essere popolare. Questa visione mi libera molto da quella prigione della popolarità che si viene a creare intorno, anche se non ho mai avuto questo tipo di problema, lavorando “dietro le quinte” da produttore. Voglio fare qualcosa che sia rilevante, che sia vera e non semplice intrattenimento. L’entertainment non è quasi mai arte, mentre l’arte è sempre intrattenimento. Lo sforzo di un’artista è proprio quello di proporre cose che le persone sono abituate a sentire meno. Trovare uno spazio che a me risulta scomodo, sarà sicuramente quel campanello che mi dirà che sto facendo qualcosa di nuovo. Il brano “3-2-1… A tribute…” è un mio omaggio a John Coltrane ispirato da un suo brano, “Countdown”. Tecnicamente è stato molto difficile non essendo un brano chitarristico, ma mi piaceva molto l’idea di potermi avvicinare al sassofono attraverso la chitarra elettrica. La ricerca è un qualcosa di fondamentale nella musica e sicuramente questo è stato il brano più difficile da realizzare.

Corrado e Peppino_foto di Joe Messina (2)_b

ph. Joe Messina

Cosa vuol dire essere un produttore e come si diventa produttori?

La prima volta avevo 16 anni. Avevo registrato un album con una band che si chiamava “Cervello” e quando andammo a Milano, allo sbaraglio, ci fecero un contratto. Mi ritrovai in uno studio di registrazione con un fonico che mi affiancava durante le sessioni: non sapevo nulla e mi ritrovavo nella cosiddetta “fossa dei leoni”. Nel frattempo scoprì che c’erano molte affinità tra me e il ruolo di produttore musicale. Ho vissuto anche l’evoluzione che c’è stata a livello tecnologico. Sono un grande fan della tecnologia anche perché se non ci fosse stata, il mondo chitarristico non avrebbe avuto evoluzioni con la chitarra elettrica, i pick-up, etc. Una grande intuizione che venne data in mano a personalità importanti come per esempio Jimi Hendrix, anche se comunque da lì non ci sono state grandissime evoluzioni ma forse è giusto così: non deve esserci una democrazia artistica. Non siamo tutti artisti, e la storia lo insegna. Quando mi trasferì in Inghilterra imparai molto nel settore della produzione. Anche quando mi trasferì successivamente qui a San Francisco, feci una grande gavetta lavorando con Elton John,
Whitney Houston, Aretha Franklin, etc. Nacque così la voglia di affinare ancora di più questo ruolo e con Zucchero ebbi la possibilità di continuare e di sperimentare.In Italia non si facevano dischi come “Oro, Incenso e Birra”, che forse è stato uno dei dischi più venduti.

Quali differenze ci sono tra l’Italia e gli U.S.A. in questo campo?

Bisogna dire che politicamente ed economicamente, l’Italia è messa da parte. Ci sono le
multinazionali che hanno il vero e proprio controllo sull’industria. Io ho avuto la fortuna di vivere in una bolla anomala negli anni ’60 fino alla metà degli anni ’90, dove l’industria guadagnava tanto perché sfornava prodotti che vendevano molto. Non c’era un controllo come oggi in quanto si dava la possibilità agli artisti di fare tutto da soli e vedere poi chi valeva la pena di seguire. L’Italia è succube di questa situazione, come anche altre nazioni rispetto a Londra o a Los Angeles. Gli artisti italiani, nel frattempo, sono succubi del fatto che bisogna cantare in italiano ed è un qualcosa che, vuoi o non vuoi, ti limita notevolmente e ti permette al massimo di arrivare ai paesi latini come
il Sud America. Un artista italiano non riuscirà mai ad imporsi sul mercato americano, a meno che tu non sia Andrea Bocelli, il quale non fa musica popolare e prende una fetta di pubblico più adulto che ha in mente l’idea del bel canto italiano e, quindi, decidono di sposare un progetto come il suo, anche perché quel tipo di progetto in America non c’è. Zucchero anche è stato uno dei pochi che è riuscito ad inserirsi e ad essere credibile qui negli Stati Uniti. Ci sarà sicuramente qualcuno che possa piacere ma non così tanto da essere rilevante nel mercato americano. Non ci sarà mai la possibilità che un artista italiano riesca a spiccare qui. Impossibilità anche per le multinazionali italiane. Bisogna dire anche che non c’è nemmeno una voglia di creare un qualcosa all’estero e di inserirsi
come artisti italiani. Io per esempio sono dovuto scappare via, perché se fossi rimasto in Italia, non avrei mai avuto nessuna possibilità di arrivare più di tanto.

Quanti anni sono che vivi a San Francisco?

Sono arrivato in America nel dicembre del ’77. Con Cristoforo Colombo e la ciurma, siamo partiti ed approdati in California (ride, ndr).
Anche l’inglese, in Italia, non è una lingua parlata come negli altri paesi. C’è una pigrizia di fondo che non permette di fare molto. E’ un paese chiuso che stanno cercando di chiudere ancora di più e per smuovere qualcosa, ci vorrà una grande rivoluzione secondo me.

Mi sembra di capire che dal ’77 ad oggi, non è cambiato moltissimo.

Io non noto grosse differenze, sinceramente. Dimmi tu di qualche artista italiano che è riuscito ad entrare in classifica in America o in Inghilterra. Si parla di Bocelli e Pavarotti.
Eros Ramazzotti e Laura Pausini hanno avuto successo in Germania (che li vogliono sentire in italiano) e in Sud America. Fine.

Tornando all’album, ci sarà un tour?

Non quest’anno per via di numerosi impegni. Sto già lavorando al mio prossimo album da solista e mi ci vorranno diversi mesi per riuscire ad imparare le parti di chitarra che ho scritto (ride, ndr). Nel frattempo sto producendo un chitarrista molto giovane, Filippo Bertipaglia. Un ragazzo brillante che spero di portare all’estero entro quest’anno. Nella sua nicchia di chitarra acustica è veramente un genio e merita di avere voce in capitolo. Poi, con Peppino, stiamo pensando al 2020 come anno per un tour europeo.

Andrea Febo: “Oggi abbiamo perso il contatto umano con le persone”

Di Francesco Nuccitelli

COVER - Rivoluzione off-lineRivoluzione Off-line è il nuovo singolo che vede protagonista Andrea Febo con un featuring molto interessante e azzeccato come quello con il Piotta. Questo è un brano che vede una fusione alquanto particolare e che potremmo rinominare cantautorap, con una parte musicale che si amalgama alla perfezione con un testo dal tema attuale, quale l’uso spasmodico della tecnologia e dei cellulari. Noi di MZKnews-MusicaZeroKm, abbiamo raggiunto Andrea Febo per una bella chiacchierata:

Rivoluzione Off-Line è il tuo singolo realizzato in collaborazione con il Piotta. Che tipo di brano è?

Rivoluzione Off-Line, è un brano che nasce dall’esigenza di mettere a fuoco un tema oggi molto in voga e che come tutte le cose che prendono una forma molto prepotente, possono diventare  un’arma rischiosa. Oggi abbiamo perso il contatto umano, quello fisico con le persone, con le amicizie e con i parenti. Siamo troppo iperconnessi. Ovviamente nella canzone, quello che voglio esprimere, non è l’andare contro la tecnologia, anzi… bisogna sempre andare avanti, però bisogna anche mantenere un rapporto reale con la vita.

Com’è nata questa atipica collaborazione?

La nostra è un’accoppiata molto particolare, originale e quasi comica. Con Tommaso ci conosciamo da tanti anni, abbiamo fatto diverse cose e calcato molti palchi. Non avevo mai considerato una possibile collaborazione tra di noi. Tuttavia, avevo questa idea, questo brano e ho pensato: “chissà, questa potrebbe essere la volta giusta per fare qualcosa insieme”. Così ci siamo visti e ho fatto sentire il brano a Tommaso… a lui è piaciuto molto e ci abbiamo lavorato sopra.

Leggevo i vari dati sull’uso dei cellulari da parte di grandi e bambini. Tu fai una critica molto dura su questo nuovo stile di vita. Qual è la tua soluzione?

Io posso sollevare un tema o un’idea… pensare ad una soluzione è un po’ più complicato. L’unica cosa che mi viene da dire, è di spegnere un po’ il telefono e capire se questa è una droga o no. A me è successo di stare senza il telefono e di andare nel panico…

Quindi, questa la possiamo considerare come la dipendenza del 21° secolo…

Sicuramente!

Febo.jpg

Possiamo dire che sei un cantautore molto impegnato. Sempre belle canzoni con tematiche importanti e attuali. Ma come nasce in te il bisogno di fare musica?

Perché mi annoio (ride ndr.). Fondamentalmente sono uno che si annoia molto facilmente e quindi per combattere la noia sento l’esigenza di scrivere.

Un tour estivo?

Pensavo più ad un tour invernale, anche perché l’estate è più legata ad eventi o festival. Invece a me piace girare l’Italia e andare nei club. Insomma, un qualcosa di più intimo.

Ripartendo dall’uomo romantico, il paleolitico, suono dal ritmo cardiaco”. Uno sguardo al passato per guardare al futuro. Com’è nata questa frase?

Onestamente non so come sia nata la frase… anche perché quando si scrive una canzone le parole ti vengono fuori da sole. Però, posso dire che il “battito cardiaco” che cito nella frase rappresenta la vita. Il battito cardiaco non sta dentro uno smartphone, ma sta dentro una persona.

Il tuo futuro come lo vedi?

Al momento non so come sarà, perché ogni giorno è un nuovo film da vivere. Però posso dire che farò di tutto per fare sempre meglio, per essere un uomo migliore e cercare di raggiungere o quantomeno sfiorare la felicità

Mauràs & Dj Bonnot: la rivoluzione ibrida

Di Cristian Barba

Meno “fotta” e più ironia, il tutto accompagnato da sonorità energiche e ballabili: il nuovo album di Mauràs e Dj Bonnot è un ibrido che riesce a mantenere un’identità. Mauràs, al secolo Mauro Sità, è uno che nella vita non ha mai fatto l’artista di professione, ma da più di vent’anni alimenta la sua passione per la musica come dj, rapper e producer. Nel 2016 si è messo in proprio con un progetto solista, inaugurato dall’album La vita è dura. A 3 anni di distanza è tornato con Dico sempre la verità, lavoro che segna una netta discontinuità rispetto al passato e che può vantare la produzione di Dj Bonnot.

Ciao ragazzi. Partiamo da Mauro. Si parla spesso di maturità artistica. Tu fai musica da tanto, quali consapevolezze porti in questo disco?

Mauràs: Porto questi vent’anni di esperienza, sia dal punto di vista dei live che soprattutto della scrittura. Non riascolto quasi mai quello che ho fatto prima perché so che stilisticamente non rappresenta il mio punto d’arrivo, mentre in quest’album mi ci rivedo alla perfezione. Ho fatto sempre roba hardcore che richiama molto il mio background, poi per fortuna ho incontrato Bonnot e ragionando su un po’ di cose abbiamo scelto la strada da seguire. Il bello è che entrambi volevamo creare qualcosa di nuovo e ci siamo lasciati andare.

Rispetto al tuo precedente lavoro – La vita è dura – hai sviluppato un approccio completamente diverso, meno incazzato e molto più ironico. Ti sei allontanato da quella che definivi working class music?

Mauràs: In realtà non mi ci sono allontanato tanto, ad esempio ho appena finito di produrre un album di Principe che si chiama proprio Working Class Rap. La vita è dura ha rappresentato un nuovo punto di partenza dopo l’esperienza con le band. Ho fatto tutto da solo, volevo buttare fuori il fatto che dopo 15 ore in cantiere tornavo a casa a fare scratch con le mani bendate perché erano spaccate dal lavoro. Andavo dritto, scrivevo strofe di pancia, registravo e via. Adesso è diverso, ho scritto 3 quaderni di strofe per lavorare sul linguaggio e voglio che la musica rispecchi la mia persona in tutto. Ci sono arrivato per gradi e voglio proseguire su questa strada.

Pensate che il risultato sia un disco complessivamente più leggero? È un tentativo di raggiungere più persone?

Mauràs: Leggero no, direi scorrevole. Abbiamo cercato di non fare robe scollegate dai tempi in cui viviamo, perché – come si dice nel rap – l’underground a volte è una scusa. Vorrei arrivare a tutti perché penso di avere le capacità per farlo. Non vedo perché chi ha la metà delle mie capacità di scrittura possa arrivare a tutti mentre io no.

Bonnot: Abbiamo lavorato insieme sul mood per cercare di renderlo più aperto, non per forza per tutti ma neanche troppo hardcore. Volevo fare una cosa che trasmettesse energia e che rispecchiasse un po’ anche il periodo positivo che sto vivendo.

Mauràs_IS2C0514

Le sonorità di questo album non inseguono il minimalismo imperante nel rap, anzi ci avete messo dentro chitarre, fiati, batterie. Come ci siete arrivati?

Bonnot: Per me è stato continuativo rispetto al lavoro fatto finora, ho utilizzato questo parco strumenti in tutti gli album che ho prodotto dal 2005 con gli Assalti Frontali. Allo stesso tempo, con M1 deadprez ho anche fatto produzioni vicine alla trap e quindi ho sentito cose molto belle anche su quella vibe. Non ho pregiudizi, però sono un bassista/contrabbassista e amo la musica suonata. In questo album spesso i giri di basso creano il groove, sono lo scheletro su cui si poggia tutto il pezzo. Ci sono molti fiati – praticamente in metà album – registrati live da artisti bravissimi. Alle chitarre ho chiamato Ermanno Fabbri, che è un mostro e che considero uno dei più grandi chitarristi italiani viventi. Alle batterie avevamo il Ninja Enrico Matta, che ha fatto la storia con i Subsonica e non ha bisogno di presentazioni. Sono musicisti scelti in maniera meticolosa, perché in base al musicista che scelgo coloro il disco in una certa maniera. Stessa storia per gli strumenti: abbiamo usato un preamplificatore – che ho acquistato da Billie Joe Armstrong – con cui i Green Day hanno registrato 5 album e un microfono utilizzato da Freddie Mercury per 7 album dei Queen. Nel complesso, mi sono soffermato sul tentativo di fare un disco acustico che suonasse da elettronico, come alcuni brani dei Daft Punk o di Bruno Mars.

Com’è nata la collaborazione?

Bonnot: Ci siamo conosciuti ad un concerto nel quale Mauro suonava in apertura agli Assalti Frontali e mi lasciò il suo disco dopo il concerto. La mattina dopo l’ho riascoltato – su questo sono un po’ vecchia scuola, ascolto tutto quello che mi viene dato – e ho trovato una buona padronanza sia tecnica che lessicale per cui ho pensato che ci si potesse lavorare. Tra l’altro mi aveva anche scritto su Facebook due anni prima ma mi ero perso il messaggio.

E non credo che per Mauro sia stato un peso fare un passo indietro e occuparsi solo dei testi…

Mauràs: No anzi, per me è stato bellissimo. Mi piace produrre e fare beat, però concentrarmi sulla scrittura era il mio obiettivo e volevo farlo buttando in mezzo anche il mio lato ironico.

Nell’ultima traccia – In confusione – scrivi “si abbassa la soglia di attenzione, tocca svuotare la forma canzone, lascia suonino canzoni vuote”. Dobbiamo rassegnarci a “canzoni che durano quanto meme” o vedi un’alternativa?

Mauràs: Ovviamente c’è l’alternativa, chiudere il disco in quel modo è una provocazione. La musica “facile” c’è sempre stata e le canzoni che durano quanto meme sono fatte con quello scopo, è una cosa consapevole. Nel disco non dico mai come si deve o non si deve fare, provo solo a fotografare il contesto che viviamo.

 

Bari in Jazz|Il festival metropolitano della Puglia

Nella giornata del 12 Giugno, a Roma presso il Mercato Centrale (zona Termini), si è consumata la conferenza stampa della XV edizione del Bari in Jazz, il festival metropolitano della Puglia. Presenti alla conferenza, il sindaco di Fasano e il sindaco di Sammichele che insieme all’organizzazione del festival – l’Associazione culturale Abusuan – hanno presentato l’intero evento, elencato i vari concerti e tutte le attività – anche quelle collaterali – che faranno parte di questo festival. L’intero evento durerà dal 29 giugno al 20 agosto e vedrà più di venti esibizioni.

Tanti sono i nomi rilevanti che si alterneranno sui vari palchi. Artisti del calibro di Francesco De Gregori che verrà accompagnato dall’orchestra “Greatest Hits live”, Caetano Veloso & family, Paolo Fresu, Erica Mou, Amaro Freitas e molti altri.

Il festival nella sua quindicesima edizione, è realizzato con il sostegno di: Unione Europea, MIBAC, Regione Puglia e dei comuni di: Bari, Acquaviva, Alberobello, Conversano, Fasano, Giovinazzo, Gravina, Monopoli, Polignano e Sammichele.

Grande importanza per il festival, il connubio tra cultura, rispetto dell’ambiente e turismo. Straordinaria rilevanza anche per la promozione del territorio, con il coinvolgimento dei singoli comuni, per la valorizzazione dell’intero patrimonio artistico culturale.

Si parte il 29 giugno da Polignano con le performance di Erica Mou e Andrea Motis Quitet e concluderà la sua rassegna con una serie di concerti al Minareto della Selva di Fasano.

Di seguito il programma del Bari in Jazz 2019

29 giugno – Polignano a Mare, Cala Paura – Erica Mou, Andrea Motis Quitet

05 luglio – Sammichele di Bari, Castello Caracciolo – Amaro Freitas

07 luglio – Monopoli, Sagrato della Basilica di Maria Santissima della Madia – Progetto Italo-Malgache “New Generation” con Kekko Fornarelli

10 luglio – Conversano, Piazza Castello – BIM (Benin International Musical)

13 luglio – Alberobello, Hyper Club – Akutuk duo ft. Gaetano Partipilo in “Tempo d’Eau – Bare-handed aquatic percussions in the Gulf of Guinea”

21 luglio – Fasano, Piazza Ciaia – Francesco De Gregori & Gaga Symphony Orchestra in “Greatest Hits Live”

22 luglio – Fasano, Piazza Ciaia – Caetano Veloso in “Ofentorio” con Moreno, Zeca, Tom Veloso

25 luglio – Conversano, Giardino dei limoni, San Benedetto – Zara McFarlane – esclusiva sud Italia

26 luglio – Conversano, Giardino dei limoni, San Benedetto – Sarathy Korwar in “More Arriving”

27 luglio – Giovinazzo, Piazza Duomo – Lucia De Carvalho

30 luglio – Gravina, Piazza Duomo – Paolo Fresu & Daniele Di Bonaventura ft. Jaques Morelenbaum

07 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Kekko Fornarelli, Gregory Hutchinson, Giorgio Distante in “Land-Scapes”

08 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Blick Bassy

09 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Vitor Araujo – esclusiva nazionale

10 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Farlibe duo (Mirko Signorile & Giovanna Carone) ft. Daniele Sepe

13 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Faraj Suleiman – esclusiva nazionale

14 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Nicola Conte & Spiritual Galaxy ft. Kareyce Fotso in “New Africa”

16 agosto – Selva di Fasano, Minareto – progetto Yaraka Ensemble

18 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Aziza Ibrahim – esclusiva nazionale

19 agosto – Selva di Fasano, Minareto – Redi Hasa & Michel Godard

20 agosto – Selva di Fasano, Minareto – The Dinner Party – progetto speciale

Da aggiungere una data a Bari che verrà comunicata più avanti.